Good morning, sunshine
di
Sunshine_
genere
confessioni
Da qualche giorno ho un formicolio continuo sotto la pelle.
Elettrico.
Non saprei definirlo meglio. È come se il mio corpo fosse rimasto per anni perfettamente capace di fare il proprio mestiere e adesso, improvvisamente, avesse deciso di ricordarmelo ogni cinque minuti.
Il problema è il mio cazzo di cervello.
Gli basta niente.
Una voce. Un odore. La citazione di un libro. Il modo in cui un uomo tiene il bicchiere. Una frase pronunciata mezzo tono più bassa del necessario.
Tac.
Parte.
Stamattina esco dal bar col sapore del caffè ancora in bocca e rischio di andare addosso a un uomo.
Americano, credo.
Alto. Camicia bianca. Occhiali da sole. Bello davvero. Avrà avuto quarant’anni.
Quell’età in cui alcuni uomini cominciano finalmente a smettere di sembrare ragazzi cresciuti male.
Mi dice qualcosa.
Io non capisco.
Mi volto istintivamente verso quello che sta sempre lì fuori. Quello dei pantaloni Adidas. Ne ha di tutti i colori. Oggi giallo fluo.
Non ho ancora capito che cazzo faccia nella vita. Prima o poi glielo chiedo. So solo che è sempre lì e mi fa un sacco di complimenti. Dice che sono la più bella della via.
Che, detto da uno che forse è pure sdentato, perde un pò di valore statistico.
Comunque guardo lui come per dire: ma questo che cazzo ha detto?
Nel frattempo l’americano ha già fatto qualche passo.
Poi si ferma.
Torna indietro.
Mi guarda di nuovo.
Sorride.
“Good morning, sunshine. Where are you going?”
Ah.
Quello aveva detto.
Sorrido anch’io. Rispondo qualcosa. Non so neanche cosa. Una di quelle frasi automatiche che il cervello produce quando il resto del corpo ha improvvisamente deciso di interessarsi alla conversazione.
Poi me ne vado.
Tre metri dopo penso:
Ma perché cazzo me ne sono andata?
Mi volto.
Troppo tardi.
La gente lo ha già inghiottito.
Fine.
Sette secondi.
Carriera brevissima.
Il mio cervello, naturalmente, gli concede un contratto a tempo indeterminato.
E gira la scena come va girata.
Niente dialoghi. Niente biografie. Niente “cosa fai nella vita”.
C’è un portone aperto.
Un ascensore di un palazzo antico.
Entriamo.
Lui preme il pulsante di un piano qualsiasi e, appena le porte si chiudono, mi incastra contro lo specchio.
Non c’è corteggiamento.
C’è fame.
Il vetro è freddo contro la schiena. Il suo corpo no.
Una mano mi prende dietro la nuca, tra i capelli. L’altra sale sotto la gonna.
Nel film non devo nemmeno domandarmi se voglio che continui.
L’ho deciso io dieci secondi fa.
Mi sposta gli slip di lato e le dita entrano subito, senza eleganza, trovandomi già bagnata.
Questa cosa mi irrita perfino nella fantasia.
Vorrei almeno avere la dignità di impiegare un minuto.
Niente.
Il corpo collabora col nemico.
Ha già i pantaloni aperti e il cazzo fuori. Caldo contro di me.
Mi prende per i fianchi, mi solleva appena e mi entra dentro con una fretta quasi offensiva.
Mi scappa un suono che finisce contro la sua spalla.
Sopra la porta scorrono i numeri dei piani.
Tre.
Quattro.
Cinque.
E da qualche parte una signora sta probabilmente aspettando l’ascensore per andare a comprare il pane mentre io, nello stesso ascensore, ho la gonna arrotolata sui fianchi e un americano sconosciuto che mi scopa contro lo specchio.
Questo mi eccita.
Non tanto l’americano.
La crepa.
La vita normale che continua a trenta centimetri da qualcosa che normale non è per niente.
I dieci minuti rubati.
Un bagno di servizio di un ristorante.
L’odore di chiuso e di disinfettante.
Le piastrelle fredde sotto le ginocchia.
Una porta chiusa male.
Il telefono che vibra nella borsa.
La fretta di abbassare una cerniera e tirare fuori un cazzo prima che qualcuno cominci a chiedersi dove siamo finiti.
Prenderlo in mano.
Sentirne il peso vero.
Il calore.
Avvicinarlo alla bocca e, per un secondo, sentirlo pulsare contro la guancia.
Poi aprire.
La prima spinta sulla lingua.
Il sapore.
La saliva che aumenta.
Le dita di lui che entrano nei capelli.
La gola che protesta quando va troppo in fondo e io che, invece di fermarlo, gli stringo le cosce con le mani perché continui.
