Alisia - 02 - Carnifax
scritto il 2026-10-14 tempo di lettura 6 min
di
SoloAlessia
genere
pulp
cura
A−
*** Un incontro pericoloso ***
Resto sotto la doccia più del necessario. L’acqua calda lava via il sudore, il sangue e lo sperma. Mi fermo per qualche secondo davanti allo specchio. L’occhio sinistro è gonfio, viola, quasi chiuso; il labbro inferiore è spaccato e sanguina ancora. Alzo il braccio destro. Fa male. A occhio ho almeno un paio di costole rotte. Una puttana qualsiasi sarebbe morta. Io no. Io guarirò in pochi giorni, però… cazzo se fa male, stavolta ne ho prese tante.
Esco dal bagno e osservo la stanza. Tre cadaveri.
Il primo è seduto sul divano, l’ho strangolato mentre mi scopava. Al secondo ho spezzato il collo, è stato un attimo. Col terzo invece è stata più dura. Si è avventato su di me e mi ha bloccato le mani. Era forte.
Gli ho aperto la gola con i denti. Adesso c’è sangue dappertutto, troppo sangue. Ho dato una ripulita e sistemato i corpi per bene. La polvere di nigrina è in vista sul tavolo, sembrerà che si siano ammazzati tra di loro.
I gestori del Motel Tevere li getteranno in qualche discarica senza chiamare la polizia.
Ironia della sorte, questi tre stronzi hanno fatto di tutto per non lasciare tracce: pagamento in contanti, mancia per non firmare il registro… che dire, grazie.
Mi siedo sul bordo del letto, ancora nuda, la pelle che tira sui lividi.
Sono stata una cretina, non avrei dovuto seguirli nel loro albergo. Troppo pericoloso, anche per me.
Erano pieni di Nigrina fino agli occhi. Mi hanno preso in tre, tutti insieme. Uno mi teneva le braccia, uno mi scopava la fica, l’altro la bocca. Mi hanno girata e rigirata come una bambola rotta, cazzi, schiaffi, calci. La droga li rendeva instancabili: sborravano, picchiavano e ricominciavano. Più duri e più forti di prima.
Quello che mi fa incazzare è che il mio corpo rispondeva. Anche se faceva male, anche se non volevo.
Godevo lo stesso. Tanto.
Cristo, solo a pensarci sono di nuovo un lago. Da qualche parte devo avere il DNA di una cagna in calore.
Apro gli occhi. Non so quanto tempo è passato. Il sangue sul pavimento è già scuro. Devo andarmene.
Mi raccolgo i capelli in una coda, mi infilo gli occhiali scuri. Il vestito è andato, lo butterò in un cassonetto. Giro il giaccone leopardato al contrario: dentro è nero, anonimo, abbastanza lungo da coprirmi il culo, tiro su il cappuccio. Apro la finestra. È un bel salto, ma ce la posso fare. Mi aggrappo alla grondaia arrugginita e mi lascio cadere, atterro sul tetto di un furgone. Le ginocchia assorbono l’impatto, le costole meno.
Rotolo giù sul cemento bagnato e sparisco nel vicolo. Il dolore alle costole mi pulsa a ogni passo, sento ancora il sapore del sangue in bocca, sento ancora la fica che... cazzo no, non devo distrarmi.
Ripenso a quei tre e sorrido sotto il cappuccio, non cercavano solo una serata trasgressiva. Volevano massacrare una troia per il gusto di farlo.
Hanno sbagliato troia.
Cammino sotto la pioggia. I neon rotti lampeggiano sopra la mia testa, dai cavi scoperti cadono scintille sulle pozzanghere. Tutto intorno è cemento marcio, ruggine e sporcizia.
Dicono che una decina d’anni fa, prima del Grande Spegnimento, qui c’era il sole. Si chiamava ancora Roma ed era piena di luce, di bellezza e di turisti con le macchine fotografiche.
