Dieci con la mano. Dieci con la cintura
di
Nora V.
genere
dominazione
Sono in piedi al centro della stanza, nuda, le braccia lungo i fianchi. Non mi è permesso coprirmi. Non mi è permesso guardarlo negli occhi. Il silenzio è denso, pesante.
Lui è seduto sulla poltrona scura, le gambe divaricate, lo sguardo fisso su di me. Non ha ancora detto una parola da quando sono entrata. Sa già perché sono qui. Lo so anche io.
«Avvicinati.»
Obbedisco. I miei passi sono silenziosi sul pavimento. Mi fermo a un metro da lui. Abbasso lo sguardo sulle sue scarpe nere lucide.
«Sai perché sei qui.»
Non è una domanda. Annuisco.
«Dillo.»
La voce mi trema un poco. «Perché ho disobbedito. Perché sono venuta senza permesso ieri sera.»
Un silenzio lungo. Poi lo sento alzarsi. I suoi passi mi girano intorno. Sento il calore del suo corpo alle mie spalle. La sua mano mi afferra la nuca, con una presa ferma che non lascia scampo.
«In ginocchio.»
Le ginocchia battono sul legno. Lui non mi lascia la nuca. Mi tiene piegata in avanti, la schiena inarca, il culo esposto. Sento il freddo dell’aria sulla pelle già in tensione.
«Dieci. Con la mano. Poi dieci con la cintura. Conti ad alta voce. Se sbagli, ricominciamo da capo. Se ti muovi troppo, ricominciamo da capo. Se vieni…» La voce si fa più bassa, più tagliente. «Se vieni senza permesso, la punizione di stasera sarà solo l’inizio.»
«Sì, padrone.»
Il primo schiaffo arriva secco sul gluteo destro. Il dolore è caldo, improvviso. «Uno», dico, la voce già un po’ rotta.
La seconda sul sinistro. «Due.»
Alterna. Ogni colpo è preciso, pesante, pensato per lasciare il segno. Al quinto sono già tremante. Al settimo la pelle brucia, ma sento la mia eccitazione scorrere tra le cosce.
Lui se ne accorge. Lo so dal modo in cui rallenta un attimo, come se stesse assaporando la mia vergogna.
«Otto.»
«Nove.»
«Dieci.»
Mi accarezza i glutei ormai roventi. Non è gentilezza, è possesso. Le dita scivolano tra le labbra gonfie, e trovano la prova di quanto il dolore mi stia eccitando.
«Sei bagnata. Dopo una punizione.» C’è un tono quasi divertito nella voce. «Patetica.»
Mi obbliga a restare in ginocchio, schiena dritta. Sento il leggero stridio della fibbia. La cintura viene estratta. Il cuore mi martella.
«Ora le vere.»
Il primo colpo della cintura mi taglia la pelle come una linea di fuoco. Un gemito mi esce prima che riesca a trattenerlo. «Uno», riesco a dire, la voce strozzata.
Il secondo è più forte. «Due.»
Al terzo le lacrime mi bruciano gli occhi. Al quinto sto singhiozzando, ma continuo a contare.
Al decimo colpo il corpo mi trema intero. I glutei in fiamme.
Lui lascia cadere la cintura a terra con un rumore sordo. Si mette in ginocchio dietro di me. Una mano mi afferra i capelli e mi tira indietro la testa, l’altra mi apre le cosce con decisione.
Due dita affondano di colpo nella mia figa. Sono così bagnata che entrano senza resistenza. Mi pompa dentro con forza, il pollice che preme sul clitoride già ipersensibile.
«Non venire», ordina contro il mio orecchio. «Non ti azzardare.»
Il piacere sale troppo in fretta, mescolato al bruciore della pelle. Tremo. I muscoli si contraggono. Sto per perdere il controllo.
«Padrone… non ce la faccio…»
Toglie le dita. Mi lascia vuota, tremante, sull’orlo. Si alza. Sento il rumore della cerniera. Poi è di fronte a me. Il suo cazzo è duro, pulsante. Me lo passa sulle labbra umide di lacrime e saliva.
«Prendilo.»
Apro. Lui entra fino in fondo, una mano ancora nei miei capelli. Usa la mia bocca con un ritmo lento e crudele, obbligandomi a prenderlo tutto. Ogni tanto si ferma in fondo alla gola e resta lì, aspettando che io lotti per respirare, poi riprende.
Si ritira, un filo di saliva mi cola dal mento.
«Sul letto. Pancia in giù. Gambe divaricate. Braccia sopra la testa.»
Obbedisco. Mi distendo. Lui mi lega i polsi al telaio del letto con le manette di cuoio. Poi mi lega anche le caviglie, tenendomi aperte. Completamente esposta per lui, il sedere in fiamme, la figa che pulsa di bisogno.
Sente il suo peso sul letto. Si sistema tra le mie cosce. La testa del suo cazzo preme contro il mio ingresso. Entra con una spinta secca, fino in fondo. Un urlo soffocato mi esce contro il cuscino. Comincia a scoparmi. Forte. Profondo. Ogni spinta fa battere i glutei punite contro il suo bacino, riaccendendo il dolore che si mischia con il piacere.
Io piango e gemo. Chiedo. Ma non vengo. Lui non me lo permette. Ogni volta che sento l’orgasmo avvicinarsi, rallenta o si ferma del tutto, lasciandomi ansimare e tremare sul bordo.
Si mette a cavalcioni sulla mia schiena e si fa venire sulla mia pelle già segnata, caldo e denso. Poi si china, mi slega lentamente i polsi e le caviglie, e mi volta di lato.
Mi tiene stretta contro il suo petto. La sua mano accarezza i glutei ancora caldi, questa volta più dolce.
