La gelosia di una madre - seconda parte

di
genere
incesti

Anna rimase sdraiata al buio per un tempo che le sembrò infinito, la mano ancora premuta tra le cosce, il respiro che piano piano tornava regolare. Il sorriso non se ne andava. Sei una madre orribile, pensò di nuovo, ma stavolta la frase aveva un sapore diverso: quasi tenero, come una carezza proibita. Alla fine si addormentò così, con quel calore umido ancora addosso e l’immagine di Marco che si tendeva nel letto a pochi metri da lei.

La mattina dopo si svegliò con la luce di maggio che filtrava dalle tende. Il corpo le doleva in modo piacevole, come dopo una notte di pensieri troppo intensi. Si alzò e si guardò allo specchio mentre si lavava il viso. Le occhiaie leggere, i capelli ricci un po’ spettinati, il seno che premeva contro la seta della camicia da notte. Non era perfetta. Aveva quarantadue anni, due smagliature chiare sui fianchi, la pancia che si ammorbidiva quando si sedeva. Eppure si sentiva bella. Viva. E pericolosamente consapevole di sé. In cucina Marco era già seduto al tavolo, chino sul portatile, le orecchie ancora rosse come se la notte prima lo avesse marchiato. Indossava la stessa maglietta della sera prima. Quando Anna entrò, lui alzò gli occhi per un secondo, poi li abbassò subito sul caffè.«Buongiorno, tesoro,» disse lei con voce normale, materna. Ma mentre preparava la colazione – pane tostato, marmellata, un po’ di frutta – sentiva lo sguardo di lui sulla schiena. Stavolta non era sicura. È per me? O sta già pensando a Sofia? A come la bacerà stasera al cinema, a come le toccherà la mano? La gelosia tornò, sottile ma insistente, come una spina sotto la pelle. Si chinò un po’ di più per prendere il burro dal frigo, sapendo che la camicia da notte le saliva sulle cosce. Non lo fece apposta. O forse sì. Il tessuto leggero le sfiorava i capezzoli, ancora sensibili dalla notte. Sentì un brivido e strinse le labbra.

«Sei nervoso per stasera?» chiese, voltandosi con il piatto in mano. Glielo mise davanti, sfiorandogli la spalla con il braccio. La pelle di Marco era calda. Lui annuì, senza guardarla. «Un po’.»Anna sorrise, dolce. «Andrà benissimo. Sei bellissimo, lo sai?» Gli passò una mano tra i ricci ribelli, come aveva fatto mille volte. Stavolta però le dita indugiarono un secondo di più sulla nuca. Lui tremò. Solo un attimo. Ma bastò perché lei sentisse di nuovo quel pulsare traditore tra le gambe. Per tutto il giorno il dubbio non la abbandonò. Mentre faceva la spesa pensò a Sofia: giovane, liscia, senza rughe, senza storia. Mentre piegava il bucato immaginò Marco che la baciava, che la toccava, che dimenticava per un attimo la madre che lo aveva cresciuto. E ogni volta la gelosia si mescolava a qualcosa di più oscuro e caldo: il desiderio che fosse lei quella che lui voleva davvero. Che la mano di stanotte fosse stata per lei. Nel pomeriggio Marco uscì per prepararsi. Anna rimase sola in casa. Andò in camera sua e aprì l’armadio. Scelse con cura cosa mettersi per la serata: non voleva sembrare che ci tenesse troppo, ma voleva che lui la vedesse prima di uscire. Un paio di leggings neri morbidi che le avvolgevano i fianchi e le cosce con una aderenza naturale, non troppo stretta. Una maglia larga di cotone bianco, scollata quel tanto da lasciar intravedere il pizzo del reggiseno color champagne – lo stesso che Marco aveva toccato chissà quante volte. Niente trucco pesante. Solo un po’ di gloss sulle labbra e i capelli sciolti, profumati di vaniglia.

