La gelosia di una madre - prima parte
di
goodboy
genere
incesti
Anna aveva quarantadue anni e lo sapeva: era ancora bella, anche se la bellezza di adesso non era più quella sfacciata dei vent’anni. Lo capiva dagli sguardi degli uomini quando entrava in palestra con i leggings neri che le fasciavano i fianchi un po’ più morbidi di un tempo, o al supermercato con una camicetta leggermente sbottonata da cui si intravedeva il pizzo elegante del reggiseno. Quegli sguardi le davano ancora un brivido di soddisfazione, soprattutto dopo che il marito l’aveva lasciata per una collega più giovane. Eppure, a casa, l’unico sguardo che le accendeva qualcosa di profondo e pericoloso era quello di Marco.
Suo figlio aveva compiuto diciotto anni da pochi mesi. Alto, magro, con le spalle ancora strette da ragazzo che non ha finito di crescere. Capelli ricci castani, sempre un po’ troppo lunghi e ribelli, occhi verdi ereditati dal padre. Timido fino al dolore: arrossiva se una cassiera gli sorrideva, abbassava lo sguardo se una compagna di classe gli rivolgeva la parola. Non aveva mai avuto una ragazza, Anna lo avrebbe saputo. Eppure, quando credeva di non essere visto, Marco la guardava. Guardava le sue gambe ancora toniche nonostante l’età, frutto di anni di pilates, ma con quella leggera cedevolezza della pelle che nessuna crema poteva cancellare del tutto. Guardava il seno pieno che, senza reggiseno, si muoveva con un peso naturale e caldo sotto la maglietta. Guardava il modo in cui i suoi fianchi ondeggiavano quando camminava scalza per casa, o quando si chinava dopo cena per caricare la lavastoviglie. E lei lo sapeva. Una madre certe cose le sente sulla pelle, anche quando finge di non accorgersene.
Quella sera di fine maggio il tramonto entrava obliquo dalla finestra della cucina, scaldando appena il bancone di marmo. Anna stava preparando la cena con indosso i pantaloni di una vecchia tuta grigia un po’ usurata e una maglietta di cotone bianco, leggero, che le aderiva al corpo nei punti giusti. Non aveva messo il reggiseno: il tessuto sottile lasciava intravedere i capezzoli quando si muoveva. Sapeva che Marco era seduto al tavolo dietro di lei, fingeva di studiare sul portatile ma in realtà i suoi occhi la seguivano. Lo sentiva sulla nuca, come una carezza calda e proibita. «Mamma…»
La voce di Marco uscì incerta, quasi rotta.
Anna si voltò lentamente, appoggiando il fianco contro il bancone. «Dimmi, tesoro.» Lui deglutì, le orecchie già rosse. «C’è questa ragazza a scuola… Sofia. Mi ha chiesto se volevo uscire con lei sabato. Tipo… un cinema. O una pizza. Non so.» Anna sentì una piccola lama calda piantarsi appena sotto lo sterno. Sofia. Diciassette anni, biondina, capelli lisci, sorriso da brava ragazza. Carina, sì, ma insignificante. Una bambina.
Sorrise, dolce e materna come sempre. «Ma è bellissimo, Marco. Era ora.» Si avvicinò al tavolo e gli posò una mano sulla spalla. Sentì il calore della sua pelle attraverso la maglietta sottile. Lui tremò appena sotto le sue dita. Per un attimo, lo sguardo di Marco scivolò sul suo petto: i capezzoli, resi evidenti dal cotone leggero, si erano inturgiditi per il fresco della sera. O forse no. Anna finse di non accorgersene, ma dentro di sé sentì un calore traditore salirle tra le gambe, accompagnato da un pensiero che la fece arrossire: È mio figlio. Cosa sto facendo? «Sei contento?» gli chiese, inclinando la testa. I ricci scuri le ondeggiarono sulla guancia, profumati di shampoo alla vaniglia. Marco annuì senza guardarla negli occhi. «Sì… credo di sì.»
