Umiliata sul ring

Scritto da , il 2020-10-29, genere trans

Lo si sarebbe detta una domenica come tutte le altre. Al mattino colazione presto con miele e cereali e poi subito in palestra ad allenarmi. Praticavo arti marziali fin da ragazzina, ma forse sarebbe meglio dire ragazzino, perché fino a quattordici anni ero a tutti gli effetti un maschietto. Da lì, grazie all’appoggio della mia famiglia, iniziai un complicato e doloroso percorso verso l’altro sesso. Un tragitto fatto di ormoni femminili e molte operazioni di chirurgia plastica (seno, zigomi, naso e labbra) che in pochi anni trasformarono un infelice e solitario ragazzino in un’attraente ragazza. Il cambiamento fu, agli occhi di tutti, sorprendente e per me appagante. Evitai solo l’evirazione chirurgica perché avevo paura e anche perché volevo conservare la possibilità di amare un uomo possedendolo attivamente, oltre che esserne posseduta.
Arrivata a 24 anni decisi di cambiare città, lavoro e amici e andai a vivere da sola. Un taglio netto per cominciare una nuova vita e liberarmi dagli sguardi e dai giudizi di chi mi conosceva fin da bambino.

Ma tornando a quella domenica mattina: avevo appena finito un duro allenamento al tappetto con l’istruttore di judo, e stavo andando a cambiarmi quando un tipo mi si avvicinò e mi disse:
“Sei molto brava, potresti batterti in qualche torneo”.
Lo guardai e lo riconobbi: era lo stesso tipo, sempre vestito in giacca e cravatta, che da qualche giorno si fermava spesso ad osservarmi.
“Grazie, ma non sono interessata alle competizioni, mi alleno per sfogarmi.”
“Peccato, potresti fare le professionista?”
“Ma non esiste il professionismo in questo sport.” risposi.
“Dipende, in quello che organizzo io sì”
Pensai che fosse il solito ciarlatano che cercava di attaccare bottone, però mi sembrava simpatico e stetti a sentirlo.
Mi raccontò che da tempo organizzava combattimenti tra donne. Tutto si basava sulle scommesse e sulla vendita di abbonamenti on-line. Aggiunse che non erano combattimenti con le regole del judo o del karate, ma ogni atleta era libera di usare le proprie tecniche.
Conoscevo le arti marziali miste, perché le trasmettevano spesso in televisione. A differenza di quelle tra gli uomini che erano estremamente violente, quelle tra le donne mi erano sembrate poco più di una pagliacciata.
Per questo lo ringraziai per i complimenti che mi aveva fatto, ma dissi che quella non era roba per me.
“Nemmeno per 5.000 euro a combattimento?”
Rimasi interdetta.
“Ho capito bene? 5.000 a incontro?
“Esattamente, e se sei brava puoi arrivare anche a 10.000.”

Confesso che a sentire tutti quei soldi mi vennero le vertigini, guadagnavo a malapena 1.500 euro al mese e non ero riuscita a comprarmi nemmeno l’auto. Pensai che con un paio d’incontri ne avrei potuto comprare una. La cosa cominciava ad interessarmi, c’erano però alcuni aspetti che mi erano chiari.
“Se ho ben capito” dissi “sono incontri che vanno su internet. Qualcuno potrebbe riconoscermi…”
“Non devi preoccuparti di questo: molte lottatrici sono mascherate. Noi ti procuriamo il costume e la maschera e così camuffata non ti riconoscerebbe neanche tua madre.”
La cosa mi tranquillizzò, però prima di accettare gli chiesi se ci fosse ancora qualcos’altro che dovessi sapere.
“Sì, alla fine di ogni incontro c’è una regola: chi vince ha diritto di sottomettere la perdente come meglio crede.”
“Come meglio crede? Cosa significa?”
“Non ti spaventare, serve solo per rendere più spettacolare il match. E poi non dovresti preoccuparti, la maggior parte delle ragazze sono delle schiappe, mentre tu sei una tosta.”
Aggiunse poi che gli incontri si svolgevano in palestre private che cambiavano di volta in volta, e che se accettavo avrei avuto un anticipo in contanti di 2.000 euro.
Mi presi un giorno per rispondergli ma, in cuor mio, avevo già deciso. Il giorno dopo, gli dissi che accettavo di combattere però avevo bisogno di sapere quando e dove.
“Ti manderò io un sms il giorno prima, con l’indirizzo e l’ora. Ovviamente non devi parlarne con nessuno .”
Mi sembrava tutto ragionevole, quei soldi mi facevano davvero comodo e poi avevo fiducia nei miei mezzi. Ero pronta a combattere. Ad un tratto mi venne in mente che c’era un aspetto che forse avrei dovuto chiarire. Si trattava di combattimenti tra donne ed io mi sentivo donna al cento per cento, però non mi avevo ancora fatta operare, e tra le gambe avevo ancora un piccolo pene. Rimassi per un po’ perplessa su cosa fare, poi decisi che non fosse così importante, e mi tenni il segreto.

