Codice Femdom – Estratto 5 - Costretto a pulire le loro scarpe
di
T. Subby
genere
dominazione
Un giorno piove così forte che sembra che qualcuno stia buttando secchiate d’acqua contro le finestre.
Il citofono suona, io corro ad aprire e le vedo entrare una dietro l’altra: Athena davanti, poi Elettra, Samantha, Giada e Beatrice. Tutte bagnate, tutte perfette anche con i capelli appiccicati e il trucco leggermente sbavato.
L’ingresso si riempie subito del loro profumo costoso, mischiato all’odore di pioggia.
- Tommi, le giacche. - esclama Athena senza neanche guardarmi, già sfilandosi il trench.
Inizio a prendere cappotti, borse, ombrelli.
Guardo le loro scarpe e mi accorgo che sono un disastro.
Tacchi a spillo infangati, stivali di camoscio macchiati, suole che lasciano strisce nere sul parquet chiaro.
Elettra sbuffa: - Che schifo, guarda come sono ridotte. -
Samantha alza un piede e guarda la suola della sua Louboutin con aria scocciata.
Athena si gira di scatto verso di me: - Vai a prendere una salvietta grande. Quella di spugna bianca nel bagno. -
- Subito - balbetto, e corro.
Quando torno con la salvietta in mano, Athena mi indica il centro dell'ingresso.
- Stendila bene qui. - ordina disinvolta. - E tienila ben tesa con le mani, dai lati. Lo zerbino non basta per tutte noi, dobbiamo pulirci bene. -
Resto un secondo immobile.
- Athena… - provo a sussurrare.
- Tommaso. - Il suo tono è tagliente, basso, definitivo. - Muoviti! Mettiti giù. -
Mi abbasso lentamente. Le ginocchia toccano il pavimento freddo. Stendo la salvietta bianca davanti a me e afferro i due lati opposti, tirandola tesa come un tamburo.
Le ragazze si mettono in fila senza fretta, come se fosse la cosa più normale del mondo.
- Andate ragazze, io uso lo zerbino. - spiega la padrona alle sue amiche.
Elettra è la prima. Alza il piede destro. Indossa uno stivaletto nero lucido, tacco 12, con la suola piena di fango e sassolini e e lo appoggia sulla salvietta.
Inizia a strofinare avanti e indietro, forte. Il tacco mi passa a cinque centimetri dal naso. Sento l’odore di pelle bagnata, di pioggia, di terra. Il movimento è deciso, quasi aggressivo.
- Bravissimo, tienila ferma - dice senza guardarmi, continuando a parlare con le amiche di un party della settimana prima.
Ripete l’operazione anche per l’altro stivaletto e quando si ferma, io prendo un lembo del tessuto spugnoso e le pulisco un pochino anche la parte superiore della scarpa.
- Grazie caro. - esclama lei, strizzando un occhiolino alle amiche.
Poi tocca a Samantha.
Lei ho scoperto non essere soltanto una modella, ma un importantissima e famosa Dj Techno. Samantha Diamanti.
Ha vissuto diversi anni tra Ibiza e Berlino e ora è tornata a Milano, ma è praticamente ancora sempre in giro, per le sue tournée.
Assurdo che Athena conosca tutta questa gente importante penso, mentre guardo la suola rossa della sua decolleté aperta che strofina con calma, ruotando sulla salvietta sempre più sporca.
- Oddio Athena, ti ricordi quel tipo che si era appiccicato? Alla fine l’ho mandato a cagare in tutte le lingue. - esclama lei, mentre si pulisce.
Ridono tutte al suo aneddoto, mentre io mi sento invisibile e vorrei sotterrarmi dalla vergogna, per la posizione in cui mi trovo rispetto a loro.
Passa l'altra scarpa con cura, sotto al mio sguardo pateticamente attento.
- Tommi non vedi che il suo tacco è ancora tutto infangato? Dalle una mano, puliscilo un po' con la salvietta! - mi ammonisce Athena, da dietro.
La Dj mi guarda con compatimento dalla sua regale altezza, quindi alza il piedino per permettermi di ripulirle il tacco dalla sporcizia.
Io eseguo come un automa, sentendo i pesanti sguardi delle donne tutti su di me.
Con la salvietta nel palmo, stringo il tacco tra le dita, facendo aderire bene il tessuto che prima era bianco e che ora si tinge irrimediabilmente di nero.
Ripeto l'operazione più in fretta possibile, anche per l'altra scarpetta, mentre le guance mi si colorano di rosso.