Quando tornò ai fornelli, Anna sentì il silenzio pesarle addosso. L’acqua calda scorreva sul lavello mentre lei lavava i piatti, ma la sua mente era altrove. Sofia. Il suo Marco stava crescendo. Aveva quei desideri, adesso. Lo sapeva da tempo. Sapeva anche delle altre cose. Da mesi aveva notato i piccoli spostamenti nei cassetti della biancheria: un reggiseno di pizzo nero messo via in modo diverso, le mutandine di seta color champagne piegate con troppa cura, il completino avorio con il fiocco che sembrava essere stato tenuto in mano un po’ troppo a lungo. Non mancava niente, ma tutto era stato toccato. Esplorato. Annusato, forse. E non solo la biancheria. Due settimane prima aveva trovato il cassetto più nascosto – quello in fondo all’armadio, sotto una pila di maglioni – completamente sottosopra. Dentro c’erano i suoi “giochini”: il grosso dildo nero che sostituiva il marito da quando l’aveva lasciata sola con Marco, e il vibratore rosa cipria dal design elegante e discreto che usava quando voleva qualcosa di rapido. Nessuno dei due era esattamente dove lo aveva lasciato. Marco aveva cercato di rimetterli a posto, ma non era stato abbastanza preciso. Anna aveva sentito il viso avvampare e un calore umido, improvviso e intenso, tra le cosce. Non aveva detto nulla. Aveva solo richiuso il cassetto con più attenzione, il cuore che le batteva forte nel petto. Da allora, ogni volta che ci pensava, una voce dentro di lei sussurrava: Sei una madre orribile.
Eppure, mentre l’acqua calda le scorreva sulle mani, Anna non riuscì a reprimere un leggero sorriso. Perché una parte di lei – quella ferita dal divorzio, affamata di essere ancora desiderata, ancora potente – godeva di quel segreto. Marco la voleva in modo totale, disperato, puro. Non come gli uomini che la guardavano in palestra, con sguardi calcolati e distanti. Lui la desiderava e basta. E quel pensiero, per quanto sbagliato, la faceva sentire viva come non le succedeva da anni. Si morse piano il labbro inferiore.
Solo questo, si disse, cercando di calmare il respiro. Non sto facendo niente di male. È solo… un gioco della mente. Ma mentre lo pensava, sentì di nuovo quel calore traditore pulsare tra le gambe, più intenso di prima.
Quella sera la cena fu più silenziosa del solito. Marco mangiò in fretta, gli occhi fissi nel piatto, e Anna lo osservava di sottecchi mentre sparecchiava. Il calore di prima non se n’era andato del tutto; le era rimasto addosso come un’eco bassa tra le gambe, un pulsare sordo che la faceva sentire sporca e viva allo stesso tempo.
«Mamma… posso chiederti una cosa?»
La voce di Marco arrivò mentre lei stava chiudendo la lavastoviglie. Lui era in piedi sulla soglia della cucina, le mani nelle tasche dei pantaloni della tuta, le orecchie già rosse. «Certo, tesoro. Dimmi.» «È per sabato… con Sofia. Non so cosa mettermi. Cioè, non voglio sembrare un bambino. Ma neanche… non so, troppo.» Anna sentì di nuovo quella piccola lama sotto lo sterno, ma stavolta accompagnata da qualcos’altro: un brivido di potere. Il suo Marco chiedeva a lei come apparire desiderabile per un’altra ragazza. A lei, che conosceva ogni centimetro del suo corpo da quando lo aveva partorito.
«Vieni, ti aiuto.» Lo seguì nella sua stanza. La luce della lampada da scrivania era calda, intima. Marco aveva già tirato fuori due magliette e un paio di jeans sul letto. Era rimasto in boxer e t-shirt, i capelli ricci ancora umidi dalla doccia di poco prima. Anna notò la leggera peluria scura che gli era spuntata sulle gambe, le spalle ancora strette ma già più definite di qualche mese fa. Era suo figlio, eppure in quel momento sembrava… altro. «Prova questa,» disse lei, prendendo una camicia azzurra che gli aveva regalato a Natale. Gliela porse e, quando lui se la infilò, Anna si avvicinò per sistemargli il colletto. Le sue dita sfiorarono la pelle calda del collo di Marco. Lui trattenne il respiro. «Ti sta bene,» mormorò Anna. La voce le uscì più bassa di quanto volesse. «Ti fa sembrare più grande.» Marco la guardò per un secondo negli occhi, poi abbassò lo sguardo. Ma non si spostò. Anna sentì il suo odore: sapone, ragazzo, qualcosa di dolce e maschio che le fece stringere le cosce senza volerlo. Le mani scesero a sistemargli i polsini, sfiorando i polsi. La pelle di lui era bollente. «E i jeans?» chiese Marco, la voce appena incrinata. Anna si chinò per prendere i pantaloni dal letto. Quando si rialzò, i suoi fianchi sfiorarono quelli di Marco. Solo un attimo. Ma bastò perché lei sentisse il calore del suo corpo attraverso il cotone sottile della maglietta. E bastò perché Marco deglutisse forte. «Questi vanno bene,» disse lei, porgendoglieli. «Ma provali, così vediamo come cadono.» Lui esitò. Per un attimo Anna pensò che si sarebbe voltato per cambiarsi, come faceva sempre. Invece Marco, con le orecchie scarlatte, si abbassò i pantaloni della tuta lì, davanti a lei, rimanendo solo in boxer. Il tessuto nero aderiva ai fianchi stretti, al rigonfiamento evidente che non riusciva più a nascondere.