Fuori passa qualcuno.
Una voce.
Dei passi.
Per un attimo si fermano proprio davanti alla porta.
Io rimango immobile col cazzo ancora in bocca.
Lui pure.
Ci guardiamo.
E quella paura minuscola, assurda, che qualcuno possa abbassare la maniglia mi fa venire ancora più voglia di riprendere.
Appena i passi si allontanano lo faccio.
Più forte.
Più veloce.
Il telefono continua a vibrare nella borsa.
Io continuo a succhiare.
Questa è la parte che mi manda fuori di testa.
La vita ufficiale che chiama mentre la mia bocca è occupata altrove.
Poi la fretta finale.
Il ritmo che cambia.
Le dita che stringono di più.
Il corpo che si irrigidisce.
Il calore in fondo alla bocca.
Ingoiare.
Respirare.
Acqua sulle labbra.
Controllare il rossetto.
Aggiustare la camicia.
Sistemare i capelli.
Faccia rispettabile.
“Scusate il ritardo.”
E nessuno sa un cazzo.
Ho sempre avuto molta fantasia.
Solo che ultimamente la fantasia mi sta diventando stretta.
Io una fantasia la mastico, la rigiro, me la porto a letto.
Poi mi sveglio.
E ho più fame di prima.
È questa la fregatura.
Forse è stata l’attesa.
Non so neanche attesa di cosa, a questo punto.
So soltanto che da un pò gioco con immagini, possibilità, cose non successe, cose che forse sarebbero potute succedere.
All’inizio era divertente.
Poi eccitante.
Poi molto eccitante.
Adesso credo di aver superato quella fase.
Adesso vorrei la parte stupida.
La parte elementare.
Il peso.
Il calore.
La saliva.
Le mani vere.
Una bocca che non devo inventarmi.
E, già che ci siamo, un cazzo nel culo.
La filosofia ha dei limiti.
La carne invece ha un vantaggio enorme sulla fantasia.
Oppone resistenza.
Una mano immaginata fa esattamente quello che voglio.
Una mano vera pesa.
Stringe troppo.
O troppo poco.
Scivola nel punto sbagliato.
Poi magari trova quello giusto.
Mi sorprende.
Mi fa venire voglia di spostarla oppure di lasciarla fare.
Un cazzo immaginato è perfetto per definizione.
Uno vero ha una temperatura.
Un odore.
Un sapore.
Una consistenza.
Può essere troppo duro, troppo grande, troppo impaziente. Può farti venire voglia di rallentarlo o di prenderlo ancora più a fondo.
È materia.
Non obbedisce completamente.
E forse è proprio quello che mi manca.
La fantasia è docile.
La carne no.
Ripenso all’americano.
Non perché io abbia perso la testa.
Non so neanche come si chiama.
Potrebbe essere un cretino.
Potrebbe collezionare magneti da frigorifero.
Potrebbe aver detto good morning, sunshine a quattro donne prima di me.
Non mi interessa.
Mi interessa che per sette secondi il mio corpo abbia detto:
Fermati.
E io invece abbia continuato a camminare.
Questo sì che mi irrita.
Non l’occasione romantica.
Sai che cazzo me ne frega dell’occasione romantica.
L’occasione carnale.
La possibilità.
Magari mi fossi fermata, dopo trenta secondi avrei pensato: che coglione.
Probabile.
Magari avremmo bevuto un altro caffè.
Magari avrei scoperto che aveva una voce bellissima e niente altro di interessante.
Magari mi avrebbe raccontato per venti minuti del proprio lavoro nella finanza e avrei rimpianto di non essere scappata più velocemente.
Magari niente.
Oppure magari avrebbe continuato a guardarmi in quel modo.
E io avrei continuato a guardare lui.
E già quello sarebbe stato sufficiente per farmi tornare al lavoro con un sorriso idiota.
Non lo so.
È questo il punto.
Avrei preferito scoprirlo.
La cosa nuova è questa.
Per molto tempo ho pensato che il desiderio fosse soprattutto immaginazione.
Che il bello fosse quello spazio prima.
La possibilità.
L’energia di quello che potrebbe succedere.
E continua a piacermi.
Solo che adesso comincio a sospettare che la fantasia sia il trailer.
Bellissimo.
Montaggio perfetto.
Musica giusta.
Le scene migliori tutte lì.
Ma a un certo punto voglio vedere il film.
La prossima volta che uno sconosciuto mi ferma a dieci centimetri, mi guarda come se la mattina potesse prendere una direzione completamente diversa e mi dice:
“Good morning, sunshine.”
magari non rispondo qualcosa a caso.
Magari mi fermo.
Magari gli chiedo:
“Why? What did you have in mind?”
