Mio
scritto il 2026-10-22 tempo di lettura 8 min
di
ale131
genere
prime esperienze
cura
A+
Amplio i due momenti dal **punto di vista di Lorenzo**, come bozza narrativa separata. Dialoghi e raccordi restano inventati; il capitolo approvato non viene toccato.
---
Elena aveva smesso di raccontare a metà di una frase.
Aspettai che continuasse. Lei guardava la mia mano, appoggiata vicino al cambio, e con un dito seguiva una cucitura della propria giacca.
«E poi?» chiesi.
«Poi cosa?»
«Stavi parlando.»
«Ah.»
Mi guardò e sorrise, ma non riprese.
Durante il tragitto avevo trovato qualcosa da dire a ogni silenzio. Adesso mi sembrava che continuare a parlare avrebbe soltanto rimandato il momento di capire perché fosse rimasta voltata verso di me.
Spensi il motore.
Elena abbassò gli occhi sulla chiave, poi tornò a cercarmi.
«Hai freddo?» domandai.
«No.»
«Perché tieni ancora la giacca?»
Guardò quello che aveva addosso, quasi se ne accorgesse allora.
«Perché non me la sono tolta.»
Mi venne da ridere. Lei scosse la testa, già divertita dalla stupidità della propria risposta.
L’aiutai a liberare una manica che si era impigliata. Quando ebbe finito, invece di posare la giacca dietro, rimase a tenerla fra noi.
«Dammela.»
«Aspetta.»
La sistemò sul sedile posteriore, poi tornò a voltarsi. Il movimento l’aveva portata più vicina.
Le sfiorai la mano. Elena guardò le nostre dita prima di stringermele.
Avrei voluto baciarla subito. Aspettai ancora un momento, e lei se ne accorse.
«Che fai?»
«Ti guardo.»
«Ho visto.»
Mi prese il bordo della manica, come la sera del primo bacio. Quella volta riconobbi il gesto e mi avvicinai.
Il bacio cominciò con un’esitazione. Mi fermai appena per guardarla, ma Elena non lasciò la mia manica.
«Dove vai?»
«Sono qui.»
Scosse piano la testa, sorridendo, e mi venne incontro.
Dopo restammo vicini senza parlare. Aveva una mano sulla mia spalla. Io sentivo il bisogno di dirle qualcosa, ma temevo di scegliere una frase capace di farla richiudere.
Fu lei a interrompere il silenzio.
«Sei troppo serio.»
«Sto cercando di capire.»
Il sorriso le sparì un poco.
«Cosa?»
Mi pentii subito di averlo detto in quel modo.
«Come stai.»
Elena abbassò la mano dalla mia spalla. Per un istante pensai di aver rovinato tutto con una domanda.
Poi mi cercò di nuovo le dita.
«Bene. Solo che mi agito.»
«Anche prima ti agitavi.»
«Eh. Non mi passa a comando.»
«Lo so.»
Mi guardò, cercando forse di capire se stessi per aggiungere qualcosa. Rimasi zitto.
«Tu invece?» domandò.
Avrei potuto fare una battuta. Fino a quel momento ne avevo usate abbastanza da convincerla, forse, che sapessi sempre cosa fare.
«Anch’io.»
«Non sembra.»
«Meglio così.»
Le sfuggì una risata. Poi mi accarezzò una guancia, con un gesto così attento che smisi di pensare a come apparivo.
«Non devi fare quello tranquillo per forza.»
Le presi la mano e me la tenni un momento contro il viso.
Mi tornò in mente l’altra sera, il modo in cui mi ero voltato verso il parabrezza. Adesso avrei voluto recuperare anche quei minuti, trovare il gesto giusto da mettere al posto di quello sbagliato.
Elena mi baciò prima che riuscissi a dire qualcosa.
Quando si scostò, rimase a guardarmi.
«Io voglio», disse.
Annuii, ma aspettai che finisse.
«Se poi mi fermo…»
«Ti fermi.»
Mi studiò ancora un istante.
«Va bene.»
La nostra prima volta cominciò con quella fiducia ancora nuova. Ci furono cose da chiedere, piccoli impacci, un momento in cui Elena si nascose il viso contro la mia spalla perché le era venuto da ridere e si vergognava anche di quello.
Risi con lei. La sentii rilassarsi.
Più tardi rimase appoggiata a me, tenendomi una mano fra le sue. Fuori passò una macchina e per un istante la luce attraversò l’abitacolo.