Anna distolse lo sguardo, ma non abbastanza in fretta. Sentì il viso avvampare e quel calore traditore tornare, più forte, tra le gambe. È tuo figlio. Lo hai allattato. Lo hai cambiato mille volte. Cosa diavolo stai facendo? Però non si mosse. Gli tese i jeans come se niente fosse. «Ecco. Infilali.» Marco obbedì. Quando si chinò per tirarseli su, Anna vide i muscoli della sua schiena tendersi sotto la camicia. Le mani le prudevano dalla voglia di toccarlo di nuovo, stavolta non per sistemare un colletto. Si morse l’interno della guancia fino a sentire il sapore del sangue.
«Come sto?» chiese lui, voltandosi verso lo specchio. Anna gli si mise accanto. Erano quasi alti uguali adesso. Gli posò una mano sulla spalla, stringendo piano. «Stai benissimo, amore. Sofia sarà fortunata.» Lo disse con il tono più materno che riuscì a tirare fuori. Ma dentro di sé, mentre le dita sentivano il calore della sua pelle attraverso la camicia, una voce diversa sussurrava: E io? Io non sono fortunata? Marco la guardò attraverso lo specchio. Per un secondo i loro occhi si incontrarono e nessuno dei due abbassò lo sguardo. Anna sentì il cuore batterle in gola. Poi lui arrossì di nuovo e mormorò: «Grazie, mamma.» Lei gli diede un bacio leggero sulla guancia, come aveva fatto mille volte. Ma stavolta le labbra indugiarono un secondo di troppo sulla sua pelle calda. E mentre usciva dalla stanza, chiudendo piano la porta dietro di sé, Anna dovette appoggiarsi un attimo al muro del corridoio. Le ginocchia le tremavano. Sei una madre orribile, pensò. Ma il sorriso che le salì alle labbra era lo stesso di prima. Caldo. Segreto. E terribilmente vivo.
Anna rimase appoggiata al muro del corridoio per qualche secondo di troppo. Il cuore le batteva ancora forte, un tamburo sordo che sembrava risuonarle tra le costole e più giù, in quel punto caldo e traditore tra le gambe. Sei una madre orribile, si ripeté, ma la voce nella sua testa suonava già più debole. Era la stessa frase che si diceva da settimane, eppure ogni volta il sorriso tornava, leggero e colpevole. Andò in camera sua e chiuse la porta senza far rumore. La stanza era in penombra, solo la lampada sul comodino accesa. Si tolse la maglietta bianca e la tuta grigia, rimanendo in mutandine. Davanti allo specchio grande dell’armadio si osservò, come faceva spesso dopo il divorzio. Il seno pieno, un po’ più pesante di dieci anni prima, si muoveva seguendo il respiro. La pancia aveva quella morbidezza che nessuna dieta aveva mai cancellato del tutto, segno delle due gravidanze e di una vita vissuta. I fianchi erano ancora rotondi, invitanti. Non era più la ragazza di una volta, ma era una donna. Una donna che un ragazzo di diciotto anni desiderava fino a tremare.