E poi vediamo se sa fare di meglio del mio cervello.
Elettrico.
Non saprei definirlo meglio. È come se il mio corpo fosse rimasto per anni perfettamente capace di fare il proprio mestiere e adesso, improvvisamente, avesse deciso di ricordarmelo ogni cinque minuti.
Il problema è il mio cazzo di cervello.
Gli basta niente.
Una voce. Un odore. La citazione di un libro. Il modo in cui un uomo tiene il bicchiere. Una frase pronunciata mezzo tono più bassa del necessario.
Tac.
Parte.
Stamattina esco dal bar col sapore del caffè ancora in bocca e rischio di andare addosso a un uomo.
Americano, credo.
Alto. Camicia bianca. Occhiali da sole. Bello davvero. Avrà avuto quarant’anni.
Quell’età in cui alcuni uomini cominciano finalmente a smettere di sembrare ragazzi cresciuti male.
Mi dice qualcosa.
Io non capisco.
Mi volto istintivamente verso quello che sta sempre lì fuori. Quello dei pantaloni Adidas. Ne ha di tutti i colori. Oggi giallo fluo.
Non ho ancora capito che cazzo faccia nella vita. Prima o poi glielo chiedo. So solo che è sempre lì e mi fa un sacco di complimenti. Dice che sono la più bella della via.
Che, detto da uno che forse è pure sdentato, perde un pò di valore statistico.
Comunque guardo lui come per dire: ma questo che cazzo ha detto?
Nel frattempo l’americano ha già fatto qualche passo.
Poi si ferma.
Torna indietro.
Mi guarda di nuovo.
Sorride.
“Good morning, sunshine. Where are you going?”
Ah.
Quello aveva detto.
Sorrido anch’io. Rispondo qualcosa. Non so neanche cosa. Una di quelle frasi automatiche che il cervello produce quando il resto del corpo ha improvvisamente deciso di interessarsi alla conversazione.
Poi me ne vado.
Tre metri dopo penso:
Ma perché cazzo me ne sono andata?
Mi volto.
Troppo tardi.
La gente lo ha già inghiottito.
Fine.
Sette secondi.
Carriera brevissima.
Il mio cervello, naturalmente, gli concede un contratto a tempo indeterminato.
E gira la scena come va girata.
Niente dialoghi. Niente biografie. Niente “cosa fai nella vita”.
C’è un portone aperto.
Un ascensore di un palazzo antico.
Entriamo.
Lui preme il pulsante di un piano qualsiasi e, appena le porte si chiudono, mi incastra contro lo specchio.
Non c’è corteggiamento.
C’è fame.
Il vetro è freddo contro la schiena. Il suo corpo no.
Una mano mi prende dietro la nuca, tra i capelli. L’altra sale sotto la gonna.
Nel film non devo nemmeno domandarmi se voglio che continui.
L’ho deciso io dieci secondi fa.
Mi sposta gli slip di lato e le dita entrano subito, senza eleganza, trovandomi già bagnata.
Questa cosa mi irrita perfino nella fantasia.
Vorrei almeno avere la dignità di impiegare un minuto.
Niente.
Il corpo collabora col nemico.
Ha già i pantaloni aperti e il cazzo fuori. Caldo contro di me.
Mi prende per i fianchi, mi solleva appena e mi entra dentro con una fretta quasi offensiva.
Mi scappa un suono che finisce contro la sua spalla.
Sopra la porta scorrono i numeri dei piani.
Tre.
Quattro.
Cinque.
E da qualche parte una signora sta probabilmente aspettando l’ascensore per andare a comprare il pane mentre io, nello stesso ascensore, ho la gonna arrotolata sui fianchi e un americano sconosciuto che mi scopa contro lo specchio.
Questo mi eccita.
Non tanto l’americano.
La crepa.
La vita normale che continua a trenta centimetri da qualcosa che normale non è per niente.
I dieci minuti rubati.
Un bagno di servizio di un ristorante.
L’odore di chiuso e di disinfettante.
Le piastrelle fredde sotto le ginocchia.
Una porta chiusa male.
Il telefono che vibra nella borsa.
La fretta di abbassare una cerniera e tirare fuori un cazzo prima che qualcuno cominci a chiedersi dove siamo finiti.
Prenderlo in mano.
Sentirne il peso vero.
Il calore.
Avvicinarlo alla bocca e, per un secondo, sentirlo pulsare contro la guancia.
Poi aprire.
La prima spinta sulla lingua.
Il sapore.
La saliva che aumenta.
Le dita di lui che entrano nei capelli.
La gola che protesta quando va troppo in fondo e io che, invece di fermarlo, gli stringo le cosce con le mani perché continui.
Fuori passa qualcuno.