Elena alzò la testa.
«Che ore sono?»
Guardai il telefono e glielo dissi.
«Oddio.»
Si raddrizzò, poi rimase ferma.
«Dobbiamo andare?» chiesi.
«Fra cinque minuti.»
Posai il telefono senza spegnere lo schermo. Lei lo prese e lo mise a faccia in giù.
«Cinque minuti veri.»
Le feci posto e tornò vicina.
Avrei voluto chiederle se stesse bene, se fosse contenta, se le fosse rimasto qualche dubbio. Mi accorsi che stavo cercando anche una rassicurazione per me.
«Se vuoi dirmi qualcosa…» cominciai.
Elena si voltò.
«Adesso?»
«Anche dopo.»
Ci pensò un momento.
«Adesso vorrei che non diventassi strano.»
«In che senso?»
Fece una smorfia, infastidita dal dover cercare le parole.
«Non lo so. Che domani non so come salutarti.»
Le passai un braccio intorno alle spalle.
«Come oggi.»
«Oggi ti ho parlato per mezz’ora.»
«Ho notato.»
Mi diede una piccola spinta.
Rimanemmo lì ancora un po’. Quando ripresi le chiavi, Elena raccolse la giacca senza quella fretta che ricordavo dall’altra sera.
Sotto casa aspettò che le prendessi la mano prima di salutarla.
Quella notte le scrissi appena arrivato. Mi rispose mentre stavo ancora togliendo le scarpe.
*Sei già a letto?*
*No.*
*Neanch’io.*
Mi sedetti e rimasi a parlare con lei finché la conversazione tornò a essere fatta di sciocchezze. A un certo punto mi accorsi che avevo smesso di cercare una frase importante da mandarle.
Le raccontavo la mia serata.
Lei c’era stata dentro.
* * *
Quando entrai nella sua stanza, Elena mi precedette di due passi e poi si voltò, come se dovesse controllare che fossi davvero arrivato fin lì.
Mi indicò dove sedermi.
«Lì?»
«Sì. Dove vuoi.»
Rimase in piedi.
Mi guardai intorno con discrezione. Fino ad allora l’avevo vista soprattutto nei luoghi in cui ci incontravamo. Le cose intorno a lei mi facevano venire domande semplici, che fuori non mi sarebbero venute.
Gliene feci una.
Elena cominciò a rispondere, poi prese l’oggetto di cui stavamo parlando per mostrarmelo meglio. Finalmente si sedette accanto a me.
La ascoltai. Mi piaceva il modo in cui, raccontando, dimenticava per qualche secondo di essere nervosa. Poi incontrava i miei occhi e perdeva una parola.
«Mi stai ascoltando?»
«Sì.»
«Hai una faccia.»
«È questa.»
Rise e abbassò lo sguardo. Le sfiorai il polso, ma aspettai che posasse quello che aveva in mano.
Lo mise via con troppa cura.
«Adesso?»
Non capii subito.
Elena si voltò verso di me.
«Adesso puoi anche smettere di stare seduto così lontano.»
Guardai lo spazio fra noi. Era poco, ma mi sembrò di averlo lasciato lì apposta.
Mi avvicinai.
Il primo bacio fu quasi timido. Elena aveva una mano sul letto e l’altra appoggiata al mio braccio. Quando mi fermai, mi guardò con un sorriso trattenuto.
«Che c’è?» chiesi.
«Mi sembra strano.»
Aspettai.
«Vederti qui.»
«Vuoi che mi sposti?»
Mi afferrò il braccio prima ancora che finissi la domanda.
«Non fare lo scemo.»
La baciai di nuovo. Questa volta fu lei a trattenere il momento, a cercarmi quando mi scostai appena. Poi le venne da sorridere e dovemmo fermarci.
«Adesso che c’è?»
«Niente. È che continuo a pensare che siamo qui.»
Guardai la stanza, poi lei.
«Sì. Questo l’ho capito.»
Mi colpì piano sulla spalla.
Le presi la mano e gliela tenni. Il sorriso le rimase sul viso ancora un momento, poi si fece seria.
Mi accorsi di volerla guardare più di quanto fossi abituato a fare. In macchina c’erano sempre il parabrezza, la strada, qualcosa verso cui voltarmi. Lì ogni volta tornavo a lei.
Elena se ne accorse.