Io sono stata creata dopo. Per me è sempre stata così: pioggia, fumo, odore di piscio e sirene lontane.
Svolto in Vicolo del Peccato, supero la scala di ferro che scende in un seminterrato. Il portone è blindato, graffiato, pieno di adesivi sbiaditi di locali chiusi da anni. Suono il campanello: tre brevi, uno lungo.
La porta si apre di uno spiraglio. È Marco, poco più di vent’anni, occhiali spessi, pantaloni strappati e una buffa maglietta nera con un prisma che scompone un raggio di luce.
Mi guarda l’occhio quasi chiuso, il labbro spaccato, il sangue secco sul viso.
«Ali! Cosa ti è successo?»
«Niente. Un cliente un po’ manesco.»
«Dovresti smettere, lo sai?»
«Lo so.»
Mi guarda ancora per un momento, come se volesse aggiungere qualcosa, poi lascia perdere e mi fa entrare. Chiude la porta con due giri di chiave e la sbarra di ferro. L’aria dentro è calda, odora di incenso sintetico, di plastica surriscaldata e circuiti bruciati. Le luci sono basse, come sempre.
Un posto accogliente, tutto sommato. La musica invece è lenta e strana, ma va bene così, oggi non mi va di ballare.
Marco mi guarda di nuovo, questa volta più da vicino.
«Stavolta ti hanno fatto male sul serio. Cazzo… guarda come sei ridotta…»
«Passerà. Hai l’indirizzo che ti ho chiesto?»
«Sì, te l’ho già mandato via mail criptata. Siediti, almeno ti medico la bocca.»
Non rispondo, non ho bisogno di essere medicata. Mi tolgo il giaccone bagnato, lo lascio cadere su una pila di vecchi computer morti. Sotto sono ancora nuda, Marco guarda i lividi, i tagli, i segni di morsi sulle tette.
«Sei la ragazza più bella che ho mai visto.»
Lo dice piano, quasi con vergogna.
Mi siedo sul divano sfondato, allargo le gambe, lo guardo fisso. Il sangue secco sul labbro mi tira quando cerco di sorridere.
«Lo dicono tutti. Poi, di solito, mi picchiano.»
Marco abbassa gli occhi. Sa che è vero. E sa che non può farci niente.
Si inginocchia tra le mie cosce aperte, appoggia la fronte sul mio ginocchio. Sento il suo respiro caldo sulla pelle ancora piena di lividi.
Non gli dico niente. Gli prendo la nuca con una mano sola e gli spingo la faccia contro la fica. Marco non si tira indietro. Inizia a baciare e leccare piano, come se volesse pulirmi. Come se potesse.
Io chiudo gli occhi. Il dolore alle costole si mescola al piacere. Gli afferro i capelli più forte, gli spingo la testa dentro. «Più forte.»
Lui obbedisce. La lingua entra, si muove. Vengo in fretta, troppo in fretta, stringendogli la testa tra le cosce finché non gli tremano le spalle.
Quando finisco, lo tiro su per la maglietta. Gli metto la mano sul cazzo, è già duro. Lo tiro fuori, lo guardo negli occhi. «Non dire niente.»
Lo tiro dentro di me con un colpo secco. Sembra quasi stupito, poi comincia a muoversi. Mi scopa piano, delicatamente. Come se avesse paura di farmi male.
Mi piace, non ci sono abituata. Lo accarezzo, quasi d'istinto. Lui continua senza fretta, io comincio a muovermi, inarco la schiena, spingo verso di lui. Cazzo se mi piace.
Non resisto, grido. Grido per il piacere, senza aprire gli occhi.
Marco invece viene in silenzio, dentro di me, tremando. Resta lì qualche secondo, poi si ritrae. Mi guarda e non dice una parola.
Gli accarezzo i capelli, una sola volta. «Grazie. Di tutto.» Poi mi alzo, prendo il giaccone, esco.
