La parete sottile (Ep. 1) – Il primo passo

scritto il 2026-10-10 tempo di lettura 8 min

di
genere
confessioni
cura
A−

Finalmente mi sono deciso ed ho trovato il coraggio di raccontare questa storia, tratta da fatti realmente accaduti. I nomi saranno frutto della mia fantasia, così come qualche dettaglio ed abbellimento qua e là, ma il cuore no…

Mi sono trasferito per motivi di lavoro ormai da qualche anno, in una palazzina situata in una città del Nord Italia. Inizialmente gli impegni lavorativi e lo studio mi tenevano fuori casa per quasi tutto il giorno: rientravo stanco morto soltanto la sera tardi, motivo per cui non ho mai vissuto davvero il condominio né conosciuto i suoi abitanti.

All'incirca un anno dopo il mio arrivo, gli inquilini dell'appartamento confinante — una coppia anziana — hanno lasciato il posto a una nuova coppia, decisamente più giovane, che a occhio e croce non poteva avere tanti anni più di me.

Terminati finalmente gli studi, la mia routine si è alleggerita. Con i weekend liberi e gli orari da ufficio ho iniziato a passare più tempo a casa e a dedicarmi ai miei hobby. È stato allora che ho cominciato a incrociare i condomini: ci si vedeva nel cortiletto comune per un saluto rapido o ci si incontrava durante le solite assemblee di condominio.

Fino a quel momento non avevo mai conosciuto davvero la coppia che abitava a fianco. Ho iniziato a intravederli più spesso sul pianerottolo, ma senza mai andare oltre un rapido saluto o una frase di circostanza, tipo "Finalmente arriva il caldo!" o "Speriamo smetta di piovere prima o poi!". Nulla di più.

Quello che ho trovato più singolare è come, nonostante le rare interazioni, la nostra conoscenza fosse in realtà molto più profonda di quanto si potesse immaginare. Le pareti che separano i nostri appartamenti a stento superano i quindici centimetri, e la conseguenza diretta è che, volendo o no, le abitudini degli uni e degli altri diventano palesi.

La partita di calcio ad alto volume il venerdì sera con il tifo sfegatato per la Juventus, la stessa passione per il rugby e i motori, ma anche le cene verso le venti e le sveglie distanziate di pochi minuti le une dalle altre.

Ci si conosceva così: tutto ciò che andava oltre l'aspetto di un uomo elegante con la valigetta che lasciava casa il mattino presto per rientrare verso le diciannove, e della sua compagna, una bella donna, curata, che probabilmente lavorava solo al mattino rientrando presto nel pomeriggio.

Quello che poteva sembrare normalità, però, nascondeva anche l'inaspettato. Ad udirsi erano persino i suoni più intimi: la doccia la sera o al mattino nel fine settimana e qualcosa di molto, molto più carnale. Il sesso.

I suoni della loro passione invadevano prepotenti le mie mura, ed accadeva spesso. Mugolii, respiri pesanti, parole distorte, un crescendo fino a grida sommesse inequivocabili.

Ma i momenti di piacere non cancellavano i sempre più frequenti litigi. Anch'essi abbattevano le pareti e portavano parole pesanti e rumori che non ricordavano affatto le carezze. Il pianto di una donna ferita, la voce possessiva di un uomo: non c'erano dubbi sulla situazione che si viveva a così breve distanza.

Con il passare del tempo quello che è cambiato è stata la frequenza delle liti e l'aspetto di lei. Ogni volta che la incrociavo la trovavo sempre un po' più spenta, meno curata, stanca.

Un pomeriggio ci siamo trovati a rientrare assieme. Ho notato subito i suoi occhi gonfi di lacrime: la sera precedente il litigio era stato particolarmente intenso.

«Ciao, come stai? Tutto bene?» le ho domandato con gentilezza.

«Sì, sì…» mi ha risposto distrattamente, senza guardarmi.

Il cuore mi batteva forte, ma non sopportavo di vederla ridotta in quello stato. «Ti ho sempre vista sorridente… sei sicura che vada tutto bene?» Non so davvero da dove io abbia tirato fuori quel coraggio.

Lei si è voltata, mi ha guardato e all'improvviso è scoppiata in lacrime. D'istinto mi sono avvicinato per darle un abbraccio di conforto.

Si è lasciata andare del tutto, inerme, al punto che ho dovuto quasi sorreggerla. È durato pochi secondi, poi, dopo essersi asciugata le guance e ricomposta, mi ha invitato ad entrare nel suo appartamento per offrirmi un bicchiere d'acqua e ringraziarmi. Fuori faceva molto caldo.

Titubante ho accettato. «Non voglio essere di disturbo, però.»

«Non ti preoccupare, non c'è nessuno in casa.»

Una volta entrati l'ho guardata togliersi le scarpe e mettersi comoda. Mi ha invitato a sedermi al tavolo della cucina mentre mi preparava l'acqua.

Per un minuto non ci sono state parole, solo il rumore dell'acqua del rubinetto in attesa che diventasse più fredda. La guardavo a disagio: era visibilmente triste. Aveva la testa china, gli occhi segnati dal pianto e una postura stanca.

