Canzone tradotta in prosa: «La telefonata dal passato»“
di
Canzone tradotta
genere
poesie
https://www.youtube.com/watch?v=24YsHLYVRc0&list=RD24YsHLYVRc0&start_radio=1
Zvonok iz proshlogo /La telefonata da passato, Svetlana Donskaja
Era da molto tempo passata la mezzanotte.
La donna era in piedi nella cucina del suo appartamento al decimo piano, con entrambe le mani strette intorno a una tazza di tè caldo, e guardava fuori dalla finestra. Lunghe gocce di pioggia scivolavano lungo il vetro, lasciando sulla città scie di luci sfocate. Laggiù, in lontananza, la città dormiva con le sue migliaia di finestre e le luci che si spegnevano una dopo l’altra. E lassù, sotto il soffitto del cielo, tutto era silenzioso.
Viveva con sua figlia minorenne, che a quell’ora dormiva già profondamente, con il gatto accoccolato tra le sue braccia. Per la bambina il gatto era come una piccola bambola vivente: caldo, morbido e sempre presente.
…O forse al posto del padre che mancava?, pensò la donna quando, a volte, li guardava dormire così, spensierati, e sentiva quella strana pace che aveva imparato a creare da sola dentro di sé. Viveva così da anni. E non era affatto infelice – almeno, questo era ciò che pensava lei. In ogni caso, non voleva legarsi troppo a un nuovo compagno, almeno non prima che sua figlia fosse diventata adulta e avesse intrapreso la propria vita. Eppure non riusciva in alcun modo a dare una spiegazione davvero soddisfacente a questo ragionamento. Era semplicemente così. Ci si era abituata e lo aveva accettato.
Solo a volte, proprio in quelle notti solitarie, quando la pioggia tamburellava piano contro la finestra e la città brillava ai suoi piedi, il passato tornava. Non bussando alla porta, ma semplicemente sedendosi accanto a lei…
Come se fosse successo tutto ieri. Quando, dieci anni prima, avevano intenzione di partire insieme per un viaggio, dopo averlo preparato così a lungo e aver pensato a ogni dettaglio… Due biglietti.
Un volo.
Un futuro insieme.
Lei ricordava perfettamente quel giorno: l’aeroporto, i dettagli, persino, forse, quell’aria… Ma soprattutto ricordava la propria mano che stringeva quei biglietti mentre aspettava quell’uomo.
Ma quell’uomo non arrivò. Semplicemente non venne!
La donna aveva già superato i controlli di sicurezza e aspettava dall’altra parte. Aspettò fino all’ultimo momento, finché l’aereo non cominciò già a decollare…
Chiamò.
Silenzio.
Non arrivò alcuna spiegazione.
Alla fine lei strappò in pezzi il secondo biglietto e salì da sola sull’aereo. Quella fu l’ultima volta che seppe qualcosa di lui. O almeno così credeva.
Come in un’autentica melodramma… Chi ci crederebbe, se non fosse stata la realtà?
Erano passati dieci anni. In quel tempo si era formato, nel suo cuore, un luogo silenzioso in cui ormai non guardava più molto spesso: non aspettava più quell’uomo e non desiderava nemmeno che tornasse nella sua vita.
…Ma quella notte aveva dentro di sé un’ansia inspiegabile, come se stesse aspettando qualcuno o qualcosa che in qualche modo non le permetteva di addormentarsi, e i pensieri giravano vorticosamente come il vento carico di pioggia fuori dalla finestra.
…Finché, all’improvviso, una suoneria riempì quel silenzio – notturna, inattesa. Lei guardò lo schermo:
Lo stesso nome.
Lo stesso numero.
La stessa voce…
Lui.
Gli anni avevano cambiato quella voce. Ora era un po’ più opaca, forse persino più stanca, ma era ancora altrettanto espressiva, piena di quelle tante sfumature che un tempo riecheggiavano da essa. La donna sentì le dita tremare mentre si sedeva, ascoltava quella voce e le rispondeva…
Parlarono di tutto ciò che era accaduto nel frattempo e risero di cuore delle loro vecchie battute, ricordando ancora ogni parola, ritrovandosi insieme, per un momento, come tanto tempo prima. Parlarono dei luoghi in cui erano stati, ricordarono baci che erano sembrati interminabili e sogni che allora sembravano inevitabili…
Parlarono di tutto, ma non di quell’episodio all’aeroporto, di quell’unica domanda che per dieci anni era rimasta in silenzio tra loro. Come se quell’episodio, semplicemente, non fosse mai esistito nella vita di nessuno dei due…
Finché il mattino cominciò lentamente a comparire oltre la finestra. La pioggia aveva smesso di cadere. Il cielo si stava schiarendo e la città si risvegliava pian piano.
