Io, Marina, Sara e Marco a capodanno
di
riccardo.ottantadue
genere
orge
Questo racconto è il secondo capitolo di
"Io, fatto cornuto da Marina e Marco a capodanno" un mio vecchio racconto , quindi per poterlo capire e apprezzare è consigliata la lettura del primo capitolo.
Marina e Marco quando rientrarono fecero finta di nulla, io non ero ancora ritornato al punto nel quale il nostro gruppo si era fermato perchè dopo aver pagato le quote avevo trovato delle persone che conoscevo (oltretutto uno di loro non avendo capito che Marina fosse la mia fidanzata raccontava di aver visto la scena di una tettona a cui era uscito il seno fuori durante gli auguri) .
Sara, capendo che è successo qualcosa, chiese a Marina in mezzo alla folla dove fosse finita per quasi 20 minuti. Marina minimizzò ridendo un po’, "Smettila di mentire," le sibilò Sara all'orecchio, “Con chi eri fuori? Marco? L'ho visto rientrare con te."
Marina scosse la testa, una risatina nervosa le uscì dalle labbra. "Sara, abbiamo solo fumato una sigaretta..."
" Vieni." La presa di Sara si fece di ferro. La trascinò attraverso la folla, verso la luce al neon del corridoio dei bagni.
"Qui siamo sole," ripeté Sara, la voce un tono più basso, più intimo. Si appoggiò al lavandino di marmo freddo, incrociando le braccia sotto il seno. Il suo sguardo non era più solo curioso, scrutava ogni mio tremito, ogni sfumatura del mio rossore. "Hai lo sguardo di chi è appena tornata da un altro pianeta. E le tue labbra... sembrano, come dire, cariche… Sono gonfie, rosse."
La risatina si spense in gola. Negare davanti a quello sguardo era impossibile. Abbassando gli occhi, le disse: "Marco," la voce roca. "In parcheggio. Dopo gli auguri,ecco, un bacio."
"Marco," ripeté lei, sgranando gli occhi con un sorriso lento le incurvò le labbra. " con quello sguardo che ti spoglia tutta la sera… E cosa ti ha fatto, Marco? Ti ha solo baciata?" La sua domanda era una trappola, sapeva già la risposta.
Nel cubo di luce al neon del bagno, il silenzio era rotto solo dal ronzio sordo della cappa d'aspirazione e dal respiro affannato di Marina. Guardava Sara.
"Marco... mi ha trascinata via dalla folla con la scusa di una sigaretta, subito dopo gli auguri," iniziò, le parole che fluivano lente, come per essere assaporate. "siamo usciti fuori, Lui non ha perso tempo." Fece una pausa, la lingua le sfiorò il labbro superiore, come a cercare un residuo di sapore. " La sua bocca mi mordeva le labbra, sentivo la sua erezione premermi contro, dura, insistente come un martello."
Chiuse gli occhi per un secondo, rivivendo il momento. "io ho iniziato a succhiarlo, poi con una mano mi ha sollevato la gonna, mi ha fatto poggiare la mani sul muro ed il culo in fuori e si è preso la punta del cazzo, e poi me l'ha piantata dentro. Di colpo. Un dolore acuto, subito trasformato in un'ondata di piacere così intenso" Marina aprì gli occhi, lucidi di eccitazione ricordata. "Lui ansimava parole sporche all'orecchio. Mi ha chiamata puttana, troia. Diceva che ero stretta, che ero fradicia, che sembravo fatta per essere scopata così, come un animale."
Un tremore la percorse, e le sue mani si strinsero ancora di più sul marmo. "Poi... ha cambiato posizione. Mi ha fatta inginocchiare, ha afferrato i miei capelli, tirando indietro la mia testa, e ha iniziato a venirmi in bocca. Una sveltina da paura!” Sara non disse nulla. Per lunghi secondi, la fissò. Il suo petto si alzava e abbassava con un ritmo accelerato. Gli occhi, normalmente ironici e sfuggenti, erano diventati pozzi neri di un desiderio che le parole di Marina avevano fatto impazzire. Vide il tremore di Marina, il sudore, il rossore che le saliva dal décolleté fino alle guance
Poi, come un elastico che si spezza, Sara si mosse. Non fu un avvicinamento. Fu un'assalto, le mani che si alzarono. Una si insinuò nei capelli di Marina, alla nuca, afferrando con forza, tirando la sua testa all'indietro in un gesto che non ammetteva resistenza. L'altra mano non andò sul viso, non cercò una carezza. Andò dritta al bersaglio, scivolando sotto la gonna corta e nera di Marina, attraverso il tessuto leggero della sua mutandina bagnata. La mano di Sara affondò senza fronzoli tra le cosce di Marina, le dita che incontrarono non solo l'umidità, ma un vero e proprio torrente di eccitazione, le labbra erano gonfie. Un gemito strozzato sfuggì dalle labbra di Marina mentre la presa di Sara nei suoi capelli si faceva più ferma. Marina, spiazzata, istintivamente cercò di divincolarsi per un attimo, ma le sue gambe ebbero un sussulto incontrollato, spingendosi contro quella mano invasiva, cercando una pressione che Sara le diede immediatamente, premendo il palmo contro il suo clitoride gonfio e pulsante.
Fu allora che Sara la baciò. Le sue labbra si schiacciarono su quelle di Marina con una fame animalesca, e dopo qualche istante si staccò dal bacio con un suono umido e schioccante, un filo di saliva a unire per un attimo le loro bocche. Il suo respiro era un affanno caldo sul viso di Marina.
"È la prima volta," sussurrò Sara, "La prima volta che bacio una donna. Ma stasera guardandoti, e ascoltando ora il tuo racconto... mi hai eccitata da morire. Non riesco a pensare ad altro."
Marina ansimò, la testa ancora tirata all'indietro dalla presa nei capelli. La confusione iniziale si stava sciogliendo, liquefatta dal calore che le saliva dalle viscere, alimentata dalle abili dita di Sara e dalla cruda ammissione. "Sara..." gemette, il suo nome che suonava come una preghiera o una resa. "Zitta," la interruppe Sara, ma la sua voce era più un brusio sensuale che un ordine. "Non parlare. Fammi sentire." Abbassò di nuovo la testa, catturando le labbra di Marina in un altro bacio; questa volta, Marina rispose. La sua bocca si aprì, la sua lingua si intrecciò a quella di Sara, le sue mani, che fino a quel momento erano rimaste appoggiate al lavandino, afferrarono la spalla del suo tubino e la tirarono giù. Un seno pieno, pesante, con un capezzolo grande e scurissimo, eretto e teso per l’eccitazione, fu liberato nell'aria fresca del bagno. Lo offrì a Sara senza un briciolo di esitazione, spingendolo quasi contro la sua bocca.
"Succhialo," ordinò Marina, la voce un roco comando intriso di supplica. "Adesso, Succhiami forte."
Sara lo guardò in estasi ed emise un suono basso, la vista di quel seno generoso, del capezzolo così invitante, fece svanire ogni ultimo dubbio residuo. Chinò la testa e afferrò il capezzolo tra le labbra con una fame primitiva. La sua mano, intanto, non smetteva di muoversi tra le gambe di Marina; Ora un dito, bagnato dalla sua stessa essenza, trovò l'ingresso del suo buco, già palpitante e dilatato dal desiderio. Lo sfiorò appena, facendo sobbalzare Marina, che affondò le dita nei capelli scuri di Sara, spingendole la testa più forte contro il suo seno.
"Così... sì, proprio così," ansimò Marina, la testa che rovesciava all'indietro, gli occhi chiusi in un'estasi concentrata. Il doppio stimolo, la bocca avida su di lei e le dita che volevano entrare più a fondo…
Il suono della suoneria associata alla mia telefonata squillò come uno schiaffo nel silenzio carico del bagno. "My Sharona" – la sua canzone preferita, quella che aveva scelto apposta per riconoscere le mie chiamate. Il vibrare del telefono sul marmo del lavandino sembrò un'allarme antincendio. Sara e Marina si staccarono di colpo, come due ladre colte in flagrante. Un gemito di frustrazione soffocato uscì dalla gola di Marina mentre Sara si raddrizzava, le labbra lucide e le dita ancora umide che si ritraevano dalla gonna di lei. Per un attimo, si guardarono, gli occhi dilatati, il respiro affannoso, il desiderio interrotto che pulsava ancora nell'aria come un'eco.
"Merda," sibilò Sara, passandosi una mano sulla bocca, come per cancellare l'evidenza.
Marina, con movimenti meccanici, si sistemò il tubino, ricoprendo il seno ancora caldo e umido di saliva. Con l'altra mano, afferrò il telefono che continuava a vibrare, guardando il nome "RICK" lampeggiare sullo schermo.
"Devi rispondere," disse Sara, la voce già più controllata, mentre si aggiustava i capelli davanti allo specchio, evitando il proprio sguardo.
Marina inspirò profondamente, schiacciò il tasto di risposta e portò il telefono all'orecchio dicendomi che stavano arrivando.
La serata, dopo quell'interruzione elettrica nel bagno, proseguì su un binario completamente diverso, carico di una tensione sessuale così palpabile che sembrava poter essere tagliata con un coltello. Tornate nella sala, con le guance ancora arrossate Marina e Sara si erano reimmesse nel flusso della festa, ma qualcosa era irrevocabilmente cambiato. Quando io le avevo chiesto dove fossero finite, con espansività un po' alticcia, loro avevano risposto all'unisono, con una calma troppo perfetta: "In bagno, c'era fila." Avevo annuito, bevuto un altro sorso, e mi ero immerso di nuovo nelle chiacchiere con altri amici, completamente all'oscuro del turbine che si era scatenato tra le pareti di quella toilette. Marco, però, aveva capito. Lo vedevo, il suo sguardo, mentre ballava vicino a Marina, non era più solo quello di un amico di vecchia data. Era uno sguardo che sospettava ed indagava. Le sue mani, quando l'aiutava a scendere da un rialzo o le passavano intorno alla vita per un ballo scatenato, si fermavano un attimo troppo, scivolavano un centimetro più in basso del dovuto. E Marina non si sottraeva, gli occhi che ogni tanto cercavano quelli di Sara o i miei attraverso la folla; folla che attorno a noi si era diradata, trasformandosi in un mare di volti sconosciuti, corpi sudati che si muovevano al ritmo martellante della musica. I nostri amici erano spariti uno dopo l'altro, tra abbracci di auguri e promesse di rivedersi l’indomani una volta ripresa conoscenza, lasciando il nostro gruppo nucleo – io, Marina, Marco e Sara – nel locale trasformato ormai in discoteca. L'aria era densa e il conto alla rovescia per l'anno nuovo sembrava una cosa lontana anche se era stato solo un paio d’ore prima.
Continuavamo a bere, a ridere, a versare nei nostri bicchieri di plastica. "Dopotutto è Capodanno!" era diventato il nostro mantra, la scusa perfetta per ogni eccesso; ballavamo, un groviglio di quattro corpi che si muovevano in uno spazio ristretto. E le ragazze, Marina e Sara, si alternavano con una fluidità che, ripensandoci ora, era sinistramente precisa.
