La matematica del cazzo

scritto il 2026-10-08 tempo di lettura 7 min

di
genere
dominazione
cura
B+

Ci sono uomini che comprano un’idea di dominio su Amazon, insieme a una lavatrice scontata del cinquanta per cento.
Stefano è uno di questi.
Gestisce un locale, è un misogino anche se lo nega, ha un cugino invadente che mi invita a pranzo sul mare e un’attrazione latente per tutto quello che in me non riesce a tenere sotto controllo. La nostra relazione si regge su un equilibrio precario fatto di tre pilastri: le sue battute da finto cacciatore, le mie foto a tradimento inviate durante le sue riunioni di lavoro e il fatto che io possa passargli i prezzi d’ingrosso degli elettrodomestici.
Ma, soprattutto, si regge sulle notti folli in cui la buona condotta va a farsi benedire.
È venerdì notte, sono quasi le tre.
Fuori piove. In casa c’è quel silenzio denso e pesante delle notti invernali. Mio marito dorme, ignaro di tutto. Io sono in un’altra stanza, al buio, con il telefono che illumina appena la mia faccia e una carica di libido che non mi fa chiudere occhio da giorni.
Invece di dormire, mando a Stefano un video senza troppi filtri.
«Adoro quando fai quello che dico», mi risponde subito. «Mi eccita che obbedisci. Ora tu vai a dormire con le palline dentro.»
«Con molto piacere. Però… devi scoparmi. Perché devi scoparmi.»
«Io ti scoperei ora», ribatte lui, convinto di bluffare. «Non credo tu possa uscire di casa alle tre di notte… Tu ti fai sgamare! Non hai freni!»
«E se invece posso?»
«Tu esci di casa adesso? Che sei in pigiama? Con il tuo compagno che dorme? È una follia», insiste lui, cercando improvvisamente di fare il ragionevole. «È super rischioso. Si sveglia, ti chiama, sente il silenzio totale… Ti prego, mettiti le palline dentro e vai a nanna.»
«Non devi pregarmi tu… Così si comanda? Ma io ho voglia del tuo cazzo dentro. Sentirmi piena, sbattuta, posseduta, abbandonata a te. Vuoi mettere?»
L’adrenalina fa il resto.
Mi alzo dal letto senza fare il minimo rumore, il cuore che batte come un tamburo nel petto. Piedi scalzi sul parquet freddo, mi infilo un cappotto sopra il pigiama, le palline già sistemate nel culo come ordine tassativo, metto il guinzaglio al cane: il mio alibi.
Passo davanti alla porta di mio marito a passi impercettibili, quasi senza respirare, trattenendo il fiato finché non sento lo scatto leggero della serratura dell’ingresso.
Infilo la chiave nella toppa e la giro un millimetro alla volta, per evitare qualsiasi scatto metallico.
Fuori.
Sul pianerottolo.
Poi giù per le scale a rotta di collo, l’aria gelida della notte che mi schiaffeggia il viso nell’androne del palazzo.
Sul telefono arriva il suo ultimo messaggio:
«Ti apro solo se hai le palline nel culo…»
Mi fiondo da lui. Abita a cento metri da me.
Nessun freno, nessuna prudenza. Solo l’urgenza viscerale di essere sua per le due ore successive, prima che la città si svegli e io debba rientrare di nascosto, infilandomi sotto le coperte come se non fossi mai uscita.
Appena entro non dice quasi niente.
Mi tira verso di sé e mi bacia forte. Mi mette la lingua in bocca mentre una mano scende dietro, trova quello che mi aveva ordinato di mettere e tira piano.
Me le sfila una alla volta, lentamente, e io mi sciolgo contro di lui.
Tutta la corsa, il freddo, il rischio, il cuore che mi martellava sulle scale finiscono lì, nella sua bocca.
«Brava.»
E quella parola, detta così, mi fa un effetto che detesto ammettere.
Poi mi porta in camera e mi butta sul letto.
Con una mano mi tiene faccia in giù, con l’altra mi infila due dita nel culo. Poi le sfila, prende il cazzo e me lo spinge dentro senza aspettare.
Mi fa male.
Mi piace anche questo.
