Fuck disco dance
di
Voyager2001
genere
etero
Il tour che ci aveva disegnato l’agenzia di viaggi presentava una sosta per una notte a Limerick.
Non c’era nulla che ci interessasse davvero visitare in quella che sembrava, dalle descrizioni, una cittadina industriale irlandese cresciuta troppo in fretta a inizio ‘900, con orde di contadini e pastori che avevano preferito il lavoro in fabbrica, e poi spopolata dagli anni ’80 in poi quando gli eredi di quei contadini avevano pensato che si stesse meglio nelle campagne gestendo un B&B per accogliere i flussi di turisti.
Il nostro alloggio era a pochi passi dal centro, e ci arrivammo al crepuscolo sotto una pioggia torrenziale.
I proprietari si sentirono in dovere, vedendoci fradici e stanchi, di offrirci una cena a base di zuppa di funghi e pane nero di segale, ma declinammo l’invito vogliosi di cambiarsi e cercare un pub dove tracannare un po' di birre e infilarci in una discoteca dove dimenticare le troppe nozioni storiche ascoltate durante il giorno.
L’insegna a neon fucsia del “The bridge” ci attirò senza un motivo specifico; c’erano una decina di ragazzi e ragazze in coda all’ingresso, con due buttafuori che pigramente fingevano di perquisirli prima di farli entrare.
Erano tutti più alticci di noi, comprese le ragazze, ma dopo cinque giorni in Irlanda avevamo capito che competere con gli indigeni in gare alcoliche era impossibile per chiunque.
L’interno era scarno, una grande sala con le pareti nere, alcuni divanetti rossi attorno all’unica pista e il bar ben illuminato sul lato opposto.
Era ancora presto e il locale era semivuoto, il volume della disco dance era accettabile e i prezzi del bar migliori di qualunque locale italiano.
Ci guardammo attorno, eravamo quasi trentenni in mezzo a ragazzi e ragazze che faticavano a raggiungere i venti; tutti molto casual, c’erano alcuni gruppetti ben definiti che sembravano immiscibili tra loro, forse comitive di turisti o studenti in gita
Un brano dell’italianissima Gala fece da riempipista, tutti iniziarono a dimenarsi con le luci che sparavano i loro effetti psichedelici e i cannoni a ghiaccio secco che vomitavano fumo bianco.
Mi sentii urtare da dietro, un attimo prima che sulla mia schiena si aprisse una gora gelida di un liquido appiccicoso.
Mi voltai, una biondina minuta dallo sguardo velato dall’alcol aveva rovesciato metà del suo bicchiere sulla mia camicia, e ora stava alternando una risata isterica a delle scuse biascicate.
“Ti perdono solo perché sei la ragazza più carina del locale” gridai cercando di sovrastare la musica.
“Grazie, perdonami, davvero, non l’ho fatto apposta. Pure tu sei molto carino, come ti chiami?”mi chiese in un inglese terrificante.
Ci presentammo, continuando a ballare ma spostandoci sul bordo pista.
“Sono israeliana, ma i miei nonni sono irlandesi e sono venuta a trovarli in vacanza, sono con mia sorella e due amiche” disse indicandomi tre ragazze che avevano iniziato a guardarmi.
Quella che mi parve la sorella mi accennò un saluto: era sicuramente più grande, con un fisico atletico e un seno prosperoso, le gambe lunghe messe in mostro da una minigonna vertiginosa.
“Bella vero mia sorella, ti piace?” mi disse intuendo che il mio sguardo si stava soffermando un po' troppo sull’altra.
“No, tu sei l’unica veramente bella stasera” mentii sorridendole.
“Ma cosa stai bevendo? Siete tutti con questi beveroni enormi” proseguii.
Rise e portò il bicchiere alle mie labbra: “Prova, è buonissimo, è il decimo bicchiere che bevo stasera!”
Era un gin lemon di dimensioni enormi, molto diluito, fatto con un gin di pessima qualità che aveva l’unico effetto di rimanerti nel fegato a vita.
Calcolai che potesse avere otto o dieci gradi, ma certo al decimo bicchiere una ragazza così magra doveva essere alle soglie della sbronza.
Ballammo assieme, avevo visto i miei amici intrufolati in gruppetti più grandi e mi concentrai solo su di lei.
Durante qualche lento le cinsi la vita e poggiai le mie guance sulle sue, baciandola piano sulle orecchie e mordicchiandole i lobi.
Ogni volta che guardavo in direzione della sorella, la trovavo con il suo sguardo attento verso di noi.
Mi aveva detto di avere diciannove anni, io avevo mentito dichiarandone ventiquattro, ma il divario era sicuramente a due cifre; quando si sporse per baciarmi la vampata di alcool, succhi gastrici e denti non curati mi investì in pieno; esitai un attimo, poi la strinsi più forte e affondai la mia lingua nella sua bocca, con decisione.