Si infilò la camicia da notte di seta leggera, quella color champagne che le scivolava sulla pelle con un fruscio fresco e sensuale. Si sdraiò sul letto, ma il sonno non arrivava. Ogni volta che chiudeva gli occhi rivedeva la scena di poco prima: le dita di Marco che tremavano mentre si infilava i jeans, il rigonfiamento evidente nei boxer neri, lo sguardo che per un attimo aveva incrociato il suo nello specchio. Il calore tra le gambe non se n’era andato. Anzi, era cresciuto, lento e insistente. Anna si morse il labbro e lasciò che una mano scendesse lungo il ventre, sfiorando la pelle morbida. Non si toccava davvero, non ancora. Si limitava a premere il palmo sopra le mutandine, sentendo il calore umido che filtrava dal tessuto. È solo perché sono sola da troppo tempo, pensò. È normale. Non significa niente. Ma sapeva che non era vero. Passò forse mezz’ora. La casa era silenziosa, salvo un cigolio leggero che arrivava dalla stanza di Marco, in fondo al corridoio. Anna trattenne il respiro. Un altro cigolio. Poi un respiro corto, quasi soffocato. Conosceva quei suoni. Li aveva sentiti altre volte, di notte, quando credeva di essere l’unica sveglia. Si alzò senza accendere la luce. I piedi nudi sul parquet freddo. Percorse il corridoio come una ladra in casa propria, il cuore che le martellava in gola. La porta di Marco era socchiusa – solo pochi centimetri, come capitava spesso quando lui si dimenticava di chiuderla del tutto dopo aver studiato fino a tardi.Anna si fermò lì fuori. Non entrò. Non spinse la porta. Rimase semplicemente in piedi, la schiena contro il muro, e ascoltò.
Marco era sul letto. Lo sentiva dal ritmo del materasso, dal respiro sempre più accelerato, dai piccoli suoni strozzati che cercava di trattenere. Non parlava. Non diceva nomi. E proprio quel silenzio la colpì come una lama. È per me? pensò all’improvviso, e il dubbio le strinse lo stomaco. O è per Sofia? Per quella ragazzina biondina che domani lo porterà al cinema e gli farà sentire, per la prima volta, che esiste anche lui? Una fitta di gelosia, calda e inaspettata, le salì al petto. Sofia. Quella bambina insignificante, con il suo sorriso da brava ragazza e i capelli lisci. Marco avrebbe potuto pensare a lei, adesso. Alla sua pelle giovane, liscia, senza segni di gravidanze o di anni. Anna strinse più forte le cosce, ma il calore tra le gambe non diminuì. Anzi. Il dubbio la fece sentire improvvisamente fragile, esposta. E se non fosse per me? E se io fossi solo… la madre? Quel pensiero la ferì più di quanto volesse ammettere. Eppure, proprio lì, nel corridoio buio, qualcosa dentro di lei si spezzò e si aprì. Il desiderio che aveva cercato di negare per settimane le salì in gola, chiaro e spietato. Voglio che sia per me. Lo ammise in silenzio, mentre il respiro di Marco diventava più urgente. Voglio che sia il mio corpo quello che gli fa tremare le mani. Il mio seno sotto la maglietta sottile. I miei fianchi che ondeggiano in cucina. La gelosia verso Sofia la spinse a desiderarlo con una forza nuova, quasi rabbiosa. Sentì le ginocchia cederle leggermente. Si appoggiò allo stipite, una mano sul muro. Il calore tra le gambe era diventato un pulsare insistente, quasi doloroso. Strinse le cosce, cercando di calmarsi, ma riuscì solo a peggiorare la situazione. È mio figlio. L’ho tenuto in braccio quando piangeva. L’ho visto crescere. E adesso sto qui… a sperare che sia io quella che lo fa venire.
Il corpo di Marco, giovane e disperato, stava raggiungendo il limite. La mano di Anna scese di nuovo, questa volta infilandosi sotto la camicia da notte, sfiorando la pelle nuda del ventre. Non si toccava fino in fondo. Si limitava a sentire. A respirare con lui. A desiderare, con tutta se stessa, che quel gemito strozzato fosse per lei. Marco accelerò. Un gemito basso, strozzato, gli sfuggì nonostante cercasse di trattenerlo. Anna sentì un brivido correrle lungo la schiena. Il suo corpo reagì prima della mente: i capezzoli si inturgidirono contro la seta, il respiro si fece corto. La voce ferita dal divorzio, quella che da mesi si sentiva invisibile, sussurrò di nuovo: Ti voglio. Che sia per me. Chiuse gli occhi per un istante, solo un istante, e immaginò di entrare. Immaginò di sedersi sul bordo del letto, di guardarlo negli occhi e di dirgli che andava bene, che non era sbagliato. Poi riaprì gli occhi e scosse la testa, come per scacciare il pensiero.D alla stanza arrivò il momento finale: il corpo di Marco che si tendeva, un sospiro lungo e tremante, poi il silenzio. Anna si allontanò in punta di piedi, il cuore che sembrava volerle uscire dal petto. Tornò in camera sua e chiuse la porta. Si buttò sul letto, le gambe strette, la mano ancora premuta tra le cosce. Non si toccò fino in fondo. Non quella sera. Ma rimase lì, al buio, con il respiro affannato e un sorriso piccolo, segreto, che le curvava le labbra. Sei una madre orribile, pensò di nuovo. E per la prima volta la frase le suonò quasi… dolce.
