Il canile

scritto il 2026-10-09 tempo di lettura 11 min

di
genere
dominazione
cura
A−

Questa è una storia vera.
Ma non vera come intendete voi, un fatto realmente accaduto nel mio passato, o in quello di altri.
Questa è una storia che accadrà in un futuro molto vicino: mercoledì prossimo; esattamente come viene descritto, nel luogo esatto indicato nel racconto.


Ho scelto di nuovo la Tenuta Il Poggio di Felegara per la sua bellezza e la sua distanza contenuta dalla città; facile da raggiungere ma lontana da occhi indiscreti.
Sono arrivato con largo anticipo, mi sono concesso una sauna rigenerante e una lunghissima doccia.
Un sorso di Franciacorta gelido mentre sistemo con calma tutto l’occorrente su un tavolinetto art noveau al centro della stanza.
Non ho dimenticato niente, sorrido soddisfatto avvolgendomi in un morbidissimo accappatoio di spugna pregiata e finemente ricamato con il logo della dimora.
Guardo il buio che avvolge la collina circostante attraverso la grande finestra, squarciato solo dai fari dell’auto che sto aspettando: sono le nove passate da dieci minuti.

Sorrido, ghignando.
“Troia, sei in ritardo”. Secco, un attimo dopo che lei ha varcato la porta. Senza convenevoli, non devono servire tra noi.
“Ho trovato tutti rossi e...”. La frase è spezzata dal suono della mia mano che schiaffeggia il suo volto impreparato.
Il rossore avvampa, scatenando una lacrima involontaria.
“Non scusarti, non parlare. Spogliati; in piedi”. Faccio una pausa: “Lentamente”.
E’ sorpresa, ma non delusa; lascia scivolare sul letto il cappotto, rivelando un vestito nero fin troppo aderente per le sue curve burrose.
Scioglie i capelli in una cascata corvina che le scende sulle spalle, poi il suono della zip sulla schiena annuncia la caduta dell’inutile tessuto.
Lo scalcia via, rimanendo con i soli stivali.

La guardo, completamente nuda, e inizio a girarle intorno, avvicinando il naso alla sua schiena, al collo, alle spalle.
“Puzzi, lo sai?” le dico avvicinandomi all’orecchio: “Puzzi di cagna in calore, esattamente come mi aspettavo”.
Mi accorgo che si sta bagnando, l’odore dei suoi umori carichi di feromoni è incontenibile e sembra spandersi vorticosamente.
“Inginocchiati” dico mettendomi davanti a lei; non se lo fa ripetere due volte, le brillano gli occhi dal desiderio, pensando a cosa sta per accadere.
La sua bocca è vicinissima al mio accappatoio, può percepire l’erezione che sta iniziando a gonfiarlo. Il suo viso da cerbiatta vogliosa mi ha intrigato fin dalla prima volta che l’ho vista.
“Non avere fretta, cagna. Prima mettiamo in chiaro come stanno le cose tra noi. Mettiti a quattro zampe”.

Mi volto verso il tavolino, sicuro che lei stia eseguendo l’ordine, e afferro un collare con le borchie in acciaio brunito.
Mi piego su di lei, allacciandoglielo ben stretto al collo.
“Guardami, non ti strozza vero?” dico aspettando il suo gesto di diniego, e vedo il suo sguardo eccitato e famelico.
Mi volto di nuovo verso il tavolo, afferro il tubetto di gel lubrificante e ne verso una noce sul plug in anale con la coda di volpe, fulva e soffice.
“Con questo sarai splendida”. Mi piego accanto a lei, faccio roteare la punta del plug in attorno al suo ano, spalmando il gel e stuzzicandole il perineo.
Poi inizio a spingere, guardandola dilatarsi con la parte metallica che scompare nell’ano, lasciando ricadere la coda tra le sue natiche.
“Ti piace? Non è un plug in grande, penso che possa piacerti, ti dona da morire sai? Guardati allo specchio”.

Rido, e le giro il volto verso il grande specchio a parete. Lei inizia a gattonare ondeggiando per osservare i movimenti della coda.
“Vediamo se sei una brava cagnetta” dico lanciandole un dildo in silicone dalla parte opposta della stanza.
Resta incerta un attimo, poi cerca di gattonare velocemente per recuperarlo facendo ciondolare le sue enormi tette e il suo corpo pieno e morbido.
Torna verso di me con il dildo in bocca e gli occhi sorridenti; si siede davanti a me e lo lascia cadere ai miei piedi.
“Ora però dammelo di carne, me lo merito” dice con il suo squisito accento emiliano.
Potrei schiaffeggiarla nuovamente per aver osato parlare, se lo aspetta e forse lo desidera. Ma non lo faccio, mi volto e riempio il flute osservando rapito il perlage del vino.
“Questo è per te, bevi” le dico riempiendo con il Franciacorta una ciotola in metallo e poggiandogliela a fianco.
Obbedisce, come fanno tutte, con entusiasmo.