Quando Marco tornò in cucina, pronto per l’appuntamento, Anna era lì, appoggiata al bancone a controllare il telefono. Lui si fermò sulla soglia. Lo sguardo gli scivolò sulle sue gambe, sul seno che si muoveva piano sotto la maglia, sulla curva dei fianchi. Anna lo sentì sulla pelle come una carezza. «Come sto?» chiese lui, la voce incerta. «Perfetto,» rispose lei, avvicinandosi. Gli sistemò il colletto della camicia azzurra con gesti lenti, materni. Le dita sfiorarono la pelle calda del collo. «Sofia sarà fortunata.»
Lo disse con un sorriso, ma dentro di sé la gelosia bruciava. E se stasera ti toccherà come io non posso fare? E se ti dimenticherai di me per due ore? Marco deglutì. Per un attimo i loro occhi si incontrarono. Nessuno dei due abbassò lo sguardo. Anna sentì il cuore accelerare. Il calore tra le gambe tornò, improvviso, come una piccola onda. «Divertiti,» mormorò, e gli diede un bacio sulla guancia. Le labbra indugiarono un istante di troppo. Sentì il profumo di lui: sapone, ragazzo, desiderio trattenuto.

Quando la porta di casa si chiuse alle spalle di Marco, Anna rimase sola nel silenzio. Si appoggiò al bancone, le mani strette sul bordo. Il dubbio di stanotte, la gelosia verso Sofia, tutto si era trasformato in qualcosa di più forte. Voglio che pensi a me anche mentre è con lei, ammise a se stessa, e la frase la fece arrossire. Andò in camera, chiuse la porta e si sdraiò sul letto. Questa volta non resistette. La mano scivolò sotto i leggings, sotto le mutandine, trovando la pelle già calda e umida. Chiuse gli occhi e pensò a Marco. Al suo respiro strozzato nella stanza accanto. Al modo in cui l’aveva guardata prima di uscire. Non era più solo un gioco della mente. E mentre le dita si muovevano piano, Anna sorrise di nuovo, gli occhi chiusi, il corpo che finalmente cedeva. Sei una madre orribile, pensò. Ma stavolta la voce era quasi un sussurro complice.

Anna rimase sola in casa dopo che la porta si era chiusa alle spalle di Marco. Il silenzio improvviso le pesò addosso come una coperta troppo calda. Erano solo le otto e mezzo di sera, ma lei si sentiva già ridicola all’idea di aspettarlo alzata. Non sono mica una fidanzata gelosa, si disse mentre sparecchiava gli ultimi piatti della cena solitaria. È mio figlio. Sta uscendo con una ragazza della sua età. È normale. È sano. Eppure le emozioni non la lasciavano in pace. La gelosia verso Sofia era tornata, più pungente di prima. Immaginava Marco seduto al cinema, la mano di quella ragazzina che sfiorava la sua, il suo respiro giovane e fresco vicino al collo di lui. E lei? Lei era qui, quarantadue anni, divorziata, con il corpo che ancora portava i segni di due gravidanze e di troppe notti passate a chiedersi se fosse ancora desiderabile.