Una settimana dopo ricevetti il messaggio con l’indirizzo e la data dell’incontro.
L’incontro era stato organizzato in una palestra pied- a- terre in uno stabile alla periferia della città. Ci arrivai con la mia macchina nuova, una deliziosa Micra rossa di seconda mano,che avevo comprato grazie all’anticipo avuto. Prima dell’incontro mi diedero da indossare un body in lycra spandex e una maschera per coprire parte del viso.. Per fortuna il mio pene era talmente piccolo che non ebbi nessun problema a occultarlo sotto il body. La mia avversaria era una bionda formosa con un seno enorme dal nome d’arte evocativo: Blue Cow, . A me diedero il nomignolo di Red Fury forse per via dei miei capelli rossi. Il ring era allestito al centro della palestra, attorno c’erano una cinquantina di sedie occupate da scommettitori.
Mi assegnarono un assistente a caso che mi accompagnò all’angolo per tutto l’incontro.
“La tua avversaria è una delle più deboli - mi disse - cerca di non batterla troppo presto, la gente vuole divertirsi.” Blue Cow era davvero un’ incapace: la immobilizzai in meno di un minuto mentre dall’angolo il tipo mi urlò “Lasciala, lasciala…” Obbedii e continuammo per un paio di minuti. Comunque era davvero una nullità e con un semplice sgambetto la feci ruzzolare sul tappeto dove la bloccai con una presa al collo costringendola a battere due volte il palmo a terra in segno di resa. Era il momento della sottomissione e non sapendo che fare, guardai all’angolo il mio assistente. Il tipo aveva in mano qualcosa e mi fece segno di avvicinarmi.
“Devi indossare questo e fotterla” era un dildo con un imbracatura da legare attorno ai fianchi “se non lo fai non combatti più . Ero confusa, guardai la mia avversaria che si era già preparata con le ginocchia e i gomiti sul tappeto, in segno di totale disponibilità.
“Non aver paura, è abituata a questo trattamento”
“Ok, se devo farlo lo faccio.” Mi legai lo strano aggeggio intorno ai fianchi e la penetrai nella vulva per una decina di minuti. Quando capii che era abbastanza mi staccai nella maniera più delicata possibile e la aiutai a rialzarsi. Lei non sembrava per nulla imbarazzata, mi disse solo che ero forte, che avrei vinto molti match.
Una settimana dopo combattei con una tipa giovanissima coi codini azzurri e rosa e un gonnellino in tulle con calze a rete. Conosceva qualche presa di judo ma era deboluccia. Lasciai passare qualche minuto per non deludere il pubblico poi la stesi al tappeto con facilità. Come sottomissione mi fu suggerito di sculacciarla, cosa che accettai di fare di buon grado visto che la tipa, prima del match, mi aveva insultata. Le feci il sedere rosso mentre gli spettatori eccitati ci urlavano di tutto.
La terza avversaria era una moldava piuttosto atletica e rispetto alle prime due, era molto più forte. La battei solo grazie alla mia maggiore tecnica. Alla fine non volevo umiliarla troppo e pensavo che sarebbe bastato levarle il body ma il pubblico cominciò a protestare e dovetti indossare di nuovo lo strap-on e scoparla a lungo.
Dopo un mese avevo guadagnato tanto da pagarmi la macchina e da permettermi di pensare di cambiare appartamento. Lottare con le ragazze mi piaceva, solo mi infastidiva il momento della sottomissione. Capivo che dal punto di vista di chi guardava era la parte più succulenta del match, ma ogni volta che dovevo umiliare qualcuna mi sentivo a disagio.