Quando finalmente rimasero in silenzio, l’uomo disse, come traendo una sorta di conclusione:
«…E questo è tutto. È ora che noi…»
Ma lo disse con un tono che sembrava suggerire che dovessero alzarsi subito insieme e salire proprio su quell’aereo sul quale il loro viaggio era rimasto incompiuto.
Dopo qualche istante aggiunse:
«Scusami per aver turbato la tua pace.»
E la donna rispose senza il minimo rimpianto, con lo stesso tono con cui avrebbe continuato una conversazione rimasta un tempo a metà – come per chiudere un capitolo che era rimasto incompiuto:
«Grazie per essere stato con me.»
Posò il telefono sul tavolo e rimase ancora per qualche istante seduta in silenzio. Entrambi erano andati avanti con le loro vite: entrambi avevano i propri impegni, le proprie persone, le proprie mattine alle quali l’altro ormai da molto tempo non partecipava più.
Poi sentì alle sue spalle un lieve fruscio. Nel frattempo il gatto si era svegliato ed era venuto in cucina, con la coda alzata in modo esigente, come se chiedesse alla donna spiegazioni sulla situazione: che cosa stava succedendo lì? Perché era ancora sveglia?
La donna sorrise, prese il gatto in braccio e guardò ancora una volta fuori dalla finestra.
La città era ancora lì.
La sua vita era ancora lì.
E forse anche il suo cuore, per la prima volta dopo tanto, tanto tempo, era finalmente davvero in pace.
«Andiamo a dormire», sussurrò al gatto. «Va tutto bene.»
E questa volta non lo disse per convincere se stessa. Questa volta ci credeva.Alcune persone possono lasciare la nostra vita per dieci anni, ma non il nostro cuore. E a volte non tornano per restare – ma per insegnarci, finalmente, a lasciarle andare.
Zvonok iz proshlogo /La telefonata da passato, Svetlana Donskaja
Era da molto tempo passata la mezzanotte.
La donna era in piedi nella cucina del suo appartamento al decimo piano, con entrambe le mani strette intorno a una tazza di tè caldo, e guardava fuori dalla finestra. Lunghe gocce di pioggia scivolavano lungo il vetro, lasciando sulla città scie di luci sfocate. Laggiù, in lontananza, la città dormiva con le sue migliaia di finestre e le luci che si spegnevano una dopo l’altra. E lassù, sotto il soffitto del cielo, tutto era silenzioso.
Viveva con sua figlia minorenne, che a quell’ora dormiva già profondamente, con il gatto accoccolato tra le sue braccia. Per la bambina il gatto era come una piccola bambola vivente: caldo, morbido e sempre presente.
…O forse al posto del padre che mancava?, pensò la donna quando, a volte, li guardava dormire così, spensierati, e sentiva quella strana pace che aveva imparato a creare da sola dentro di sé. Viveva così da anni. E non era affatto infelice – almeno, questo era ciò che pensava lei. In ogni caso, non voleva legarsi troppo a un nuovo compagno, almeno non prima che sua figlia fosse diventata adulta e avesse intrapreso la propria vita. Eppure non riusciva in alcun modo a dare una spiegazione davvero soddisfacente a questo ragionamento. Era semplicemente così. Ci si era abituata e lo aveva accettato.
Solo a volte, proprio in quelle notti solitarie, quando la pioggia tamburellava piano contro la finestra e la città brillava ai suoi piedi, il passato tornava. Non bussando alla porta, ma semplicemente sedendosi accanto a lei…
Come se fosse successo tutto ieri. Quando, dieci anni prima, avevano intenzione di partire insieme per un viaggio, dopo averlo preparato così a lungo e aver pensato a ogni dettaglio… Due biglietti.
Un volo.
Un futuro insieme.
