Salto nel vuoto
di
Charles Miller
genere
etero
Clara si preparava da mezz’ora davanti allo specchio del corridoio. Cambiava collant ogni cinque minuti, spostava la riga dei capelli di lato e poi di nuovo in mezzo. Un vestito nero, semplice ma di marca, appena sopra il ginocchio. Un soprabito grigio, scarpe chiuse, tacco basso. Sapeva di essere magra, anche troppo, e il tempo aveva mollato la presa sulle braccia e sul collo, ma con le gambe ancora se la giocava. Guardava il riflesso con occhi chirurgici: i segni delle occhiaie corretti ma non eliminati, le labbra sottili tirate in una linea dritta.
A cinquantadue anni, elegante significava trasparire il meno possibile.
Il cellulare vibrò sul mobiletto. Un WhatsApp, nessuno di interessante. Avrebbe voluto chiamare qualcuno, raccontare cosa stava per fare, ma non c’era nessuno a cui poterlo dire senza sentirsi idiota. Così aprì la porta, uscì di casa e si lasciò dietro la sicurezza monotona del suo trilocale da single.
L’ascensore aveva il consueto odore di detergente, usato in abbondanza per coprire l'odore di muffa. Il palazzo si accartocciava su se stesso come una scatola umida, la periferia milanese che si rassegna senza nemmeno provare a reagire. Clara tenne lo sguardo basso mentre usciva dal portone per raggiungere la sua auto. Aprì la portiera, accese il motore e partì senza guardare lo specchietto.
Guidò verso le vene industriali della città, dove le strade si allargavano in rotonde deserte come crateri di un pianeta abbandonato. I centri commerciali, con i loro ingressi chiusi dopo che avevano ingoiato auto e clienti per tutto il giorno, le vetrine spente e le insegne morte sembravano relitti di un consumo che aveva smesso di respirare. I capannoni e le concessionarie con i vetri oscurati da pellicole grigie, spezzavano il cielo basso e lattiginoso, come occhi ciechi che non volevano vedere.
Clara cercava un luogo senza testimoni, un angolo di mondo dove le domande non esistessero. Aveva provato a organizzare incontri civili, cene in ristoranti con tovaglie di lino, bar con luci soffuse, ma sapeva già come sarebbe andata: lui avrebbe ordinato un gin tonic, ascoltato distrattamente i suoi aneddoti sulla sue ultime vacanze con le amiche mentre il ghiaccio si scioglieva nel bicchiere. Poi la mano sarebbe scivolata sulla sua coscia come un ragno che esplora una nuova tela. E quando la conversazione avesse virato sul sesso, sarebbe arrivata la rivelazione: ”Ho una grossa sorpresa per te” o ”Un dono fuori dal comune”, e lei avrebbe dovuto fingere stupore, come se non avesse già sentito quelle parole decine di volte. Niente di memorabile, mai.
Aveva una fame che le bruciava dentro da anni, un bisogno fisico che sentiva nelle ossa, un’ossessione mentale che non le dava tregua. L’unica volta che si era sentita veramente viva, completa, era stato in quella camera d’albergo a Djerba, quando un uomo l’aveva scopata con un cazzo così grosso che le era sembrato di essere squarciata. Il dolore era stato acuto, bruciante, ma insieme a quel dolore era arrivata la rivelazione: finalmente qualcuno che la riempiva tutta, che occupava ogni spazio vuoto dentro di lei. Ricordava la sensazione di essere stirata oltre ogni limite possibile, di sentire il proprio corpo cedere e adattarsi a quell’enormità che le invadeva il ventre.
Da allora non aveva fatto altro che cercare quella stessa disperata pienezza, cercava solo uomini enormi, con cazzi che promettevano di farle male, di riempirla fino a soffocare quel vuoto che sentiva dentro. Cercava le mani che potevano stringerle la gola mentre la scopavano, le spalle così larghe da oscurarle completamente la visuale. Cercava quegli uomini su internet, sui siti di incontri, scorreva i profili, guardava le foto. Selezionava in base ad un solo criterio, il suo bisogno di un cazzo dalle dimensioni eccezionali. A volte mandava qualche messaggio per organizzare un incontro.