“Vieni, ti offro da bere” le dissi desiderose di trascinarla fuori dalla pista, verso un divanetto.
Si lasciò trascinare verso il bar, poi mi strattonò di lato prendendo la via delle toilette.
Mi fece un sorriso malizioso leccandosi le labbra: “Voglio bere qualcosa di speciale” disse tirandomi con forza nei bagni degli uomini.
Non me lo feci ripetere, la spinsi dentro una toilette chiudendo la porta e ripresi a baciarla palpeggiandola sui seni, sul sedere e sollevandole appena la gonna.
Le luci basse, le pareti completamente coperte di scritte e graffiti e il sapore di piscio e vomito di ubriaco si dissolsero in un unico rantolo di piacere vedendola sedersi sulla tazza e sbottonarmi i pantaloni.
L’alcool mi aveva reso meno reattivo e l’erezione si compì al suo culmine solo nella sua bocca; me lo teneva con una mano che agitava avanti indietro appoggiando soltanto le labbra sul mio glande; era frenetica e vogliosa, ma la tecnica era piuttosto approssimativa.
Pensai alla sorella, che aveva l’aria invece della donna vissuta, e la immaginai agitata per averci perso di vista.
Abbassai gli occhi e incrociai il suo sguardo che cercava conferma del mio piacere; le staccai la mano dall’asta, poggiandola sui miei fianchi, poi affondai lentamente il cazzo nella sua bocca, provocandole un conato di vomito.
“Bravissima” dissi. “Continua così che sei splendida”.
Chiusi gli occhi e sentii la testa ondeggiare qua e là per l’effetto dell’alcool e del pompino.
Era la prima ragazza che rimorchiavo nella vacanza, e mi decisi a godermela appieno.
“Ti va di venire in camera da me? E’poco distante e stiamo più comodi” le chiesi speranzoso.
Svuotò la bocca del suo prezioso contenuto e scosse il capo: “Sarebbe fantastico, ma mia sorella di sicuro non vuole” concluse allargando le braccia sconsolata e riprendendo la sua opera con frenesia.
“E tua sorella vuole che tu sia qua con me chiusa in bagno?” dissi ridendo
Mi guardò di nuovo con un sorriso malizioso, scuotendo il capo.
La feci sollevare dalla tazza, la baciai sulla bocca e la feci girare di spalle, appoggiandole le mani alla parete del bagno.
Bofonchiò qualcosa ma non si oppose, divaricando le gambe e piegandosi in avanti.
Le sollevai la gonna scoprendo le sue mutandine bianche, che le sfilai in un attimo.
“Fuck me guy!” disse con la voce impastata.
“Lascia che mi metta un condom, sennò facciamo un guaio” risposi frugandomi nella tasca posteriore dei jeans.
“Prendo la pillola, stupido. Me la dà mia sorella che è più puttana di me” rise sguaiatamente.
Mi fermai un attimo per rallentare la mia eccitazione; mi abbassai e infilai la testa tra le sue gambe, divaricandole le natiche con le mani.
Fui stordito da un gancio destro fatto di piscio rancido, gin dozzinale, succo di fica e un’igiene intima molto approssimativa; resistetti all’impulso di sottrarmi, le aprii le grandi labbra e passai la lingua su tutto il suo sesso, dal clitoride indurito sino alle pieghette del suo ano.
Fremette, pronandosi ancora di più in avanti in cerca della mia lingua.
Ripetei il passaggio con maggiore pressione sul clitoride; la sentii imprecare di piacere.
Venne quasi subito, attraversata da spasmi violenti che le aprirono la vescica piena riversando su di me gran parte del suo caldo contenuto.
Mi fece schifo ma fece riprendere vigore alla mia erezione, e senza aspettare che i suoi spasmi si acquietassero mi alzai dietro di lei e le puntai il cazzo sulle grandi labbra.
“Fuck me, now” disse quasi gridando, implorando.
Entrai come una lama calda nel burro; ogni spinta si irrigidiva e invocava il suo dio, per poi emettere un muggito vaginale ogni volta che lo sfilavo fuori per prolungare il mio godimento.
Venne ancora, faticavo a tenerla ferma serrandole i fianchi per i suoi spasmi violenti e incontrollati.
Ero al limite, la feci girare per farla sedere di nuovo sulla tazza; mi guardò con l’aria sconvolta e non più lucida, ma aprì istintivamente la bocca.
“Ti avevo promesso che ti offrivo da bere” dissi appoggiandole il cazzo sulle labbra aperte masturbandomi appena per concludere.
I primi due schizzi scavalcarono le labbra e si stamparono sulle guance, sino alla fronte, poi iniziai a vedere il mio sperma caldo scorrere sulla sua lingua.