Una voce.
Dei passi.
Per un attimo si fermano proprio davanti alla porta.
Io rimango immobile col cazzo ancora in bocca.
Lui pure.
Ci guardiamo.
E quella paura minuscola, assurda, che qualcuno possa abbassare la maniglia mi fa venire ancora più voglia di riprendere.
Appena i passi si allontanano lo faccio.
Più forte.
Più veloce.
Il telefono continua a vibrare nella borsa.
Io continuo a succhiare.
Questa è la parte che mi manda fuori di testa.
La vita ufficiale che chiama mentre la mia bocca è occupata altrove.
Poi la fretta finale.
Il ritmo che cambia.
Le dita che stringono di più.
Il corpo che si irrigidisce.
Il calore in fondo alla bocca.
Ingoiare.
Respirare.
Acqua sulle labbra.
Controllare il rossetto.
Aggiustare la camicia.
Sistemare i capelli.
Faccia rispettabile.
“Scusate il ritardo.”
E nessuno sa un cazzo.
Ho sempre avuto molta fantasia.
Solo che ultimamente la fantasia mi sta diventando stretta.
Io una fantasia la mastico, la rigiro, me la porto a letto.
Poi mi sveglio.
E ho più fame di prima.
È questa la fregatura.
Forse è stata l’attesa.
Non so neanche attesa di cosa, a questo punto.
So soltanto che da un pò gioco con immagini, possibilità, cose non successe, cose che forse sarebbero potute succedere.
All’inizio era divertente.
Poi eccitante.
Poi molto eccitante.
Adesso credo di aver superato quella fase.
Adesso vorrei la parte stupida.
La parte elementare.
Il peso.
Il calore.
La saliva.
Le mani vere.
Una bocca che non devo inventarmi.
E, già che ci siamo, un cazzo nel culo.
La filosofia ha dei limiti.
La carne invece ha un vantaggio enorme sulla fantasia.
Oppone resistenza.
Una mano immaginata fa esattamente quello che voglio.
Una mano vera pesa.
Stringe troppo.
O troppo poco.
Scivola nel punto sbagliato.
Poi magari trova quello giusto.
Mi sorprende.
Mi fa venire voglia di spostarla oppure di lasciarla fare.
Un cazzo immaginato è perfetto per definizione.
Uno vero ha una temperatura.
Un odore.
Un sapore.
Una consistenza.
Può essere troppo duro, troppo grande, troppo impaziente. Può farti venire voglia di rallentarlo o di prenderlo ancora più a fondo.
È materia.
Non obbedisce completamente.
E forse è proprio quello che mi manca.
La fantasia è docile.
La carne no.
Ripenso all’americano.
Non perché io abbia perso la testa.
Non so neanche come si chiama.
Potrebbe essere un cretino.
Potrebbe collezionare magneti da frigorifero.
Potrebbe aver detto good morning, sunshine a quattro donne prima di me.
Non mi interessa.
Mi interessa che per sette secondi il mio corpo abbia detto:
Fermati.
E io invece abbia continuato a camminare.
Questo sì che mi irrita.
Non l’occasione romantica.
Sai che cazzo me ne frega dell’occasione romantica.
L’occasione carnale.
La possibilità.
Magari mi fossi fermata, dopo trenta secondi avrei pensato: che coglione.
Probabile.
Magari avremmo bevuto un altro caffè.
Magari avrei scoperto che aveva una voce bellissima e niente altro di interessante.
Magari mi avrebbe raccontato per venti minuti del proprio lavoro nella finanza e avrei rimpianto di non essere scappata più velocemente.
Magari niente.
Oppure magari avrebbe continuato a guardarmi in quel modo.
E io avrei continuato a guardare lui.
E già quello sarebbe stato sufficiente per farmi tornare al lavoro con un sorriso idiota.
Non lo so.
È questo il punto.
Avrei preferito scoprirlo.
La cosa nuova è questa.
Per molto tempo ho pensato che il desiderio fosse soprattutto immaginazione.
Che il bello fosse quello spazio prima.
La possibilità.
L’energia di quello che potrebbe succedere.
E continua a piacermi.
Solo che adesso comincio a sospettare che la fantasia sia il trailer.
Bellissimo.
Montaggio perfetto.
Musica giusta.
Le scene migliori tutte lì.
Ma a un certo punto voglio vedere il film.
La prossima volta che uno sconosciuto mi ferma a dieci centimetri, mi guarda come se la mattina potesse prendere una direzione completamente diversa e mi dice:
“Good morning, sunshine.”
magari non rispondo qualcosa a caso.
Magari mi fermo.
Magari gli chiedo:
“Why? What did you have in mind?”
E poi vediamo se sa fare di meglio del mio cervello.
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