La Fortuna del Casinò!

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tradimenti

“Rien ne va plus” dice il croupier, mentre con abile gioco di mano blocca le giocate e lascia andare la pallina all’interno del disco numerato bicolore con eccezione della sola casella verde riferita allo zero.
Sono seduto al tavolo da gioco con altri cinque sconosciuti.
Una coppia di signori eleganti. Lei ingioiellata ovunque, dalle orecchie al collo, dai polsi alle dita della mano e profumata come una bagascia. Una signora molto carina avrà poco meno di 60 anni, fisico snello, portamento fiero. Indossa un abito nero trasparente sulle spalle di gran classe. Il trucco non è troppo vistoso e presenta un décolleté generoso. Lui è impettito nel classico vestito nero, camicia bianca. Ad occhio avrà un paio d’anni della moglie. Tipo atletico.
Vicino a loro un tizio vestito casual, camicia azzurra, pantaloni beige e giacca blu senza cravatta. È molto agitato. Penso sia l’ultima mano a cui parteciperà, visto che se non vince piangerà e imprecherà per il resto della nottata.
Ultimi sono una coppia di sposini. Giovani sui 30 anni, sorridenti e spensierati nel buttare via 500 euro come fossero bucce di noccioline. Dimostrano scarso interesse al gioco. Presumo siano qui solo per l’ebbrezza di una serata al casinò.
E poi ci sono io. Diego, quarantenne longilineo, ben sistemato fisicamente, brizzolato con faccino da bravo ragazzo, barba appena accennata, giusto per dare quel tocco da uomo piacente. Vesto un gessato di marca, cravatta appariscente e scarpe tirate a lucido.
Sono ospite caro a codesto luogo da anni ormai.
Di giorno lavoratore impeccabile, di notte peccatore. Il brivido del gioco è una droga. Adoro l’atmosfera, la tensione che si respira ad ogni tavolo, ad ogni slot. Adoro la paura o il coraggio di chi lancia una fiche sul panno verde del black jack o della roulette, di chi spera, di chi dispera. La vita di ciascun giocatore ruota attorno ad una pallina oppure è legata ad un numero o alla figura di una carta o, ancora, è condizionata da una tris di ciliegine o di sette. Luci e colori accattivanti, labirinti di macchinette per non farti uscire, puntate minime per farti sborsare, illusione di arricchirsi, questo è il casinò ed io ci sguazzo.
Qui mi sono giocato la donna cinque anni fa, dopo appena tre anni di matrimonio ed ultimamente anche il Mercedes coupé del 2012. Peccato un vero gioiellino. In compenso ho rimorchiato una marea di fanciulle di ogni età, sposate, malate di gioco, in viaggio di piacere o per feste e congressi vari.
La pallina si ferma. “Vingt-trois rouge” esclama il croupier.
Sorrido, 23 rosso ho vinto! Rapido calcolo, 100 euro sul numero fisso equivale a farsi pagare 36 volte la posta, per cui attendo con voracità le fiches nelle mie mani.
Il tizio agitato si è già allontanato inveendo contro la sfortuna. La coppietta di ragazzi si congratula dandosi poi un furtivo bacio sulle labbra. L’altra coppia annuisce in segno di rispetto.
Lascio la mancia al croupier e saluto. Mi dirigo verso la cassa. Il treno è passato ed io l’ho preso. Per stasera, meglio fermarsi. Chiedo che mi venga fatto un bonifico, intanto intasco la ricevuta di vincita e mi avvio ai bagni.
Sono quasi le due di notte di un martedì, il casinò è propenso alla chiusura, ormai resistono esclusivamente gli ultimi irriducibili della manovella slot. Entro nel lussuoso cesso, apro una delle dieci porticine e senza richiuderla tiro giù la cerniera della patta. Calo leggermente i pantaloni e lascio l’uccello in libertà di scaricarsi.
Si apre la porta principale.
“Cazzo” mi vien da sbottare “Proprio ora”. Cerco di affrettare l’operazione, ma la pisciata era trattenuta da troppo. Qualcuno mi si avvicina. Lo sento dal rumore dei tacchi. Un’alitata sul collo, poi una mano con lo smalto rosso, un po’ ruvida con un anello grosso come un mio coglione, fruga nella camicia aprendomi tre bottoni ed esplorando il petto villoso.
“Sei stato bravo e fortunato ad intuire il numero prima” sussurra la voce femminile al mio orecchio.
“Ma sei così bravo anche con le donne? Ho visto come mi guardavi mentre aspettavi il tuo momento di gloria. Avevi gli occhi incollati alle mie tette. Mi desideravi vero? Le senti ora che premono contro la tua schiena?”