Mi ha passato il bicchiere e l'ho ringraziata.

«Grazie a te, sei davvero molto gentile» ha detto a bassa voce.

«Mi dispiace vederti così, ti ho sempre vista sorridere.» L'ho vista sussultare.

Ci siamo guardati. Da vicino era davvero bellissima, nonostante quell'ombra sul viso. Quando ha incrociato il mio sguardo sono arrossito.

«Ci hai sentito litigare?» mi ha chiesto d'un tratto.

«Qualcosa ho sentito… più che altro confusione e rumori,» ho risposto, senza dirle tutta la verità.

Lei ha accennato un piccolo sorriso e ha iniziato a raccontarmi di quanto la sua relazione fosse diventata pesante. L'ho ascoltata in silenzio, senza interromperla: si stava finalmente liberando di un macigno.

Mi ha raccontato, con lunghe pause, dei cambiamenti avvenuti negli anni. Mi ha confidato che si conoscono dalle scuole superiori e che si sono sposati da pochi anni, ma da quando si sono trasferiti qui Matteo è diventato possessivo, aggressivo, irriconoscibile.

Man mano che i minuti passavano, la tensione si scioglieva. Alla fine ha insistito perché mi fermassi a cena.

«È il minimo per sdebitarmi. E poi stasera sono sola, Matteo non tornerà prima di domani pomeriggio.»

Ho accettato. L'ho guardata mentre apparecchiava e si muoveva tra i fornelli con una grazia naturale.

Non nego di aver sentito una forte attrazione per lei, per la sua semplicità e per il suono dolce della sua voce. Ha rifiutato con garbo ogni mio tentativo di aiutarla in cucina: quando si dedica a qualcosa che la distoglie dai suoi pensieri, ritrova subito una sicurezza affascinante.

Pronta la cena, ci siamo messi a tavola. Mi ha versato del vino rosso senza chiedere, per poi versarsene un po' anche per sé. La conversazione è andata avanti leggera: non è più tornata sulla sua relazione e io ho evitato con discrezione di fare domande.

Il vino era buono, ma non essendoci abituato mi ha dato subito un po' alla testa. Sentivo le guance andare a fuoco, e lei infatti mi ha fatto notare che ero diventato tutto rosso. Abbiamo riso un po'. Distrarsi con quella cena le ha fatto bene: il suo viso ha ripreso colore e gli occhi hanno ricominciato a sorridere.

«Anche le tue guance sono tutte rosse, però!» le ho fatto notare.

Non sapevo se fosse l'effetto del vino o se quel suo modo di giocare con il gambo del calice significasse qualcosa in più, una vera intesa. Fatto sta che stavamo bene.

Inebriato dal vino la guardavo con occhi diversi: il modo in cui si era legata i capelli all'indietro scoprendo i lineamenti del collo, il suo sorriso... un fascino davvero non comune. Il suo sguardo si posava su di me più a lungo del solito, come se volesse dirmi qualcosa in più.

Si è fatto tardi ed è arrivato il momento di salutarci e tornare nel mio appartamento, anche se a malincuore.

Prima di uscire, con la spinta dell'alcol in circolo e tutto il coraggio che avevo, le ho chiesto se avesse un post-it e una penna. Gentilmente me li ha procurati.

«Posso chiederti a cosa ti servono?» mi ha domandato.

Dalla sua espressione ho capito subito che stava un po' recitando: sapeva benissimo cosa stessi per fare.

Ho preso il foglietto e ci ho scritto sopra il mio numero di cellulare.

«Se dovessi aver bisogno di qualsiasi cosa, non esitare a chiamarmi o a scrivermi,» le ho detto sorridendole.

Ha preso il biglietto e l'ha stretto nel pugno.

«Grazie, davvero» mi ha risposto con un sorriso dolce e gli occhi che tornavano a farsi lucidi.

L'ho guardata dritta negli occhi: «Grazie a te per la cena.» Poi sono uscito con il cuore in gola.

Varcata la soglia di casa mia, ho tirato un lungo sospiro. Mi sono cambiato con la mente ancora fissa su quella fantastica serata e su quanto fosse meravigliosa la donna che avevo appena imparato a conoscere.

«Mi dispiace davvero per la situazione in cui si trova, non si merita per niente tutto questo» ho pensato mentre mi infilavo sotto le coperte.

Ho appoggiato il telefono sul comodino con la solita sveglia puntata. Ma questa volta con la speranza costante di vederlo illuminarsi e leggere sullo schermo "Messaggio da un numero sconosciuto".



Ascoltare senza giudicare e intuire ciò di cui una donna ha davvero bisogno è spesso il primo, vero gesto erotico. Quante volte ci si ritrova dall'altra parte di un muro a desiderare qualcuno che sappia semplicemente leggerci dentro…

Se questo primo capitolo vi ha lasciato un'intesa o la curiosità di sapere come andrà a finire, mi farebbe davvero piacere leggerlo nei commenti o scambiare due chiacchiere in privato:

mail: Kas26a@proton.me
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