Un momento Marina era tra le mie braccia, il suo corpo che si muoveva contro il mio con la consueta, sensuale confidenza, Poi lei si si staccava da me con una risatina e, in un vortice di luci e movimento, si ritrovava tra le braccia di Marco. E io, alticcio e spensierato, non ci vedevo nulla di male. Eravamo tutti amici, no? La festa era per tutti. Così, quando era il mio turno, ballavo con Sara. Lei era più audace di Marina nei movimenti, più diretta, e io, fomentato dall'alcol e dall'atmosfera, rispondevo al suo gioco, le mani che le cingevano i fianchi mentre lei mi sfregava il sedere contro l'inguine. Poi anche Sara si spostava, andando da Marco, e Marina tornava da me. Era un ciclo continuo, un girotondo sensuale che alimentava la mia ebbrezza senza farmi scattare alcun allarme. Ero troppo ubriaco di birra, di vodka, e dell'euforia collettiva per percepire la situazione. Ero troppo concentrato a sentire il caldo corpo di Marina ridosso al mio, o a ridere per una battuta di Sara, per accorgermi che le loro risate erano cariche di un'intesa diversa.
Poi, in un momento di musica particolarmente incalzante, successe che Marina rimase sola, al centro del nostro piccolo cerchio. Sara, che fino a quel momento era stata parte del cerchio, fece un passo indietro. Non se ne andò, ma si ritrasse appena, come un regista che si allontana per ammirare la scena che ha orchestrato. Un sorriso sottile.
Io e Marco, spronati dalla musica, dall'alcol e dall'energia contagiosa di Marina, ci avvicinammo. Non era più un ballo a turni. Era un ballo a tre. Marina era al centro, e noi due la circondavamo, i nostri corpi che si muovevano in sincrono con il suo, creando uno spazio intimo e claustrofobico nel mezzo della folla. La luce regalava flash precisi di momenti di contatto: la mia mano sul suo fianco sinistro, quella di Marco sul destro. Le nostre gambe che si muovevano tra le sue. Il suo sedere che sfiorava alternatamente la mia erezione, ancora confinata nei jeans, e sicuramente anche quella di Marco.
Poi, con un movimento fluido della musica, ci stringemmo ancora. Marina si inarcò all'indietro, la testa che quasi toccava la mia spalla, il suo culo che premeva pienamente contro il mio pube. Davanti a lei, Marco si chiuse, il suo torso che quasi sfiorava i suoi seni. Eravamo incollati, un sandwich umano e pulsante. Sentivo il calore di Marco attraverso i vestiti di Marina, sentivo il respiro affannoso di lei sul mio collo. La mia mano, quasi per istinto, scivolò dalla sua vita al suo ventre, appiattendosi contro la pancia piatta e calda sotto la stoffa sottile della sua top. La mano di Marco fece lo stesso movimento speculare dall'altro lato, Marina emise un gemito basso, che si perse nella musica, e ruotò i fianchi in un movimento lento, sensuale, che strofinava il suo sedere contro di me e, contemporaneamente, i suoi seni contro il petto di Marco. Era una danza esplicitamente sessuale, una simulazione di un amplesso a tre, lì, in mezzo a tutti.
Io, nella mia ubriachezza, ridevo, un riso grezzo ed eccitato. "ma che diavolo stiamo facendo?"
Il locale stava per chiudere, ma il bar era ancora aperto; Sara ci guidò verso il bancone: una bottiglia di vodka Smirnoff, quattro bottigliette di tonica, e un po’ di birra. Il barista infilò il tutto in due grandi buste di plastica senza battere ciglio. Erano le nostre provviste per prolungare la magia – o forse la follia – della notte.
Il tragitto in macchina fu un caos esilarante e claustrofobico. Eravamo stipati nella mia auto, io al volante, un po' troppo alticcio forse, ma sostenuto dall'adrenalina. Marina accanto a me, Sara e Marco dietro. La musica era a volume assurdamente alto, un pezzo house che martellava i timpani e faceva vibrare la carrozzeria. L'aria gelida di gennaio si insinuava dentro, ma nessuno sembrava sentire freddo, carichi come eravamo dall'alcol e dall'eccitazione.
E io, mentre guidavo con un'attenzione approssimativa, non potevo fare a meno di fissare Marina accanto a me. Non il suo viso, non i suoi occhi brillanti che ridevano. No. Fissavo le sue tette. Le sue mammellone, per essere precisi, che ballavano; sicuramente Marco, seduto dietro di me, le osservava con la stessa attenzione. Quel seno ballava proprio come aveva fatto per tutta la serata in discoteca, ma ora, nel chiuso dell'auto, illuminato solo dai lampioni che sfrecciavano oltre e dalla luce verde del cruscotto, lo spettacolo era ancora più ipnotico e sfacciato.
Lei indossava ancora quel tubino, stretto e scollato, che non lasciava nulla all'immaginazione. Ad ogni dosso, ad ogni mia sterzata un po' brusca, ad ogni scossone del suo corpo mentre si muoveva a ritmo di musica, quei seni sobbalzavano, ondeggiavano, sembravano quasi vivi, indipendenti dal resto di lei. La stoffa sottile si tendeva, delineando i capezzoli.
La hall dell'hotel era silenziosa, ovattata, un contrasto violento con il caos da cui provenivamo e con la nostra sguaiatezza. L'unico essere vivente era il receptionist notturno, un uomo sulla sessantina con gli occhi cerchiati. Il nostro ingresso, rumoroso e traballante, attirò immediatamente la sua attenzione. Ma il suo sguardo non si posò su di me o su Marco, ubriachi e ridacchianti. No. Scivolò, lento e pesante, su Marina e Sara. Le valutò dalla testa ai piedi, indugiando sulle gambe scoperte di Sara nei suoi shorts di pelle minuscoli, sulla scollatura profonda di Marina che lasciava intravedere l'ombra del seno, sui loro corpi; Quello sguardo era di vorace ammirazione, mi piaceva vedere uno sguardo così su Marina.
Arrivammo nel caldo ovattato della camera. Era identica a tutte le altre: letto matrimoniale, un comodino, un televisore piatto fissato al muro, la moquette beige. "Ragazzi... abbiamo un'urgenza," disse Sara, portando con se Marina. "Bagno. Cinque minuti." La sua voce era stranamente controllata, in contrasto con la nostra euforia sguaiata. Marina annuì, evitando di guardarmi direttamente, e le due sparirono dietro la porta del bagno, chiudendola con un click deciso.
Io e Marco restammo in mezzo alla stanza, l'adrenalina che iniziava a cedere il passo alla stanchezza e a una nuova, palpabile tensione. "Beh," esclamai, scrollandomi di dosso il silenzio imbarazzante. "Prepariamo da bere, no? Non abbiamo mica fatto tutta questa fatica per niente." Marco annuì, e accese la tv su un canale musicale. "Assolutamente."
Aprii il frigobar e tirai fuori la piccola scorta di cubetti di ghiaccio offerta dal locale, svuotandoli nella brocca di plastica della camera. Marco strappò il cellophane dalla bottiglia di vodka e iniziò a versarne generose quantità in quattro bicchieri di plastica.
Il suono dell'acqua che scorreva nel bagno si interruppe. Poi, qualche rumore incompensibile… Io e Marco, con i bicchieri mezzi pieni in mano, ci scambiammo un'occhiata. Cosa stavano combinando in là? Dopo un altro minuto che sembrò un'ora, la maniglia della porta si abbassò.)
La porta si aprì lentamente. E lì, sulla soglia, apparvero Marina e Sara. Ma non erano più le ragazze scatenate della discoteca. Erano avvolte, dalla testa quasi ai piedi, negli spessi e soffici accappatoi bianchi dell'hotel, quelli con il logo ricamato sul petto. I capelli di Marina erano raccolti in una coda disordinata, quelli di Sara sciolti sulle spalle. Eppure, un dettaglio strideva in modo assoluto: ai loro piedi, scintillavano ancora i loro tacchi alti, quelli con cui avevano ballato tutta la sera. Le caviglie sottili, i piedi nudi dentro le scarpe. Era un contrasto pazzesco: l'innocenza finta dell'accappatoio e la provocazione esplicita dei tacchi a spillo.
Io e Marco rimanemmo immobili, i bicchieri sospesi a mezz'aria. La mia bocca si aprì in un muto "wow". Marco emise un fischio basso, ammirato. L'atmosfera nella stanza si fece densa, elettrica, satura di un'aspettativa che non osavamo nemmeno nominare. Il semplice rumore della musica sembrò sparire, sostituito dal battito accelerato del mio cuore e dal respiro leggermente affannoso che sentivo uscire dalla mia stessa gola.
"Sorpresa!" dissero all'unisono, con voci cantilenanti, maliziose, che suonavano come un incantesimo. E poi, in un movimento sincronizzato che dovevano aver provato in bagno, lasciarono andare le cinture degli accappatoi. Non ci fu un lento, sensuale scivolare dalle spalle. Fu un gesto teatrale, rapido, quasi una sfida. Le spesse fasce di tessuto bianco si aprirono come sipari e caddero in due mucchi soffici ai loro piedi, sui tacchi.
Non erano completamente nude. Indossavano solo dei perizomi. Ma erano così minuscoli, così ridotti a stringhe di stoffa scura, che la differenza era puramente tecnica. Il corpo di Marina fu uno schiaffo di sensualità: le sue tette, quelle stesse che tutto il locale aveva fissato per tutta la serata, erano finalmente libere, piene, pesanti, i capezzoli scuri e duri come bacche sotto la luce. Il perizoma nero, un triangolo di pizzo, scompariva quasi tra le curve dei suoi fianchi larghi, lasciando intravedere le labbra della figa. Sara era più magra, atletica, con seni più piccoli ma pieni (una terza) , sodi, e un perizoma rosso fuoco che contrastava violentemente con la sua pelle pallida, tagliandole i glutei alti e sodi.
Rimanemmo letteralmente scioccati. Non un applauso, non un urlo di esultanza. Solo un silenzio di tomba, rotto dal suono del bicchiere di Marco che urtò contro il tavolino, rovesciando un po' di vodka. I miei occhi corsero da Marina a Sara e di nuovo a Marina, fissandosi sulle curve, sulle ombre, sui dettagli che ora, finalmente, potevo vedere senza filtri. La mia donna nuda, davanti ad un mio amico.
Marina incrociò il mio sguardo. Non c'era più traccia di imbarazzo o della ragazza che fingeva un'urgenza in bagno. Nei suoi occhi c'era una sfida audace, un fuoco che rifletteva le luci della stanza. Un sorriso lento, carnale, le sollevò un angolo della bocca. Si mise una mano sul fianco, accentuando la curva del suo corpo, e fece un lento, esagerato dondolio dei fianchi, facendo sobbalzare i suoi seni in un movimento ipnotico. Il tacco alto batteva un colpo secco sulla moquette.
"Allora?" disse la sua voce, roca, più bassa del solito. "La festa continua qui, o ci avete già dimenticate?"
Sara si avvicinò a Marco, che sembrava aver perso l'uso della parola. Gli tolse delicatamente il bicchiere di mano e lo posò sul tavolo. Poi, con un dito, gli sollevò il mento, costringendolo a guardarla. "Pensavamo che dopo tutta quella musica, aveste bisogno di uno spettacolo più... privato,"
Sara si chinò leggermente su Marina, il suo corpo snello che si incurvava verso la pienezza di quello dell'amica. Il movimento era lento, deliberato, carico di un'intimità che andava oltre il semplice spettacolo. Con una mano, afferrò delicatamente un seno di Marina, soppesandolo, poi chinò la testa e, senza fretta, portò le labbra a uno dei capezzoli scuri e turgidi, circondandolo con la bocca in un bacio umido, succoso. Marina emise un gemito basso, la testa che cadeva all'indietro, gli occhi che si chiudevano per un istante di puro piacere.
Sara si staccò, un filo di saliva che brillava per un attimo tra la sua bocca e il capezzolo di Marina. Guardò noi due, prima me, poi Marco, con uno sguardo che non era più solo provocatorio, ma profondamente serio, quasi disperato. "Oggi abbiamo esagerato," disse, la voce un po' rotta. "E stanotte continueremo a farlo, dimenticando tutto domani. Ci state?"