Lei ricordava perfettamente quel giorno: l’aeroporto, i dettagli, persino, forse, quell’aria… Ma soprattutto ricordava la propria mano che stringeva quei biglietti mentre aspettava quell’uomo.
Ma quell’uomo non arrivò. Semplicemente non venne!
La donna aveva già superato i controlli di sicurezza e aspettava dall’altra parte. Aspettò fino all’ultimo momento, finché l’aereo non cominciò già a decollare…
Chiamò.
Silenzio.
Non arrivò alcuna spiegazione.
Alla fine lei strappò in pezzi il secondo biglietto e salì da sola sull’aereo. Quella fu l’ultima volta che seppe qualcosa di lui. O almeno così credeva.
Come in un’autentica melodramma… Chi ci crederebbe, se non fosse stata la realtà?
Erano passati dieci anni. In quel tempo si era formato, nel suo cuore, un luogo silenzioso in cui ormai non guardava più molto spesso: non aspettava più quell’uomo e non desiderava nemmeno che tornasse nella sua vita.
…Ma quella notte aveva dentro di sé un’ansia inspiegabile, come se stesse aspettando qualcuno o qualcosa che in qualche modo non le permetteva di addormentarsi, e i pensieri giravano vorticosamente come il vento carico di pioggia fuori dalla finestra.
…Finché, all’improvviso, una suoneria riempì quel silenzio – notturna, inattesa. Lei guardò lo schermo:
Lo stesso nome.
Lo stesso numero.
La stessa voce…
Lui.
Gli anni avevano cambiato quella voce. Ora era un po’ più opaca, forse persino più stanca, ma era ancora altrettanto espressiva, piena di quelle tante sfumature che un tempo riecheggiavano da essa. La donna sentì le dita tremare mentre si sedeva, ascoltava quella voce e le rispondeva…
Parlarono di tutto ciò che era accaduto nel frattempo e risero di cuore delle loro vecchie battute, ricordando ancora ogni parola, ritrovandosi insieme, per un momento, come tanto tempo prima. Parlarono dei luoghi in cui erano stati, ricordarono baci che erano sembrati interminabili e sogni che allora sembravano inevitabili…
Parlarono di tutto, ma non di quell’episodio all’aeroporto, di quell’unica domanda che per dieci anni era rimasta in silenzio tra loro. Come se quell’episodio, semplicemente, non fosse mai esistito nella vita di nessuno dei due…
Finché il mattino cominciò lentamente a comparire oltre la finestra. La pioggia aveva smesso di cadere. Il cielo si stava schiarendo e la città si risvegliava pian piano.
Quando finalmente rimasero in silenzio, l’uomo disse, come traendo una sorta di conclusione:
«…E questo è tutto. È ora che noi…»
Ma lo disse con un tono che sembrava suggerire che dovessero alzarsi subito insieme e salire proprio su quell’aereo sul quale il loro viaggio era rimasto incompiuto.
Dopo qualche istante aggiunse:
«Scusami per aver turbato la tua pace.»
E la donna rispose senza il minimo rimpianto, con lo stesso tono con cui avrebbe continuato una conversazione rimasta un tempo a metà – come per chiudere un capitolo che era rimasto incompiuto:
«Grazie per essere stato con me.»
Posò il telefono sul tavolo e rimase ancora per qualche istante seduta in silenzio. Entrambi erano andati avanti con le loro vite: entrambi avevano i propri impegni, le proprie persone, le proprie mattine alle quali l’altro ormai da molto tempo non partecipava più.
Poi sentì alle sue spalle un lieve fruscio. Nel frattempo il gatto si era svegliato ed era venuto in cucina, con la coda alzata in modo esigente, come se chiedesse alla donna spiegazioni sulla situazione: che cosa stava succedendo lì? Perché era ancora sveglia?
La donna sorrise, prese il gatto in braccio e guardò ancora una volta fuori dalla finestra.
La città era ancora lì.
La sua vita era ancora lì.
E forse anche il suo cuore, per la prima volta dopo tanto, tanto tempo, era finalmente davvero in pace.
«Andiamo a dormire», sussurrò al gatto. «Va tutto bene.»
E questa volta non lo disse per convincere se stessa. Questa volta ci credeva.Alcune persone possono lasciare la nostra vita per dieci anni, ma non il nostro cuore. E a volte non tornano per restare – ma per insegnarci, finalmente, a lasciarle andare.
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