Gli uomini che incontrava erano tutti sempre sicuri di se stessi, sapevano cosa lei stava cercando e loro erano convinti di averlo. Non sapevano che nella prospettiva di Clara non erano niente di eccezionale, solo un'altra pratica da sbrigare.
Erano ormai parecchi mesi che non incontrava nessuno, si era stancata di quella routine inconcludente che poteva piacere agli uomini che incontrava ma che per lei era solo noia. Preferiva restare sola in casa, stendersi sul letto e masturbarsi ripensando a quella stanza d'albergo a Djerba.
A volte si metteva davanti allo specchio e guardava il suo riflesso, ci parlava. Confessava a se stessa di avere paura della sua necessità. Paura di essere davvero spezzata in due, paura che quel desiderio mostruoso e gigantesco potesse restarle dentro per sempre, paura di provare qualcosa che l’avesse resa schiava di quell’ossessione, marchiandola in modo irreparabile.
A volte pensava che la sua fosse solo una fantasia sessuale venuta storta e che poteva farsi bastare i pensieri che faceva quando si masturbava.
Quella sera aveva deciso di non decidere. Era uscita senza meta, seguendo solo la corrente di un bisogno che le scorreva sottopelle come un fiume sotterraneo. Il navigatore spento, le strade scelte a caso, i semafori ignorati. La voce dentro di lei non aveva parole, solo un tono, basso, insistente, che ripeteva: “Questa notte è la notte giusta. Lascia che accada.”.
Mentre guidava senza una meta precisa pensò che stava facendo una cosa pericolosa, una cosa che non aveva mai fatto e che poteva trasformarla da un'anonima segretaria di direzione in un altro articolo di cronaca nera. Ma la voce era davvero potente e lei non riusciva a farla tacere.
Parcheggiò nello slargo tra due capannoni, dove la strada lasciava più spazio e dove l’asfalto crepato si arrendeva all’erba selvatica. Il motore si spense con un sussulto, lasciando solo la radio, una canzone degli anni Ottanta, qualcosa di sintetico e malinconico, con un basso che vibrava nel petto. Abbassò il volume fino a ridurlo a un sussurro, poi spense anche quello. L’oscurità si chiuse intorno a lei, densa come inchiostro. Le mani, umide e fredde, stringevano il volante con una presa che non voleva allentarsi. Le nocche erano bianche, le vene in rilievo come fili tesi sotto la pelle. Allungo le dita per un attimo e vide lo smalto rosa pallido sulle sue unghie. Pensò che quel colore non era certo adatto per una donna che stava cercando quello che stava cercando lei.
Se avesse dovuto spiegare a qualcuno, uno psicologo, un’amica, chiunque, avrebbe detto che voleva sentirsi vittima. Che cercava qualcosa di così grande da poterlo raccontare, da trasformarlo in una storia da offrire al mondo. Ma non era vero. Non voleva raccontarlo. Voleva solo sapere se, in quel momento, avrebbe sentito qualcosa di diverso dal solito torpore. Se il suo corpo, finalmente, avrebbe ricordato cosa significava essere vivo.
Era li, da sola, seduta in macchina di fronte a due capannoni nella notte solo perché stava seguendo la sua voce interiore, la voce di un richiamo che le bruciava dentro ormai da anni.
Disse a se stessa “Va bene, ormai sono qui. 10 minuti e poi me ne vado”
Fuori, la notte si distendeva piatta e senza rilievi, un vuoto interrotto solo dal bagliore dei fari di un distributore di benzina poco lontano. Un uomo avanzava lungo il marciapiede, la sagoma sfocata di un operaio notturno che tornava a casa o forse no, uno di quegli uomini che scivolano nel buio senza che nessuno li veda davvero. Alto, con spalle che sembravano reggere il peso del cielo, un’andatura lenta e stanca, quasi trascinata. Clara lo notò subito: il modo in cui muoveva i piedi, come se ogni passo costasse fatica. Da sotto il cappuccio alzato della felpa si intravedeva il colore scuro della sua pelle.