Per commenti e consigli scrivere a agoodboyxxx chiocciola tutamail.com
Suo figlio aveva compiuto diciotto anni da pochi mesi. Alto, magro, con le spalle ancora strette da ragazzo che non ha finito di crescere. Capelli ricci castani, sempre un po’ troppo lunghi e ribelli, occhi verdi ereditati dal padre. Timido fino al dolore: arrossiva se una cassiera gli sorrideva, abbassava lo sguardo se una compagna di classe gli rivolgeva la parola. Non aveva mai avuto una ragazza, Anna lo avrebbe saputo. Eppure, quando credeva di non essere visto, Marco la guardava. Guardava le sue gambe ancora toniche nonostante l’età, frutto di anni di pilates, ma con quella leggera cedevolezza della pelle che nessuna crema poteva cancellare del tutto. Guardava il seno pieno che, senza reggiseno, si muoveva con un peso naturale e caldo sotto la maglietta. Guardava il modo in cui i suoi fianchi ondeggiavano quando camminava scalza per casa, o quando si chinava dopo cena per caricare la lavastoviglie. E lei lo sapeva. Una madre certe cose le sente sulla pelle, anche quando finge di non accorgersene.
Quella sera di fine maggio il tramonto entrava obliquo dalla finestra della cucina, scaldando appena il bancone di marmo. Anna stava preparando la cena con indosso i pantaloni di una vecchia tuta grigia un po’ usurata e una maglietta di cotone bianco, leggero, che le aderiva al corpo nei punti giusti. Non aveva messo il reggiseno: il tessuto sottile lasciava intravedere i capezzoli quando si muoveva. Sapeva che Marco era seduto al tavolo dietro di lei, fingeva di studiare sul portatile ma in realtà i suoi occhi la seguivano. Lo sentiva sulla nuca, come una carezza calda e proibita. «Mamma…»
La voce di Marco uscì incerta, quasi rotta.
Anna si voltò lentamente, appoggiando il fianco contro il bancone. «Dimmi, tesoro.» Lui deglutì, le orecchie già rosse. «C’è questa ragazza a scuola… Sofia. Mi ha chiesto se volevo uscire con lei sabato. Tipo… un cinema. O una pizza. Non so.» Anna sentì una piccola lama calda piantarsi appena sotto lo sterno. Sofia. Diciassette anni, biondina, capelli lisci, sorriso da brava ragazza. Carina, sì, ma insignificante. Una bambina.
Sorrise, dolce e materna come sempre. «Ma è bellissimo, Marco. Era ora.» Si avvicinò al tavolo e gli posò una mano sulla spalla. Sentì il calore della sua pelle attraverso la maglietta sottile. Lui tremò appena sotto le sue dita. Per un attimo, lo sguardo di Marco scivolò sul suo petto: i capezzoli, resi evidenti dal cotone leggero, si erano inturgiditi per il fresco della sera. O forse no. Anna finse di non accorgersene, ma dentro di sé sentì un calore traditore salirle tra le gambe, accompagnato da un pensiero che la fece arrossire: È mio figlio. Cosa sto facendo? «Sei contento?» gli chiese, inclinando la testa. I ricci scuri le ondeggiarono sulla guancia, profumati di shampoo alla vaniglia. Marco annuì senza guardarla negli occhi. «Sì… credo di sì.»