Le guardo la schiena ampia e pallida, i capelli neri che le ricadono sulle spalle e il culo formoso e cellulitico che le dona un aspetto da fertile matrona.
Prendo la candela profumata e la accendo, assaporandone i sentori di gelsomino e osservando la cera che lentamente si scioglie e forma un piccolo lago sotto la fiammella tremula.
“E’ tutto tuo, fammi vedere cosa sai fare, e ricordati quello che mi hai promesso” dico slacciando la cintura di spugna che teneva chiuso l’accappatoio.
Si lecca le labbra, solleva una mano afferrandomi la base del cazzo e inizia a passare la lingua sull’asta, dal basso verso il glande, e viceversa.
Non smette un attimo di fissarmi, cerca la mia approvazione, i segni del mio piacere, beandosi della corposità della mia erezione, già quasi al massimo.
Schiude le labbra e avviluppa la mia cappella, stuzzicando la fessura e il frenulo con la lingua; movimenti lenti, esperti, con la giusta pressione.

Inizia ad affondare, senza più aiutarsi con la mano che poggia sulle mie cosce.
“Brava, brava, vediamo cosa sai fare” sussurro mentre il piacere inizia a coinvolgermi; le passo la mano tra i capelli, raccogliendoli in uno chignon improvvisato, e inizio a tirarle la testa verso di me.
Nelle nostre lunghe e focose chat ha promesso decine di volte che lo avrebbe preso tutto nella sua bocca, arrivando a baciarmi il ventre.
Ansimo piano e sento che mi si disegna un ghigno sul volto: la sento soffocare ed è arrivata poco oltre metà asta.
Nessuna ce l’ha mai fatta, delle molte che ci hanno provato, promettendomi tutte una gola profonda da favola.
“Stai soffocando? O mi sbaglio?” le dico quando sento che ha bisogno di rifiatare e le concedo di staccarsi.
La saliva le cola dai lati della bocca, il volto arrossato e ansante.

Prendo la candela profumata, gliela passo per un attimo davanti agli occhi inclinandola poi in un colpo.
Una cascata di cera liquida e bollente precipita verso il basso, fermandosi sul suo seno sinistro e coagulandosi dopo pochi attimi in un disegno scomposto.
Il suo affanno si trasforma in una smorfia di dolore con il respiro che le si blocca di colpo.
“Cazzo che male” geme portando una mano alla bocca e serrandola con forza.
“Riprovaci, se non vuoi soffrire ancora” le dico riprendendole la testa con la mano e spingendola di me.
Lo vedo sparire nella sua bocca, la cappella e metà asta spariscono subito, poi il calibro del mio cazzo diventa impegnativo e per quanto si sforzi di guadagnare qualche centimetro, i conati di vomito e la dilatazione della mandibola la fanno desistere di nuovo.
“Non mi arrendo cazzo” prova a dire tra un fiotto di saliva e l’altro, ma le tronco le parole a metà versandole la cera fusa sull’altro seno, facendola irrigidire dal dolore.
“Non stai andando bene troia, te l’avevo detto che non ce l’avresti fatta. Come è che dicevi? “Non è abbastanza lungo, non è così largo, vedrai cosa ti faccio”? Ora invece stai piagnucolando. Vuoi riprovare?”
La guardo, è sfigurata dallo sforzo, dal dolore e dal senso di umiliazione, ma annuisce decisa.

Ne apprezzo il coraggio e la tenacia, stavolta cambia tecnica cercando di introdurlo in bocca inclinato verso una guancia.
Guadagna terreno, non avverto i conati precedenti ma la sua bocca non è grande abbastanza per avvolgere i diciassette centimetri di circonferenza della mia asta.
Le premo la testa con decisione e sento le sue unghie che affondano nelle mie cosce, poi inizia a darmi pugni alle gambe e capisco che è il segnale della resa.
“Porco Giuda non ce la faccio” geme pronandosi sino ai miei piedi.
Guardo la candela e la sua schiena; inclino il vasetto in vetro e osservo la cera che si è fatta copiosa scendere veloce nel vuoto fino a disegnare una linea sulla sua pelle.
“Stronzo, stronzo, stronzo” dice sommessamente.
“I patti erano chiari, cagna. E so benissimo che ti piace” concludo togliendomi l’accappatoio e tirandole su la testa dal collare.
“Sali su letto, svelta”.
La guardo muoversi, impacciata, arrampicandosi sul materasso e rimanendo a pecorina con le gambe ben divaricate.