Il dolore fa spazio al piacere e comincio a gemere, a muovermi avanti e indietro, a godere sempre di più.
Mi possiede e io mi sento libera.
«Sei proprio una troia insaziabile. Hai così fame di cazzo che sei uscita di nascosto col rischio di essere scoperta.»
«Troia.»
Apro la bocca, tiro fuori la lingua e lui ci sputa dentro.
«Quanto ti piace il cazzo? Ma io lo so che non ti basta il mio. Lo so che ne vorresti un altro adesso. Dillo. Dillo quanto sei troia.»
La verità è che in quel momento non volevo nessun altro.
Adoravo come mi scopava.
Ma dirglielo non sarebbe servito a niente: aveva già deciso quale troia dovevo essere quella notte.
E finché non gli davo ragione erano sculacciate.
Nei giorni dopo, la recita riprende il suo corso ordinario.
Stefano torna a fare il tiranno aziendale e io a provocare una reazione.
Sono a fare pausa pranzo nel suo locale. Quando arriva il momento del caffè, me lo porta lui, si siede di fronte a me e dice:
«Tu devi scoparmi quando lo dico IO. Non lamentarti ogni volta che hai voglia e non succede.»
«Ma io non mi lamento.»
«Calcolato scientificamente: otto ore è la tua autonomia senza cazzo.»
«Infatti ho bisogno di tre cazzi fissi», gli rispondo senza scompormi. «Più un paio saltuari. Forse così va meglio.»
«Tu dovresti fare quella silenziosa, obbediente, che non si lamenta mai. Più sei obbediente, più uno ha voglia di scoparti. Io, più mi chiedi di scopare, più non scopo. È matematico.»
«Tutto chiaro», fingo di cedere, mettendo su un broncio malizioso.
«Comunque, se la smetti di fare la rompicoglioni, ti scoperei molto volentieri.»
«Uuuh, e questa mia esuberanza la chiami essere rompicoglioni? Ma sei allucinante!»
«Ecco, l’aggettivo “allucinante” è già lamentela. Quindi niente cazzo fino a martedì.»
«Ogni lamentela sono due giorni senza cazzo.»
«Ahahah, no problem.»
«“No problem” è orgogliosetta. E sono tre giorni.»
«No problem significa che posso stare anche senza.»
«Ecco appunto. Risposta orgogliosetta.»
«Ho creato un mostro. Sei solo un egocentrico che pensa che io non sappia stare senza il suo cazzo.»
«Risposta piccata. Quattro giorni.»
Me ne vado senza pagare.
Gli do una mano col trasloco, gli spulcio i codici dal gestionale per trovargli una lavasciuga a metà prezzo e poi gli sparo una nota vocale a bruciapelo:
«Comunque io te lo dico, Giulia mi fa sessissimo.»
«Chi è Giulia?»
«La ragazza che lavora per te.»
«Cos’è che non ti fa sesso?» mi provoca.
Rido da sola in macchina.
«Uh, un sacco di cose. Tipo gli uomini che si zerbinano… Te, quando mi parli di lavatrici…»
Attendo la risposta.
So che sta fissando lo schermo.
La prossima volta che dirò «posso uscire», potrei essere già sotto il suo portone.
I tre pallini della chat compaiono, spariscono, poi compaiono di nuovo.
Sta cercando le parole giuste per continuare a fare la parte del dominatore.
La gente come Stefano compra l’illusione del controllo a rate. Crede che bastino un paio di frasi da padrone per imbrigliare un temporale.
Ma la mia non è obbedienza.
È pura voglia di divertirmi.
Di sentire la pelle che brucia.
Di prendermi la vita a morsi alle tre di notte mentre il resto del mondo dorme o fa i conti con la prima rata dell’IVA.
I tre pallini spariscono.
Ricompaiono.
Alla fine arriva una battuta qualunque. Una di quelle che servono a non lasciare l’ultima parola all’altro, non a dire davvero qualcosa.
Sorrido, appoggio il telefono sul sedile del passeggero e metto in moto.
Povero Stefano.
Pensava di aver trovato una da addestrare.
Ha trovato una che gioca finchè si diverte.
Non è il primo.
Non sarà l’ultimo.
Io ho troppa fame di tutto per aspettare chi misura il sesso con il goniometro.
Alzo la musica al massimo e vado a mangiare da qualche altra parte.
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