Poi aiuto la signorina a sfilarsele, in modo che possa scavalcarmi e andare a buttarsi sul divano. Lei è presa dalla conversazione e neanche mi rivolge la parola.
E' il turno di Giada, un'altra ragazza stupenda che ho visto un paio di volte al locale. Ha gli occhi azzurri e delle lentiggini da cerbiattina. Indossa degli stivali in finta pelle di camoscio, molto eleganti.
Anche lei preme forte e appoggia quasi tutto il peso sul piede e si pulisce.
Faccio fatica a tenere la salvietta ferma, mentre fa dei piccoli movimenti circolari e ride, come se stesse ballando.
Quello che era una delle mie salviette più morbide è ormai è diventata uno straccio, ed è sporca quasi ovunque.
Beatrice è l’ultima. E' la prima volta che la vedo. L'imbarazzo di conoscere una donna così avvenente, in questa servile condizione è davvero forte.
Mi guarda per un secondo dall’alto, un sopracciglio alzato, poi appoggia il tacco a spillo esattamente al centro della salvietta e ruota il piede con lentezza, come se stesse schiacciando una sigaretta.
Sono a quattro zampe, la faccia a meno di trenta centimetri dalle sue suole.
Nessuna di loro mi ha considerato. Non una volta.
Parlano tra loro, ridono, si raccontano cose private ad alta voce. Io non esisto. Sono solo il loro servitore, il supporto umano del loro zerbino.
Quando hanno finito, la salvietta è nera di fango, bagnata, pesante. Athena la guarda soddisfatta e schifata.
- Perfetto. Ora buttala via. E vacci a prendere le bollicine, che ci sediamo. -
Non ho l'energia vitale per risponderle e faccio solo ciò che mi dice.
Si dirigono in sala come un branco di gazzelle, togliendosi le scarpe e buttandole un po' dove capita.
Si sdraiano, lasciano le borse e mettono i piedi nudi sul pouf tutte insieme. Piedi perfetti, unghie laccate, caviglie sottili.
Io mi sbrigo a stappare la bottiglia e arrivo con il vassoio di calici.
- Versa pure, Tommi. - dice la padrona, già con la schiena appoggiata ai cuscini, un piede che giocherella con l’altro.
Servo una per una, chinandomi. Il loro grazie sa di compassione.
Ho il pene durissimo, alla vista di così tanta femminilità e cerco di capire come potrei fare ad inserirmi, per fare un aperitivo con loro.
Non faccio in tempo nemmeno a parlare, che Athena schiocca le dita, senza nemmeno alzare lo sguardo da Elettra con cui sta parlando.
- Tommi le scarpe sono ancora bagnatissime dentro. Prendi il phon e vai in cucina ad asciugarcele tutte ok? Le fai una per una, dentro e fuori. Quando hai finito le riporti qui, belle calde e pronte. -
Questo comando sa di umiliazione pesante. Sono cacciato in cucina e trattato esattamente come uno schiavo lustrascarpe. La guardo attonito e non so come reagire.
- E chiudi la porta, che non vogliamo sentire il rumore. - aggiunge lei disinvolta.
Gli sguardi delle cinque modelle sono tutti su di me. Accaldato divento paonazzo, mentre finisco per annuire alla padrona e loro sorridono del mio imbarazzo.
Prendo le cinque paia di scarpe, ancora calde dei loro piedi, ancora umide, e mi avvio in cucina.
- Ti sei fatta lo schiavetto, vero? - esclama Beatrice, mentre i loro bicchieri tintinnano in un brindisi lussuoso. Le donne ridono di gusto.
Chiudo la porta alle mie spalle come ordinato e mi fermo a pensare.
Ho fatto come al solito la figura del tappetino. Non ce la faccio proprio a tenerle testa.
Una lacrima mi scivola lungo la guancia mentre accendo il phon sconfitto, tenendo in mano il primo paio di scarpe.
Nessuno mi stava obbligando. Avrei potuto dire di no. Ma non l’ho fatto.
Come posso sperare che mi considerino un uomo, se mi faccio trattare come una pezza da piedi così impunemente e con naturalezza.
Come posso arrivare a conquistare la mia bella Athena, se mi faccio mettere i piedi in testa in questo modo ogni volta.
Mentre soffio aria calda dentro stivali da cinquecento euro, continuo a sentire le loro risate ovattate, dall’altra parte del muro e provo un’umiliazione totale, profonda, che mi entra nelle ossa.
L’odore della pelle e dell’interno delle loro scarpe scaldate in quel modo, invade le mie narici.
Forse il mio posto è davvero questo, quando sono vicino a donne di questo calibro.
