Lo chef e il concorrente
di
Milo Desideri
genere
gay
Ero chiuso nel camerino, seduto sul divanetto con i jeans e la maglietta nera che mi ero messo per la prova, la testa tra le mani. Le lacrime mi scendevano piano, silenziose. Mi aveva eliminato lui, davanti a tutti. Il piatto non era abbastanza “emozionale”, aveva detto. La sua voce profonda, con quell’accento napoletano che rimbombava nello studio:
«M dispiace… ma devi uscire.»
Mi sentivo un fallito totale. Ventisei anni, tutti i sacrifici per arrivare lì, e ora ero fuori al primo colpo grosso.
La porta si aprì senza bussare. Alzai lo sguardo: era lui. Imponente, camicia bianca impeccabile, maniche arrotolate che lasciavano vedere le braccia possenti. Mi fissò per un secondo, poi chiuse la porta a chiave.
«Uè, guaglio’, ancora qua a piangere?»
Si avvicinò lento, si sedette accanto a me. Il divanetto affondò sotto il suo peso. Non disse nulla per un po’, mi lasciò sfogare. Poi mise una mano enorme sulla mia spalla, stringendola con forza gentile.
«Senti a me. Tu sei bravo. Lo vedo negli occhi che tieni passione. Ma oggi ti sei bloccato, hai avuto paura di sbagliare. E la cucina non perdona la paura.»
Annuii, tirando su col naso. Lui mi prese il mento con due dita, mi fece girare il viso verso di lui.
«Guardami. Non sei un fallito. Sei solo giovane. E a volte, per imparare a mollare la tensione… ci vuole qualcuno che te lo insegna a forza.»
Il suo pollice mi sfiorò il labbro inferiore, lento. Il mio cuore iniziò a battere diverso. Non più solo di rabbia.
«Se vuoi, ti aiuto io a scioglierti. Ma devi fidarti. Devi dire di sì.»
Lo guardai negli occhi scuri, intensi. Deglutii.
«…Sì.»
Un mezzo sorriso gli increspò le labbra.
«Brav’, guaglio’.»
Mi alzò in piedi con una sola mano, come se non pesassi niente. Mi spinse contro lo specchio del camerino, petto contro il vetro freddo. Le sue mani scesero sui miei fianchi, slacciarono la cintura dei jeans, li abbassarono insieme ai boxer fino a metà coscia.
Il primo schiaffo sul culo nudo arrivò forte, improvviso.
Paf!
«Questa perché ti sei chiuso in te stesso.»
Il secondo, sull’altra natica, ancora più deciso.
Paf!
«Questa perché hai lasciato che la paura vincesse.»
Il terzo, basso, quasi tra le gambe.
Paf!
«Questa perché ora impari a mollare tutto.»
Il bruciore era intenso, ma ogni colpo mandava una scarica elettrica dritta al cazzo, che si induriva contro lo specchio.
Le sue mani enormi mi aprirono le natiche. Sentii il suo respiro caldo lì dietro.
«Mamma mia, quanto sei stretto, amore…»
Un dito spesso entrò piano, solo saliva calda a lubrificare. Io inspirai di colpo, mi aggrappai al tavolino del trucco.
«Respira… molla… lascia entrare.»
Un secondo dito. Poi un terzo. Mi dilatava con movimenti lenti, esperti, trovando subito la prostata e premendola senza pietà. Gemetti forte, la fronte contro lo specchio.
«Piano, guaglio’… che ti sentono. Ma bravo… ti stai aprendo bene…»
Le dita si muovevano dentro di me come se stesse impastando una pasta perfetta: ritmo costante, pressione precisa. Il mio corpo tremava, il pianto di prima era diventato altro: desiderio puro.
Quando le tolse, mi sentii vuoto, quasi implorai con un gemito. Sentii la cintura, la zip. Il suo cazzo enorme, bollente, premette contro l’ingresso.
«Guardati nello specchio,» ordinò, voce bassa e rauca.
Alzai gli occhi. Vidi me: viso arrossato, bocca aperta, occhi lucidi. Vidi lui dietro, torreggiante, che mi teneva per i fianchi.
