Il gioco del Liofante

di
genere
pissing

Quando faccio l’amore mi piace pisciare, è liberatorio e mi diverte pure. Ma non sono perversa, piuttosto sono stata educata a farlo. Quando ero una ragazza di famiglia, mia madre mi obbligava a sedermi sul ripiano del lavabo del bagno e come entrava il mio patrigno dovevo divaricare le gambe e pisciargli addosso con violenza. Nudi tutti e tre nel bagno, chiamavamo questa pratica erotica “il gioco del Liofante”. Ricordo che ogni volta che lo schizzo arrivava dritto sulla proboscide, quell’appendice moscia diventava un bastone di carne e a questo punto la coppia si appartava in camera da letto e io sentivo tutto. Ero coinvolta in tale pratica perché mamma era una donna debole: se il suo uomo le avesse detto di scopare con il braccio alzato, avrebbe fatto anche il saluto romano. Pur di conservare il suo uomo, alla fine mi metteva in mezzo, come quando mi chiamava dalla camera da letto chiedendomi di levarmi anche le mutandine e fare un pompino al suo nero, cazzuto senegalese. Chiudevo gli occhi e succhiavo e lappavo il bastone di carne finché non gli veniva duro e allora mi davano la buonanotte, ma sentivo tutto lo stesso e ogni tanto sbirciavo, visto che neanche tenevano la porta chiusa. Ma siccome quando mamma non scopava era sempre irascibile e mi sgridava, allora mi conveniva stare al gioco e darle spago. Una volta sola provai a fare obiezioni, solo per sentirmi dire: “ma secondo te tu come sei nata?”. Da qui la mia curiosità per il sesso: non era chiaro il legame fra la nascita dei bambini e quegli incontri di lotta greco-romana, che terminavano sempre con mia madre infilzata senza pietà dalla proboscide del Liofante. Urla a parte, imparai anche un sacco di porcherie da usare in seguito al momento opportuno: “sfondami, sono la tua troja”, “lo voglio in gola”, “schizzami fra le tette”, “sono la tua pornostar” e altre finezze. L’importante è che il segreto rimanesse entro le quattro mura domestiche e così fu. Non ho mai parlato con nessuno di quello che vedevo e facevo, sapevo che gli altri non avrebbero approvato, ma mi divertivo troppo per smettere. Gioia fa rima con troja. Mia madre in realtà non si rendeva conto che avrei conservato da grande alcune abitudini non del tutto normali, ma per lei l’importante era tenersi buono Supercazzo. Quando mi presentò il suo nuovo uomo – come ho detto, un senegalese simpatico e ben dotato - in realtà mi portava in dote e invece di farmi crescere da una zia mi manteneva in casa con un convivente tutt’altro che tranquillo. Era la classica situazione a rischio, ma mia madre dipendeva troppo da quell’uomo per evitare il peggio. Ricordo che quando litigarono la prima volta mamma mi convinse a portargli la colazione aa letto. In un certo senso ero io la colazione: unghie dipinte di rosso, scalza, un baby-doll trasparente e un tanga nero filiforme che davanti copriva la peluria e dietro valorizzava il mio sederino. Fecero pace subito, ma da quel momento diventai l’angioletto dell’amore familiare, quella che s’addormentava succhiando il nero cazzone di papi e si faceva allattare con lo sperma in bocca, liquido che imparai a ingoiare lentamente e con amore. Era una forma di affetto da parte sua, con me era un tenerone mentre con mamma erano colpi duri, come meritava una donna passiva e dipendente. Io invece imparavo l’arte dell’amore, sperimentavo la goduria e conoscevo ormai i punti deboli di un uomo. Fu così che una volta maggiorenne trovai un lavoro ed ebbi i primi fidanzati. Quando li baciavo nuda sotto la doccia, aprivo la fessura e a sorpresa irroravo di pioggia dorata le loro gambe. L’effetto era sempre lo stesso: gli veniva duro e mi sbattevano per un’ora contro la parete della doccia. A quel punto non potevo più resistere e venivo con lo squirting. Nel frattempo, avevo anche conosciuto un’amica con cui facevamo a gara di chi faceva lo schizzo più lungo. Ma la rivelazione fu quando Erzebet, un’amica ungherese conosciuta al campeggio, m’insegnò a pisciare all’indietro, chinandomi in avanti e allargando le chiappe con le mani e allo stesso tempo dando forza ai muscoli pelvici. Ne usciva a sorpresa un getto lungo e caldo che spiazzava chi stava dietro, meglio se un ragazzo, il quale si eccitava e la possedeva da dietro. Erzebet non era come le altre ragazze del campeggio: era una grandissima zozza e io sarei diventata la sua allieva. Imparai a baciare un ragazzo mentre facevo scorrere la pioggia dorata sulle sue gambe. Altre volte io ed Erzebet pisciavamo all’indietro davanti ai ragazzi scommettendo in che buco ce l’avrebbero messo dentro, il cazzo irrorato dal nostro getto diventava subito duro e andava soddisfatto. Quando poi ho avuto un ragazzo fisso, mi mettevo nuda a gambe spalancate sopra la mensola del lavabo del bagno, gli schizzavo un getto dorato sull’uccello e poi mi facevo scopare senza pietà. Volevo anch’io il Liofante
scritto il
2026-09-10
3 3
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto sucessivo

Piss Garden Party

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.