Roger sentì quello sguardo addosso prima ancora di vederlo, un prurito familiare sulla nuca, come una colpa antica che non se ne andava mai del tutto. Non voltò la testa. Continuò a camminare, il giubbotto nero chiuso, il cappuccio della felpa alzato per proteggere il collo dal freddo. Abitava poco distante e aveva deciso di uscire solo per non rimanere chiuso in casa a fissare il nulla, ma sapeva già come sarebbe finita: porno sul telefono, una sega rapida e senza gioia, sonno disturbato da sogni che non ricordava. Il suo respiro fumava nell’aria gelida.
Notò l'auto grigia parcheggiata a pochi metri dal marciapiede, e si fermò ad una distanza prudente. La donna dentro era seduta composta, le mani appoggiate sul volante come se stesse guidando ancora. Rigida, una studentessa prima dell’esame orale. Sembrava più vecchia di lui, sulla cinquantina, ma elegante nonostante tutto.
Lo sguardo fisso, duro, le labbra sottili serrate in una linea così diritta che parevano cucite. Roger sorrise appena, un movimento quasi impercettibile della bocca, più un tic che un saluto, poi abbassò la testa e fissò il finestrino sporco di pioggia essiccata e polvere di cantiere, dove si rifletteva appena la sua stessa ombra. Non aveva grandi aspettative, come ogni sera, ma tutto sommato una piccola deviazione alla sua passeggiata solitaria non gli avrebbe fatto alcun male.
Lei abbassò il finestrino di qualche centimetro. Un odore di profumo leggero e ansia uscì dall’abitacolo. “Scusi?” chiese lei, voce bassa, raschiata dal silenzio.
Lui la guardò meglio, le mani infilate nelle tasche del giubbotto nero.
“Mi stava guardando?” chiese lui.
“Forse,” disse lei. “Cammina spesso qui di notte?”
“A volte.” Lui fece un mezzo passo verso la macchina. I suoi scarponi scricchiolarono sulla ghiaia. “Perché?”
“Niente.” Clara inspirò, il petto che si sollevò appena sotto il tessuto del vestito. “Giusto per sapere. A volte mi piace esplorare zone nuove e se mi capita faccio domande.”
Lui si strinse nelle spalle. “Esplorare zone nuove a quest’ora è un po’ strano. E poi da sola. Per fortuna questa zona è tranquilla”.
Un silenzio pesante scese tra loro, rotto solo dal ronzio lontano di un frigorifero in uno dei capannoni. Clara guardò le sue mani sul volante, le nocche bianche per la stretta, poi di nuovo lui.
Decise di tuffarsi. Si sentì come un personaggio di un film d'azione che si lancia da un aereo senza paracadute “Scusi se è una domanda strana...”
Lui aspettò, immobile, il respiro che gli usciva a nuvolette nell’aria gelida.
“Ho letto su internet,” disse lei, le parole che uscivano a fatica, come se le tirasse fuori con un amo. “Su certi forum. Dicono che gli uomini di colore sono spesso... molto dotati. È vero?”
Roger rimase immobile per un momento, stupito per la domanda. Poi fece un leggero cenno del capo. “A volte.”
Clara continuò “Sa, ho visto anche delle foto.” La sua voce era un filo più alta ora, tesa. “Sono tutti così?”
“No.”
“Lei...” Clara deglutì. “Lei è così?”
Lui non rispose subito. Guardò il buio oltre le sue spalle, dove i capannoni dismessi si stagliavano contro un cielo senza stelle. “Perché vuole sapere?”
“Curiosità.”
“Curiosità pericolosa. Comunque si, io sono come dice lei.”
Lei rimase in sospeso per qualche secondo. Era al bivio. Avrebbe potuto ringraziare e salutare cortesemente, accendere il motore e andarsene, consegnando se stessa alle sue paure e alla sua noia. Invece non distolse lo sguardo. “Potrei vedere?”
Roger si limitò ad annuire. Aveva deciso di stare al gioco di quella donna un po' strana. La situazione non gli sembrava completamente insolita. Gli era capitato che donne bianche lo cercassero per quello, ma questa aveva un’aria diversa: seria, determinata, come se stesse compilando un modulo importante invece che cercando sesso anonimo.
“Posso vederlo?” chiese di nuovo Clara, fissandolo come se stesse chiedendo di vedere una radiografia.
