Il ribelle - la cella -

Scritto da , il 2016-04-28, genere etero

Brando arrivò al forte con il fiatone, rientrando in casa dopo aver raccolto della legna per il fuoco aveva trovato la porta spalancata e oggetti  sparsi ovunque. Le tempie gli battevano come martelli e il suo cuore gli galoppava nel petto. Chiese a chiunque incontrava dove avevano condotto la sua ragazza. Tutti al vederlo in quello stato lo lasciavano passare, l’unico ad avere la peggio fu un ragazzotto di guardia alla stanza di Debra. Il pugno che gli sferrò Brando in pieno viso lo mise KO, alcuni ribelli che seguivano a distanza la scena accorsero per farlo riprendere. Brando aperta la porta si buttò nella stanza, la ragazza era rannicchiata nell’angolino, la testa protetta dalle braccia. L’avevano picchiata e rinchiusa in attesa di sentenza, Brando la prese dolcemente e la fece sedere sul lettino. Accanto a lei le carezzò i capelli impiastrati di sangue e con un fazzoletto le pulì alla meglio il viso. Al sentire i passi nel corridoio si alzò e andò a chiudere a chiave la porta poi presa una sedia, blocco la maniglia. Non sarebbero riusciti a scappare ma almeno erano insieme e lei era ancora viva. Correndo verso il forte si sorprese a pregare che non l’avessero giustiziata, lui che a chiamarlo ateo era un complimento. Un filo di voce uscì da quel corpo inerme, dicendo: “Brando sono una spia, ma il mio amore per te è vero.  Non sei come loro, tu hai un cuore”. Non sentendolo parlare continuò: “Io ho scelto di diventare una collaborazionista, l’ho fatto per vendicare il male che mi avete fatto”. Un fiume di parole straripò dal suo animo, la voce carica di tensione e rancore. Per la prima volta gli raccontò che cosa accadde il 9 settembre 1943, per i più erano giorni di euforia anche se in fondo alle viscere tutti sapevano che la guerra non era finita. Lo sapevano bene un manipolo di antifascisti e rivoluzionari che in quelle ore di caos decisero di pareggiare i conti con chi fino a poche ore prima godeva del prestigio. Unica figlia del segretario del podestà, quel giorno Debra era appena rientrata a casa dal servizio agli invalidi di guerra. Il quartiere si era fatto deserto, le imposte alle finestre  erano serrate e per strada volantini incitanti all’insurrezione. Giunta a casa trovò il portone sfondato e sul pianerottolo  il padre riverso a terra in un lago di sangue, la madre poco distante morta anch’essa nel tentativo di raggiungerlo. Debra non ricordò più nulla di quello che avvenne dopo. Ricordò di essersi risvegliata in un letto, in una infermieria di un piccolo avamposto tedesco. Un ufficiale tedesco nelle vicinanze l’aveva trovata svenuta e soccorsa mosso più per la somiglianza con una ragazza ariana che non per compassione. Brando era combattuto, sapeva che anche nelle fila dei ribelli c’erano elementi degni di un corpo di SS, e che la guerra e soprattutto la fame facevano emergere i lati più oscuri dell’animo umano. Non riusciva però a vedere in quella donna il suo nemico, purtroppo però non era nemmeno ingenuo. Una sola informazione in più o in meno poteva mettere fine alla sua esistenza e a quella di chi lo circondava. Bussarono alla porta, all’esterno il suo comandante con voce paterna cercò di farlo tornare alla realtà. Lo tranquillizzò dicendogli che nessuno avrebbe tentato di entrare e poi non sapendo cosa altro dire si allontanò. Debra alzò lo sguardo sul suo volto, lo vide rigato dalle lacrime. Si alzò dolorante e andò verso di lui, lo baciò teneramente bagnando le sue labbra con le sue lacrime amare. Brando la cinse a sé, il contatto con il corpo di lei lo fece eccitare inconsciamente. Debra se ne accorse