Il morbido contatto mi fa sussultare. Le sue dita prendono possesso del mio pene iniziando a muovere il prepuzio avanti e indietro.
Le gocce di pipì si sparpagliano ovunque, in terra e sul muro, un po’ sui miei pantaloni e gran parte sulla sua mano. Termino il bisogno fisiologico e mi giro.
È la signora ingioiellata e mi sta fissando con sguardo languido. Si lecca il dorso ed il palmo della mano imbevuta del mio piscio, poi estrae un pezzetto di carta ed una penna dalla pochette di Borbonese scrivendo il suo numero di cellulare.
Sono ancora con il pisello semimoscio, gocciolante ed al vento. Lei incurante mi infila il foglietto nel taschino della giacca e si avvicina al mio orecchio.
“Chiamami tesoro, mio marito è cuck, lui ci guarda e noi scopiamo se ti piaccio”.
Mi bacia sulla guancia (lasciandomi sicuramente il segno del rossetto, come avrò modo di verificare da lì a breve allo specchio), poi succhia il medio e con un tocco leggero agita la punta della cappella facendo sobbalzare l’arnese. Sculettando esce.
Resto perplesso.
Mi sistemo. Mi sciacquo la faccia e guardo il bigliettino. Si chiama Angelica e penso proprio che meriti una visita.
Torno in sala, sono l’ultimo. I dipendenti stanno riordinando. Vedo il direttore, anche lui incrocia il mio sguardo, ci salutiamo. Stringo la sua mano. Si congratula per la vincita e, sapendo della mia situazione, si presta ad accompagnarmi a casa (altrimenti avrei chiesto come spesso sono solito fare uno strappo alla guardarobiera che abita nel condominio accanto al mio).
Lo ringrazio e dico di attendermi un attimo, devo fare una telefonata. Mi guarda torvo, alle una di notte penserà. Nel frattempo, scende in garage a prendere l’auto.
Angelica risponde al terzo squillo.
“Pronto? Sei tu Lucky Man? Via degli ulivi 45, ti aspettiamo” e mette giù.
È poco lontano. Suona un clacson. È il direttore che mi chiama. Salgo e gli indico l’indirizzo.
Mi guarda sorpreso, ma non dice nulla, in fondo non sono fatti suoi e deve fare solo una breve deviazione di percorso. La macchina riparte sgommando sul ghiaino.
Si è alzato il vento, per cui tiro su il colletto della giacca. Guardo i nomi sul campanello. Ennio e Angelica T. Suono.
Lentamente si apre l’enorme cancello. Le luci lungo il sentiero di almeno duecento metri sono tutte accese. Arrivo davanti alla porta.
Che villa faraonica. Un casale di campagna mantenuto rustico ma in perfette condizioni.
Lei è lì sull’uscio che mi attende, vestita solo dell’intimo griffato con pizzo di classe e di un paio di scarpe nere con tacco da paura. I capelli biondi sono sciolti, è parzialmente struccata, poco conta, poiché esprime una forte sensualità.
Saluto ed entro.
Luci basse e soffuse. Inutile descrivere lo splendore della casa. Il mobilio antico e di pregio, le rifiniture perfette, il calore che trasmette il luogo attraverso il camino acceso nel salone occupato per due terzi da una immensa libreria con centinaia di volumi.
Il fuoco mi abbaglia.
Lei si avvicina. Mi toglie la giacca e la lascia cadere a terra. Sento un intenso profumo di donna, mi inebria. Mi tira via anche la camicia.
Mi bacia intensamente abbracciandomi. Le lingue si esplorano e si intrecciano. Mai una donna mi ha baciato in modo così sensuale, la stringo pure io. Non stacchiamo le nostre labbra per un interminabile minuto.
I suoi occhi si riaprono e mi fissano vogliosi. Mi prende la mano e mi invita a toccarla. La bacia guidandola sul suo collo sino al seno. Si lascia scoprire. Le sue tette saranno una terza abbondante, per nulla cadenti, ma ancora belle piene. I suoi capezzoli duri al tatto pungono come spine. Abbandono il petto e scendo lungo i fianchi, leggermente in carne, arrivando alla zona del pube. Mi trascina la mano avanti e indietro sopra le mutandine, sento il lieve fruscio del pelo. Mi bacia nuovamente, poi si inginocchia.
In quel momento, nella semiombra, noto una figura sulla poltrona di fronte, prima coperta alla mia vista da Angelica.