Roger scrollò le spalle. “Qui?”
“Non c’è nessuno.”
Lui guardò intorno, i suoi occhi scrutarono l’oscurità tra i capannoni, poi si avvicinò ancora di più alla macchina fino a che il suo giubbotto sfiorò la lamiera. Clara abbassò completamente il finestrino mentre lo scrutava senza batter ciglio, le pupille dilatate nel buio.
Roger slacciò il giubbotto con movimenti lenti, abbassò la zip dei jeans consumati e tirò fuori il pene, già semi-eretto e pesante. Non ci fu teatralità Lo espose con la praticità di chi mostra un documento d’identità. Era lungo e spesso, le vene che solcavano la pelle scura come radici su un tronco, il glande scuro e lucido che ricordava la pietra levigata di un fiume. Clara trattenne il respiro, le narici frementi, gli occhi sbarrati che non riuscivano a distogliere lo sguardo da quel gigantesco oggetto di carne umana.
“Va bene?” chiese lui, tono piatto come l’asfalto sotto i loro piedi.
Lei annuì, una breve scossa del mento. “Ti è mai capitato di misurarlo, così, per curiosità?”
Lui si accorse del cambio di tono. Adesso lei era passata al tu. “Si, 35 centimetri”
“Voglio provarlo. Ti va?”
Roger rimise dentro il tutto, chiuse la zip, girò intorno alla macchina e aprì la portiera. “Andiamo.”
Clara spostò la macchina dietro il capannone, in un angolo dove nessuno sarebbe passato. Spense i fari ma lasciò il riscaldamento acceso. Per un attimo, nessuno dei due disse nulla.
“Tu hai mai fatto questa cosa?” chiese lei, guardando fisso davanti a sé.
“Sì,” rispose lui, “qualche volta.”
“Le donne ci stanno?”
“Di solito no. Molte sono solo curiose ma poi non vogliono fare niente”
“Forse perché fa male?”
“Un po’,” disse Roger, “ma solo all’inizio.”
Clara si tolse il soprabito, restò in vestito e collant. Tremava visibilmente ma non era solo freddo. Roger si limitò a osservare, non fece un solo gesto per toccarla.
“Se vuoi puoi cominciare tu,” disse lui.
Lei annuì, piegò la testa verso di lui, il collo che si fletteva con una lentezza studiata. Le dita trovarono la zip già abbassata, il tessuto dei jeans scostato come una tenda aperta. Il pene le si offrì senza resistenza, pesante e caldo, la pelle tesa come seta su un tamburo. Lo avvolse con la mano e sentì il battito sordo del sangue pulsare contro il palmo. Roger non si mosse, non emise suono, il viso una maschera di pietra sotto il cappuccio.
Clara si fece coraggio e divento più esplicita “E' tanto che non vieni?”
“Mi sono fatto una sega un paio di sere fa. Sono pieno”
Clara abbassò il sedile con un clic metallico, il meccanismo che cigolava sotto il suo peso. Si inginocchiò sopra di lui, le ginocchia premute contro i fianchi di Roger. Le calze si strapparono con un suono secco lungo la cucitura interna della coscia. Si chinò in avanti, la bocca aperta, ma il glande era troppo largo, una cupola scura e lucida che le riempiva le labbra senza entrare. Provò a spingere, ma la gola si serrò in un conato. Ritirò la testa, la saliva che le colava sul mento. Decise che comunque voleva assaggiarlo e passò alla lingua, seguendo le vene spesse come corde sotto la pelle. Il sapore era salato, muschiato, con una punta di metallo che le ricordava il sangue.
Lo leccò dalla base alla punta, sentendo il pene gonfiarsi ancora, diventare più duro, più ingombrante. Le sue dita non riuscivano a circondarlo del tutto; i polpastrelli si sfioravano appena, lasciando uno spazio vuoto tra loro. “Che cazzo mostruoso,” sussurrò, la voce roca, le parole che le vibravano contro la pelle sensibile. “Non credevo potessero esistere davvero così.” Continuò a leccare, soffermandosi sul glande, la lingua che premeva contro la fessura umida, raccogliendo gocce di liquido che le scivolavano in gola.
