Whiskey

scritto il 2026-11-02 tempo di lettura 14 min

di
genere
Etero
cura
A

Fui l’unica a scendere dal piccolo treno di due vagoni che sembrava essersi fermato di controvoglia.
Mi strinsi nel soprabito: l’estate volgeva al termine e il vento portava sbuffi freddi che sollevavano le prime foglie secche.
Lo vidi prima ancora di uscire dalla porta della stazione. Se ne stava appoggiato alla fiancata della sua auto scrollando distrattamente il telefono.
Era più alto di come lo avessi immaginato, più massiccio; riempiva la camicia Oxford con due spalle da atleta e braccia robuste.

Mi avvicinai a passo svelto cercando di non incespicare sull’asfalto approssimativo e insidioso per i miei tacchi filiformi.
Sollevò lo sguardo, gli occhi verdi e ampi illuminavano un volto perfettamente rasato, con qualche ruga d’espressione che tradiva i suoi cinquanta anni.
Infilò il telefono in tasca, scrutandomi da cima a fondo.
“Sei splendida” disse sporgendosi e baciandomi sulla guancia. “Sali, andiamo” concluse aprendo lo sportello della sua BMW nera.
Lasciai che mettesse in moto e uscisse dal parcheggio deserto, guardandomi attorno per cercare qualcosa di familiare di quel luogo.
“Dove?” chiesi slacciandomi il soprabito e lasciando che il tubino nero che mi avvolgeva come un guanto si adagiasse col mio corpo sul sedile.

MI guardò con un sorriso enigmatico che dagli occhi scese sui miei seni prima di tornare sulla strada.
“Questa è l’ultima domanda che farai fino a domani, Serena” disse con tono asciutto e una voce sicura di non trovare resistenze.
“Comunque in un luogo tranquillo”, aggiunse in un sussurro.
Uscimmo dalla zona abitata, attraversando prima una cortina di capannoni e piazzali industriali per poi trovarci in mezzo a campi coltivati, filari di vigne e oliveti.
Il buio ci avvolgeva un metro dopo l’altro, fino a quando la strada prese a diventare sinuosa in una lieve salita che si inerpicava sulle colline coperte di boschi di querce, lecci e macchia mediterranea.
Persi il senso dell’orientamento, lui non proferiva parola e non sembrava aver voglia di sentire la mia voce.
Svoltò rallentando a un bivio con una strada bianca che si inoltrava nel bosco.
Bruma biancastra si disperdeva sotto le lame di luce prodotte dai fari e gli alberi si fecero più arcuati a formare una galleria che ci copriva la vista del cielo.
Sbirciai il cellulare: nessun segnale, come immaginavo.
Se mi fossi trovata nei guai avrei dovuto cavarmela da sola.
“Puoi spegnerlo per non consumare inutile batteria, qua non c’è segnale per chilometri” disse leggendomi nel pensiero e fermandosi davanti a un cancello automatico che si apriva rischiarato dal lampeggiante arancione.

Dopo cinquanta metri di strada selciata scendemmo una rampa e ci fermammo in un garage molto ampio che si chiuse alle nostre spalle.
“Perdona il lungo tragitto” disse aprendomi la portiera e indicandomi un ascensore sul quale salimmo poco dopo.
Il suo profumo ambrato si sparse nel piccolo spazio in acciaio e vetro. Guardai la sua mascella forte e prominente: era l’unico elemento che spezzava l’armonia del suo volto, con le labbra piene e rosse e un naso importante ma non invasivo.
“Benvenuta a casa” mi fece un cenno di entrare in un ampio salotto semicircolare, con la parete centrale dominata da una grande libreria e un camino acceso che rischiarava con i suoi bagliori aranciati il resto della stanza.
La parte circolare era una stupenda vetrata a tutta altezza da cui si intravedeva il giardino circostante: fronde di querce, palme e altri alberi oscillavano a pochi metri dal vetro in una danza sinistra alimentata dal crescere del vento.
Il silenzio era rotto soltanto dal crepitare del fuoco.
Una piantana si accese e rischiarò meglio l’ambiente, un grande tappeto persiano di fronte al fuoco accoglieva sopra di sé i divani e un tavolo bar anni ’70.