Entrò piano, centimetro dopo centimetro. Il bruciore era forte, ma lui controllava tutto: una mano sul mio ventre per tenermi fermo, l’altra che mi accarezzava la schiena.
«Respira… molla tutto… prendilo, amore mio…»
Quando fu tutto dentro, si fermò. Mi lasciò abituare al suo spessore, al suo calore. Sentivo il suo cuore battere contro la mia schiena.
Poi iniziò a muoversi. Lento, profondo. Ogni spinta accompagnata da una pacca forte sul culo.
Paf! «Così impari a fidarti…»
Paf! «Prendilo tutto…»
Paf! «Bravissimo, guaglio’…»
Il ritmo crebbe. Le pacche si fecero più rapide, più intense. Il culo era in fiamme, ma ogni colpo mi faceva spingere all’indietro, implorando di più.
Mi afferrò la nuca, mi costrinse a guardare lo specchio mentre mi scopava senza pietà.
«Guardati… guarda quanto sei bello aperto così… mio…»
I suoi grugniti napoletani riempivano la stanza:
«Uè… sì… mamma mia… che culo stretto… perfetto…»
Le palle sbattevano contro di me, il sudore ci colava addosso. Sentivo che era vicino: il cazzo si gonfiava ancora di più dentro.
«Ora ti riempio, amore… tutto…»
Venne con un ringhio profondo, caldo, abbondante, spingendo fino in fondo. Io esplosi subito dopo, schizzando sullo specchio e sul pavimento, le gambe che cedevano.
Mi tenne su con un braccio intorno alla vita, rimase dentro ancora un minuto, baciandomi la nuca sudata, respirando pesante.
Poi uscì piano. Mi diede un’ultima pacca, dolce stavolta.
«Bravissimo, guaglio’. Ora sì che sei sciolto.»
Mi girò, mi guardò negli occhi, mi asciugò il sudore dalla fronte con il dorso della mano.
«Le lacrime sono finite, vero? Domani, nella vita, voglio vederti così: aperto, senza paura. Hai capito?»
Annuii, ancora tremante, il corpo che pulsava.
Mi diede un bacio forte sulla fronte.
«Sorridi, amore mio. E grazie per esserti fidato.»
Si sistemò la camicia, aprì la porta, uscì.
Io rimasi lì, jeans abbassati, culo arrossato e pieno del suo calore, ma per la prima volta da ore… con un sorriso.
«M dispiace… ma devi uscire.»
Mi sentivo un fallito totale. Ventisei anni, tutti i sacrifici per arrivare lì, e ora ero fuori al primo colpo grosso.
La porta si aprì senza bussare. Alzai lo sguardo: era lui. Imponente, camicia bianca impeccabile, maniche arrotolate che lasciavano vedere le braccia possenti. Mi fissò per un secondo, poi chiuse la porta a chiave.
«Uè, guaglio’, ancora qua a piangere?»
Si avvicinò lento, si sedette accanto a me. Il divanetto affondò sotto il suo peso. Non disse nulla per un po’, mi lasciò sfogare. Poi mise una mano enorme sulla mia spalla, stringendola con forza gentile.
«Senti a me. Tu sei bravo. Lo vedo negli occhi che tieni passione. Ma oggi ti sei bloccato, hai avuto paura di sbagliare. E la cucina non perdona la paura.»
Annuii, tirando su col naso. Lui mi prese il mento con due dita, mi fece girare il viso verso di lui.
«Guardami. Non sei un fallito. Sei solo giovane. E a volte, per imparare a mollare la tensione… ci vuole qualcuno che te lo insegna a forza.»
Il suo pollice mi sfiorò il labbro inferiore, lento. Il mio cuore iniziò a battere diverso. Non più solo di rabbia.
«Se vuoi, ti aiuto io a scioglierti. Ma devi fidarti. Devi dire di sì.»
Lo guardai negli occhi scuri, intensi. Deglutii.
«…Sì.»
Un mezzo sorriso gli increspò le labbra.
«Brav’, guaglio’.»
Mi alzò in piedi con una sola mano, come se non pesassi niente. Mi spinse contro lo specchio del camerino, petto contro il vetro freddo. Le sue mani scesero sui miei fianchi, slacciarono la cintura dei jeans, li abbassarono insieme ai boxer fino a metà coscia.