“Ti piace?” La voce di Roger era bassa, quasi un ringhio.
“Sì,” rispose lei, sollevando lo sguardo per incontrare i suoi occhi nell’oscurità. “Tanto. Da anni che penso a una cosa così.” Fece una pausa, il respiro affannoso.
“Stasera mi faccio aprire in due.” il tono di Clara era serio, definitivo.
“Vuoi farlo subito?”
Lei annuì, deglutendo. “Sì. Sono pronta.”
Con le dita che tremavano, Clara si tirò giù le mutande di pizzo nero insieme ai collant, il tessuto si strappò lungo le cuciture mentre le sfilava dalle caviglie. Si sistemò sopra di lui, le ginocchia che affondavano nel sedile di pelle. Roger le afferrò i fianchi, le sue dita lunghe e scure si serrarono come morse d’acciaio sulla sua pelle pallida.
Il primo tentativo fu un colpo secco, un’improvvisa e brutale pressione. Clara urlò, un suono strozzato, più stupore e panico che dolore puro. Lei era eccitata e molto bagnata ma comunque il glande entrò a fatica, la vagina si allargava con una sensazione di strappo che le bruciava fino all’osso, il corpo che si contraeva per respingerlo. Roger rimase immobile, non un muscolo che tradiva tensione, solo il respiro gli usciva a nuvolette nell’aria fredda.
“Vuoi smettere?” chiese lui, con la sua voce bassa e piatta.
“No,” disse Clara, il fiato corto, “solo un attimo. Devo rilassare i muscoli”. Respirava a bocca aperta, il sudore che le imperlava la fronte e le scendeva lungo la schiena nonostante il gelo dell’abitacolo.
Lui aveva voglia di scopare e aveva trovato questa donna che sembrava sapere esattamente ciò che voleva. Decise che l'avrebbe lasciata fare, per ora.
Clara riprese a muoversi con movimenti piccoli e circospetti, ogni spinta un’altra lacerazione sottile. Sotto di lei, sentì la stoffa dei jeans di Roger sfregare contro la pelle nuda delle sue cosce. Quando capì che era dentro almeno per metà, scoprì che il dolore si era trasformato: non più tagliente, ma un rimbombo sordo e violento che le arrivava fino al cervello, come un colpo alla nuca. Ogni volta che scendeva più a fondo, vedeva lampi bianchi davanti agli occhi, le cosce che le tremavano incontrollabili, le braccia che vacillavano.
Ma non voleva, non poteva, fermarsi.
Roger la seguì in silenzio, spingendo solo quando il suo corpo accennava a un movimento in avanti, un cenno del bacino quasi impercettibile. La penetrò centimetro dopo centimetro, riempiendola di tutta la sua lunghezza fino a che non sentì l’attrito delle sue pelvi contro le sue.
Clara sentì qualcosa dentro di lei cedere, non uno strappo o una rottura, ma uno spostamento interno, come se un muscolo profondo avesse finalmente smesso di lottare.
“Mi stai aprendo tutta” disse. Per la prima volta nella sua vita non era un gentile complimento di circostanza. Lei si sentiva finalmente presa, violata, squarciata.
“Voglio che mi scopi forte. Sono anni che voglio questo momento”
“Potrei farti male”
“Non preoccuparti, fallo e basta”
Roger la rovesciò sul sedile con un movimento fluido, le afferrò le caviglie e le sollevò le gambe. “Sì, cazzo, così,” gemette lei, la voce un rantolo roco. “Spaccami tutta.” Ora che era aperta, non c’era più resistenza, solo il suono umido e ritmato della carne che batteva contro carne, ogni colpo più profondo del precedente. Roger lasciò le sue caviglie e Clara sentì l'istinto primordiale di spalancare le gambe. “Dammi il cazzo, dammelo tutto” ansimava tra un respiro e l’altro. “Mi stai sfondando, sì, sfondami così” Roger grugnì, un suono basso e animale che le vibrava attraverso il corpo.
Lui, nella penombra, vedeva il suo membro scomparire completamente dentro Clara. Questo stimolo visivo gli diede la conferma che lei voleva esattamente quello. Lei continuava a tenere le gambe aperte, a offrirsi completamente e volontariamente a quel massacro.