e fu felice di quella dimostrazione così naturale. Lo baciò ancora più sensualmente, portandolo verso il letto. Sopra di lui lo baciava con trasporto asciugandogli il viso a furia di baci, teneva le sue mani guidandole sul suo corpo. In bocca sentiva il sangue mischiarsi alla saliva ma la baciava e baciava con amore. Si svestirono smaniosi di possedersi un ultima volta, volevano gridare il loro amore quasi potesse liberarli da quel posto angusto. In quel momento non erano più ossa e carne ma spirito e desiderio, un calore viscerale scaldava i loro corpi preparandoli all’amplesso. Brando era ora tra i seni di lei respirandone l’essenza e baciandone l’epidermide. I capezzoli erano ritti e sensibili, la sua lingua li avvolgeva abile portandoli verso il centro delle sue labbra. Debra si inarcava come a farsi risucchiare dal suo uomo mentre con le mani si sosteneva sui suoi bicipiti. Il pene di Brando era ormai teso e dolorante dalla carica erotica del momento, e Debra lo assaporò con dolcezza. Mentre lo faceva scorrere lentamente dalla punta fino allo scroto non perdeva il contatto con gli occhi arrossati di Brando. Lui guardava quello splendido viso muoversi su e giù a rilento, osservava quegli occhi che da azzurri erano divenuti color cobalto. I suoi capelli per effetto del sangue avevano assunto una colorazione rosso vivo, e le avevano reso la carnagione delle gote più intensa. Le sue mani ora la tenevano  per la testa ma più che guidarla parevano sorreggergliela e carezzarla. Debra si era innamorata fin dalle prime volte di quell’uomo, che oltre ad essere buono d’animo la trattava con garbo e rispetto. La dolcezza con cui faceva l’amore con lei la faceva sentire la donna più amata al mondo. In questo momento sembrava ancora più dolce e affettuoso con lei, anche se era penetrato in lei, i suoi movimenti erano intensi e carichi di sentimento. Un uomo qualsiasi si sarebbe sbrigato una volta sentitosi nel punto cruciale, Brando no la stava amando con il suo desiderio e non con il suo corpo. L’intesa tra i due da tempo era più mentale che fisica, e adesso lo era ancora di più. I loro corpi partecipavano attivamente coprendo la loro pelle di sudore che a piccole gocce percorreva la loro schiena e le loro fronti. A seconda dell’alternarsi delle emozioni sprigionate dai loro pensieri  i corpi accelleravano o rallentavano. Debra si sentiva crescere dentro il pene turgido e pulsante di Brando, lui girare leggermente la testa dal coinvolgimento. I loro respiri cominciarono a riempire la stanza, a breve vennero raggiunti dai primi sospiri. Debra che è sempre stata sopra voleva farsi coprire dal suo uomo. Cambiata la posizione ora riusciva a sussurrargli all’orecchio il suo desiderio, lo incitava a continuare, a non smettere che a breve sarebbe giunto il suo orgasmo. Brando sentendo crescere dentro di lei il piacere aumentava i colpi del suo bacino entrandole più a fondo che poteva. Debra non voleva perdere l’orgasmo che si faceva strada in lei e così affondò le sue dita nei glutei di Brando. Iniziò a mugolare dal piacere e mentre lo incitava inarcava sempre più la schiena per ricevere più a fondo il suo uomo. Brando era pronto a venire dentro di lei e non appena la avvisò entrambi raggiunsero un intenso orgasmo. Debra incarcò la schiena ricevendo dentro il suo ventre i possenti schizzi del seme di Brando. Si sentì scaldare l’utero dalla sua linfa e non lo lasciò uscire. Rimasero in quella posizione addormentandosi per la grande tensione rilasciata.

Continua…

Questo racconto di è stato letto 3 0 5 0 volte

Segnala abuso in questo racconto erotico

commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.