A casa sua sto bene. Credo.
Boh, non lo so.
Resto sotto la doccia più del necessario. L’acqua calda lava via il sudore, il sangue e lo sperma. Mi fermo per qualche secondo davanti allo specchio. L’occhio sinistro è gonfio, viola, quasi chiuso; il labbro inferiore è spaccato e sanguina ancora. Alzo il braccio destro. Fa male. A occhio ho almeno un paio di costole rotte. Una puttana qualsiasi sarebbe morta. Io no. Io guarirò in pochi giorni, però… cazzo se fa male, stavolta ne ho prese tante.
Esco dal bagno e osservo la stanza. Tre cadaveri.
Il primo è seduto sul divano, l’ho strangolato mentre mi scopava. Al secondo ho spezzato il collo, è stato un attimo. Col terzo invece è stata più dura. Si è avventato su di me e mi ha bloccato le mani. Era forte.
Gli ho aperto la gola con i denti. Adesso c’è sangue dappertutto, troppo sangue. Ho dato una ripulita e sistemato i corpi per bene. La polvere di nigrina è in vista sul tavolo, sembrerà che si siano ammazzati tra di loro.
I gestori del Motel Tevere li getteranno in qualche discarica senza chiamare la polizia.
Ironia della sorte, questi tre stronzi hanno fatto di tutto per non lasciare tracce: pagamento in contanti, mancia per non firmare il registro… che dire, grazie.
Mi siedo sul bordo del letto, ancora nuda, la pelle che tira sui lividi.
Sono stata una cretina, non avrei dovuto seguirli nel loro albergo. Troppo pericoloso, anche per me.
Erano pieni di Nigrina fino agli occhi. Mi hanno preso in tre, tutti insieme. Uno mi teneva le braccia, uno mi scopava la fica, l’altro la bocca. Mi hanno girata e rigirata come una bambola rotta, cazzi, schiaffi, calci. La droga li rendeva instancabili: sborravano, picchiavano e ricominciavano. Più duri e più forti di prima.
Quello che mi fa incazzare è che il mio corpo rispondeva. Anche se faceva male, anche se non volevo.
Godevo lo stesso. Tanto.
Cristo, solo a pensarci sono di nuovo un lago. Da qualche parte devo avere il DNA di una cagna in calore.
Apro gli occhi. Non so quanto tempo è passato. Il sangue sul pavimento è già scuro. Devo andarmene.
Mi raccolgo i capelli in una coda, mi infilo gli occhiali scuri. Il vestito è andato, lo butterò in un cassonetto. Giro il giaccone leopardato al contrario: dentro è nero, anonimo, abbastanza lungo da coprirmi il culo, tiro su il cappuccio. Apro la finestra. È un bel salto, ma ce la posso fare. Mi aggrappo alla grondaia arrugginita e mi lascio cadere, atterro sul tetto di un furgone. Le ginocchia assorbono l’impatto, le costole meno.
Rotolo giù sul cemento bagnato e sparisco nel vicolo. Il dolore alle costole mi pulsa a ogni passo, sento ancora il sapore del sangue in bocca, sento ancora la fica che... cazzo no, non devo distrarmi.
Ripenso a quei tre e sorrido sotto il cappuccio, non cercavano solo una serata trasgressiva. Volevano massacrare una troia per il gusto di farlo.
Hanno sbagliato troia.
Cammino sotto la pioggia. I neon rotti lampeggiano sopra la mia testa, dai cavi scoperti cadono scintille sulle pozzanghere. Tutto intorno è cemento marcio, ruggine e sporcizia.
Dicono che una decina d’anni fa, prima del Grande Spegnimento, qui c’era il sole. Si chiamava ancora Roma ed era piena di luce, di bellezza e di turisti con le macchine fotografiche.
Io sono stata creata dopo. Per me è sempre stata così: pioggia, fumo, odore di piscio e sirene lontane.