«Mi metti in imbarazzo.»
Abbassai gli occhi.
Fu lei a cercarmi il viso.
«Non così tanto.»
La vicinanza di quel pomeriggio ebbe un altro ritmo. C’era spazio per una frase interrotta, per cambiare posizione e lamentarsi di un braccio addormentato, per ridere senza che sembrasse di aver rovinato qualcosa.
Quando tornammo tranquilli, Elena mi rimase accanto e ricominciò il racconto che aveva lasciato a metà.
La interruppi con una domanda.
«Aspetta, fammi finire.»
«È quello che dici sempre tu a me.»
«Perché tu non mi fai finire mai.»
Si mise più comoda e riprese. Io le tenevo una mano e ogni tanto le passavo il pollice sulle dita, finché lei me lo fermò.
«Mi fai il solletico.»
«Così poco?»
«Sì, così poco.»
Allentai la presa. Elena rimise la propria mano nella mia.
Più tardi mi alzai per prendere il telefono dalla sedia.
«Te ne vai?»
Mi voltai. La domanda le era uscita troppo in fretta perché potesse fingere che non le importasse.
Le mostrai il telefono.
«Prendevo questo.»
«Ah.»
Lo rimisi dov’era.
Elena mi seguì con gli occhi mentre tornavo a sedermi.
«Guarda che puoi prenderlo.»
«Dopo.»
Mi appoggiai accanto a lei. Per qualche minuto non parlammo. Sentivo che avrebbe voluto chiedermi a che ora dovessi andare, ma la vedevo trattenersi ogni volta che guardava verso la finestra.
«Ho ancora un po’ di tempo», dissi.
«Non ti ho chiesto niente.»
«Lo so.»
Mi guardò male per finta, poi si appoggiò alla mia spalla.
Quando arrivò davvero il momento di salutarci, mi accompagnò fino alla porta. Continuava a tenermi due dita, una presa piccola che rendeva difficile fare anche solo un passo.
«Domani?» chiesi.
Elena guardò le nostre mani e finalmente mi lasciò.
«Scrivimi.»
«Ti scrivo.»
Le diedi un bacio. Mi stavo già scostando quando mi trattenne ancora.
Quella volta non cercai di capire se volesse dirmi qualcosa.
Rimasi.
---
Elena aveva smesso di raccontare a metà di una frase.
Aspettai che continuasse. Lei guardava la mia mano, appoggiata vicino al cambio, e con un dito seguiva una cucitura della propria giacca.
«E poi?» chiesi.
«Poi cosa?»
«Stavi parlando.»
«Ah.»
Mi guardò e sorrise, ma non riprese.
Durante il tragitto avevo trovato qualcosa da dire a ogni silenzio. Adesso mi sembrava che continuare a parlare avrebbe soltanto rimandato il momento di capire perché fosse rimasta voltata verso di me.
Spensi il motore.
Elena abbassò gli occhi sulla chiave, poi tornò a cercarmi.
«Hai freddo?» domandai.
«No.»
«Perché tieni ancora la giacca?»
Guardò quello che aveva addosso, quasi se ne accorgesse allora.
«Perché non me la sono tolta.»
Mi venne da ridere. Lei scosse la testa, già divertita dalla stupidità della propria risposta.
L’aiutai a liberare una manica che si era impigliata. Quando ebbe finito, invece di posare la giacca dietro, rimase a tenerla fra noi.
«Dammela.»
«Aspetta.»
La sistemò sul sedile posteriore, poi tornò a voltarsi. Il movimento l’aveva portata più vicina.
Le sfiorai la mano. Elena guardò le nostre dita prima di stringermele.
Avrei voluto baciarla subito. Aspettai ancora un momento, e lei se ne accorse.
«Che fai?»
«Ti guardo.»
«Ho visto.»
Mi prese il bordo della manica, come la sera del primo bacio. Quella volta riconobbi il gesto e mi avvicinai.
Il bacio cominciò con un’esitazione. Mi fermai appena per guardarla, ma Elena non lasciò la mia manica.
«Dove vai?»
«Sono qui.»
Scosse piano la testa, sorridendo, e mi venne incontro.
Dopo restammo vicini senza parlare. Aveva una mano sulla mia spalla. Io sentivo il bisogno di dirle qualcosa, ma temevo di scegliere una frase capace di farla richiudere.
Fu lei a interrompere il silenzio.