Andò in bagno per farsi una doccia veloce, cercando di calmarsi. L’acqua calda le scivolò sulla pelle, sui fianchi un po’ più morbidi, sul seno pesante che si muoveva sotto il getto. Si insaponò lentamente, ma le mani si fermarono tra le gambe. Era ancora umida da prima, da quel momento in cui si era toccata pensando a lui. Chiuse gli occhi e rivide il suo sorriso segreto di poco prima. Voglio che pensi a me anche stasera. Uscì dalla doccia, si asciugò e rimase nuda davanti allo specchio appannato. La luce calda del bagno le illuminava il corpo reale, imperfetto e suo. Le smagliature chiare sui fianchi, la pancia che si rilassava quando non la contraeva, i capezzoli ancora sensibili. Non era una ventenne. Ma era una donna. E Marco la voleva. Fu allora che l’idea la colpì. Non voleva sembrare ridicola. Non voleva aspettarlo sveglia con il cuore in gola come una ragazzina. Ma non riusciva nemmeno a lasciar correre. Il desiderio, la gelosia, quel bisogno feroce di sentirsi scelta la spinsero verso il cesto della biancheria sporca in un angolo del bagno. Frugò tra gli asciugamani usati e tirò fuori il perizoma nero di pizzo che aveva indossato quel pomeriggio – quello che si era tolta dopo essersi toccata, ancora tiepido del suo calore, ancora umido del suo desiderio. Lo tenne in mano per un secondo. Il tessuto era leggero, quasi impalpabile. Lo annusò lei stessa, un profumo intimo, femminile, proibito. Poi, con il cuore che le batteva forte, lo lasciò cadere “per sbaglio” fuori dal cesto. Atterrò sul pavimento di piastrelle, proprio accanto alla cesta, in bella vista. Non troppo evidente. Non buttato lì apposta. Solo… dimenticato. Come se le fosse scivolato di mano mentre lo metteva via. Anna lo guardò per un lungo istante, le guance in fiamme. Sei una madre orribile, pensò, ma la frase ormai era diventata un mantra familiare, quasi eccitante.

Si immaginò Marco che tornava tardi, entrava in bagno per lavarsi i denti o farsi una doccia veloce dopo la serata. Lo immaginò chinarsi, raccogliere quel perizoma nero, riconoscerlo. Sentirne il calore residuo. Annusarlo, forse, come aveva fatto con le altre cose. E pensare a lei. Non a Sofia. A lei. Il pensiero le fece stringere le cosce. Un’ondata di calore le salì dal ventre al petto. Si morse il labbro inferiore e si infilò la camicia da notte di seta, senza mutandine sotto. Voleva sentire l’aria sulla pelle, voleva sentirsi esposta anche solo a se stessa. Andò in camera e si sdraiò, cercando di leggere un libro per non pensare. Ma le parole ballavano sul Kindle. Ogni minuto controllava l’orologio sul comodino. Le dieci. Le undici meno un quarto. Non lo aspetto, si ripeteva. Non sono ridicola. È solo un perizoma caduto. Succede.

Eppure il suo corpo non mentiva. Il pulsare tra le gambe era tornato, insistente. Si girò su un fianco, strinse il cuscino tra le cosce e chiuse gli occhi. Immaginò Marco che entrava in bagno, il respiro che si fermava per un attimo. Immaginò le sue dita giovani che stringevano il pizzo nero. Immaginò il suo sguardo colpevole e disperato mentre lo portava in camera. Una piccola voce dentro di lei, quella ferita dal divorzio, sussurrò: Se lo prende, significa che è ancora per me. Che Sofia non conta niente. Anna sorrise nel buio, il viso caldo contro il cuscino. Non si toccò. Non ancora. Voleva conservare quel desiderio fino al suo ritorno. Voleva sentire, quando lui fosse entrato in casa, se l’aria fosse cambiata. Solo questo, si disse, razionalizzando per l’ennesima volta. È solo un piccolo sbaglio. Non sto facendo niente di male. Ma mentre lo pensava, il sorriso si allargò. Perché una parte di lei, quella più profonda e segreta, sapeva che non era più solo un gioco della mente. E che forse, solo forse, Marco avrebbe capito.

Anna rimase sdraiata al buio, il libro abbandonato sul comodino, il cuore che non voleva saperne di rallentare. Erano quasi le undici e mezzo. Non lo aspetto, si ripeté per l’ennesima volta, girandosi su un fianco. Sarebbe ridicolo. È un ragazzo di diciotto anni al suo primo appuntamento. Tornerà quando tornerà. Ma il corpo la tradiva: le cosce strette, il calore umido tra le gambe che non se n’era andato da quando aveva lasciato cadere quel perizoma nero sul pavimento del bagno. Si sentiva stupida. Vulnerabile. Una madre di quarantadue anni che giocava a questi giochetti come una ragazzina. Eppure non riusciva a pentirsi. Ogni volta che chiudeva gli occhi rivedeva il tessuto di pizzo nero sul pavimento, tiepido del suo stesso desiderio, e immaginava Marco che lo trovava. Che lo raccoglieva. Che lo stringeva tra le dita.