Mi guardai attorno, estasiata; quella casa sembrava uscita da una rivista di architettura del secolo precedente, nulla era fuori posto.
Mossi alcuni passi verso il camino e quasi non mi accorsi che mi sfilava con maestria il soprabito dalle spalle per appenderlo a una cappelliera a scomparsa.
“Posso offrirti dell’ottimo whiskey mentre ti metti a tuo agio, vuoi?”.
Riuscii ad annuire, osservandolo.
Whiskey, pensai. Quando mai avevo bevuto il whiskey nella mia vita?
Portai il tumbler alle labbra e fui colpita dall’aroma di legna affumicata; il liquido scese denso sulla mia lingua e la sua potenza mi esplose in gola dandomi una sensazione di calore e ebbrezza.
Era fortissimo, ma anche quel dettaglio mi proiettava in una scena da film di cinquanta anni prima, che io avevo soltanto vissuto nelle mille repliche passate in tv.
Si avvicinò e mi pose una mano sul fianco; il calore dell’alcol si era fatto strada nel mio corpo, scendendo sui miei seni, pizzicando i miei capezzoli, scivolando lungo la mia schiena riscaldando l’interno delle mie cosce e indebolendo la tenuta delle mie ginocchia.

Schiusi le labbra senza che mi fosse richiesto pronta ad accogliere il sapore delle sue; me le sentii mordere con delicatezza, scivolando di lato lasciai che esplorasse la mia guancia, stuzzicasse il lobo del mio orecchio e mordesse con decisione il mio collo.
Ero rapita, quasi inebetita; non ero una ragazzina e avevo avuto molti uomini, belli e affascinanti, ma qualcosa mi diceva che fosse diverso.
Non sapevo niente di lui, e lui di me; sapevamo solo che fin dal primo sguardo eravamo stati due stelle dalla magnitudo così grande che nessuno dei due era più riuscito a fuggire dall’altro.
Percepii la pressione che il mio clitoride iniziava a esercitare sulle grandi labbra che si schiudevano umettandosi di perle lubrificanti.
Il mio Chanel svanì in un istante al cospetto dei miei ormoni scalpitanti, e non feci nulla perché lui non se ne accorgesse.
Mi lasciai baciare con passione e afferrai la sua camicia cercando di sbottonarlo all’altezza del ventre con le mani che tremavano dal desiderio.
Le sue dita risalirono le cosce sino all’orlo del tubino, lo sollevarono con delicata decisione e si infilarono sotto invitandomi a divaricare appena le gambe; raggiunsero il mio perizoma che doveva ormai essere una spugna fradicia.

Ci giocherellarono appena massaggiandomi da sopra il tessuto, poi con sicurezza spostarono via l’ultima fragile difesa e conquistarono la meta, dividendosi i compiti in un perfetto gioco di squadra: l’indice si soffermò sul mio gonfiore ormai senza vergogna, circondandolo con pressione crescente facendomi ansimare prima di quanto potessi pensare.
L’altro dito invece scivolò verso l’apertura, spostò con cura le grandi labbra e si fece strada risalendo contro una corrente che si faceva impetuosa.
Lo sentii percorrere il canale del mio piacere sino alla zona più ruvida e sensibile.
Avevo sempre saputo di avere un punto G inerpicato da qualche parte all’interno della mia fica: lui l’aveva trovato in pochi secondi e ora i miei gemiti coprivano il cricchiolio del fuoco.
“Dio così mi fai venire subito” ansimai con un filo di voce.

Staccò le sue labbra dal collo avvicinandole all’orecchio: “Inginocchiati”.
Obbedii volentieri, con le ginocchia che si poggiarono sulla morbida seta del tappeto persiano; presi fiato osservando i movimenti lenti con cui si toglieva la cintura e si apriva i bottoni dei pantaloni di velluto beige.
Gli slip blu in cotone mi sembrarono minuscoli, incapaci di contenere la sua forza propulsiva; allungai le mani per abbassarli e una volta libero lo osservai passandomi la lingua sulle labbra, golosa e impaziente.
Davanti ai miei occhi guardai quel tubo venoso di carne pulsante; non era lunghissimo, forse quindici centimetri, ne avevo visti di molto più lunghi, ma era indefinitamente largo.
Da metà asta sino alla base era un tronco di cono come non avevo mai visto prima, una scultura nella quale la cappella violacea e con uno scalino molto marcato risaltava dandogli un’aura di vigoria e desiderio.