«Sei troppo serio.»
«Sto cercando di capire.»
Il sorriso le sparì un poco.
«Cosa?»
Mi pentii subito di averlo detto in quel modo.
«Come stai.»
Elena abbassò la mano dalla mia spalla. Per un istante pensai di aver rovinato tutto con una domanda.
Poi mi cercò di nuovo le dita.
«Bene. Solo che mi agito.»
«Anche prima ti agitavi.»
«Eh. Non mi passa a comando.»
«Lo so.»
Mi guardò, cercando forse di capire se stessi per aggiungere qualcosa. Rimasi zitto.
«Tu invece?» domandò.
Avrei potuto fare una battuta. Fino a quel momento ne avevo usate abbastanza da convincerla, forse, che sapessi sempre cosa fare.
«Anch’io.»
«Non sembra.»
«Meglio così.»
Le sfuggì una risata. Poi mi accarezzò una guancia, con un gesto così attento che smisi di pensare a come apparivo.
«Non devi fare quello tranquillo per forza.»
Le presi la mano e me la tenni un momento contro il viso.
Mi tornò in mente l’altra sera, il modo in cui mi ero voltato verso il parabrezza. Adesso avrei voluto recuperare anche quei minuti, trovare il gesto giusto da mettere al posto di quello sbagliato.
Elena mi baciò prima che riuscissi a dire qualcosa.
Quando si scostò, rimase a guardarmi.
«Io voglio», disse.
Annuii, ma aspettai che finisse.
«Se poi mi fermo…»
«Ti fermi.»
Mi studiò ancora un istante.
«Va bene.»
La nostra prima volta cominciò con quella fiducia ancora nuova. Ci furono cose da chiedere, piccoli impacci, un momento in cui Elena si nascose il viso contro la mia spalla perché le era venuto da ridere e si vergognava anche di quello.
Risi con lei. La sentii rilassarsi.
Più tardi rimase appoggiata a me, tenendomi una mano fra le sue. Fuori passò una macchina e per un istante la luce attraversò l’abitacolo.
Elena alzò la testa.
«Che ore sono?»
Guardai il telefono e glielo dissi.
«Oddio.»
Si raddrizzò, poi rimase ferma.
«Dobbiamo andare?» chiesi.
«Fra cinque minuti.»
Posai il telefono senza spegnere lo schermo. Lei lo prese e lo mise a faccia in giù.
«Cinque minuti veri.»
Le feci posto e tornò vicina.
Avrei voluto chiederle se stesse bene, se fosse contenta, se le fosse rimasto qualche dubbio. Mi accorsi che stavo cercando anche una rassicurazione per me.
«Se vuoi dirmi qualcosa…» cominciai.
Elena si voltò.
«Adesso?»
«Anche dopo.»
Ci pensò un momento.
«Adesso vorrei che non diventassi strano.»
«In che senso?»
Fece una smorfia, infastidita dal dover cercare le parole.
«Non lo so. Che domani non so come salutarti.»
Le passai un braccio intorno alle spalle.
«Come oggi.»
«Oggi ti ho parlato per mezz’ora.»
«Ho notato.»
Mi diede una piccola spinta.
Rimanemmo lì ancora un po’. Quando ripresi le chiavi, Elena raccolse la giacca senza quella fretta che ricordavo dall’altra sera.
Sotto casa aspettò che le prendessi la mano prima di salutarla.
Quella notte le scrissi appena arrivato. Mi rispose mentre stavo ancora togliendo le scarpe.
*Sei già a letto?*
*No.*
*Neanch’io.*
Mi sedetti e rimasi a parlare con lei finché la conversazione tornò a essere fatta di sciocchezze. A un certo punto mi accorsi che avevo smesso di cercare una frase importante da mandarle.
Le raccontavo la mia serata.
Lei c’era stata dentro.
* * *
Quando entrai nella sua stanza, Elena mi precedette di due passi e poi si voltò, come se dovesse controllare che fossi davvero arrivato fin lì.
Mi indicò dove sedermi.
«Lì?»
«Sì. Dove vuoi.»
Rimase in piedi.
Mi guardai intorno con discrezione. Fino ad allora l’avevo vista soprattutto nei luoghi in cui ci incontravamo. Le cose intorno a lei mi facevano venire domande semplici, che fuori non mi sarebbero venute.
Gliene feci una.