«Hai preso bene la punizione», mormora contro i miei capelli. «Brava ragazza.»
Io chiudo gli occhi, ancora tremante, ancora bagnata, ancora sul bordo.
«Grazie, padrone.»
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Lui è seduto sulla poltrona scura, le gambe divaricate, lo sguardo fisso su di me. Non ha ancora detto una parola da quando sono entrata. Sa già perché sono qui. Lo so anche io.
«Avvicinati.»
Obbedisco. I miei passi sono silenziosi sul pavimento. Mi fermo a un metro da lui. Abbasso lo sguardo sulle sue scarpe nere lucide.
«Sai perché sei qui.»
Non è una domanda. Annuisco.
«Dillo.»
La voce mi trema un poco. «Perché ho disobbedito. Perché sono venuta senza permesso ieri sera.»
Un silenzio lungo. Poi lo sento alzarsi. I suoi passi mi girano intorno. Sento il calore del suo corpo alle mie spalle. La sua mano mi afferra la nuca, con una presa ferma che non lascia scampo.
«In ginocchio.»
Le ginocchia battono sul legno. Lui non mi lascia la nuca. Mi tiene piegata in avanti, la schiena inarca, il culo esposto. Sento il freddo dell’aria sulla pelle già in tensione.
«Dieci. Con la mano. Poi dieci con la cintura. Conti ad alta voce. Se sbagli, ricominciamo da capo. Se ti muovi troppo, ricominciamo da capo. Se vieni…» La voce si fa più bassa, più tagliente. «Se vieni senza permesso, la punizione di stasera sarà solo l’inizio.»
«Sì, padrone.»
Il primo schiaffo arriva secco sul gluteo destro. Il dolore è caldo, improvviso. «Uno», dico, la voce già un po’ rotta.
La seconda sul sinistro. «Due.»
Alterna. Ogni colpo è preciso, pesante, pensato per lasciare il segno. Al quinto sono già tremante. Al settimo la pelle brucia, ma sento la mia eccitazione scorrere tra le cosce.
Lui se ne accorge. Lo so dal modo in cui rallenta un attimo, come se stesse assaporando la mia vergogna.
«Otto.»
«Nove.»
«Dieci.»
Mi accarezza i glutei ormai roventi. Non è gentilezza, è possesso. Le dita scivolano tra le labbra gonfie, e trovano la prova di quanto il dolore mi stia eccitando.
«Sei bagnata. Dopo una punizione.» C’è un tono quasi divertito nella voce. «Patetica.»
Mi obbliga a restare in ginocchio, schiena dritta. Sento il leggero stridio della fibbia. La cintura viene estratta. Il cuore mi martella.
«Ora le vere.»
Il primo colpo della cintura mi taglia la pelle come una linea di fuoco. Un gemito mi esce prima che riesca a trattenerlo. «Uno», riesco a dire, la voce strozzata.
Il secondo è più forte. «Due.»
Al terzo le lacrime mi bruciano gli occhi. Al quinto sto singhiozzando, ma continuo a contare.
Al decimo colpo il corpo mi trema intero. I glutei in fiamme.
Lui lascia cadere la cintura a terra con un rumore sordo. Si mette in ginocchio dietro di me. Una mano mi afferra i capelli e mi tira indietro la testa, l’altra mi apre le cosce con decisione.
Due dita affondano di colpo nella mia figa. Sono così bagnata che entrano senza resistenza. Mi pompa dentro con forza, il pollice che preme sul clitoride già ipersensibile.
«Non venire», ordina contro il mio orecchio. «Non ti azzardare.»
Il piacere sale troppo in fretta, mescolato al bruciore della pelle. Tremo. I muscoli si contraggono. Sto per perdere il controllo.
«Padrone… non ce la faccio…»
Toglie le dita. Mi lascia vuota, tremante, sull’orlo. Si alza. Sento il rumore della cerniera. Poi è di fronte a me. Il suo cazzo è duro, pulsante. Me lo passa sulle labbra umide di lacrime e saliva.
«Prendilo.»
Apro. Lui entra fino in fondo, una mano ancora nei miei capelli. Usa la mia bocca con un ritmo lento e crudele, obbligandomi a prenderlo tutto. Ogni tanto si ferma in fondo alla gola e resta lì, aspettando che io lotti per respirare, poi riprende.
Si ritira, un filo di saliva mi cola dal mento.
«Sul letto. Pancia in giù. Gambe divaricate. Braccia sopra la testa.»
Obbedisco. Mi distendo. Lui mi lega i polsi al telaio del letto con le manette di cuoio. Poi mi lega anche le caviglie, tenendomi aperte. Completamente esposta per lui, il sedere in fiamme, la figa che pulsa di bisogno.
Sente il suo peso sul letto. Si sistema tra le mie cosce. La testa del suo cazzo preme contro il mio ingresso. Entra con una spinta secca, fino in fondo. Un urlo soffocato mi esce contro il cuscino. Comincia a scoparmi. Forte. Profondo. Ogni spinta fa battere i glutei punite contro il suo bacino, riaccendendo il dolore che si mischia con il piacere.
Io piango e gemo. Chiedo. Ma non vengo. Lui non me lo permette. Ogni volta che sento l’orgasmo avvicinarsi, rallenta o si ferma del tutto, lasciandomi ansimare e tremare sul bordo.
Si mette a cavalcioni sulla mia schiena e si fa venire sulla mia pelle già segnata, caldo e denso. Poi si china, mi slega lentamente i polsi e le caviglie, e mi volta di lato.
Mi tiene stretta contro il suo petto. La sua mano accarezza i glutei ancora caldi, questa volta più dolce.
«Hai preso bene la punizione», mormora contro i miei capelli. «Brava ragazza.»
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