Colpii il frenulo con pochi colpi leggeri della lingua, poi avvolsi il glande con le labbra e provai un primo affondo.
Inarcò la schiena poggiando le sue mani tra i miei capelli, invitandomi ad approfondire la conoscenza.
Capii subito che la mia bocca non sarebbe stata abbastanza ampia per poterlo contenere nella sua interezza, percepivo la pressione agli angoli delle labbra man mano che lo lasciavo entrare aiutato dalla pressione che esercitava sulla mia nuca.
Il suo profumo, muschiato e virile mi riempì le narici e la gola; percepii un principio di soffocamento e allentai la pressione tornando a giocare con la sua cappella, percorrendo con la lingua quello scalino che mi dava brividi di piacere, e faceva in modo che i miei umori calassero copiosi lungo sulla pelle delle mie cosce sino a fermarsi sul bordo delle autoreggenti.
Il tempo sembrò fermarsi, nessuno dei miei partner precedenti avrebbe resistito così a lungo a una mia fellatio ma non me ne dolsi, desideravo il suo seme nella mia bocca ma sapevo anche che lo scorrere del tempo ne avrebbe aumentato a dismisura la quantità e la potenza dei suoi getti.

Mi sollevò d’improvviso come un fuscello e poggiandomi sul divano in pelle, e in un attimo fu tra le mie gambe; senza preoccuparsi di spogliarmi divaricò le mie gambe poggiandone una sullo schienale dopo avermi tolto il perizoma.
Lo guardai esitare, sapevo di essere una mosca bianca con la mia fica mai rasata e lasciata completamente naturale; riuscivo a vedere il ciuffo di peli neri che copriva il mio monte di Venere.
Incrociammo gli sguardi, poi lo vidi affondare tra le mie gambe e i miei gemiti soverchiarono ogni altro rumore.
La sua lingua si dedicò completamente al bottone che accendeva e spegneva il mio essere donna e puttana, ma le sue dita stavolta si unirono in coppia per tornare sul luogo del precedente delitto.
Le sentii farsi strada, dilatandomi soltanto in parte rispetto a quanto mi aspettava dopo, ma trovarono subito ciò che cercavano e iniziarono a stimolarlo con forza e pressione crescente.

Sapevo che mi stavo consegnando su un piatto d’argento, che avrei dato l’impressione di una sgualdrina infoiata in astinenza da mesi, ma mi sentii avvampare da un calore che nessun whiskey poteva giustificare.
L’orgasmo mi travolse come un treno in corsa, non trattenni il volume delle mie grida e quando la diga della mia eiaculazione crollò mi inarcai come un giunco spingendo come avevo fatto solo durante il parto.
Non mi era mai successa una cosa simile, guardai incredula i fiotti di liquido che sgorgavano dalla mia fica come pipì, pur sicura che non stessi urinando.
Lo travolsi, ma non sembrò sorpreso, anzi rimase a godersi la doccia cercando di assaporarne quanto più poteva.
La scarica di adrenalina saliva e scendeva lungo il mio corpo come impazzita, facendomi sentire posseduta da un fuoco che non si placava.
Mi sollevai sul divano e senza che lui potesse impedirmelo mi misi in ginocchio e mi sentii dire: “Ti prego, scopami, ti voglio dentro di me”.
Lo sentii alzare e torreggiando dietro di me avvertii il suo cazzo che si strusciava in ciò che era rimasto di un lago bollente.

Mi colpì una natica con uno schiaffo; preciso, leggero ma autorevole: gridai appena. Mi piaceva.
Il secondo schiaffo fu più deciso, sul segno del primo che iniziava a bruciare.
Poi avvertii le dita che aprivano le mie labbra e un attimo dopo la cappella si faceva strada, aggrappandosi con quello scalino pronunciato centimetro dopo centimetro.
Non era abbastanza lungo da arrivare a tormentarmi la bocca dell’utero, come mi era successo con un paio di partner avuti in passato che superavano ampiamente i venti centimetri.
Ma il suo cilindro nodoso faceva esplodere di gioia le mille terminazioni nervose presenti nella mia fica e roteando con il bacino riusciva a colpire il mio clitoride in una danza sincopata.
Iniziò a grugnire di piacere, mi serrava i fianchi per spingermi e attrarmi a sé nei suoi affondi ora lenti, alternati ad altri più rapidi e feroci.
Persi di nuovo il senso del tempo, guardavo verso la vetrata oltre la quale ondeggiavano le fronde degli alberi e mi chiesi se qualcuno ci stesse osservando nel buio della boscaglia.
Avrebbe visto il mio ghigno stravolto dal piacere e il suo corpo muscoloso che si contraeva a ogni spinta.

