Una storia particolare
di
Andrea Vergnano
genere
gay
Capitolo 1
Chattavo con Andrea da diversi mesi e avevo già capito che non era come i soliti. Traspareva chiaramente che fosse una persona acculturata, con studi solidi alle spalle e una vita piena. Non era più un ragazzino — aveva trentotto anni — ma nemmeno io, con i miei cinquantacinque, potevo definirmi tale: ci separavano pur sempre quasi vent’anni.
Dopo parecchie insistenze, era riuscito a mandarmi qualche foto svestito. Aveva un bel fisico: longilineo, gambe dritte e affusolate, toniche senza essere muscolose, con pochissima peluria. Il viso, però, aveva preferito non mostrarlo, adducendo motivi di privacy.
Non mi chiese scatti in cambio, e la cosa mi andava più che bene. Non sono molto in forma e non ne vado fiero: mangio bene e mi concedo le mie passeggiate quotidiane, ma lo sport, sesso a parte, non fa per me. Da quella sua riservatezza avevo intuito potesse trattarsi di un uomo sposato con una passione inconfessabile. Chissà. Lo avrei scoperto da lì a poco.
Mi preparai scegliendo un abbigliamento sportivo ma curato: mi piace essere sempre in ordine e trasmettere un’idea di eleganza e sobrietà.
Suonò alla porta con totale puntualità. Mi trovai davanti una sorta di ragazzo cresciuto, con una folta capigliatura di capelli neri leggermente scompigliati.
La figura era snella — le foto non avevano mentito — e il viso si rivelò decisamente piacevole, segnato da un taglio d'occhi quasi a mandorla e labbra carnose, ben disegnate.
Gli offrii da bere e scambiammo qualche chiacchiera per rompere il ghiaccio. Si percepiva la sua indole timida e riservata, ma bastò qualche domanda ben piazzata perché iniziasse finalmente a sciogliersi. In fondo avevamo chattato tanto e gli argomenti non mancavano.
Per farlo rilassare ancora di più gli offersi un calice di vino bianco, che accettò con una certa esitazione. La sua timidezza non mi dispiaceva, tutt’altro.
«Di che hai paura, Andrea… tanto ti ho già visto mezzo nudo».
Rise imbarazzato. Mentre lo dicevo, gli appoggiai una mano sul ginocchio. La lasciò lì e si scostò soltanto dopo qualche minuto: lo interpretai come un buon segno. Continuammo a bere e a parlare di libri. Leggeva molto, e quello era un ottimo terreno comune. Eravamo seduti sul mio divano. Mentre parlavamo, tornavo spesso a carezzargli la gamba sinistra, dal ginocchio alla coscia.
«Ti piace stare qui a chiacchierare con me? A me molto… e sei anche un bellissimo ragazzo».
Sorrideva, abbassava gli occhi, visibilmente imbarazzato. E questo cominciava ad eccitarmi. Spostai la mano più in alto sulla coscia, vicino all’inguine, e la lasciai lì. Dopo un paio di minuti, con una scusa mi chiese dove fosse il bagno. Era evidente che il mio tocco lo agitasse.
Mentre mi lasciava solo per qualche minuto, attendendolo, mi accorsi di desiderarlo. Volevo vederlo nudo, ammirare quelle belle gambe della fotografia e il sedere, che indovinavo tonico e ben fatto, ma di cui non mi aveva inviato alcun dettaglio. Anche il suo atteggiamento mi intrigava: così educato, gentile. Mi domandavo se sessualmente si lasciasse dominare, come piace a me. Lo avrei scoperto presto.
Notai che aveva lasciato il telefono sul tavolo e, d’istinto, pensai di prenderlo e nasconderlo.
Quando uscì dal bagno, mentre si dirigeva verso il divano per riprendere posto, gli dissi: «Andrea, aspetta. Rimani lì».
Si fermò. Aspettai un istante.
«Che c’è?».
«Stavo pensando… perché non ti spogli e mi fai vedere se quelle foto che mi hai mandato dicevano la verità?».
Sorrise, imbarazzato e interdetto. Si vedeva che non era abituato a incontri del genere. «Qui… così? Non saprei…».
«Che c’è… ti vergogni forse?».
«No… è solo che… non saprei, ci siamo appena conosciuti».
Mi alzai e andai verso di lui. Lo superavo in altezza di una spanna ed ero assai più pesante.
Mi ci parai davanti, a pochi centimetri dal suo viso, prendendolo per le spalle. Lo attirai con forza verso di me e posi le labbra sulle sue. Aprì la bocca per lo stupore e ne approfittai per inserirvi la lingua.
Con una mano scesi ad afferrargli i glutei strofinandoli con decisione, mentre con l’altra lo bloccai per la nuca, impedendogli di sottrarsi al bacio.
Cercò di divincolarsi, dapprima con scarso successo; poi però portò le mani sul mio petto e mi costrinse ad allontanarmi.
«Ma che fai, sei pazzo?!».
Sconvolto, si diresse rapidamente verso la porta d’ingresso, mentre io ridevo di gusto.