A pulire le loro scarpe e fare loro da cameriere, rifletto abbattuto.
Continua...
[Estratto dal libro “Codice Femdom – Vol. 1”]
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Il citofono suona, io corro ad aprire e le vedo entrare una dietro l’altra: Athena davanti, poi Elettra, Samantha, Giada e Beatrice. Tutte bagnate, tutte perfette anche con i capelli appiccicati e il trucco leggermente sbavato.
L’ingresso si riempie subito del loro profumo costoso, mischiato all’odore di pioggia.
- Tommi, le giacche. - esclama Athena senza neanche guardarmi, già sfilandosi il trench.
Inizio a prendere cappotti, borse, ombrelli.
Guardo le loro scarpe e mi accorgo che sono un disastro.
Tacchi a spillo infangati, stivali di camoscio macchiati, suole che lasciano strisce nere sul parquet chiaro.
Elettra sbuffa: - Che schifo, guarda come sono ridotte. -
Samantha alza un piede e guarda la suola della sua Louboutin con aria scocciata.
Athena si gira di scatto verso di me: - Vai a prendere una salvietta grande. Quella di spugna bianca nel bagno. -
- Subito - balbetto, e corro.
Quando torno con la salvietta in mano, Athena mi indica il centro dell'ingresso.
- Stendila bene qui. - ordina disinvolta. - E tienila ben tesa con le mani, dai lati. Lo zerbino non basta per tutte noi, dobbiamo pulirci bene. -
Resto un secondo immobile.
- Athena… - provo a sussurrare.
- Tommaso. - Il suo tono è tagliente, basso, definitivo. - Muoviti! Mettiti giù. -
Mi abbasso lentamente. Le ginocchia toccano il pavimento freddo. Stendo la salvietta bianca davanti a me e afferro i due lati opposti, tirandola tesa come un tamburo.
Le ragazze si mettono in fila senza fretta, come se fosse la cosa più normale del mondo.
- Andate ragazze, io uso lo zerbino. - spiega la padrona alle sue amiche.
Elettra è la prima. Alza il piede destro. Indossa uno stivaletto nero lucido, tacco 12, con la suola piena di fango e sassolini e e lo appoggia sulla salvietta.
Inizia a strofinare avanti e indietro, forte. Il tacco mi passa a cinque centimetri dal naso. Sento l’odore di pelle bagnata, di pioggia, di terra. Il movimento è deciso, quasi aggressivo.
- Bravissimo, tienila ferma - dice senza guardarmi, continuando a parlare con le amiche di un party della settimana prima.
Ripete l’operazione anche per l’altro stivaletto e quando si ferma, io prendo un lembo del tessuto spugnoso e le pulisco un pochino anche la parte superiore della scarpa.
- Grazie caro. - esclama lei, strizzando un occhiolino alle amiche.
Poi tocca a Samantha.
Lei ho scoperto non essere soltanto una modella, ma un importantissima e famosa Dj Techno. Samantha Diamanti.
Ha vissuto diversi anni tra Ibiza e Berlino e ora è tornata a Milano, ma è praticamente ancora sempre in giro, per le sue tournée.
Assurdo che Athena conosca tutta questa gente importante penso, mentre guardo la suola rossa della sua decolleté aperta che strofina con calma, ruotando sulla salvietta sempre più sporca.
- Oddio Athena, ti ricordi quel tipo che si era appiccicato? Alla fine l’ho mandato a cagare in tutte le lingue. - esclama lei, mentre si pulisce.
Ridono tutte al suo aneddoto, mentre io mi sento invisibile e vorrei sotterrarmi dalla vergogna, per la posizione in cui mi trovo rispetto a loro.
Passa l'altra scarpa con cura, sotto al mio sguardo pateticamente attento.
- Tommi non vedi che il suo tacco è ancora tutto infangato? Dalle una mano, puliscilo un po' con la salvietta! - mi ammonisce Athena, da dietro.
La Dj mi guarda con compatimento dalla sua regale altezza, quindi alza il piedino per permettermi di ripulirle il tacco dalla sporcizia.
Io eseguo come un automa, sentendo i pesanti sguardi delle donne tutti su di me.
Con la salvietta nel palmo, stringo il tacco tra le dita, facendo aderire bene il tessuto che prima era bianco e che ora si tinge irrimediabilmente di nero.
Ripeto l'operazione più in fretta possibile, anche per l'altra scarpetta, mentre le guance mi si colorano di rosso.
Poi aiuto la signorina a sfilarsele, in modo che possa scavalcarmi e andare a buttarsi sul divano. Lei è presa dalla conversazione e neanche mi rivolge la parola.