Roger smise di tenere i suoi movimenti sotto controllo e si lasciò andare. Iniziò a scoparla con maggiore forza ma lentamente. Si ritraeva e poi affondava dentro di lei con lenta regolarità. La penetrava con forza fino in fondo, entrando tutto dentro di lei.
Dalla vagina di Clara usciva un liquido che colava sul cuoio della tappezzeria, lucido e viscoso alla luce fioca. “Non fermarti, per favore non fermarti,” supplicò Clara, le dita che affondavano nella giacca di lui. “Voglio sentirti venire dentro di me, riempimi di sborra.” Lui emise un altro grugnito, più profondo, mentre il ritmo dei suoi fianchi si faceva più insistente. Aumentò il ritmo e ormai il suo pene scompariva dentro Clara a ogni colpo. Sembrava che Clara lo stesse risucchiando dentro di lei.
Clara non gridava più ma parlava in un flusso continuo e rotto: “Sì, così, cazzo, mi hai aperta tutta adesso. Sono tutta sfondata.”. Sembrava in trance, il corpo completamente abbandonato. “Fottimi a morte, senza pietà” sussurrò con voce rotta, la testa riversa all'indietro, gli occhi fissi nel vuoto oltre il lunotto della macchina.
Clara sentiva che dopo quella notte non sarebbe più stata la stessa, e voleva esattamente quello.
Lei non stava avendo un orgasmo. In realtà il suo orgasmo era iniziato minuti prima e non aveva mai smesso di farla tremare. Stava vivendo un’esperienza nuova, mai provata. Diversa anche da quella che l'aveva portata in quel parcheggio davanti ai capannoni. Sapeva che quell’esperienza era tutta sua e che l’animale che la stava montando era solo uno strumento che il destino le aveva mandato per operare la trasformazione che ormai era ineluttabile.
Quando venne, Roger lo fece senza parole, un tremito interno accompagnato da un ultimo grugnito soffocato. Le riempì la vagina di sperma, tanto che fuoriuscì a fiotti caldi. “Sì,” sospirò lei, “senti come mi trema tutto dentro.”
Lui restò dentro, ancora duro e pulsante, mentre Clara continuava a tremare e a mormorare: “Cazzo, cazzo, cazzo,”. Stava piangendo e le lacrime le scendevano sulle guance, verso le orecchie. Non lacrime non di dolore ma di un riconoscimento muto e profondo.
Alla fine, lei lo guardò, sfatta e sudata, i capelli bagnati incollati alle tempie e alla fronte come un secondo strato di pelle. Il suo respiro tornava lentamente alla normalità, ma il petto continuava a salire e scendere in modo visibile sotto il vestito.
Lui chiese “Tutto bene?”
“Era questo che volevo,” disse, la voce più bassa e roca di prima.
Roger annuì. Non aveva altro da dire. Si tirò su i jeans, chiuse la zip e scese dalla macchina. Mentre chiudeva lo sportello guardò Clara e le disse “Ciao”.
Mentre Roger si allontanava nel buio Clara si ricompose come poteva, le gambe che tremavano ancora mentre alzava il sedile. Si pulì tra le cosce con un fazzoletto che subito si macchiò di sperma e dei suoi umori mescolati. Notò una lieve striatura rossa, c'era anche sangue. Clara sorrise e disse a se stessa “Ti sei fatta sfondare per bene”.
Si rimise le mutande di pizzo nero, ormai strappate lungo la cucitura interna, sentendo il tessuto umido e freddo contro la pelle. Mentre guidava verso casa, il sedile dell’auto che le premeva contro le faceva sentire un dolore sordo e profondo tra le gambe, un dolore che non era solo fisico ma sapeva di soddisfazione, di qualcosa che finalmente era stato completato. Nessuna redenzione, nessuna catarsi.
Solo la certezza che una parte di lei, quella più oscura e più vera, non avrebbe più chiesto altro.
A cinquantadue anni, elegante significava trasparire il meno possibile.