Era molto scosso. Uscì scappando, senza nemmeno rendersi conto di avermi lasciato il telefono.
andre.vergnano@gmail.com
Chattavo con Andrea da diversi mesi e avevo già capito che non era come i soliti. Traspareva chiaramente che fosse una persona acculturata, con studi solidi alle spalle e una vita piena. Non era più un ragazzino — aveva trentotto anni — ma nemmeno io, con i miei cinquantacinque, potevo definirmi tale: ci separavano pur sempre quasi vent’anni.
Dopo parecchie insistenze, era riuscito a mandarmi qualche foto svestito. Aveva un bel fisico: longilineo, gambe dritte e affusolate, toniche senza essere muscolose, con pochissima peluria. Il viso, però, aveva preferito non mostrarlo, adducendo motivi di privacy.
Non mi chiese scatti in cambio, e la cosa mi andava più che bene. Non sono molto in forma e non ne vado fiero: mangio bene e mi concedo le mie passeggiate quotidiane, ma lo sport, sesso a parte, non fa per me. Da quella sua riservatezza avevo intuito potesse trattarsi di un uomo sposato con una passione inconfessabile. Chissà. Lo avrei scoperto da lì a poco.
Mi preparai scegliendo un abbigliamento sportivo ma curato: mi piace essere sempre in ordine e trasmettere un’idea di eleganza e sobrietà.
Suonò alla porta con totale puntualità. Mi trovai davanti una sorta di ragazzo cresciuto, con una folta capigliatura di capelli neri leggermente scompigliati.
La figura era snella — le foto non avevano mentito — e il viso si rivelò decisamente piacevole, segnato da un taglio d'occhi quasi a mandorla e labbra carnose, ben disegnate.
Gli offrii da bere e scambiammo qualche chiacchiera per rompere il ghiaccio. Si percepiva la sua indole timida e riservata, ma bastò qualche domanda ben piazzata perché iniziasse finalmente a sciogliersi. In fondo avevamo chattato tanto e gli argomenti non mancavano.
Per farlo rilassare ancora di più gli offersi un calice di vino bianco, che accettò con una certa esitazione. La sua timidezza non mi dispiaceva, tutt’altro.
«Di che hai paura, Andrea… tanto ti ho già visto mezzo nudo».
Rise imbarazzato. Mentre lo dicevo, gli appoggiai una mano sul ginocchio. La lasciò lì e si scostò soltanto dopo qualche minuto: lo interpretai come un buon segno. Continuammo a bere e a parlare di libri. Leggeva molto, e quello era un ottimo terreno comune. Eravamo seduti sul mio divano. Mentre parlavamo, tornavo spesso a carezzargli la gamba sinistra, dal ginocchio alla coscia.
«Ti piace stare qui a chiacchierare con me? A me molto… e sei anche un bellissimo ragazzo».
Sorrideva, abbassava gli occhi, visibilmente imbarazzato. E questo cominciava ad eccitarmi. Spostai la mano più in alto sulla coscia, vicino all’inguine, e la lasciai lì. Dopo un paio di minuti, con una scusa mi chiese dove fosse il bagno. Era evidente che il mio tocco lo agitasse.
Mentre mi lasciava solo per qualche minuto, attendendolo, mi accorsi di desiderarlo. Volevo vederlo nudo, ammirare quelle belle gambe della fotografia e il sedere, che indovinavo tonico e ben fatto, ma di cui non mi aveva inviato alcun dettaglio. Anche il suo atteggiamento mi intrigava: così educato, gentile. Mi domandavo se sessualmente si lasciasse dominare, come piace a me. Lo avrei scoperto presto.
Notai che aveva lasciato il telefono sul tavolo e, d’istinto, pensai di prenderlo e nasconderlo.
Quando uscì dal bagno, mentre si dirigeva verso il divano per riprendere posto, gli dissi: «Andrea, aspetta. Rimani lì».
Si fermò. Aspettai un istante.
«Che c’è?».
«Stavo pensando… perché non ti spogli e mi fai vedere se quelle foto che mi hai mandato dicevano la verità?».
Sorrise, imbarazzato e interdetto. Si vedeva che non era abituato a incontri del genere. «Qui… così? Non saprei…».
«Che c’è… ti vergogni forse?».
«No… è solo che… non saprei, ci siamo appena conosciuti».
Mi alzai e andai verso di lui. Lo superavo in altezza di una spanna ed ero assai più pesante.
Mi ci parai davanti, a pochi centimetri dal suo viso, prendendolo per le spalle. Lo attirai con forza verso di me e posi le labbra sulle sue. Aprì la bocca per lo stupore e ne approfittai per inserirvi la lingua.
Con una mano scesi ad afferrargli i glutei strofinandoli con decisione, mentre con l’altra lo bloccai per la nuca, impedendogli di sottrarsi al bacio.
Cercò di divincolarsi, dapprima con scarso successo; poi però portò le mani sul mio petto e mi costrinse ad allontanarmi.
«Ma che fai, sei pazzo?!».
Sconvolto, si diresse rapidamente verso la porta d’ingresso, mentre io ridevo di gusto.
Era molto scosso. Uscì scappando, senza nemmeno rendersi conto di avermi lasciato il telefono.
andre.vergnano@gmail.com
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