È il marito. Si sta menando il cazzetto ancora mollo, non deve essere molto dotato. Il fisico comunque pare tonico, folta peluria a ricoprir torace e sesso.
Nessun commento, nessuna parola. Il suo sguardo lussurioso dice tutto.
La moglie si sta dedicando al mio membro con foga. Succhia divinamente e non smette un secondo di fissarmi. Vedo le sue labbra allungarsi e restringersi durante i risucchi, la lingua soffermarsi sul glande, stuzzicarlo per poi farlo scomparir nella bocca.
È bello in tiro ora. Le prendo i capelli e la spingo ad ingoiare la mazza in tutta la sua estensione, non sembra preoccuparsene. Vedo che ha preso vita anche l’uccello del marito. Sarà lungo una decina di centimetri con enorme cappellone sulla punta già umido.
“Succhia troia succhia, così da brava, non fermarti” ordino ad Angelica.
Lei è ubbidiente e prosegue il pompino, alternando ampie leccate ai testicoli. Mi stimola con la lingua pure il buchetto più piccolo e si diverte ad infilarvi un dito dentro. La lascio fare, mi piace e mi sto eccitando di brutto.
Si alza e mi prende per mano, quasi inciampo nei miei pantaloni all’altezza delle caviglie. Mi fermo per sfilarmeli, lei mi trascina di nuovo. Siamo davanti a suo marito, si posiziona sopra di lui a gambe leggermente divaricate in posizione eretta, si slaccia il reggiseno lanciandoglielo addosso.
Si sfila gli slip passandomeli sotto il naso.
“Annusali e leccali” mi dice severa.
Sento il suo odore mentre li assaporo, poi li lancia alla pari in faccia allo sfigato, che gli afferra trafelato e li lecca convulsamente. Se li strofina sulla salamella, la avvolge e si masturba.
Angelica si china su di lui, appoggia le mani sui braccioli sbattendo le mammelle sulla sua faccia ed il culo all’altezza della mia nerchia. Il marito si avventa sulle angurie leccandole e mordicchiandone i capezzoli dritti come chiodi.
Il mio cazzo, intanto, si è fatto strada nella sua fica bagnata, accogliente e pelosa. Un pelo nero che contrasta col colore chiaro dei capelli.
Emette un gemito di piacere e si lascia andare al mio movimento dentro e fuori ondeggiando a ritmo. Il consorte si diletta con le bocce della moglie, mentre la stessa lo sta segando con appena due dita date le modeste dimensioni dell’erezione.
Io le ho bloccato i fianchi aumentando la pompata. Il bastone è marmoreo e la sta sfondando per bene. I suoi gridolini si alzano di tono, è presa dalla scopata.
Il marito urla nell’istante in cui sborra all’interno delle mutandine che si imbiancano del suo seme. Angelica le prende e gliele caccia in bocca.
“Succhiale, impotente del cazzo! Beviti il tuo sperma e guardami mentre mi scopo uno sconosciuto, senti che cazzo grosso che mi penetra…mmm… ancora…”
Esegue il comando e ripulisce l’intimo, la moglie lo bacia e si sporca a sua volta le labbra.
Mi estrae il bastone e mi fa sedere sulle gambe del suo uomo, vorrei rifiutarmi, ma cedo.
Il suo pene è avvolto nuovamente dalle mutandine, una specie di lenzuolo a separarci. Sento il culo bagnarsi.
Angelica si siede sul mio cazzo. Inizia a cavalcarmi toccandosi il grilletto velocemente.
L’uomo mi abbraccia e le palpa le tette strizzandogliele fino a farla urlare.
Ha una nuova erezione. Mi sento a disagio, ma lo sfregamento della passera della moglie e del mio buchino sul suo cazzetto mi portano all’orgasmo dirompente dentro di lei.
Una calda fontana le inonda il condotto dell’utero, riscaldandola e facendola giungere poco dopo al culmine del piacere.
Quando ha finito di dimenarsi mi sposta gettandomi praticamente a terra. Prende la faccia del marito e la porta all’imbocco della sua fica facendogli bere il mio succo sino all’ultima goccia.
Le impartisce un nuovo ordine
“Ora vattene a letto Ennio e lasciami qui con il nostro ospite, se avrò bisogno di te ti chiamerò”.
Lui si dilegua in silenzio.
La guardo, lei contraccambia.
Estrae un plaid da un cassetto e si avvicina al fuoco. Lo stende e mi invita ad avvicinarmi, quindi spalanca le cosce.
“Vieni Lucky Man. La ruota della fortuna per te stanotte non ha ancora smesso di girare, Scopami fino a fare Jackpot…”
scritto il
2026-09-22
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