“Sei un maiale” disse facendomi provare per un attimo pena quando chiuse la bocca e la vidi deglutire in un unico bolo appiccicoso.
Non c’era nulla che ci interessasse davvero visitare in quella che sembrava, dalle descrizioni, una cittadina industriale irlandese cresciuta troppo in fretta a inizio ‘900, con orde di contadini e pastori che avevano preferito il lavoro in fabbrica, e poi spopolata dagli anni ’80 in poi quando gli eredi di quei contadini avevano pensato che si stesse meglio nelle campagne gestendo un B&B per accogliere i flussi di turisti.
Il nostro alloggio era a pochi passi dal centro, e ci arrivammo al crepuscolo sotto una pioggia torrenziale.
I proprietari si sentirono in dovere, vedendoci fradici e stanchi, di offrirci una cena a base di zuppa di funghi e pane nero di segale, ma declinammo l’invito vogliosi di cambiarsi e cercare un pub dove tracannare un po' di birre e infilarci in una discoteca dove dimenticare le troppe nozioni storiche ascoltate durante il giorno.
L’insegna a neon fucsia del “The bridge” ci attirò senza un motivo specifico; c’erano una decina di ragazzi e ragazze in coda all’ingresso, con due buttafuori che pigramente fingevano di perquisirli prima di farli entrare.
Erano tutti più alticci di noi, comprese le ragazze, ma dopo cinque giorni in Irlanda avevamo capito che competere con gli indigeni in gare alcoliche era impossibile per chiunque.
L’interno era scarno, una grande sala con le pareti nere, alcuni divanetti rossi attorno all’unica pista e il bar ben illuminato sul lato opposto.
Era ancora presto e il locale era semivuoto, il volume della disco dance era accettabile e i prezzi del bar migliori di qualunque locale italiano.
Ci guardammo attorno, eravamo quasi trentenni in mezzo a ragazzi e ragazze che faticavano a raggiungere i venti; tutti molto casual, c’erano alcuni gruppetti ben definiti che sembravano immiscibili tra loro, forse comitive di turisti o studenti in gita
Un brano dell’italianissima Gala fece da riempipista, tutti iniziarono a dimenarsi con le luci che sparavano i loro effetti psichedelici e i cannoni a ghiaccio secco che vomitavano fumo bianco.
Mi sentii urtare da dietro, un attimo prima che sulla mia schiena si aprisse una gora gelida di un liquido appiccicoso.
Mi voltai, una biondina minuta dallo sguardo velato dall’alcol aveva rovesciato metà del suo bicchiere sulla mia camicia, e ora stava alternando una risata isterica a delle scuse biascicate.
“Ti perdono solo perché sei la ragazza più carina del locale” gridai cercando di sovrastare la musica.
“Grazie, perdonami, davvero, non l’ho fatto apposta. Pure tu sei molto carino, come ti chiami?”mi chiese in un inglese terrificante.
Ci presentammo, continuando a ballare ma spostandoci sul bordo pista.
“Sono israeliana, ma i miei nonni sono irlandesi e sono venuta a trovarli in vacanza, sono con mia sorella e due amiche” disse indicandomi tre ragazze che avevano iniziato a guardarmi.
Quella che mi parve la sorella mi accennò un saluto: era sicuramente più grande, con un fisico atletico e un seno prosperoso, le gambe lunghe messe in mostro da una minigonna vertiginosa.
“Bella vero mia sorella, ti piace?” mi disse intuendo che il mio sguardo si stava soffermando un po' troppo sull’altra.
“No, tu sei l’unica veramente bella stasera” mentii sorridendole.
“Ma cosa stai bevendo? Siete tutti con questi beveroni enormi” proseguii.
Rise e portò il bicchiere alle mie labbra: “Prova, è buonissimo, è il decimo bicchiere che bevo stasera!”
Era un gin lemon di dimensioni enormi, molto diluito, fatto con un gin di pessima qualità che aveva l’unico effetto di rimanerti nel fegato a vita.
Calcolai che potesse avere otto o dieci gradi, ma certo al decimo bicchiere una ragazza così magra doveva essere alle soglie della sbronza.
Ballammo assieme, avevo visto i miei amici intrufolati in gruppetti più grandi e mi concentrai solo su di lei.
Durante qualche lento le cinsi la vita e poggiai le mie guance sulle sue, baciandola piano sulle orecchie e mordicchiandole i lobi.
Ogni volta che guardavo in direzione della sorella, la trovavo con il suo sguardo attento verso di noi.
Mi aveva detto di avere diciannove anni, io avevo mentito dichiarandone ventiquattro, ma il divario era sicuramente a due cifre; quando si sporse per baciarmi la vampata di alcool, succhi gastrici e denti non curati mi investì in pieno; esitai un attimo, poi la strinsi più forte e affondai la mia lingua nella sua bocca, con decisione.