Ci guardammo tutti. L'aria nella stanza sembrò cristallizzarsi. In quel silenzio carico, sentii il peso della scelta che era mia più di chiunque altro. Non era più solo un gioco, una sbronza, uno scherzo trasgressivo. Era una linea che stavamo per varcare, tutti insieme, sapendo che nulla sarebbe stato più come prima. Poi, un lampo di resa, di abbandono totale.
Fu in quel preciso istante che mi alzai in piedi. Le mie gambe mi portarono avanti quasi da sole, spinte da un impulso più forte di qualsiasi razionalità. "Ci sto," dissi, e la mia voce suonò stranamente ferma, chiara, in quella stanza ovattata. "Stanotte senza freni."
Non ci fu altro da aggiungere. Feci i pochi passi che mi separavano da Marina. Lei mi guardava, il respiro accelerato, il seno che ancora portava il segno umido del bacio di Sara che si sollevava e si abbassava. Non ci furono preliminari, non ci fu delicatezza. Afferrai il suo viso tra le mani e la baciai. Fu un bacio selvaggio, disperato, un mescolarsi di sapori: vodka, rossetto, sudore e il sapore salato della sua pelle. Lei rispose con uguale ferocia, le sue mani che si aggrappavano ai miei capelli, i suoi denti che mordevano il mio labbro inferiore, il suo corpo nudo che si premeva contro il mio ancora vestito. Mentre le nostre lingue si combattevano, vidi dal angolo dell'occhio Sara che si muoveva. Si avvicinò a Marco, che era ancora seduto sul bordo del letto, immobile, ipnotizzato dalla scena. Gli si mise in piedi davanti, il suo perizoma rosso fuoco a pochi centimetri dal suo viso. Poi, con un movimento lento e deliberato, portò una mano tra le sue gambe e iniziò ad accarezzarsi le labbra della figa attraverso il sottile pizzo. Un gemito basso le sfuggì, e chiuse gli occhi per un secondo, abbandonandosi alla sensazione.
Fu in quel momento che la lucidità, quel barlume di razionalità che ancora tentennava in un angolo remoto della mia mente, si spense del tutto. Ero veramente fuori, senza limiti o inibizioni. Staccai le labbra da quelle di Marina, entrambi ansimanti. La presi per un braccio, la sua pelle calda e sudata sotto le mie dita, e la trascinai verso Marco.
"Guardala," sussurrai, la voce roca per l'eccitazione. La spinsi delicatamente, facendola piegare leggermente in avanti, offrendo il suo seno pesante, il capezzolo ancora umido e lucido, al viso di Marco. "Toccala. Succhiala."
Marco non si fece pregare due volte. Un gemito gli uscì dalla gola, un desiderio represso che finalmente esplodeva. Afferrò il seno di Marina con entrambe le mani, le dita che affondavano nella carne morbida, e portò avidamente la bocca al capezzolo. Lo succhiò con forza, un rumore umido e schioccante che riempì la stanza. Marina gridò, puro piacere, la mano che si intrecciava nei capelli di Marco, spingendogli la testa contro di sé.
Vedendolo così, completamente perso in quel seno, mentre Sara continuava ad accarezzarsi davanti a lui, gemendo sempre più forte, sentii un'ondata di possessività e di lussuria così violenta che mi annebbiò la vista. Non bastava più. Volevo di più. Volevo tutto.
"Basta," dissi, afferrai Marina per i fianchi e la strappai via da Marco, che rimase per un secondo con le labbra ancora protese; la sollevai e la lanciai sul letto grande. Rimbalzò sul materasso con un tonfo soffocato, i capelli che le volarono attorno al viso, le tette che sobbalzarono magnificamente. Mi guardò con uno sguardo di attesa bruciante.
Marco, come se un interruttore si fosse azionato, fece altrettanto. Si alzò di scatto, afferrò Sara per la vita e la scaraventò sul letto accanto a Marina. Lei urlò, ma era un urlo di eccitazione, non di paura.
Poi fu un caos di vestiti che volavano finendo in un mucchio disordinato sul pavimento. Sul letto, Marina e Sara si liberarono degli ultimi, ridicoli ostacoli. Marina si sfilò il perizoma nero con un movimento dell'anca, lanciandolo via con disprezzo. Sara fece altrettanto con quello rosso, aiutata da Marco che glielo strappò via dalle gambe con un gesto brusco.
E poi, finalmente, eravamo tutti nudi. Quattro corpi sudati, ansimanti, carichi di un desiderio che aveva bruciato ogni ritegno. Il letto era grande, ma in quel momento sembrava piccolo. Non ci fu nessuna delicatezza, nessun lento preliminare. Ci lanciammo l'uno sull'altra come animali affamati. Io mi gettai su Marina, il mio corpo che si schiantò sul suo, la sensazione della sua pelle calda e umida contro la mia che mi fece gemere. Lei mi accolse avvolgendo le gambe attorno alla mia vita, i talloni che mi scavavano nella schiena. La mia bocca trovò la sua, in un bacio vorace, mentre una mano le afferrava un seno, l'altra le scendeva tra le gambe. Era bagnatissima, calda, pronta. "Prendimi," ansimò lei contro le mie labbra, "subito."
Accanto a noi, Marco era già sopra Sara. La teneva ferma, le sue anche che spingevano tra le sue cosce aperte Il letto gemeva sotto il nostro peso, un ritmo sincopato di scricchiolii e colpi sordi. L'aria era satura di gemiti, ansimi, il suono della pelle umida che si scontrava, l'odore del sesso e del sudore. Marina si contorceva sotto di me, le unghie che mi graffiavano la schiena, i suoi gemiti che diventavano sempre più acuti, più disperati. Accanto a me, sentivo il respiro affannoso di Marco, i suoi colpi più profondi, e i singhiozzi di piacere di Sara che gli diceva parole senza senso, incoraggiamenti sporchi. Poi, in un movimento fluido e sorprendentemente coordinato, le due donne si scambiarono un'occhiata carica di complicità. Con una spinta ci fecero rotolare sulla schiena. Per un attimo, stramazzai sul lenzuolo, il mio cazzo duro e pulsante che puntava verso il soffitto, coperto del suo bagnato. Marco fece lo stesso accanto a me, ansimante.
Marina e Sara si sollevarono, in piedi in ginocchio sul letto tra di noi. I loro corpi nudi erano lucidi di sudore, i seni che si muovevano ad ogni respiro affannoso. Si guardarono, si avvicinarono e le loro bocche si incontrarono in un bacio passionale.
La scena si trasformò in un vortice ancora più voluttuoso. Mentre Marina e Sara si baciavano con una passione che sembrava divorarle, Marco, spinto da un impulso primordiale, si allungò verso Sara, la mano tesa per afferrarle un fianco. Ma Sara, con uno sguardo furbo e dominante, gli prese il polso e lo diresse altrove.
Con un movimento deciso, tirò Marina verso di sé, allontanandola da me. Io rimasi lì eccitatissimo, a guardare, il mio cazzo che pulsava violentemente contro il mio ventre e mentre mi mancava un po’ il fiato. Sara si posizionò dietro Marina, il suo corpo snello che si incollava alla schiena sudata dell'amica. Iniziò a baciare e leccare il collo di Marina mentre le sue mani scivolavano lungo i suoi fianchi.
Poi, con una mano, Sara raggiunse Marco. Lo afferrò per il cazzo, che era durissimo, e iniziò a segarlo con movimenti lenti, decisi, la sua mano che scivolava su e giù sul membro lucido di precum. Nel frattempo, con un'abile torsione del polso, fece in modo che la punta del cazzo di Marco sfiorasse, con ogni passata, il basso ventre bagnato di Marina, proprio sopra il suo clitoride.
Marina, che stava ancora baciando Marco con ferocia, gemette nella sua bocca alla sensazione di quel contatto sfuggente, elettrizzante. Marco, a sua volta, sembrò impazzire. Con la mano libera, afferrò il seno pesante e gonfio di Marina, lo strizzò, il pollice che sfregava insistentemente sul capezzolo duro. Il suo respiro era un rantolo, gli occhi fissi su Sara che, dietro Marina, continuava il suo gioco perverso.
Io non riuscivo a staccare gli occhi da loro. Vidi la mano di Sara accelerare il ritmo su Marco, le sue dita che si stringevano intorno a lui, mentre con l'altra mano teneva fermo il bacino di Marina, premendolo leggermente all'indietro per aumentare il contatto tra la sua pelle e il cazzo di Marco.
"Sentilo," sussurrò Sara all'orecchio di Marina, la voce roca e piena di lussuria. "Senti quanto è duro per te. Lo vuoi, vero? Lo vuoi tutto dentro di te?"
Marina annuì freneticamente, rompendo il bacio con Marco solo per emettere un gemito strozzato. "Sì... Dio, sì dammelo..." , il suo cazzo sfiorava e premeva contro il ventre di Marina, bagnandolo di precum. Le labbra di Sara non abbandonavano il collo di Marina, mordicchiando, succhiando, lasciando segni rossastri sulla pelle.
"E tu," disse poi Sara, alzando lo sguardo verso di me, i suoi occhi che brillavano di una malizia infernale, "tu sei pronto?"
Mentre pronunciava quelle parole, la sua mano che segava Marco cambiò angolazione. Con una pressione decisa, guidò il cazzo durissimo e scivoloso di Marco, facendolo scivolare tra le cosce di Marina. Non più solo uno sfiorare. Lo accompagnò direttamente all'ingresso, ad aprire le labbra bagnate e frementi di Marina.
Marco, con un gemito che era quasi un ruggito, colse l'attimo. Afferrò Marina per i fianchi e la tirò giù su di sé con forza brusca, penetrandola in un unico, profondo colpo.
"AHHH!" L'urlo di Marina fu liberatorio, il suo corpo si inarcò all'indietro, le tette che sobbalzarono mentre veniva inchiodata sul cazzo di Marco. Sara, ancora dietro di lei, la sostenne, le mani che le stringevano i fianchi, i suoi baci che diventarono morsi sul suo collo.
Io ero lì, con gli occhi sgranati dall'eccitazione, il cuore che mi martellava in gola, il mio cazzo in mano, che lo stava segando con movimenti automatici e frenetici, incapace di distogliere lo sguardo dalla scena davanti a me: Marina che veniva scopata da Marco, il suo corpo che rimbalzava su di lui, i suoi seni che oscillavano selvaggiamente.
Poi Sara si staccò da Marina. Si voltò e venne verso di me, si mise a cavalcioni, le sue ginocchia che affondavano ai lati del mio bacino. La sua figa, bagnata e caldissima, sfiorò la punta del mio cazzo, facendomi trasalire. Mi guardò dritto negli occhi, un sorriso trionfante e crudele sulle labbra.
"Mentre mammella viene scopata da Marco," disse, la voce bassa e carica di promessa, "tu scoperai me."
E senza aggiungere altro, abbassò i fianchi, un gemito mi sfuggì, puro piacere. Era così bagnata, così calda, così stretta che per un attimo vidi le stelle.
Sara iniziò a muoversi, trovando subito un ritmo lento e profondo, che faceva risuonare ogni fibra del mio essere. Le sue mani mi si aggrapparono alle spalle, io le afferrai i fianchi, sentendo i muscoli contrarsi sotto le mie dita ad ogni sua discesa.