E' il turno di Giada, un'altra ragazza stupenda che ho visto un paio di volte al locale. Ha gli occhi azzurri e delle lentiggini da cerbiattina. Indossa degli stivali in finta pelle di camoscio, molto eleganti.
Anche lei preme forte e appoggia quasi tutto il peso sul piede e si pulisce.
Faccio fatica a tenere la salvietta ferma, mentre fa dei piccoli movimenti circolari e ride, come se stesse ballando.
Quello che era una delle mie salviette più morbide è ormai è diventata uno straccio, ed è sporca quasi ovunque.
Beatrice è l’ultima. E' la prima volta che la vedo. L'imbarazzo di conoscere una donna così avvenente, in questa servile condizione è davvero forte.
Mi guarda per un secondo dall’alto, un sopracciglio alzato, poi appoggia il tacco a spillo esattamente al centro della salvietta e ruota il piede con lentezza, come se stesse schiacciando una sigaretta.
Sono a quattro zampe, la faccia a meno di trenta centimetri dalle sue suole.
Nessuna di loro mi ha considerato. Non una volta.
Parlano tra loro, ridono, si raccontano cose private ad alta voce. Io non esisto. Sono solo il loro servitore, il supporto umano del loro zerbino.
Quando hanno finito, la salvietta è nera di fango, bagnata, pesante. Athena la guarda soddisfatta e schifata.
- Perfetto. Ora buttala via. E vacci a prendere le bollicine, che ci sediamo. -
Non ho l'energia vitale per risponderle e faccio solo ciò che mi dice.
Si dirigono in sala come un branco di gazzelle, togliendosi le scarpe e buttandole un po' dove capita.
Si sdraiano, lasciano le borse e mettono i piedi nudi sul pouf tutte insieme. Piedi perfetti, unghie laccate, caviglie sottili.
Io mi sbrigo a stappare la bottiglia e arrivo con il vassoio di calici.
- Versa pure, Tommi. - dice la padrona, già con la schiena appoggiata ai cuscini, un piede che giocherella con l’altro.
Servo una per una, chinandomi. Il loro grazie sa di compassione.
Ho il pene durissimo, alla vista di così tanta femminilità e cerco di capire come potrei fare ad inserirmi, per fare un aperitivo con loro.
Non faccio in tempo nemmeno a parlare, che Athena schiocca le dita, senza nemmeno alzare lo sguardo da Elettra con cui sta parlando.
- Tommi le scarpe sono ancora bagnatissime dentro. Prendi il phon e vai in cucina ad asciugarcele tutte ok? Le fai una per una, dentro e fuori. Quando hai finito le riporti qui, belle calde e pronte. -
Questo comando sa di umiliazione pesante. Sono cacciato in cucina e trattato esattamente come uno schiavo lustrascarpe. La guardo attonito e non so come reagire.
- E chiudi la porta, che non vogliamo sentire il rumore. - aggiunge lei disinvolta.
Gli sguardi delle cinque modelle sono tutti su di me. Accaldato divento paonazzo, mentre finisco per annuire alla padrona e loro sorridono del mio imbarazzo.
Prendo le cinque paia di scarpe, ancora calde dei loro piedi, ancora umide, e mi avvio in cucina.
- Ti sei fatta lo schiavetto, vero? - esclama Beatrice, mentre i loro bicchieri tintinnano in un brindisi lussuoso. Le donne ridono di gusto.
Chiudo la porta alle mie spalle come ordinato e mi fermo a pensare.
Ho fatto come al solito la figura del tappetino. Non ce la faccio proprio a tenerle testa.
Una lacrima mi scivola lungo la guancia mentre accendo il phon sconfitto, tenendo in mano il primo paio di scarpe.
Nessuno mi stava obbligando. Avrei potuto dire di no. Ma non l’ho fatto.
Come posso sperare che mi considerino un uomo, se mi faccio trattare come una pezza da piedi così impunemente e con naturalezza.
Come posso arrivare a conquistare la mia bella Athena, se mi faccio mettere i piedi in testa in questo modo ogni volta.
Mentre soffio aria calda dentro stivali da cinquecento euro, continuo a sentire le loro risate ovattate, dall’altra parte del muro e provo un’umiliazione totale, profonda, che mi entra nelle ossa.
L’odore della pelle e dell’interno delle loro scarpe scaldate in quel modo, invade le mie narici.
Forse il mio posto è davvero questo, quando sono vicino a donne di questo calibro.
A pulire le loro scarpe e fare loro da cameriere, rifletto abbattuto.
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