Elena cominciò a rispondere, poi prese l’oggetto di cui stavamo parlando per mostrarmelo meglio. Finalmente si sedette accanto a me.
La ascoltai. Mi piaceva il modo in cui, raccontando, dimenticava per qualche secondo di essere nervosa. Poi incontrava i miei occhi e perdeva una parola.
«Mi stai ascoltando?»
«Sì.»
«Hai una faccia.»
«È questa.»
Rise e abbassò lo sguardo. Le sfiorai il polso, ma aspettai che posasse quello che aveva in mano.
Lo mise via con troppa cura.
«Adesso?»
Non capii subito.
Elena si voltò verso di me.
«Adesso puoi anche smettere di stare seduto così lontano.»
Guardai lo spazio fra noi. Era poco, ma mi sembrò di averlo lasciato lì apposta.
Mi avvicinai.
Il primo bacio fu quasi timido. Elena aveva una mano sul letto e l’altra appoggiata al mio braccio. Quando mi fermai, mi guardò con un sorriso trattenuto.
«Che c’è?» chiesi.
«Mi sembra strano.»
Aspettai.
«Vederti qui.»
«Vuoi che mi sposti?»
Mi afferrò il braccio prima ancora che finissi la domanda.
«Non fare lo scemo.»
La baciai di nuovo. Questa volta fu lei a trattenere il momento, a cercarmi quando mi scostai appena. Poi le venne da sorridere e dovemmo fermarci.
«Adesso che c’è?»
«Niente. È che continuo a pensare che siamo qui.»
Guardai la stanza, poi lei.
«Sì. Questo l’ho capito.»
Mi colpì piano sulla spalla.
Le presi la mano e gliela tenni. Il sorriso le rimase sul viso ancora un momento, poi si fece seria.
Mi accorsi di volerla guardare più di quanto fossi abituato a fare. In macchina c’erano sempre il parabrezza, la strada, qualcosa verso cui voltarmi. Lì ogni volta tornavo a lei.
Elena se ne accorse.
«Mi metti in imbarazzo.»
Abbassai gli occhi.
Fu lei a cercarmi il viso.
«Non così tanto.»
La vicinanza di quel pomeriggio ebbe un altro ritmo. C’era spazio per una frase interrotta, per cambiare posizione e lamentarsi di un braccio addormentato, per ridere senza che sembrasse di aver rovinato qualcosa.
Quando tornammo tranquilli, Elena mi rimase accanto e ricominciò il racconto che aveva lasciato a metà.
La interruppi con una domanda.
«Aspetta, fammi finire.»
«È quello che dici sempre tu a me.»
«Perché tu non mi fai finire mai.»
Si mise più comoda e riprese. Io le tenevo una mano e ogni tanto le passavo il pollice sulle dita, finché lei me lo fermò.
«Mi fai il solletico.»
«Così poco?»
«Sì, così poco.»
Allentai la presa. Elena rimise la propria mano nella mia.
Più tardi mi alzai per prendere il telefono dalla sedia.
«Te ne vai?»
Mi voltai. La domanda le era uscita troppo in fretta perché potesse fingere che non le importasse.
Le mostrai il telefono.
«Prendevo questo.»
«Ah.»
Lo rimisi dov’era.
Elena mi seguì con gli occhi mentre tornavo a sedermi.
«Guarda che puoi prenderlo.»
«Dopo.»
Mi appoggiai accanto a lei. Per qualche minuto non parlammo. Sentivo che avrebbe voluto chiedermi a che ora dovessi andare, ma la vedevo trattenersi ogni volta che guardava verso la finestra.
«Ho ancora un po’ di tempo», dissi.
«Non ti ho chiesto niente.»
«Lo so.»
Mi guardò male per finta, poi si appoggiò alla mia spalla.
Quando arrivò davvero il momento di salutarci, mi accompagnò fino alla porta. Continuava a tenermi due dita, una presa piccola che rendeva difficile fare anche solo un passo.
«Domani?» chiesi.
Elena guardò le nostre mani e finalmente mi lasciò.
«Scrivimi.»
«Ti scrivo.»
Le diedi un bacio. Mi stavo già scostando quando mi trattenne ancora.
Quella volta non cercai di capire se volesse dirmi qualcosa.
Rimasi.
di
ale131
ale131
40
visite
visite
0
voti
voti
valutazione
0
0
il tuo voto
Commenti dei lettori al racconto erotico