Accanto a noi, lo spettacolo continuava. Marco stava scopando Marina con una furia crescente, i suoi colpi che facevano scuotere il letto. Le mani di lui erano ovunque su di lei: sui suoi seni enormi che afferrava e strizzava, sul suo culo che schiaffeggiava, sui suoi fianchi che guidavano il suo ritmo selvaggio. Marina, completamente persa, urlava e gemeva, la testa gettata all'indietro… Io baciavo Sara con una furia che era metà desiderio, metà rabbia, le nostre lingue che si combattevano, i nostri denti che si scontravano. Il sapore del suo rossetto, del sudore, di qualcosa di più profondo e salato, mi invadeva la bocca.
Le mie mani le stringevano quel culo sodo e perfetto, sentendo i muscoli dei glutei contrarsi e rilasciarsi ad ogni mia spinta verso l'alto. La scopavo con una rabbia crescente, il gelo della gelosia mi bruciava le viscere ogni volta che un gemito più acuto di Marina raggiungeva le mie orecchie, ogni volta che vedevo, dal angolo dell'occhio, il corpo di lei sobbalzare violentemente sotto quello di Marco. Ma quel gelo si fondeva e esplodeva in un'ondata di eccitazione ancora più violenta. Vederla, la mia Marina, con quei seni che ballavano liberi, con quella bocca spalancata in un'estasi che non le avevo mai visto, scopata così brutalmente e completamente da un altro uomo... era una tortura e allo stesso tempo un afrodisiaco potentissimo.
Sara, sotto di me, sembrava assorbire tutta quella energia contrastante. Rideva, un suono roco e trionfante, tra un bacio e l'altro. "Ti piace guardarla, eh?" ansimò contro le mie labbra. "Ti piace vedere la tua troia prendere quel cazzo? Guarda come lo prende tutto, guardala bene “mammella”, perché tu non lo sai ma i tuoi amici la chiamano così…"
E io guardavo. Non potevo farne a meno. Marina era completamente fuori di sé. I suoi occhi erano vitrei, fissi sul soffitto, la bocca aperta in un continuo fiotto di gemiti, urla, preghiere sporche. "Sì! Così! Più forte, Marco, cazzo, più forte! Mi stai sfondando sei grossissimo!" Le sue mani artigliavano le lenzuola, le sue anche rispondevano a ogni colpo con una violenza uguale e contraria. Marco la teneva per i fianchi, il suo corpo che si tendeva in un arco perfetto, i muscoli della schiena in rilievo, il sudore che gli colava lungo la colonna vertebrale. Il suono della loro unione era umido, schioccante, primitivo.
Sara continuò, la sua voce un sussurro roco e malizioso direttamente nella mia bocca, tra un bacio e l'altro. "...Guarda come si muove. Guarda come le ballano quelle tette mentre Marco la riempie. Dio, è una puttana nata. E tu... tu stai scopando me, ma il tuo cazzo diventa più duro ogni volta che lei geme. È vero, vero?"
Era vero. Ogni urlo di Marina, ogni scossa del suo corpo, ogni immagine della sua figa che veniva violentemente aperta e riempita, faceva pulsare il mio cazzo ancora più forte dentro la stretta bollente di Sara. La mia scopata con lei non era più solo un atto tra noi due. Era diventata una reazione, un'eco amplificata, un gioco perverso di voyeurismo e partecipazione forzata.
“adoro sentire quanto diventi duro per colpa sua." Si chinò, le sue labbra che sfioravano il mio orecchio. "Immagina che sia lei. Immagina che sia la tua Marina che ti sta cavalcando così, mentre in realtà viene scopata da un altro."
Le sue parole erano un coltello e una carezza. Mi trafiggevano, mi eccitavano oltre ogni limite. Il mio sguardo si fissò su Marina. I nostri occhi si incontrarono, per un attimo fugace. I suoi erano pieni di estasi così profonda che sembrava dolore. Vide me che la guardavo mentre venivo scopato da Sara. E un sorriso storto, quasi colpevole, le attraversò il viso prima che un altro colpo profondo di Marco la facesse urlare e chiudere gli occhi, la testa che ricadeva all'indietro.
Sara seguì il mio sguardo. Il suo sorriso divenne ancora più tagliente, più crudele. Si fermò un attimo, restando seduta profondamente su di me, il mio cazzo sepolto fino all'osso dentro di lei. Mi guardò dritto negli occhi, la sua espressione era quella di una regina che osserva un suddito in crisi.
"Secondo me," disse, scandendo ogni parola con una calma sadica, "sta godendo più con lui che con te. Cosa ne pensi?"
La frase mi colpì come un pugno nello stomaco. La gelosia si solidificò in una lama di ghiaccio che mi trapassò il petto. Guardai Marina, le sue urla erano più libere, più selvagge di qualsiasi suono avesse mai fatto con me. Marco la stava scopando trovando angoli e ritmi che la facevano impazzire. Era vero. Sembrava... trasportata. In un modo diverso.
"Guarda come si stringe intorno a lui," sussurrò Sara, tornando a muoversi lentamente, torturandomi con quel movimento ridotto. "Guarda come gli affonda le unghie nella schiena. Non l'ha mai fatto con te così, vero? Forse ha solo bisogno di un cazzo... differente. Di un uomo che la prende senza chiedere permesso." Fece una pausa, i suoi occhi che scrutavano la mia reazione con un piacere perverso. Poi, abbassò ancora la voce, in un sussurro che tagliava più di un urlo. "Ti dirò di più. Io sospetto... anzi no, sono quasi certa, che Marina si masturbi da anni pensando proprio a questo. Pensando di farsi scopare da Marco. Che per anni si sia toccata immaginando le sue mani su quei seni, il suo cazzo duro che le sfonda quella figa da brava ragazza."
Le sue parole non furono solo un pugno. Fecero crollare un intero mondo. Un'immagine si materializzò nella mia mente, vivida e devastante: Marina, sola nella sua stanza, le dita che scivolavano tra le sue cosce, i suoi occhi chiusi, la bocca che mormorava il nome di Marco. Anni. Anni. Mentre era con me.
Un misto di tradimento, di rabbia, e di un'eccitazione malata, proibita, si fuse in un unico, incontenibile vortice nel mio basso ventre. Era troppo. La vista di lei che veniva scopata da Marco, le parole di Sara che confermavano la mia peggiore, più eccitante gelosia, la sensazione della sua figa che mi succhiava...
Un gemito profondo, quasi un ringhio, mi sfuggì dalla gola. "SARA!"
Il mio corpo si irrigidì, poi fu scosso da una serie di spasmi violenti e incontrollabili. Sentii il calore esplodere
dalla radice del mio cazzo e riversarsi in getti potenti e caldissimi dentro di lei. La riempivo, ogni spruzzo una punizione, una rivendicazione, un atto di possesso su Sara mentre la mia mente era devastata dall'immagine di Marina che si toccava per un altro. Sara emise un grido soffocato, il suo corpo che si contraeva intorno al mio, le sue unghie che mi graffiavano il petto, mentre veniva a sua volta, il suo orgasmo innescato dalle mie scariche dentro di lei.
Per un lungo, infinito momento, rimanemmo così, uniti, tremanti, il mio respiro affannoso contro il suo collo. E in tutto quel tempo, nessuno sguardo, nessuna parola venne dalla coppia accanto a noi.
Quando riuscii a sollevare lo sguardo, esausto e ancora scosso dagli ultimi brividi, la scena era cambiata. Marco aveva Marina a pecora. Le sue mani enormi le stringevano i fianchi, sollevandole il culo in alto, esponendola completamente. Lui era in ginocchio dietro di lei, il suo corpo sudato che si muoveva con una potenza meccanica, ogni affondo che la faceva sobbalzare in avanti.
E quelle tettone... Dio, quelle tettone. Pendevano libere, oscillando violentemente avanti e indietro con ogni colpo, un ritmo osceno e ipnotico. La pelle era arrossata, i capezzoli duri come pietre. Marina aveva il viso sepolto in un cuscino, ma i suoi gemiti erano soffocati, rochi, pieni di
un piacere così grezzo e animalesco da sembrare dolore. Poi, il suo corpo si irrigidì in un arco perfetto, la schiena che si inarcava, e un urlo lacerante, primordiale, le strappò dalla gola. "CAZZO, MARCO! VENGO! VENGOOOO!"
Fu un urlo che sembrò scuotere le pareti. Il suo corpo fu scosso da convulsioni violente, le sue dita che strappavano letteralmente la federa del cuscino. Marco non rallentò. La tenne stretta, continuando a pompare dentro di lei mentre veniva, prolungando il suo orgasmo in una tortura estatica.
Poi, dopo un paio di minuti di colpi profondi e misurati, la fece scivolare giù dal letto. Marina, le gambe che tremavano, si mise in ginocchio ai suoi piedi, il viso rivolto verso l'alto, gli occhi vitrei e pieni di adorazione. Marco si mise in piedi davanti a lei, il suo cazzo ancora durissimo, lucido dei loro fluidi.
Con una mano si masturbò velocemente, gli occhi fissi sul viso sporco di lacrime e rossetto di Marina. Lei allungò le mani, afferrandosi i seni, sollevandoglieli, offrendoglieli come un'offerta. "Sborrami addosso," mormorò, la voce roca e supplichevole. "Ti prego. Coprimi."
Marco non si fece pregare due volte. Con un ultimo, profondo gemito, esplose. Non fu una sborrata, fu un'inondazione. Schizzi bianchi, caldi e copiosi schizzarono sul viso di Marina, colpendole le palpebre chiuse, la bocca aperta, il mento. Altri getti potenti le imbrattarono quelle mammelle offerte, scivolando tra le dita che le stringevano, colando lungo la curva del seno.
"Prendi tutto," urlò Marco, la voce piena di una soddisfazione animalesca. "Apri bene quella bocca. Prendi la mia sborra. L'ho sognato per anni, scoparti così. E queste..." Un getto finale colpì il centro del suo seno. "...queste tettone da dea. Il sogno proibito di tutti, nella nostra compagnia. E ora sono coperte dal mio seme."
Marina obbedì, aprendo la bocca e accogliendo alcuni schizzi sulla lingua, ingoiando con un gemito di piacere. Il resto le colava sul mento, mescolandosi al sudore e al rossetto. Era una visione oscena, eppure di una bellezza perversa e ipnotica. Il suo sguardo era perso, come se una fantasia segreta di anni si fosse finalmente realizzata.
Sara, accanto a me, emise un sospiro tremante. Senza una parola, scivolò giù dal letto, le sue gambe ancora deboli. Si avvicinò a Marina in ginocchio. Con una lentezza rituale, si chinò. La sua lingua, rosa e agile, uscì e cominciò a leccare con delicatezza uno degli schizzi di sperma dal seno gonfio di Marina Un brivido percorse entrambe. Sara leccò con attenzione, quasi devota, raccogliendo le gocce bianche dalla pelle calda e arrossata. Poi, sollevò il viso, i loro occhi si incontrarono. C'era una complicità feroce, un'intesa nata in quell'istante di pura trasgressione. Le loro labbra si incontrarono in un bacio lento, profondo, salato di sperma e sudore. Marina gemette nella sua bocca, le sue mani che si aggrappavano ai fianchi di Sara, restituendo il bacio con un'urgenza affamata.
Marco, in piedi sopra di loro, osservava la scena con un sorriso stanco e trionfante, il suo cazzo ancora semi-duro che pulsava lentamente. Il suo sguardo poi si spostò su di me, ancora sul letto, esausto e coperto del mio stesso sudore e di quello di Sara. L'aria nella stanza era pesante dell'odore del sesso, del sudore, del corpo. I nostri respiri affannosi cominciavano a calmarsi, ma quella tensione erotica non si era ancora dissipata. Eravamo tutti esausti, sì. I nostri corpi erano macchine a fine corsa. Ma gli sguardi che si incrociavano, carichi di un'intesa nuova, sporca e eccitante, dicevano che forse, forse non era davvero finita.