“Vieni, ti offro da bere” le dissi desiderose di trascinarla fuori dalla pista, verso un divanetto.
Si lasciò trascinare verso il bar, poi mi strattonò di lato prendendo la via delle toilette.
Mi fece un sorriso malizioso leccandosi le labbra: “Voglio bere qualcosa di speciale” disse tirandomi con forza nei bagni degli uomini.
Non me lo feci ripetere, la spinsi dentro una toilette chiudendo la porta e ripresi a baciarla palpeggiandola sui seni, sul sedere e sollevandole appena la gonna.
Le luci basse, le pareti completamente coperte di scritte e graffiti e il sapore di piscio e vomito di ubriaco si dissolsero in un unico rantolo di piacere vedendola sedersi sulla tazza e sbottonarmi i pantaloni.
L’alcool mi aveva reso meno reattivo e l’erezione si compì al suo culmine solo nella sua bocca; me lo teneva con una mano che agitava avanti indietro appoggiando soltanto le labbra sul mio glande; era frenetica e vogliosa, ma la tecnica era piuttosto approssimativa.
Pensai alla sorella, che aveva l’aria invece della donna vissuta, e la immaginai agitata per averci perso di vista.
Abbassai gli occhi e incrociai il suo sguardo che cercava conferma del mio piacere; le staccai la mano dall’asta, poggiandola sui miei fianchi, poi affondai lentamente il cazzo nella sua bocca, provocandole un conato di vomito.
“Bravissima” dissi. “Continua così che sei splendida”.
Chiusi gli occhi e sentii la testa ondeggiare qua e là per l’effetto dell’alcool e del pompino.
Era la prima ragazza che rimorchiavo nella vacanza, e mi decisi a godermela appieno.
“Ti va di venire in camera da me? E’poco distante e stiamo più comodi” le chiesi speranzoso.
Svuotò la bocca del suo prezioso contenuto e scosse il capo: “Sarebbe fantastico, ma mia sorella di sicuro non vuole” concluse allargando le braccia sconsolata e riprendendo la sua opera con frenesia.
“E tua sorella vuole che tu sia qua con me chiusa in bagno?” dissi ridendo
Mi guardò di nuovo con un sorriso malizioso, scuotendo il capo.
La feci sollevare dalla tazza, la baciai sulla bocca e la feci girare di spalle, appoggiandole le mani alla parete del bagno.
Bofonchiò qualcosa ma non si oppose, divaricando le gambe e piegandosi in avanti.
Le sollevai la gonna scoprendo le sue mutandine bianche, che le sfilai in un attimo.
“Fuck me guy!” disse con la voce impastata.
“Lascia che mi metta un condom, sennò facciamo un guaio” risposi frugandomi nella tasca posteriore dei jeans.
“Prendo la pillola, stupido. Me la dà mia sorella che è più puttana di me” rise sguaiatamente.
Mi fermai un attimo per rallentare la mia eccitazione; mi abbassai e infilai la testa tra le sue gambe, divaricandole le natiche con le mani.
Fui stordito da un gancio destro fatto di piscio rancido, gin dozzinale, succo di fica e un’igiene intima molto approssimativa; resistetti all’impulso di sottrarmi, le aprii le grandi labbra e passai la lingua su tutto il suo sesso, dal clitoride indurito sino alle pieghette del suo ano.
Fremette, pronandosi ancora di più in avanti in cerca della mia lingua.
Ripetei il passaggio con maggiore pressione sul clitoride; la sentii imprecare di piacere.
Venne quasi subito, attraversata da spasmi violenti che le aprirono la vescica piena riversando su di me gran parte del suo caldo contenuto.
Mi fece schifo ma fece riprendere vigore alla mia erezione, e senza aspettare che i suoi spasmi si acquietassero mi alzai dietro di lei e le puntai il cazzo sulle grandi labbra.
“Fuck me, now” disse quasi gridando, implorando.
Entrai come una lama calda nel burro; ogni spinta si irrigidiva e invocava il suo dio, per poi emettere un muggito vaginale ogni volta che lo sfilavo fuori per prolungare il mio godimento.
Venne ancora, faticavo a tenerla ferma serrandole i fianchi per i suoi spasmi violenti e incontrollati.
Ero al limite, la feci girare per farla sedere di nuovo sulla tazza; mi guardò con l’aria sconvolta e non più lucida, ma aprì istintivamente la bocca.
“Ti avevo promesso che ti offrivo da bere” dissi appoggiandole il cazzo sulle labbra aperte masturbandomi appena per concludere.
I primi due schizzi scavalcarono le labbra e si stamparono sulle guance, sino alla fronte, poi iniziai a vedere il mio sperma caldo scorrere sulla sua lingua.
“Sei un maiale” disse facendomi provare per un attimo pena quando chiuse la bocca e la vidi deglutire in un unico bolo appiccicoso.
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