Mi metto in ginocchio dietro di lei, l’abbondanza delle sue carni mi copre parzialmente la vista, ma aprendole le cosce con le mani vedo la sua fica rosea, carnosa, lucida degli umori lubrificanti.
La cosa incredibile è il suo clitoride enorme; non ho mai visto nulla di simile, un piccolo cazzo duro e prominente in mezzo a due grandi labbra grasse come braciole.
Avvicino la testa e la pennello con la lingua piatta, dal monte di venere sino al buco dell’ano.
Ha un sussulto immediato, la sento gemere e incitarmi.
Ripeto il gesto, più volte, aumentando la pressione, per poi soffermarmi sul suo grilletto ipertrofico, avvolgendolo con la lingua e serrandolo tra le mie labbra.
Il liquido del suo piacere si fa copioso e denso, i suoi respiri sono brevi e ravvicinati e il suo gemere è una litania continua.
Avvicino l’indice e il medio all’ingresso e li lascio scivolare dentro, lenti e decisi, ricurvi verso la sua zona ruvida e sensibile, con il pollice le titillo il clitoride e con la lingua le stuzzico il perineo.

Viene quasi subito prorompendo in un urlo violento e volgare come lo spruzzo di squirting che mi arriva in piena faccia, acido e dolce al contempo.
L’orgasmo è lungo, scandito da spasmi ritmici del suo intero corpo, e si placano solo quando le dita escono in un colpo secco.
“Dio mi fai morire, non ho mai goduto cosi’ tanto” dice provando ad accasciarsi sul letto.
“Dove cazzo vai? Ora sta a me!” le dico assestandole uno schiaffo improvviso sulla natica destra per riportarla in posizione.
Non voglio la sua fica, quella marana bollente e dilatata non mi darebbe abbastanza soddisfazione nonostante la mia erezione sia al culmine della grandezza.
Struscio la cappella sui suoi umori che continuano a colare sul letto ormai fradicio, poi punto deciso verso il suo ano.
“No ti prego, no, scopami ti prego” la sento piagnucolare consapevole del suo destino infausto.

Il glande lubrificato scivola dentro con relativa facilità, come nella sua bocca.
Poi la discesa nel suo paradiso si fa più lenta e difficile man mano che il suo ano fatica a dilatarsi.
Non ho alcuna intenzione di fermarmi o di provare pietà per un culo che mi ha giurato non essere vergine. Non ricordo di aver mai desistito da un rapporto anale con una delle ragazze che avevo rimorchiato in chat: era stata avvisata che sarebbe accaduto e che probabilmente non sarebbe riuscita a sedersi per qualche giorno.
Le dispenso altri schiaffi sulle natiche che si arrossano e il rumore copre il pianto che si fa man mano gemito di piacere.
Mi ci vogliono almeno dieci minuti di piccoli avanzamenti e ritirate prima che le mie palle arrivino a toccarle le grandi labbra, con il mio cazzo che è completamente avvolto dalle sue carni dilatate.
Sento che l’orgasmo sopraggiunge veloce e l’inculata assume un ritmo più sincopato e nervoso.
“Ti prego vienimi in bocca” grida sentendo la mia tensione crescente.

Non me lo faccio ripetere, osservo la mia asta uscire sporca di una schiuma biancastra e resti maleodoranti dei suoi pasti passati.
“Apri la bocca, presto” ha appena il tempo di girarsi e sporgersi verso di me che il mio sperma parte in fiotti incontrollati verso il suo viso.
Il primo la colpisce sulla fronte, il secondo le centra in pieno la bocca mentre il terzo, più debole, va a imbiancarle i seni mescolandosi alla cera rappresa.
“Sei davvero una troia” mi sento dire in un gemito mentre l’orgasmo mi piega le gambe.
Mi lascio cadere sul letto accanto a lei, esausto e appagato.
“Tra poco si ricomincia vero?” mi sussurra all’orecchio.
La bacio mordendole il labbro.
“Certo mia splendida troia”.
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