Quando tornò ai fornelli, Anna sentì il silenzio pesarle addosso. L’acqua calda scorreva sul lavello mentre lei lavava i piatti, ma la sua mente era altrove. Sofia. Il suo Marco stava crescendo. Aveva quei desideri, adesso. Lo sapeva da tempo. Sapeva anche delle altre cose. Da mesi aveva notato i piccoli spostamenti nei cassetti della biancheria: un reggiseno di pizzo nero messo via in modo diverso, le mutandine di seta color champagne piegate con troppa cura, il completino avorio con il fiocco che sembrava essere stato tenuto in mano un po’ troppo a lungo. Non mancava niente, ma tutto era stato toccato. Esplorato. Annusato, forse. E non solo la biancheria. Due settimane prima aveva trovato il cassetto più nascosto – quello in fondo all’armadio, sotto una pila di maglioni – completamente sottosopra. Dentro c’erano i suoi “giochini”: il grosso dildo nero che sostituiva il marito da quando l’aveva lasciata sola con Marco, e il vibratore rosa cipria dal design elegante e discreto che usava quando voleva qualcosa di rapido. Nessuno dei due era esattamente dove lo aveva lasciato. Marco aveva cercato di rimetterli a posto, ma non era stato abbastanza preciso. Anna aveva sentito il viso avvampare e un calore umido, improvviso e intenso, tra le cosce. Non aveva detto nulla. Aveva solo richiuso il cassetto con più attenzione, il cuore che le batteva forte nel petto. Da allora, ogni volta che ci pensava, una voce dentro di lei sussurrava: Sei una madre orribile.
Eppure, mentre l’acqua calda le scorreva sulle mani, Anna non riuscì a reprimere un leggero sorriso. Perché una parte di lei – quella ferita dal divorzio, affamata di essere ancora desiderata, ancora potente – godeva di quel segreto. Marco la voleva in modo totale, disperato, puro. Non come gli uomini che la guardavano in palestra, con sguardi calcolati e distanti. Lui la desiderava e basta. E quel pensiero, per quanto sbagliato, la faceva sentire viva come non le succedeva da anni. Si morse piano il labbro inferiore.
Solo questo, si disse, cercando di calmare il respiro. Non sto facendo niente di male. È solo… un gioco della mente. Ma mentre lo pensava, sentì di nuovo quel calore traditore pulsare tra le gambe, più intenso di prima.
Quella sera la cena fu più silenziosa del solito. Marco mangiò in fretta, gli occhi fissi nel piatto, e Anna lo osservava di sottecchi mentre sparecchiava. Il calore di prima non se n’era andato del tutto; le era rimasto addosso come un’eco bassa tra le gambe, un pulsare sordo che la faceva sentire sporca e viva allo stesso tempo.
«Mamma… posso chiederti una cosa?»
La voce di Marco arrivò mentre lei stava chiudendo la lavastoviglie. Lui era in piedi sulla soglia della cucina, le mani nelle tasche dei pantaloni della tuta, le orecchie già rosse. «Certo, tesoro. Dimmi.» «È per sabato… con Sofia. Non so cosa mettermi. Cioè, non voglio sembrare un bambino. Ma neanche… non so, troppo.» Anna sentì di nuovo quella piccola lama sotto lo sterno, ma stavolta accompagnata da qualcos’altro: un brivido di potere. Il suo Marco chiedeva a lei come apparire desiderabile per un’altra ragazza. A lei, che conosceva ogni centimetro del suo corpo da quando lo aveva partorito.
«Vieni, ti aiuto.» Lo seguì nella sua stanza. La luce della lampada da scrivania era calda, intima. Marco aveva già tirato fuori due magliette e un paio di jeans sul letto. Era rimasto in boxer e t-shirt, i capelli ricci ancora umidi dalla doccia di poco prima. Anna notò la leggera peluria scura che gli era spuntata sulle gambe, le spalle ancora strette ma già più definite di qualche mese fa. Era suo figlio, eppure in quel momento sembrava… altro. «Prova questa,» disse lei, prendendo una camicia azzurra che gli aveva regalato a Natale. Gliela porse e, quando lui se la infilò, Anna si avvicinò per sistemargli il colletto. Le sue dita sfiorarono la pelle calda del collo di Marco. Lui trattenne il respiro. «Ti sta bene,» mormorò Anna. La voce le uscì più bassa di quanto volesse. «Ti fa sembrare più grande.» Marco la guardò per un secondo negli occhi, poi abbassò lo sguardo. Ma non si spostò. Anna sentì il suo odore: sapone, ragazzo, qualcosa di dolce e maschio che le fece stringere le cosce senza volerlo. Le mani scesero a sistemargli i polsini, sfiorando i polsi. La pelle di lui era bollente. «E i jeans?» chiese Marco, la voce appena incrinata. Anna si chinò per prendere i pantaloni dal letto. Quando si rialzò, i suoi fianchi sfiorarono quelli di Marco. Solo un attimo. Ma bastò perché lei sentisse il calore del suo corpo attraverso il cotone sottile della maglietta. E bastò perché Marco deglutisse forte. «Questi vanno bene,» disse lei, porgendoglieli. «Ma provali, così vediamo come cadono.» Lui esitò. Per un attimo Anna pensò che si sarebbe voltato per cambiarsi, come faceva sempre. Invece Marco, con le orecchie scarlatte, si abbassò i pantaloni della tuta lì, davanti a lei, rimanendo solo in boxer. Il tessuto nero aderiva ai fianchi stretti, al rigonfiamento evidente che non riusciva più a nascondere.