Dopo tre mesi avevo vinto tutti i sei incontri. L’organizzatore mi avvisò che adesso mi toccavano lottatrici più esperte e forti e per questo il premio passava da 5.000 a 8.000. A me stava bene perché nel frattempo mi stavo allenando molto, e guadagnare di più mi faceva comodo.
Il prossimo incontro venne organizzato in una palestra più grande. Venni a sapere che la mia avversaria sarebbe stata una certa Nadia, un’albanese esperta e crudele, particolarmente malvagia nelle umiliazioni post-match dove faceva emergere tutta la sua ferocia. Non potevo assolutamente perdere, per questo nei giorni che precedettero l’incontro intensificai gli allenamenti. Migliorai la mia aggressività e imparai a sfruttare tutta la mia energia. La sera dell’incontro mi presentai nella piccola arena indossando il mio solito body viola e la maschera nera che occultava la mia identità. La mia avversaria indossava un due pezzi leopardato molto scenografico. Notai che aveva cosce molto grosse e credo pesasse almeno dieci chili più di me. L’arbitro chiamò entrambe al centro del ring per le consuete raccomandazioni e subito la mia avversario cominciò a provocarmi.
“Puttana, sarò il tuo game over… alla fine ti leverò il costume e mi divertirò, come sempre!”
Sapevo che questo genere di insulti era tipico di quei combattimenti e non mi impressionarono. Mi ero allenata bene ed ero sicura di vincere. Purtroppo le cose sarebbero andate diversamente. Al suono del gong Nadia partì subito alla carica con una serie di calci bassi che schivai per miracolo. Nonostante fosse piuttosto tozza era dannatamente veloce. Provai una presa incrociata ma non riuscii a farla cadere. Le sue gambe sembravano avvitate al terreno: ogni tentativo di sgambettarla veniva frustrato con facilità. Raccolsi tutte le forze che avevo e dopo l’ennesima schivata l’afferrai dietro per il collo e con tutto il peso del mio corpo la trascinai al tappeto. Riuscii a tenerla ferma solo qualche secondo, poi con una rapida capriola a terra di liberò.
“Tutto qui quello che sai fare, puttanella?” mi urlò.
Era indubbiamente più forte di me e per la prima volta provai la paura di perdere. Cominciai a girarle attorno, scappando ed evitando i suoi attacchi. Il pubblico presente non approvava questa mia tattica e cominciò a gridarmi di tutto. La mia fuga non durò molto perché la mia avversaria ad un certo punto mi chiuse all’angolo e mi tempestò di pugni e calci fino a farmi cadere in ginocchio come una bambola di pezza. Battei la mano due volte sul tappeto in segno di resa ma l’arbitro fece finta di non vedere.
La folla a bordo ring continuava ad urlare eccitata: tutti volevano che mi massacrasse.
Feci per alzarmi ma un pugno fortissimo alla bocca dello stomaco mi lasciò completamente senza fiato. Crollai in avanti in ginocchio, boccheggiante, mentre da dietro lei mi pigliava a calci nel sedere. Mi fece fare due giri del ring a calci poi finalmente l’arbitro bloccò l’incontro. Ma il peggio doveva ancora venire.