Forse era solo l'intervallo.
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CONTINUA.
"Io, fatto cornuto da Marina e Marco a capodanno" un mio vecchio racconto , quindi per poterlo capire e apprezzare è consigliata la lettura del primo capitolo.
Marina e Marco quando rientrarono fecero finta di nulla, io non ero ancora ritornato al punto nel quale il nostro gruppo si era fermato perchè dopo aver pagato le quote avevo trovato delle persone che conoscevo (oltretutto uno di loro non avendo capito che Marina fosse la mia fidanzata raccontava di aver visto la scena di una tettona a cui era uscito il seno fuori durante gli auguri) .
Sara, capendo che è successo qualcosa, chiese a Marina in mezzo alla folla dove fosse finita per quasi 20 minuti. Marina minimizzò ridendo un po’, "Smettila di mentire," le sibilò Sara all'orecchio, “Con chi eri fuori? Marco? L'ho visto rientrare con te."
Marina scosse la testa, una risatina nervosa le uscì dalle labbra. "Sara, abbiamo solo fumato una sigaretta..."
" Vieni." La presa di Sara si fece di ferro. La trascinò attraverso la folla, verso la luce al neon del corridoio dei bagni.
"Qui siamo sole," ripeté Sara, la voce un tono più basso, più intimo. Si appoggiò al lavandino di marmo freddo, incrociando le braccia sotto il seno. Il suo sguardo non era più solo curioso, scrutava ogni mio tremito, ogni sfumatura del mio rossore. "Hai lo sguardo di chi è appena tornata da un altro pianeta. E le tue labbra... sembrano, come dire, cariche… Sono gonfie, rosse."
La risatina si spense in gola. Negare davanti a quello sguardo era impossibile. Abbassando gli occhi, le disse: "Marco," la voce roca. "In parcheggio. Dopo gli auguri,ecco, un bacio."
"Marco," ripeté lei, sgranando gli occhi con un sorriso lento le incurvò le labbra. " con quello sguardo che ti spoglia tutta la sera… E cosa ti ha fatto, Marco? Ti ha solo baciata?" La sua domanda era una trappola, sapeva già la risposta.
Nel cubo di luce al neon del bagno, il silenzio era rotto solo dal ronzio sordo della cappa d'aspirazione e dal respiro affannato di Marina. Guardava Sara.
"Marco... mi ha trascinata via dalla folla con la scusa di una sigaretta, subito dopo gli auguri," iniziò, le parole che fluivano lente, come per essere assaporate. "siamo usciti fuori, Lui non ha perso tempo." Fece una pausa, la lingua le sfiorò il labbro superiore, come a cercare un residuo di sapore. " La sua bocca mi mordeva le labbra, sentivo la sua erezione premermi contro, dura, insistente come un martello."
Chiuse gli occhi per un secondo, rivivendo il momento. "io ho iniziato a succhiarlo, poi con una mano mi ha sollevato la gonna, mi ha fatto poggiare la mani sul muro ed il culo in fuori e si è preso la punta del cazzo, e poi me l'ha piantata dentro. Di colpo. Un dolore acuto, subito trasformato in un'ondata di piacere così intenso" Marina aprì gli occhi, lucidi di eccitazione ricordata. "Lui ansimava parole sporche all'orecchio. Mi ha chiamata puttana, troia. Diceva che ero stretta, che ero fradicia, che sembravo fatta per essere scopata così, come un animale."
Un tremore la percorse, e le sue mani si strinsero ancora di più sul marmo. "Poi... ha cambiato posizione. Mi ha fatta inginocchiare, ha afferrato i miei capelli, tirando indietro la mia testa, e ha iniziato a venirmi in bocca. Una sveltina da paura!” Sara non disse nulla. Per lunghi secondi, la fissò. Il suo petto si alzava e abbassava con un ritmo accelerato. Gli occhi, normalmente ironici e sfuggenti, erano diventati pozzi neri di un desiderio che le parole di Marina avevano fatto impazzire. Vide il tremore di Marina, il sudore, il rossore che le saliva dal décolleté fino alle guance
Poi, come un elastico che si spezza, Sara si mosse. Non fu un avvicinamento. Fu un'assalto, le mani che si alzarono. Una si insinuò nei capelli di Marina, alla nuca, afferrando con forza, tirando la sua testa all'indietro in un gesto che non ammetteva resistenza. L'altra mano non andò sul viso, non cercò una carezza. Andò dritta al bersaglio, scivolando sotto la gonna corta e nera di Marina, attraverso il tessuto leggero della sua mutandina bagnata. La mano di Sara affondò senza fronzoli tra le cosce di Marina, le dita che incontrarono non solo l'umidità, ma un vero e proprio torrente di eccitazione, le labbra erano gonfie. Un gemito strozzato sfuggì dalle labbra di Marina mentre la presa di Sara nei suoi capelli si faceva più ferma. Marina, spiazzata, istintivamente cercò di divincolarsi per un attimo, ma le sue gambe ebbero un sussulto incontrollato, spingendosi contro quella mano invasiva, cercando una pressione che Sara le diede immediatamente, premendo il palmo contro il suo clitoride gonfio e pulsante.
Fu allora che Sara la baciò. Le sue labbra si schiacciarono su quelle di Marina con una fame animalesca, e dopo qualche istante si staccò dal bacio con un suono umido e schioccante, un filo di saliva a unire per un attimo le loro bocche. Il suo respiro era un affanno caldo sul viso di Marina.
"È la prima volta," sussurrò Sara, "La prima volta che bacio una donna. Ma stasera guardandoti, e ascoltando ora il tuo racconto... mi hai eccitata da morire. Non riesco a pensare ad altro."
Marina ansimò, la testa ancora tirata all'indietro dalla presa nei capelli. La confusione iniziale si stava sciogliendo, liquefatta dal calore che le saliva dalle viscere, alimentata dalle abili dita di Sara e dalla cruda ammissione. "Sara..." gemette, il suo nome che suonava come una preghiera o una resa. "Zitta," la interruppe Sara, ma la sua voce era più un brusio sensuale che un ordine. "Non parlare. Fammi sentire." Abbassò di nuovo la testa, catturando le labbra di Marina in un altro bacio; questa volta, Marina rispose. La sua bocca si aprì, la sua lingua si intrecciò a quella di Sara, le sue mani, che fino a quel momento erano rimaste appoggiate al lavandino, afferrarono la spalla del suo tubino e la tirarono giù. Un seno pieno, pesante, con un capezzolo grande e scurissimo, eretto e teso per l’eccitazione, fu liberato nell'aria fresca del bagno. Lo offrì a Sara senza un briciolo di esitazione, spingendolo quasi contro la sua bocca.
"Succhialo," ordinò Marina, la voce un roco comando intriso di supplica. "Adesso, Succhiami forte."
Sara lo guardò in estasi ed emise un suono basso, la vista di quel seno generoso, del capezzolo così invitante, fece svanire ogni ultimo dubbio residuo. Chinò la testa e afferrò il capezzolo tra le labbra con una fame primitiva. La sua mano, intanto, non smetteva di muoversi tra le gambe di Marina; Ora un dito, bagnato dalla sua stessa essenza, trovò l'ingresso del suo buco, già palpitante e dilatato dal desiderio. Lo sfiorò appena, facendo sobbalzare Marina, che affondò le dita nei capelli scuri di Sara, spingendole la testa più forte contro il suo seno.
"Così... sì, proprio così," ansimò Marina, la testa che rovesciava all'indietro, gli occhi chiusi in un'estasi concentrata. Il doppio stimolo, la bocca avida su di lei e le dita che volevano entrare più a fondo…
Il suono della suoneria associata alla mia telefonata squillò come uno schiaffo nel silenzio carico del bagno. "My Sharona" – la sua canzone preferita, quella che aveva scelto apposta per riconoscere le mie chiamate. Il vibrare del telefono sul marmo del lavandino sembrò un'allarme antincendio. Sara e Marina si staccarono di colpo, come due ladre colte in flagrante. Un gemito di frustrazione soffocato uscì dalla gola di Marina mentre Sara si raddrizzava, le labbra lucide e le dita ancora umide che si ritraevano dalla gonna di lei. Per un attimo, si guardarono, gli occhi dilatati, il respiro affannoso, il desiderio interrotto che pulsava ancora nell'aria come un'eco.
"Merda," sibilò Sara, passandosi una mano sulla bocca, come per cancellare l'evidenza.
Marina, con movimenti meccanici, si sistemò il tubino, ricoprendo il seno ancora caldo e umido di saliva. Con l'altra mano, afferrò il telefono che continuava a vibrare, guardando il nome "RICK" lampeggiare sullo schermo.
"Devi rispondere," disse Sara, la voce già più controllata, mentre si aggiustava i capelli davanti allo specchio, evitando il proprio sguardo.
Marina inspirò profondamente, schiacciò il tasto di risposta e portò il telefono all'orecchio dicendomi che stavano arrivando.
La serata, dopo quell'interruzione elettrica nel bagno, proseguì su un binario completamente diverso, carico di una tensione sessuale così palpabile che sembrava poter essere tagliata con un coltello. Tornate nella sala, con le guance ancora arrossate Marina e Sara si erano reimmesse nel flusso della festa, ma qualcosa era irrevocabilmente cambiato. Quando io le avevo chiesto dove fossero finite, con espansività un po' alticcia, loro avevano risposto all'unisono, con una calma troppo perfetta: "In bagno, c'era fila." Avevo annuito, bevuto un altro sorso, e mi ero immerso di nuovo nelle chiacchiere con altri amici, completamente all'oscuro del turbine che si era scatenato tra le pareti di quella toilette. Marco, però, aveva capito. Lo vedevo, il suo sguardo, mentre ballava vicino a Marina, non era più solo quello di un amico di vecchia data. Era uno sguardo che sospettava ed indagava. Le sue mani, quando l'aiutava a scendere da un rialzo o le passavano intorno alla vita per un ballo scatenato, si fermavano un attimo troppo, scivolavano un centimetro più in basso del dovuto. E Marina non si sottraeva, gli occhi che ogni tanto cercavano quelli di Sara o i miei attraverso la folla; folla che attorno a noi si era diradata, trasformandosi in un mare di volti sconosciuti, corpi sudati che si muovevano al ritmo martellante della musica. I nostri amici erano spariti uno dopo l'altro, tra abbracci di auguri e promesse di rivedersi l’indomani una volta ripresa conoscenza, lasciando il nostro gruppo nucleo – io, Marina, Marco e Sara – nel locale trasformato ormai in discoteca. L'aria era densa e il conto alla rovescia per l'anno nuovo sembrava una cosa lontana anche se era stato solo un paio d’ore prima.
Continuavamo a bere, a ridere, a versare nei nostri bicchieri di plastica. "Dopotutto è Capodanno!" era diventato il nostro mantra, la scusa perfetta per ogni eccesso; ballavamo, un groviglio di quattro corpi che si muovevano in uno spazio ristretto. E le ragazze, Marina e Sara, si alternavano con una fluidità che, ripensandoci ora, era sinistramente precisa.
Un momento Marina era tra le mie braccia, il suo corpo che si muoveva contro il mio con la consueta, sensuale confidenza, Poi lei si si staccava da me con una risatina e, in un vortice di luci e movimento, si ritrovava tra le braccia di Marco. E io, alticcio e spensierato, non ci vedevo nulla di male. Eravamo tutti amici, no? La festa era per tutti. Così, quando era il mio turno, ballavo con Sara. Lei era più audace di Marina nei movimenti, più diretta, e io, fomentato dall'alcol e dall'atmosfera, rispondevo al suo gioco, le mani che le cingevano i fianchi mentre lei mi sfregava il sedere contro l'inguine. Poi anche Sara si spostava, andando da Marco, e Marina tornava da me. Era un ciclo continuo, un girotondo sensuale che alimentava la mia ebbrezza senza farmi scattare alcun allarme. Ero troppo ubriaco di birra, di vodka, e dell'euforia collettiva per percepire la situazione. Ero troppo concentrato a sentire il caldo corpo di Marina ridosso al mio, o a ridere per una battuta di Sara, per accorgermi che le loro risate erano cariche di un'intesa diversa.