Poco dopo mezzanotte sentì la chiave girare nella serratura. Il cuore le saltò in gola. Marco era tornato. Cercò di respirare piano, di fingere di dormire, ma le orecchie erano tese verso ogni rumore. La porta d’ingresso che si chiudeva piano. I passi leggeri nel corridoio. Lo scricchiolio del parquet. Poi, come previsto, il rumore della porta del bagno che si apriva. Anna trattenne il fiato. Sentì l’acqua del rubinetto scorrere – lui che si lavava i denti, probabilmente. Poi silenzio. Un silenzio troppo lungo. Il suo cuore batteva così forte che temeva lui potesse sentirlo dal corridoio. L’ha visto? L’ha preso? O è solo stanco e non ha notato niente? La gelosia verso Sofia tornò all’improvviso, acida. E se stasera è stato bene con lei? Se ha riso, se l’ha baciata, se adesso pensa solo a quella ragazzina liscia e senza storia?

Passarono forse due minuti. Poi sentì un fruscio leggero, quasi impercettibile. Qualcosa di tessuto spostato. Anna chiuse gli occhi più forte, le unghie conficcate nel palmo. Immaginò Marco chinato, le spalle strette sotto la camicia azzurra, le dita che raccoglievano il perizoma nero dal pavimento. Lo immaginò mentre lo guardava, sorpreso. Mentre lo annusava, forse, con quel gesto colpevole che aveva già fatto altre volte. Mentre capiva che era suo. Che era caldo. Che aveva ancora il suo odore. Un’ondata di calore le salì dal ventre al petto. Strinse le cosce sotto le lenzuola, premendo il palmo tra le gambe senza osare di più. È per me, pensò, e quel pensiero la fece sentire potente e orribile allo stesso tempo. Anche dopo una serata con Sofia, è tornato a casa e ha trovato me. Sentì la porta del bagno richiudersi piano. I passi di Marco che percorrevano il corridoio verso la sua stanza. Non entrò da lei. Non disse una parola. Come sempre. Ma Anna percepì il cambiamento nell’aria: un silenzio diverso, più denso, più carico. Rimase immobile per altri dieci minuti, ascoltando i rumori lontani dalla camera di lui – il cigolio del letto, un sospiro soffocato. Poi, finalmente, il silenzio totale. Solo allora Anna si permise di respirare di nuovo. Si girò sulla schiena, la camicia da notte di seta salita fino ai fianchi, la pelle nuda esposta all’aria fresca della stanza. La mano scese lenta, quasi senza volerlo, sfiorando la pancia morbida, le smagliature chiare, fino a trovare il calore umido tra le gambe. Non si toccò con forza. Solo un tocco leggero, circolare, mentre nella mente rivedeva Marco con quel perizoma in mano.Sei una madre orribile, pensò, ma la frase ormai era diventata un’eco calda, complice.

La gelosia verso Sofia era ancora lì, ma adesso era diversa: non la feriva più come prima. Anzi, la spingeva a desiderare di più. Voleva che Marco, anche dopo una serata con una ragazza della sua età, tornasse a casa e scegliesse lei. Il suo odore. Il suo corpo imperfetto. La sua presenza proibita. Non venne. Non quella notte. Voleva conservare quel desiderio, farlo durare. Voleva vedere cosa sarebbe successo il mattino dopo, quando Marco sarebbe uscito dalla sua stanza con gli occhi bassi e le orecchie rosse. Voleva vedere se avrebbe osato guardarla in modo diverso. Si addormentò così, con la mano ancora tra le cosce e un sorriso piccolo, segreto, sulle labbra. Fuori, la casa era immersa nel silenzio. Ma qualcosa, tra loro, era appena cambiato.
scritto il
2026-09-21
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