Il primo schiaffo sul culo nudo arrivò forte, improvviso.
Paf!
«Questa perché ti sei chiuso in te stesso.»
Il secondo, sull’altra natica, ancora più deciso.
Paf!
«Questa perché hai lasciato che la paura vincesse.»
Il terzo, basso, quasi tra le gambe.
Paf!
«Questa perché ora impari a mollare tutto.»
Il bruciore era intenso, ma ogni colpo mandava una scarica elettrica dritta al cazzo, che si induriva contro lo specchio.
Le sue mani enormi mi aprirono le natiche. Sentii il suo respiro caldo lì dietro.
«Mamma mia, quanto sei stretto, amore…»
Un dito spesso entrò piano, solo saliva calda a lubrificare. Io inspirai di colpo, mi aggrappai al tavolino del trucco.
«Respira… molla… lascia entrare.»
Un secondo dito. Poi un terzo. Mi dilatava con movimenti lenti, esperti, trovando subito la prostata e premendola senza pietà. Gemetti forte, la fronte contro lo specchio.
«Piano, guaglio’… che ti sentono. Ma bravo… ti stai aprendo bene…»
Le dita si muovevano dentro di me come se stesse impastando una pasta perfetta: ritmo costante, pressione precisa. Il mio corpo tremava, il pianto di prima era diventato altro: desiderio puro.
Quando le tolse, mi sentii vuoto, quasi implorai con un gemito. Sentii la cintura, la zip. Il suo cazzo enorme, bollente, premette contro l’ingresso.
«Guardati nello specchio,» ordinò, voce bassa e rauca.
Alzai gli occhi. Vidi me: viso arrossato, bocca aperta, occhi lucidi. Vidi lui dietro, torreggiante, che mi teneva per i fianchi.
Entrò piano, centimetro dopo centimetro. Il bruciore era forte, ma lui controllava tutto: una mano sul mio ventre per tenermi fermo, l’altra che mi accarezzava la schiena.
«Respira… molla tutto… prendilo, amore mio…»
Quando fu tutto dentro, si fermò. Mi lasciò abituare al suo spessore, al suo calore. Sentivo il suo cuore battere contro la mia schiena.
Poi iniziò a muoversi. Lento, profondo. Ogni spinta accompagnata da una pacca forte sul culo.
Paf! «Così impari a fidarti…»
Paf! «Prendilo tutto…»
Paf! «Bravissimo, guaglio’…»
Il ritmo crebbe. Le pacche si fecero più rapide, più intense. Il culo era in fiamme, ma ogni colpo mi faceva spingere all’indietro, implorando di più.
Mi afferrò la nuca, mi costrinse a guardare lo specchio mentre mi scopava senza pietà.
«Guardati… guarda quanto sei bello aperto così… mio…»
I suoi grugniti napoletani riempivano la stanza:
«Uè… sì… mamma mia… che culo stretto… perfetto…»
Le palle sbattevano contro di me, il sudore ci colava addosso. Sentivo che era vicino: il cazzo si gonfiava ancora di più dentro.
«Ora ti riempio, amore… tutto…»
Venne con un ringhio profondo, caldo, abbondante, spingendo fino in fondo. Io esplosi subito dopo, schizzando sullo specchio e sul pavimento, le gambe che cedevano.
Mi tenne su con un braccio intorno alla vita, rimase dentro ancora un minuto, baciandomi la nuca sudata, respirando pesante.
Poi uscì piano. Mi diede un’ultima pacca, dolce stavolta.
«Bravissimo, guaglio’. Ora sì che sei sciolto.»
Mi girò, mi guardò negli occhi, mi asciugò il sudore dalla fronte con il dorso della mano.
«Le lacrime sono finite, vero? Domani, nella vita, voglio vederti così: aperto, senza paura. Hai capito?»
Annuii, ancora tremante, il corpo che pulsava.
Mi diede un bacio forte sulla fronte.
«Sorridi, amore mio. E grazie per esserti fidato.»
Si sistemò la camicia, aprì la porta, uscì.
Io rimasi lì, jeans abbassati, culo arrossato e pieno del suo calore, ma per la prima volta da ore… con un sorriso.
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