Poi, in un momento di musica particolarmente incalzante, successe che Marina rimase sola, al centro del nostro piccolo cerchio. Sara, che fino a quel momento era stata parte del cerchio, fece un passo indietro. Non se ne andò, ma si ritrasse appena, come un regista che si allontana per ammirare la scena che ha orchestrato. Un sorriso sottile.
Io e Marco, spronati dalla musica, dall'alcol e dall'energia contagiosa di Marina, ci avvicinammo. Non era più un ballo a turni. Era un ballo a tre. Marina era al centro, e noi due la circondavamo, i nostri corpi che si muovevano in sincrono con il suo, creando uno spazio intimo e claustrofobico nel mezzo della folla. La luce regalava flash precisi di momenti di contatto: la mia mano sul suo fianco sinistro, quella di Marco sul destro. Le nostre gambe che si muovevano tra le sue. Il suo sedere che sfiorava alternatamente la mia erezione, ancora confinata nei jeans, e sicuramente anche quella di Marco.
Poi, con un movimento fluido della musica, ci stringemmo ancora. Marina si inarcò all'indietro, la testa che quasi toccava la mia spalla, il suo culo che premeva pienamente contro il mio pube. Davanti a lei, Marco si chiuse, il suo torso che quasi sfiorava i suoi seni. Eravamo incollati, un sandwich umano e pulsante. Sentivo il calore di Marco attraverso i vestiti di Marina, sentivo il respiro affannoso di lei sul mio collo. La mia mano, quasi per istinto, scivolò dalla sua vita al suo ventre, appiattendosi contro la pancia piatta e calda sotto la stoffa sottile della sua top. La mano di Marco fece lo stesso movimento speculare dall'altro lato, Marina emise un gemito basso, che si perse nella musica, e ruotò i fianchi in un movimento lento, sensuale, che strofinava il suo sedere contro di me e, contemporaneamente, i suoi seni contro il petto di Marco. Era una danza esplicitamente sessuale, una simulazione di un amplesso a tre, lì, in mezzo a tutti.
Io, nella mia ubriachezza, ridevo, un riso grezzo ed eccitato. "ma che diavolo stiamo facendo?"
Il locale stava per chiudere, ma il bar era ancora aperto; Sara ci guidò verso il bancone: una bottiglia di vodka Smirnoff, quattro bottigliette di tonica, e un po’ di birra. Il barista infilò il tutto in due grandi buste di plastica senza battere ciglio. Erano le nostre provviste per prolungare la magia – o forse la follia – della notte.
Il tragitto in macchina fu un caos esilarante e claustrofobico. Eravamo stipati nella mia auto, io al volante, un po' troppo alticcio forse, ma sostenuto dall'adrenalina. Marina accanto a me, Sara e Marco dietro. La musica era a volume assurdamente alto, un pezzo house che martellava i timpani e faceva vibrare la carrozzeria. L'aria gelida di gennaio si insinuava dentro, ma nessuno sembrava sentire freddo, carichi come eravamo dall'alcol e dall'eccitazione.
E io, mentre guidavo con un'attenzione approssimativa, non potevo fare a meno di fissare Marina accanto a me. Non il suo viso, non i suoi occhi brillanti che ridevano. No. Fissavo le sue tette. Le sue mammellone, per essere precisi, che ballavano; sicuramente Marco, seduto dietro di me, le osservava con la stessa attenzione. Quel seno ballava proprio come aveva fatto per tutta la serata in discoteca, ma ora, nel chiuso dell'auto, illuminato solo dai lampioni che sfrecciavano oltre e dalla luce verde del cruscotto, lo spettacolo era ancora più ipnotico e sfacciato.
Lei indossava ancora quel tubino, stretto e scollato, che non lasciava nulla all'immaginazione. Ad ogni dosso, ad ogni mia sterzata un po' brusca, ad ogni scossone del suo corpo mentre si muoveva a ritmo di musica, quei seni sobbalzavano, ondeggiavano, sembravano quasi vivi, indipendenti dal resto di lei. La stoffa sottile si tendeva, delineando i capezzoli.
La hall dell'hotel era silenziosa, ovattata, un contrasto violento con il caos da cui provenivamo e con la nostra sguaiatezza. L'unico essere vivente era il receptionist notturno, un uomo sulla sessantina con gli occhi cerchiati. Il nostro ingresso, rumoroso e traballante, attirò immediatamente la sua attenzione. Ma il suo sguardo non si posò su di me o su Marco, ubriachi e ridacchianti. No. Scivolò, lento e pesante, su Marina e Sara. Le valutò dalla testa ai piedi, indugiando sulle gambe scoperte di Sara nei suoi shorts di pelle minuscoli, sulla scollatura profonda di Marina che lasciava intravedere l'ombra del seno, sui loro corpi; Quello sguardo era di vorace ammirazione, mi piaceva vedere uno sguardo così su Marina.
Arrivammo nel caldo ovattato della camera. Era identica a tutte le altre: letto matrimoniale, un comodino, un televisore piatto fissato al muro, la moquette beige. "Ragazzi... abbiamo un'urgenza," disse Sara, portando con se Marina. "Bagno. Cinque minuti." La sua voce era stranamente controllata, in contrasto con la nostra euforia sguaiata. Marina annuì, evitando di guardarmi direttamente, e le due sparirono dietro la porta del bagno, chiudendola con un click deciso.
Io e Marco restammo in mezzo alla stanza, l'adrenalina che iniziava a cedere il passo alla stanchezza e a una nuova, palpabile tensione. "Beh," esclamai, scrollandomi di dosso il silenzio imbarazzante. "Prepariamo da bere, no? Non abbiamo mica fatto tutta questa fatica per niente." Marco annuì, e accese la tv su un canale musicale. "Assolutamente."
Aprii il frigobar e tirai fuori la piccola scorta di cubetti di ghiaccio offerta dal locale, svuotandoli nella brocca di plastica della camera. Marco strappò il cellophane dalla bottiglia di vodka e iniziò a versarne generose quantità in quattro bicchieri di plastica.
Il suono dell'acqua che scorreva nel bagno si interruppe. Poi, qualche rumore incompensibile… Io e Marco, con i bicchieri mezzi pieni in mano, ci scambiammo un'occhiata. Cosa stavano combinando in là? Dopo un altro minuto che sembrò un'ora, la maniglia della porta si abbassò.)
La porta si aprì lentamente. E lì, sulla soglia, apparvero Marina e Sara. Ma non erano più le ragazze scatenate della discoteca. Erano avvolte, dalla testa quasi ai piedi, negli spessi e soffici accappatoi bianchi dell'hotel, quelli con il logo ricamato sul petto. I capelli di Marina erano raccolti in una coda disordinata, quelli di Sara sciolti sulle spalle. Eppure, un dettaglio strideva in modo assoluto: ai loro piedi, scintillavano ancora i loro tacchi alti, quelli con cui avevano ballato tutta la sera. Le caviglie sottili, i piedi nudi dentro le scarpe. Era un contrasto pazzesco: l'innocenza finta dell'accappatoio e la provocazione esplicita dei tacchi a spillo.
Io e Marco rimanemmo immobili, i bicchieri sospesi a mezz'aria. La mia bocca si aprì in un muto "wow". Marco emise un fischio basso, ammirato. L'atmosfera nella stanza si fece densa, elettrica, satura di un'aspettativa che non osavamo nemmeno nominare. Il semplice rumore della musica sembrò sparire, sostituito dal battito accelerato del mio cuore e dal respiro leggermente affannoso che sentivo uscire dalla mia stessa gola.
"Sorpresa!" dissero all'unisono, con voci cantilenanti, maliziose, che suonavano come un incantesimo. E poi, in un movimento sincronizzato che dovevano aver provato in bagno, lasciarono andare le cinture degli accappatoi. Non ci fu un lento, sensuale scivolare dalle spalle. Fu un gesto teatrale, rapido, quasi una sfida. Le spesse fasce di tessuto bianco si aprirono come sipari e caddero in due mucchi soffici ai loro piedi, sui tacchi.
Non erano completamente nude. Indossavano solo dei perizomi. Ma erano così minuscoli, così ridotti a stringhe di stoffa scura, che la differenza era puramente tecnica. Il corpo di Marina fu uno schiaffo di sensualità: le sue tette, quelle stesse che tutto il locale aveva fissato per tutta la serata, erano finalmente libere, piene, pesanti, i capezzoli scuri e duri come bacche sotto la luce. Il perizoma nero, un triangolo di pizzo, scompariva quasi tra le curve dei suoi fianchi larghi, lasciando intravedere le labbra della figa. Sara era più magra, atletica, con seni più piccoli ma pieni (una terza) , sodi, e un perizoma rosso fuoco che contrastava violentemente con la sua pelle pallida, tagliandole i glutei alti e sodi.
Rimanemmo letteralmente scioccati. Non un applauso, non un urlo di esultanza. Solo un silenzio di tomba, rotto dal suono del bicchiere di Marco che urtò contro il tavolino, rovesciando un po' di vodka. I miei occhi corsero da Marina a Sara e di nuovo a Marina, fissandosi sulle curve, sulle ombre, sui dettagli che ora, finalmente, potevo vedere senza filtri. La mia donna nuda, davanti ad un mio amico.
Marina incrociò il mio sguardo. Non c'era più traccia di imbarazzo o della ragazza che fingeva un'urgenza in bagno. Nei suoi occhi c'era una sfida audace, un fuoco che rifletteva le luci della stanza. Un sorriso lento, carnale, le sollevò un angolo della bocca. Si mise una mano sul fianco, accentuando la curva del suo corpo, e fece un lento, esagerato dondolio dei fianchi, facendo sobbalzare i suoi seni in un movimento ipnotico. Il tacco alto batteva un colpo secco sulla moquette.
"Allora?" disse la sua voce, roca, più bassa del solito. "La festa continua qui, o ci avete già dimenticate?"
Sara si avvicinò a Marco, che sembrava aver perso l'uso della parola. Gli tolse delicatamente il bicchiere di mano e lo posò sul tavolo. Poi, con un dito, gli sollevò il mento, costringendolo a guardarla. "Pensavamo che dopo tutta quella musica, aveste bisogno di uno spettacolo più... privato,"
Sara si chinò leggermente su Marina, il suo corpo snello che si incurvava verso la pienezza di quello dell'amica. Il movimento era lento, deliberato, carico di un'intimità che andava oltre il semplice spettacolo. Con una mano, afferrò delicatamente un seno di Marina, soppesandolo, poi chinò la testa e, senza fretta, portò le labbra a uno dei capezzoli scuri e turgidi, circondandolo con la bocca in un bacio umido, succoso. Marina emise un gemito basso, la testa che cadeva all'indietro, gli occhi che si chiudevano per un istante di puro piacere.
Sara si staccò, un filo di saliva che brillava per un attimo tra la sua bocca e il capezzolo di Marina. Guardò noi due, prima me, poi Marco, con uno sguardo che non era più solo provocatorio, ma profondamente serio, quasi disperato. "Oggi abbiamo esagerato," disse, la voce un po' rotta. "E stanotte continueremo a farlo, dimenticando tutto domani. Ci state?"