Svolto in Vicolo del Peccato, supero la scala di ferro che scende in un seminterrato. Il portone è blindato, graffiato, pieno di adesivi sbiaditi di locali chiusi da anni. Suono il campanello: tre brevi, uno lungo.
La porta si apre di uno spiraglio. È Marco, poco più di vent’anni, occhiali spessi, pantaloni strappati e una buffa maglietta nera con un prisma che scompone un raggio di luce.
Mi guarda l’occhio quasi chiuso, il labbro spaccato, il sangue secco sul viso.
«Ali! Cosa ti è successo?»
«Niente. Un cliente un po’ manesco.»
«Dovresti smettere, lo sai?»
«Lo so.»
Mi guarda ancora per un momento, come se volesse aggiungere qualcosa, poi lascia perdere e mi fa entrare. Chiude la porta con due giri di chiave e la sbarra di ferro. L’aria dentro è calda, odora di incenso sintetico, di plastica surriscaldata e circuiti bruciati. Le luci sono basse, come sempre.
Un posto accogliente, tutto sommato. La musica invece è lenta e strana, ma va bene così, oggi non mi va di ballare.
Marco mi guarda di nuovo, questa volta più da vicino.
«Stavolta ti hanno fatto male sul serio. Cazzo… guarda come sei ridotta…»
«Passerà. Hai l’indirizzo che ti ho chiesto?»
«Sì, te l’ho già mandato via mail criptata. Siediti, almeno ti medico la bocca.»
Non rispondo, non ho bisogno di essere medicata. Mi tolgo il giaccone bagnato, lo lascio cadere su una pila di vecchi computer morti. Sotto sono ancora nuda, Marco guarda i lividi, i tagli, i segni di morsi sulle tette.
«Sei la ragazza più bella che ho mai visto.»
Lo dice piano, quasi con vergogna.
Mi siedo sul divano sfondato, allargo le gambe, lo guardo fisso. Il sangue secco sul labbro mi tira quando cerco di sorridere.
«Lo dicono tutti. Poi, di solito, mi picchiano.»
Marco abbassa gli occhi. Sa che è vero. E sa che non può farci niente.
Si inginocchia tra le mie cosce aperte, appoggia la fronte sul mio ginocchio. Sento il suo respiro caldo sulla pelle ancora piena di lividi.
Non gli dico niente. Gli prendo la nuca con una mano sola e gli spingo la faccia contro la fica. Marco non si tira indietro. Inizia a baciare e leccare piano, come se volesse pulirmi. Come se potesse.
Io chiudo gli occhi. Il dolore alle costole si mescola al piacere. Gli afferro i capelli più forte, gli spingo la testa dentro. «Più forte.»
Lui obbedisce. La lingua entra, si muove. Vengo in fretta, troppo in fretta, stringendogli la testa tra le cosce finché non gli tremano le spalle.
Quando finisco, lo tiro su per la maglietta. Gli metto la mano sul cazzo, è già duro. Lo tiro fuori, lo guardo negli occhi. «Non dire niente.»
Lo tiro dentro di me con un colpo secco. Sembra quasi stupito, poi comincia a muoversi. Mi scopa piano, delicatamente. Come se avesse paura di farmi male.
Mi piace, non ci sono abituata. Lo accarezzo, quasi d'istinto. Lui continua senza fretta, io comincio a muovermi, inarco la schiena, spingo verso di lui. Cazzo se mi piace.
Non resisto, grido. Grido per il piacere, senza aprire gli occhi.
Marco invece viene in silenzio, dentro di me, tremando. Resta lì qualche secondo, poi si ritrae. Mi guarda e non dice una parola.
Gli accarezzo i capelli, una sola volta. «Grazie. Di tutto.» Poi mi alzo, prendo il giaccone, esco.
A casa sua sto bene. Credo.
Boh, non lo so.
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