“Te l’ho detto che non vali niente… e adesso inizia il mio divertimento.” disse Nadia allacciandosi in vita uno strap-on che qualcuno le aveva passato.
Io ero in ginocchio, frastornata e incapace di oppormi. Con un piede sulla schiena mi obbligò a chinarmi sui gomiti e ad alzare il sedere a 90°. Poi da dietro, mi strappò il costume denudandomi e facendo comparire il mio piccolo pene pigiato sotto il body. La sorpresa per tutti fu enorme: per qualche secondo non si udì nemmeno un sospiro, poi si scatenò un inferno di urla, insulti e risate. Avrei voluto scomparire per sempre. Mi sentivo patetica e ridicola mentre le lacrime mi scorrevano copiose.
“Ahh... ma allora sei un fem-boy! Imbrogliona, anzi imbroglione! Meglio così… invece di fotterti la fica ti farò il culo!” gridò Nadia mentre la gente sembrava impazzita e la incitava ad umiliarmi.
Io, in ginocchio col sedere in aria e il minuscolo pene penzolante ero troppo spaventata e confusa per reagire. Girai la testa e la che vidii che spalmava dell’ unguento sul dildo attaccato in vita. Era grande e nero, e terribilmente minaccioso.
“No, ti prego… non farlo, mi rovinerai.” la implorai.
“Penso che ti piacerà,” ridacchiò lei. Con ciò mi afferrò i fianchi, puntò il dildo sul mio ano e con un solo colpo me lo affondò in profondità nelle viscere. Gridai con quanto fiato avessi in corpo ma facevo fatica persino a respirare. Poi, Nadia iniziò a pompare quell’affare enorme dentro di me: dentro e fuori, dentro e fuori con un ritmo così frenetico che il suono dei suoi fianchi che sbattevano contro le mie natiche riempì tutta l’arena. Il dolore era terribile, eppure, in qualche modo, c’era qualcosa in esso di stranamente eccitante. Lei se ne accorse perché mi toccò il pene che era diventato turgido.
“Ti piace il cazzo dentro, eh…” mi sussurrò all’orecchio. Io non sapevo che rispondere, piagnucolavo piano mentre quell’enorme dildo mi devastava il corpo e l’anima. I miei gemiti divennero sempre più acuti e disperati finché Nadia si sollevò in piedi tirandomi su con lei mentre continuava a pomparmi. Dopo alcuni istanti tutti poterono vedere il mio piccolo pene sussultare in modo incontrollato e poi emettere una lunga stella filante di sperma. Poi stacco i lacci dello strap-on e mi lasciò scivolare per terra con il dildo ancora infilato profondamente dentro di me.
“Visto che ti piace tanto te lo lascio dentro,” disse tra l’esultanza della gente intorno.
Mi aveva umiliata così tanto che avevo perso completamente il senso di dove fossi e cosa stesse accadendo. Rimasi a terra troppo stanca a traumatizzata per rialzarmi, riuscii solo a levarmi il dildo e a gettarlo lontano. Finalmente due tipi mi sollevarono da terra e tenendomi sotto le ascelle mi portarono di peso nello spogliatoio. Non feci in tempo a stendermi sul lettino che arrivò l’organizzatore.
Pensavo fosse furibondo per quello che gli avevo nascosto e temevo mi chiedesse indietro i soldi, ma non era così. Mi disse che in fondo la mia bugia aveva reso spettacolare la serata, che aveva in mente di farmi combattere ancora ma che prima doveva mettere a fuoco la mia nuova immagine. Io lo ascoltavo stranita, come se avessi la testa piena d’aria, ma comunque sollevata di non dover restituire i soldi che ormai avevo speso. Alla fine mi diede il mio cachet di 8.000 euro ma prima dovetti soddisfarlo oralmente, perché, mi disse, il combattimento lo aveva eccitato. Non avevo mai fatto un pompino in vita mia, ma non avevo scelta. Lo succhiai goffamente come immaginavo andava fatto e quando venne inghiottii tutto il suo sperma fino all’ultima goccia.

Da quel giorno la mia vita cambiò. Combattevo almeno due volte al mese e visto che i miei incontri erano tra i preferiti , e avevo un cachet di 10.000 euro a match. Certo, quasi sempre mi toccava perdere perché l’interesse principale stava nella mia sottomissione finale, quando la mia rivale mi sodomizzava. Mi venne cambiato addirittura il nome: non più Red Fury ma bensì Broken Ass.

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