Ci guardammo tutti. L'aria nella stanza sembrò cristallizzarsi. In quel silenzio carico, sentii il peso della scelta che era mia più di chiunque altro. Non era più solo un gioco, una sbronza, uno scherzo trasgressivo. Era una linea che stavamo per varcare, tutti insieme, sapendo che nulla sarebbe stato più come prima. Poi, un lampo di resa, di abbandono totale.
Fu in quel preciso istante che mi alzai in piedi. Le mie gambe mi portarono avanti quasi da sole, spinte da un impulso più forte di qualsiasi razionalità. "Ci sto," dissi, e la mia voce suonò stranamente ferma, chiara, in quella stanza ovattata. "Stanotte senza freni."
Non ci fu altro da aggiungere. Feci i pochi passi che mi separavano da Marina. Lei mi guardava, il respiro accelerato, il seno che ancora portava il segno umido del bacio di Sara che si sollevava e si abbassava. Non ci furono preliminari, non ci fu delicatezza. Afferrai il suo viso tra le mani e la baciai. Fu un bacio selvaggio, disperato, un mescolarsi di sapori: vodka, rossetto, sudore e il sapore salato della sua pelle. Lei rispose con uguale ferocia, le sue mani che si aggrappavano ai miei capelli, i suoi denti che mordevano il mio labbro inferiore, il suo corpo nudo che si premeva contro il mio ancora vestito. Mentre le nostre lingue si combattevano, vidi dal angolo dell'occhio Sara che si muoveva. Si avvicinò a Marco, che era ancora seduto sul bordo del letto, immobile, ipnotizzato dalla scena. Gli si mise in piedi davanti, il suo perizoma rosso fuoco a pochi centimetri dal suo viso. Poi, con un movimento lento e deliberato, portò una mano tra le sue gambe e iniziò ad accarezzarsi le labbra della figa attraverso il sottile pizzo. Un gemito basso le sfuggì, e chiuse gli occhi per un secondo, abbandonandosi alla sensazione.
Fu in quel momento che la lucidità, quel barlume di razionalità che ancora tentennava in un angolo remoto della mia mente, si spense del tutto. Ero veramente fuori, senza limiti o inibizioni. Staccai le labbra da quelle di Marina, entrambi ansimanti. La presi per un braccio, la sua pelle calda e sudata sotto le mie dita, e la trascinai verso Marco.
"Guardala," sussurrai, la voce roca per l'eccitazione. La spinsi delicatamente, facendola piegare leggermente in avanti, offrendo il suo seno pesante, il capezzolo ancora umido e lucido, al viso di Marco. "Toccala. Succhiala."
Marco non si fece pregare due volte. Un gemito gli uscì dalla gola, un desiderio represso che finalmente esplodeva. Afferrò il seno di Marina con entrambe le mani, le dita che affondavano nella carne morbida, e portò avidamente la bocca al capezzolo. Lo succhiò con forza, un rumore umido e schioccante che riempì la stanza. Marina gridò, puro piacere, la mano che si intrecciava nei capelli di Marco, spingendogli la testa contro di sé.
Vedendolo così, completamente perso in quel seno, mentre Sara continuava ad accarezzarsi davanti a lui, gemendo sempre più forte, sentii un'ondata di possessività e di lussuria così violenta che mi annebbiò la vista. Non bastava più. Volevo di più. Volevo tutto.
"Basta," dissi, afferrai Marina per i fianchi e la strappai via da Marco, che rimase per un secondo con le labbra ancora protese; la sollevai e la lanciai sul letto grande. Rimbalzò sul materasso con un tonfo soffocato, i capelli che le volarono attorno al viso, le tette che sobbalzarono magnificamente. Mi guardò con uno sguardo di attesa bruciante.
Marco, come se un interruttore si fosse azionato, fece altrettanto. Si alzò di scatto, afferrò Sara per la vita e la scaraventò sul letto accanto a Marina. Lei urlò, ma era un urlo di eccitazione, non di paura.
Poi fu un caos di vestiti che volavano finendo in un mucchio disordinato sul pavimento. Sul letto, Marina e Sara si liberarono degli ultimi, ridicoli ostacoli. Marina si sfilò il perizoma nero con un movimento dell'anca, lanciandolo via con disprezzo. Sara fece altrettanto con quello rosso, aiutata da Marco che glielo strappò via dalle gambe con un gesto brusco.
E poi, finalmente, eravamo tutti nudi. Quattro corpi sudati, ansimanti, carichi di un desiderio che aveva bruciato ogni ritegno. Il letto era grande, ma in quel momento sembrava piccolo. Non ci fu nessuna delicatezza, nessun lento preliminare. Ci lanciammo l'uno sull'altra come animali affamati. Io mi gettai su Marina, il mio corpo che si schiantò sul suo, la sensazione della sua pelle calda e umida contro la mia che mi fece gemere. Lei mi accolse avvolgendo le gambe attorno alla mia vita, i talloni che mi scavavano nella schiena. La mia bocca trovò la sua, in un bacio vorace, mentre una mano le afferrava un seno, l'altra le scendeva tra le gambe. Era bagnatissima, calda, pronta. "Prendimi," ansimò lei contro le mie labbra, "subito."
Accanto a noi, Marco era già sopra Sara. La teneva ferma, le sue anche che spingevano tra le sue cosce aperte Il letto gemeva sotto il nostro peso, un ritmo sincopato di scricchiolii e colpi sordi. L'aria era satura di gemiti, ansimi, il suono della pelle umida che si scontrava, l'odore del sesso e del sudore. Marina si contorceva sotto di me, le unghie che mi graffiavano la schiena, i suoi gemiti che diventavano sempre più acuti, più disperati. Accanto a me, sentivo il respiro affannoso di Marco, i suoi colpi più profondi, e i singhiozzi di piacere di Sara che gli diceva parole senza senso, incoraggiamenti sporchi. Poi, in un movimento fluido e sorprendentemente coordinato, le due donne si scambiarono un'occhiata carica di complicità. Con una spinta ci fecero rotolare sulla schiena. Per un attimo, stramazzai sul lenzuolo, il mio cazzo duro e pulsante che puntava verso il soffitto, coperto del suo bagnato. Marco fece lo stesso accanto a me, ansimante.
Marina e Sara si sollevarono, in piedi in ginocchio sul letto tra di noi. I loro corpi nudi erano lucidi di sudore, i seni che si muovevano ad ogni respiro affannoso. Si guardarono, si avvicinarono e le loro bocche si incontrarono in un bacio passionale.
La scena si trasformò in un vortice ancora più voluttuoso. Mentre Marina e Sara si baciavano con una passione che sembrava divorarle, Marco, spinto da un impulso primordiale, si allungò verso Sara, la mano tesa per afferrarle un fianco. Ma Sara, con uno sguardo furbo e dominante, gli prese il polso e lo diresse altrove.
Con un movimento deciso, tirò Marina verso di sé, allontanandola da me. Io rimasi lì eccitatissimo, a guardare, il mio cazzo che pulsava violentemente contro il mio ventre e mentre mi mancava un po’ il fiato. Sara si posizionò dietro Marina, il suo corpo snello che si incollava alla schiena sudata dell'amica. Iniziò a baciare e leccare il collo di Marina mentre le sue mani scivolavano lungo i suoi fianchi.
Poi, con una mano, Sara raggiunse Marco. Lo afferrò per il cazzo, che era durissimo, e iniziò a segarlo con movimenti lenti, decisi, la sua mano che scivolava su e giù sul membro lucido di precum. Nel frattempo, con un'abile torsione del polso, fece in modo che la punta del cazzo di Marco sfiorasse, con ogni passata, il basso ventre bagnato di Marina, proprio sopra il suo clitoride.
Marina, che stava ancora baciando Marco con ferocia, gemette nella sua bocca alla sensazione di quel contatto sfuggente, elettrizzante. Marco, a sua volta, sembrò impazzire. Con la mano libera, afferrò il seno pesante e gonfio di Marina, lo strizzò, il pollice che sfregava insistentemente sul capezzolo duro. Il suo respiro era un rantolo, gli occhi fissi su Sara che, dietro Marina, continuava il suo gioco perverso.
Io non riuscivo a staccare gli occhi da loro. Vidi la mano di Sara accelerare il ritmo su Marco, le sue dita che si stringevano intorno a lui, mentre con l'altra mano teneva fermo il bacino di Marina, premendolo leggermente all'indietro per aumentare il contatto tra la sua pelle e il cazzo di Marco.
"Sentilo," sussurrò Sara all'orecchio di Marina, la voce roca e piena di lussuria. "Senti quanto è duro per te. Lo vuoi, vero? Lo vuoi tutto dentro di te?"
Marina annuì freneticamente, rompendo il bacio con Marco solo per emettere un gemito strozzato. "Sì... Dio, sì dammelo..." , il suo cazzo sfiorava e premeva contro il ventre di Marina, bagnandolo di precum. Le labbra di Sara non abbandonavano il collo di Marina, mordicchiando, succhiando, lasciando segni rossastri sulla pelle.
"E tu," disse poi Sara, alzando lo sguardo verso di me, i suoi occhi che brillavano di una malizia infernale, "tu sei pronto?"
Mentre pronunciava quelle parole, la sua mano che segava Marco cambiò angolazione. Con una pressione decisa, guidò il cazzo durissimo e scivoloso di Marco, facendolo scivolare tra le cosce di Marina. Non più solo uno sfiorare. Lo accompagnò direttamente all'ingresso, ad aprire le labbra bagnate e frementi di Marina.
Marco, con un gemito che era quasi un ruggito, colse l'attimo. Afferrò Marina per i fianchi e la tirò giù su di sé con forza brusca, penetrandola in un unico, profondo colpo.
"AHHH!" L'urlo di Marina fu liberatorio, il suo corpo si inarcò all'indietro, le tette che sobbalzarono mentre veniva inchiodata sul cazzo di Marco. Sara, ancora dietro di lei, la sostenne, le mani che le stringevano i fianchi, i suoi baci che diventarono morsi sul suo collo.
Io ero lì, con gli occhi sgranati dall'eccitazione, il cuore che mi martellava in gola, il mio cazzo in mano, che lo stava segando con movimenti automatici e frenetici, incapace di distogliere lo sguardo dalla scena davanti a me: Marina che veniva scopata da Marco, il suo corpo che rimbalzava su di lui, i suoi seni che oscillavano selvaggiamente.
Poi Sara si staccò da Marina. Si voltò e venne verso di me, si mise a cavalcioni, le sue ginocchia che affondavano ai lati del mio bacino. La sua figa, bagnata e caldissima, sfiorò la punta del mio cazzo, facendomi trasalire. Mi guardò dritto negli occhi, un sorriso trionfante e crudele sulle labbra.
"Mentre mammella viene scopata da Marco," disse, la voce bassa e carica di promessa, "tu scoperai me."
E senza aggiungere altro, abbassò i fianchi, un gemito mi sfuggì, puro piacere. Era così bagnata, così calda, così stretta che per un attimo vidi le stelle.
Sara iniziò a muoversi, trovando subito un ritmo lento e profondo, che faceva risuonare ogni fibra del mio essere. Le sue mani mi si aggrapparono alle spalle, io le afferrai i fianchi, sentendo i muscoli contrarsi sotto le mie dita ad ogni sua discesa.
Accanto a noi, lo spettacolo continuava. Marco stava scopando Marina con una furia crescente, i suoi colpi che facevano scuotere il letto. Le mani di lui erano ovunque su di lei: sui suoi seni enormi che afferrava e strizzava, sul suo culo che schiaffeggiava, sui suoi fianchi che guidavano il suo ritmo selvaggio. Marina, completamente persa, urlava e gemeva, la testa gettata all'indietro… Io baciavo Sara con una furia che era metà desiderio, metà rabbia, le nostre lingue che si combattevano, i nostri denti che si scontravano. Il sapore del suo rossetto, del sudore, di qualcosa di più profondo e salato, mi invadeva la bocca.