Anna distolse lo sguardo, ma non abbastanza in fretta. Sentì il viso avvampare e quel calore traditore tornare, più forte, tra le gambe. È tuo figlio. Lo hai allattato. Lo hai cambiato mille volte. Cosa diavolo stai facendo? Però non si mosse. Gli tese i jeans come se niente fosse. «Ecco. Infilali.» Marco obbedì. Quando si chinò per tirarseli su, Anna vide i muscoli della sua schiena tendersi sotto la camicia. Le mani le prudevano dalla voglia di toccarlo di nuovo, stavolta non per sistemare un colletto. Si morse l’interno della guancia fino a sentire il sapore del sangue.
«Come sto?» chiese lui, voltandosi verso lo specchio. Anna gli si mise accanto. Erano quasi alti uguali adesso. Gli posò una mano sulla spalla, stringendo piano. «Stai benissimo, amore. Sofia sarà fortunata.» Lo disse con il tono più materno che riuscì a tirare fuori. Ma dentro di sé, mentre le dita sentivano il calore della sua pelle attraverso la camicia, una voce diversa sussurrava: E io? Io non sono fortunata? Marco la guardò attraverso lo specchio. Per un secondo i loro occhi si incontrarono e nessuno dei due abbassò lo sguardo. Anna sentì il cuore batterle in gola. Poi lui arrossì di nuovo e mormorò: «Grazie, mamma.» Lei gli diede un bacio leggero sulla guancia, come aveva fatto mille volte. Ma stavolta le labbra indugiarono un secondo di troppo sulla sua pelle calda. E mentre usciva dalla stanza, chiudendo piano la porta dietro di sé, Anna dovette appoggiarsi un attimo al muro del corridoio. Le ginocchia le tremavano. Sei una madre orribile, pensò. Ma il sorriso che le salì alle labbra era lo stesso di prima. Caldo. Segreto. E terribilmente vivo.
Anna rimase appoggiata al muro del corridoio per qualche secondo di troppo. Il cuore le batteva ancora forte, un tamburo sordo che sembrava risuonarle tra le costole e più giù, in quel punto caldo e traditore tra le gambe. Sei una madre orribile, si ripeté, ma la voce nella sua testa suonava già più debole. Era la stessa frase che si diceva da settimane, eppure ogni volta il sorriso tornava, leggero e colpevole. Andò in camera sua e chiuse la porta senza far rumore. La stanza era in penombra, solo la lampada sul comodino accesa. Si tolse la maglietta bianca e la tuta grigia, rimanendo in mutandine. Davanti allo specchio grande dell’armadio si osservò, come faceva spesso dopo il divorzio. Il seno pieno, un po’ più pesante di dieci anni prima, si muoveva seguendo il respiro. La pancia aveva quella morbidezza che nessuna dieta aveva mai cancellato del tutto, segno delle due gravidanze e di una vita vissuta. I fianchi erano ancora rotondi, invitanti. Non era più la ragazza di una volta, ma era una donna. Una donna che un ragazzo di diciotto anni desiderava fino a tremare.
Si infilò la camicia da notte di seta leggera, quella color champagne che le scivolava sulla pelle con un fruscio fresco e sensuale. Si sdraiò sul letto, ma il sonno non arrivava. Ogni volta che chiudeva gli occhi rivedeva la scena di poco prima: le dita di Marco che tremavano mentre si infilava i jeans, il rigonfiamento evidente nei boxer neri, lo sguardo che per un attimo aveva incrociato il suo nello specchio. Il calore tra le gambe non se n’era andato. Anzi, era cresciuto, lento e insistente. Anna si morse il labbro e lasciò che una mano scendesse lungo il ventre, sfiorando la pelle morbida. Non si toccava davvero, non ancora. Si limitava a premere il palmo sopra le mutandine, sentendo il calore umido che filtrava dal tessuto. È solo perché sono sola da troppo tempo, pensò. È normale. Non significa niente. Ma sapeva che non era vero. Passò forse mezz’ora. La casa era silenziosa, salvo un cigolio leggero che arrivava dalla stanza di Marco, in fondo al corridoio. Anna trattenne il respiro. Un altro cigolio. Poi un respiro corto, quasi soffocato. Conosceva quei suoni. Li aveva sentiti altre volte, di notte, quando credeva di essere l’unica sveglia. Si alzò senza accendere la luce. I piedi nudi sul parquet freddo. Percorse il corridoio come una ladra in casa propria, il cuore che le martellava in gola. La porta di Marco era socchiusa – solo pochi centimetri, come capitava spesso quando lui si dimenticava di chiuderla del tutto dopo aver studiato fino a tardi.Anna si fermò lì fuori. Non entrò. Non spinse la porta. Rimase semplicemente in piedi, la schiena contro il muro, e ascoltò.