Mi sentii svuotare un paio di volte con un rumore di gorgo quando sfilò il suo cazzo passandomelo tra le natiche, per poi subito riaffondare facendomi sentire piena e appagata.
Sembrava non stancarsi mai e non essere mai sazio, mentre io avvampai e mi sentii travolgere di nuovo.
Chiusi gli occhi e iniziai a urlare seguendo il ritmo delle sue spinte.
Si accorse che ero al capolinea e accelerò il passo e la profondità fino a lambirmi l’utero, regalandomi un’intensità che mi fece avvampare.
Non c’erano parole, eravamo carne e fluidi, profumi di corpi animali e di passione, danza tribale di muscoli e urla alle divinità del piacere.
Ero una bambola di pezza nelle sue mani forti e sicure.
Mi girò e mi accorsi che si era completamente spogliato; in un attimo il mio vestito e il mio reggiseno furono lontani e incapaci di difendere la mia pelle nuda dai riflessi del fuoco che pareva danzare con noi.
Si sedette sul divano, e sollevandomi mi mise seduta sopra di lui, uno di fronte all’altro.
Era sudato e stravolto quanto me, ma nel suo sguardo c’era una fame e una bramosia selvaggia, leonina.

Mi sistemai con le ginocchia attorno alle sue cosce, un attimo prima di sentire che si prendeva in mano l’asta e la dirigeva esattamente sul mio ano.
Poi, tenendomi per i fianchi in una presa dolce e ferrea, mi spinse verso il basso.
Reclinai la testa all’indietro cercando un allineamento migliore, avvertii il suo glande che vinceva la resistenza futile del mio roseo alvo e si inerpicava nel proibito.
Era troppo tempo che non facevo sesso anale e con uomini molto meno dotati; la sua delicatezza non evitò quella sensazione di viscere che si dilaniavano in una scarica di dolore profondo, lancinante.
Morse i miei capezzoli per farmi concentrare su altro, baciandomi poi con un trasporto che non aveva mostrato sino a quel momento.
Un attimo dopo sentii il mio corpo sollevarsi per poi tornare subito verso il basso; la mia visione si fece liquida, sentivo tutta la sua larghezza alla base profanare il mio sacro tempio, mi concedeva pochi attimi di respiro mentre salivo per poi sprofondare di nuovo nell’abisso.
Era tutto o niente, lo avevo immaginato fin da subito e da subito lo avevo voluto con prepotenza.
Era l’inculata più brutale che avessi mai subito, molto peggiore della prima in cui l’effetto era durato pochi secondi.
Si voltò di scatto rovesciandomi sul divano, in posizione da missionario ma senza che il suo cazzo uscisse dal mio ano.
Si mise le mie gambe sulle spalle e continuò a martellarmi con foga; adesso mi piaceva, mi portai le dita sul clitoride e iniziai a masturbarmi furiosamente.
Il suo sguardo appagato mi dette certezza che stava godendo e quando il suo grugnire si fece forte come i miei gemiti capii che era al culmine.
Il terzo orgasmo mi avvolse e mi bruciò dentro come lava vulcanica; avevo l’ano e il clitoride in fiamme per lo sfregamento ma non riuscivo a fermarmi.

Con gli occhi chiusi mi sentii prendere e mettere seduta sul divano: aprii la bocca intuendone il motivo e sentii il suo cazzo ormai infangato dalle mie viscere che si poggiava sulle mie labbra: un grugnito animalesco accompagnò il fiume di sperma che mi si riversò in bocca, caldo e amaro, vischioso e candido.
Lo accolsi sino a sentire che scivolava dall’angolo della bocca, ne assaporai la consistenza vellutata lasciando che la lingua ci nuotasse dentro.
Poi guardandolo negli occhi inghiottii in un colpo sentendo il bolo rappreso che scivolava nel profondo, mentre il suo cazzo assumeva una forma michelangiolesca mantenendo la sua nobiltà.
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