Le mie mani le stringevano quel culo sodo e perfetto, sentendo i muscoli dei glutei contrarsi e rilasciarsi ad ogni mia spinta verso l'alto. La scopavo con una rabbia crescente, il gelo della gelosia mi bruciava le viscere ogni volta che un gemito più acuto di Marina raggiungeva le mie orecchie, ogni volta che vedevo, dal angolo dell'occhio, il corpo di lei sobbalzare violentemente sotto quello di Marco. Ma quel gelo si fondeva e esplodeva in un'ondata di eccitazione ancora più violenta. Vederla, la mia Marina, con quei seni che ballavano liberi, con quella bocca spalancata in un'estasi che non le avevo mai visto, scopata così brutalmente e completamente da un altro uomo... era una tortura e allo stesso tempo un afrodisiaco potentissimo.
Sara, sotto di me, sembrava assorbire tutta quella energia contrastante. Rideva, un suono roco e trionfante, tra un bacio e l'altro. "Ti piace guardarla, eh?" ansimò contro le mie labbra. "Ti piace vedere la tua troia prendere quel cazzo? Guarda come lo prende tutto, guardala bene “mammella”, perché tu non lo sai ma i tuoi amici la chiamano così…"
E io guardavo. Non potevo farne a meno. Marina era completamente fuori di sé. I suoi occhi erano vitrei, fissi sul soffitto, la bocca aperta in un continuo fiotto di gemiti, urla, preghiere sporche. "Sì! Così! Più forte, Marco, cazzo, più forte! Mi stai sfondando sei grossissimo!" Le sue mani artigliavano le lenzuola, le sue anche rispondevano a ogni colpo con una violenza uguale e contraria. Marco la teneva per i fianchi, il suo corpo che si tendeva in un arco perfetto, i muscoli della schiena in rilievo, il sudore che gli colava lungo la colonna vertebrale. Il suono della loro unione era umido, schioccante, primitivo.
Sara continuò, la sua voce un sussurro roco e malizioso direttamente nella mia bocca, tra un bacio e l'altro. "...Guarda come si muove. Guarda come le ballano quelle tette mentre Marco la riempie. Dio, è una puttana nata. E tu... tu stai scopando me, ma il tuo cazzo diventa più duro ogni volta che lei geme. È vero, vero?"
Era vero. Ogni urlo di Marina, ogni scossa del suo corpo, ogni immagine della sua figa che veniva violentemente aperta e riempita, faceva pulsare il mio cazzo ancora più forte dentro la stretta bollente di Sara. La mia scopata con lei non era più solo un atto tra noi due. Era diventata una reazione, un'eco amplificata, un gioco perverso di voyeurismo e partecipazione forzata.
“adoro sentire quanto diventi duro per colpa sua." Si chinò, le sue labbra che sfioravano il mio orecchio. "Immagina che sia lei. Immagina che sia la tua Marina che ti sta cavalcando così, mentre in realtà viene scopata da un altro."
Le sue parole erano un coltello e una carezza. Mi trafiggevano, mi eccitavano oltre ogni limite. Il mio sguardo si fissò su Marina. I nostri occhi si incontrarono, per un attimo fugace. I suoi erano pieni di estasi così profonda che sembrava dolore. Vide me che la guardavo mentre venivo scopato da Sara. E un sorriso storto, quasi colpevole, le attraversò il viso prima che un altro colpo profondo di Marco la facesse urlare e chiudere gli occhi, la testa che ricadeva all'indietro.
Sara seguì il mio sguardo. Il suo sorriso divenne ancora più tagliente, più crudele. Si fermò un attimo, restando seduta profondamente su di me, il mio cazzo sepolto fino all'osso dentro di lei. Mi guardò dritto negli occhi, la sua espressione era quella di una regina che osserva un suddito in crisi.
"Secondo me," disse, scandendo ogni parola con una calma sadica, "sta godendo più con lui che con te. Cosa ne pensi?"
La frase mi colpì come un pugno nello stomaco. La gelosia si solidificò in una lama di ghiaccio che mi trapassò il petto. Guardai Marina, le sue urla erano più libere, più selvagge di qualsiasi suono avesse mai fatto con me. Marco la stava scopando trovando angoli e ritmi che la facevano impazzire. Era vero. Sembrava... trasportata. In un modo diverso.
"Guarda come si stringe intorno a lui," sussurrò Sara, tornando a muoversi lentamente, torturandomi con quel movimento ridotto. "Guarda come gli affonda le unghie nella schiena. Non l'ha mai fatto con te così, vero? Forse ha solo bisogno di un cazzo... differente. Di un uomo che la prende senza chiedere permesso." Fece una pausa, i suoi occhi che scrutavano la mia reazione con un piacere perverso. Poi, abbassò ancora la voce, in un sussurro che tagliava più di un urlo. "Ti dirò di più. Io sospetto... anzi no, sono quasi certa, che Marina si masturbi da anni pensando proprio a questo. Pensando di farsi scopare da Marco. Che per anni si sia toccata immaginando le sue mani su quei seni, il suo cazzo duro che le sfonda quella figa da brava ragazza."
Le sue parole non furono solo un pugno. Fecero crollare un intero mondo. Un'immagine si materializzò nella mia mente, vivida e devastante: Marina, sola nella sua stanza, le dita che scivolavano tra le sue cosce, i suoi occhi chiusi, la bocca che mormorava il nome di Marco. Anni. Anni. Mentre era con me.
Un misto di tradimento, di rabbia, e di un'eccitazione malata, proibita, si fuse in un unico, incontenibile vortice nel mio basso ventre. Era troppo. La vista di lei che veniva scopata da Marco, le parole di Sara che confermavano la mia peggiore, più eccitante gelosia, la sensazione della sua figa che mi succhiava...
Un gemito profondo, quasi un ringhio, mi sfuggì dalla gola. "SARA!"
Il mio corpo si irrigidì, poi fu scosso da una serie di spasmi violenti e incontrollabili. Sentii il calore esplodere
dalla radice del mio cazzo e riversarsi in getti potenti e caldissimi dentro di lei. La riempivo, ogni spruzzo una punizione, una rivendicazione, un atto di possesso su Sara mentre la mia mente era devastata dall'immagine di Marina che si toccava per un altro. Sara emise un grido soffocato, il suo corpo che si contraeva intorno al mio, le sue unghie che mi graffiavano il petto, mentre veniva a sua volta, il suo orgasmo innescato dalle mie scariche dentro di lei.
Per un lungo, infinito momento, rimanemmo così, uniti, tremanti, il mio respiro affannoso contro il suo collo. E in tutto quel tempo, nessuno sguardo, nessuna parola venne dalla coppia accanto a noi.
Quando riuscii a sollevare lo sguardo, esausto e ancora scosso dagli ultimi brividi, la scena era cambiata. Marco aveva Marina a pecora. Le sue mani enormi le stringevano i fianchi, sollevandole il culo in alto, esponendola completamente. Lui era in ginocchio dietro di lei, il suo corpo sudato che si muoveva con una potenza meccanica, ogni affondo che la faceva sobbalzare in avanti.
E quelle tettone... Dio, quelle tettone. Pendevano libere, oscillando violentemente avanti e indietro con ogni colpo, un ritmo osceno e ipnotico. La pelle era arrossata, i capezzoli duri come pietre. Marina aveva il viso sepolto in un cuscino, ma i suoi gemiti erano soffocati, rochi, pieni di
un piacere così grezzo e animalesco da sembrare dolore. Poi, il suo corpo si irrigidì in un arco perfetto, la schiena che si inarcava, e un urlo lacerante, primordiale, le strappò dalla gola. "CAZZO, MARCO! VENGO! VENGOOOO!"
Fu un urlo che sembrò scuotere le pareti. Il suo corpo fu scosso da convulsioni violente, le sue dita che strappavano letteralmente la federa del cuscino. Marco non rallentò. La tenne stretta, continuando a pompare dentro di lei mentre veniva, prolungando il suo orgasmo in una tortura estatica.
Poi, dopo un paio di minuti di colpi profondi e misurati, la fece scivolare giù dal letto. Marina, le gambe che tremavano, si mise in ginocchio ai suoi piedi, il viso rivolto verso l'alto, gli occhi vitrei e pieni di adorazione. Marco si mise in piedi davanti a lei, il suo cazzo ancora durissimo, lucido dei loro fluidi.
Con una mano si masturbò velocemente, gli occhi fissi sul viso sporco di lacrime e rossetto di Marina. Lei allungò le mani, afferrandosi i seni, sollevandoglieli, offrendoglieli come un'offerta. "Sborrami addosso," mormorò, la voce roca e supplichevole. "Ti prego. Coprimi."
Marco non si fece pregare due volte. Con un ultimo, profondo gemito, esplose. Non fu una sborrata, fu un'inondazione. Schizzi bianchi, caldi e copiosi schizzarono sul viso di Marina, colpendole le palpebre chiuse, la bocca aperta, il mento. Altri getti potenti le imbrattarono quelle mammelle offerte, scivolando tra le dita che le stringevano, colando lungo la curva del seno.
"Prendi tutto," urlò Marco, la voce piena di una soddisfazione animalesca. "Apri bene quella bocca. Prendi la mia sborra. L'ho sognato per anni, scoparti così. E queste..." Un getto finale colpì il centro del suo seno. "...queste tettone da dea. Il sogno proibito di tutti, nella nostra compagnia. E ora sono coperte dal mio seme."
Marina obbedì, aprendo la bocca e accogliendo alcuni schizzi sulla lingua, ingoiando con un gemito di piacere. Il resto le colava sul mento, mescolandosi al sudore e al rossetto. Era una visione oscena, eppure di una bellezza perversa e ipnotica. Il suo sguardo era perso, come se una fantasia segreta di anni si fosse finalmente realizzata.
Sara, accanto a me, emise un sospiro tremante. Senza una parola, scivolò giù dal letto, le sue gambe ancora deboli. Si avvicinò a Marina in ginocchio. Con una lentezza rituale, si chinò. La sua lingua, rosa e agile, uscì e cominciò a leccare con delicatezza uno degli schizzi di sperma dal seno gonfio di Marina Un brivido percorse entrambe. Sara leccò con attenzione, quasi devota, raccogliendo le gocce bianche dalla pelle calda e arrossata. Poi, sollevò il viso, i loro occhi si incontrarono. C'era una complicità feroce, un'intesa nata in quell'istante di pura trasgressione. Le loro labbra si incontrarono in un bacio lento, profondo, salato di sperma e sudore. Marina gemette nella sua bocca, le sue mani che si aggrappavano ai fianchi di Sara, restituendo il bacio con un'urgenza affamata.
Marco, in piedi sopra di loro, osservava la scena con un sorriso stanco e trionfante, il suo cazzo ancora semi-duro che pulsava lentamente. Il suo sguardo poi si spostò su di me, ancora sul letto, esausto e coperto del mio stesso sudore e di quello di Sara. L'aria nella stanza era pesante dell'odore del sesso, del sudore, del corpo. I nostri respiri affannosi cominciavano a calmarsi, ma quella tensione erotica non si era ancora dissipata. Eravamo tutti esausti, sì. I nostri corpi erano macchine a fine corsa. Ma gli sguardi che si incrociavano, carichi di un'intesa nuova, sporca e eccitante, dicevano che forse, forse non era davvero finita.
Forse era solo l'intervallo.
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