Marco era sul letto. Lo sentiva dal ritmo del materasso, dal respiro sempre più accelerato, dai piccoli suoni strozzati che cercava di trattenere. Non parlava. Non diceva nomi. E proprio quel silenzio la colpì come una lama. È per me? pensò all’improvviso, e il dubbio le strinse lo stomaco. O è per Sofia? Per quella ragazzina biondina che domani lo porterà al cinema e gli farà sentire, per la prima volta, che esiste anche lui? Una fitta di gelosia, calda e inaspettata, le salì al petto. Sofia. Quella bambina insignificante, con il suo sorriso da brava ragazza e i capelli lisci. Marco avrebbe potuto pensare a lei, adesso. Alla sua pelle giovane, liscia, senza segni di gravidanze o di anni. Anna strinse più forte le cosce, ma il calore tra le gambe non diminuì. Anzi. Il dubbio la fece sentire improvvisamente fragile, esposta. E se non fosse per me? E se io fossi solo… la madre? Quel pensiero la ferì più di quanto volesse ammettere. Eppure, proprio lì, nel corridoio buio, qualcosa dentro di lei si spezzò e si aprì. Il desiderio che aveva cercato di negare per settimane le salì in gola, chiaro e spietato. Voglio che sia per me. Lo ammise in silenzio, mentre il respiro di Marco diventava più urgente. Voglio che sia il mio corpo quello che gli fa tremare le mani. Il mio seno sotto la maglietta sottile. I miei fianchi che ondeggiano in cucina. La gelosia verso Sofia la spinse a desiderarlo con una forza nuova, quasi rabbiosa. Sentì le ginocchia cederle leggermente. Si appoggiò allo stipite, una mano sul muro. Il calore tra le gambe era diventato un pulsare insistente, quasi doloroso. Strinse le cosce, cercando di calmarsi, ma riuscì solo a peggiorare la situazione. È mio figlio. L’ho tenuto in braccio quando piangeva. L’ho visto crescere. E adesso sto qui… a sperare che sia io quella che lo fa venire.
Il corpo di Marco, giovane e disperato, stava raggiungendo il limite. La mano di Anna scese di nuovo, questa volta infilandosi sotto la camicia da notte, sfiorando la pelle nuda del ventre. Non si toccava fino in fondo. Si limitava a sentire. A respirare con lui. A desiderare, con tutta se stessa, che quel gemito strozzato fosse per lei. Marco accelerò. Un gemito basso, strozzato, gli sfuggì nonostante cercasse di trattenerlo. Anna sentì un brivido correrle lungo la schiena. Il suo corpo reagì prima della mente: i capezzoli si inturgidirono contro la seta, il respiro si fece corto. La voce ferita dal divorzio, quella che da mesi si sentiva invisibile, sussurrò di nuovo: Ti voglio. Che sia per me. Chiuse gli occhi per un istante, solo un istante, e immaginò di entrare. Immaginò di sedersi sul bordo del letto, di guardarlo negli occhi e di dirgli che andava bene, che non era sbagliato. Poi riaprì gli occhi e scosse la testa, come per scacciare il pensiero.D alla stanza arrivò il momento finale: il corpo di Marco che si tendeva, un sospiro lungo e tremante, poi il silenzio. Anna si allontanò in punta di piedi, il cuore che sembrava volerle uscire dal petto. Tornò in camera sua e chiuse la porta. Si buttò sul letto, le gambe strette, la mano ancora premuta tra le cosce. Non si toccò fino in fondo. Non quella sera. Ma rimase lì, al buio, con il respiro affannato e un sorriso piccolo, segreto, che le curvava le labbra. Sei una madre orribile, pensò di nuovo. E per la prima volta la frase le suonò quasi… dolce.
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