Il cellulare vibrò sul mobiletto. Un WhatsApp, nessuno di interessante. Avrebbe voluto chiamare qualcuno, raccontare cosa stava per fare, ma non c’era nessuno a cui poterlo dire senza sentirsi idiota. Così aprì la porta, uscì di casa e si lasciò dietro la sicurezza monotona del suo trilocale da single.
L’ascensore aveva il consueto odore di detergente, usato in abbondanza per coprire l'odore di muffa. Il palazzo si accartocciava su se stesso come una scatola umida, la periferia milanese che si rassegna senza nemmeno provare a reagire. Clara tenne lo sguardo basso mentre usciva dal portone per raggiungere la sua auto. Aprì la portiera, accese il motore e partì senza guardare lo specchietto.
Guidò verso le vene industriali della città, dove le strade si allargavano in rotonde deserte come crateri di un pianeta abbandonato. I centri commerciali, con i loro ingressi chiusi dopo che avevano ingoiato auto e clienti per tutto il giorno, le vetrine spente e le insegne morte sembravano relitti di un consumo che aveva smesso di respirare. I capannoni e le concessionarie con i vetri oscurati da pellicole grigie, spezzavano il cielo basso e lattiginoso, come occhi ciechi che non volevano vedere.
Clara cercava un luogo senza testimoni, un angolo di mondo dove le domande non esistessero. Aveva provato a organizzare incontri civili, cene in ristoranti con tovaglie di lino, bar con luci soffuse, ma sapeva già come sarebbe andata: lui avrebbe ordinato un gin tonic, ascoltato distrattamente i suoi aneddoti sulla sue ultime vacanze con le amiche mentre il ghiaccio si scioglieva nel bicchiere. Poi la mano sarebbe scivolata sulla sua coscia come un ragno che esplora una nuova tela. E quando la conversazione avesse virato sul sesso, sarebbe arrivata la rivelazione: ”Ho una grossa sorpresa per te” o ”Un dono fuori dal comune”, e lei avrebbe dovuto fingere stupore, come se non avesse già sentito quelle parole decine di volte. Niente di memorabile, mai.
Aveva una fame che le bruciava dentro da anni, un bisogno fisico che sentiva nelle ossa, un’ossessione mentale che non le dava tregua. L’unica volta che si era sentita veramente viva, completa, era stato in quella camera d’albergo a Djerba, quando un uomo l’aveva scopata con un cazzo così grosso che le era sembrato di essere squarciata. Il dolore era stato acuto, bruciante, ma insieme a quel dolore era arrivata la rivelazione: finalmente qualcuno che la riempiva tutta, che occupava ogni spazio vuoto dentro di lei. Ricordava la sensazione di essere stirata oltre ogni limite possibile, di sentire il proprio corpo cedere e adattarsi a quell’enormità che le invadeva il ventre.
Da allora non aveva fatto altro che cercare quella stessa disperata pienezza, cercava solo uomini enormi, con cazzi che promettevano di farle male, di riempirla fino a soffocare quel vuoto che sentiva dentro. Cercava le mani che potevano stringerle la gola mentre la scopavano, le spalle così larghe da oscurarle completamente la visuale. Cercava quegli uomini su internet, sui siti di incontri, scorreva i profili, guardava le foto. Selezionava in base ad un solo criterio, il suo bisogno di un cazzo dalle dimensioni eccezionali. A volte mandava qualche messaggio per organizzare un incontro.
Gli uomini che incontrava erano tutti sempre sicuri di se stessi, sapevano cosa lei stava cercando e loro erano convinti di averlo. Non sapevano che nella prospettiva di Clara non erano niente di eccezionale, solo un'altra pratica da sbrigare.
Erano ormai parecchi mesi che non incontrava nessuno, si era stancata di quella routine inconcludente che poteva piacere agli uomini che incontrava ma che per lei era solo noia. Preferiva restare sola in casa, stendersi sul letto e masturbarsi ripensando a quella stanza d'albergo a Djerba.
A volte si metteva davanti allo specchio e guardava il suo riflesso, ci parlava. Confessava a se stessa di avere paura della sua necessità. Paura di essere davvero spezzata in due, paura che quel desiderio mostruoso e gigantesco potesse restarle dentro per sempre, paura di provare qualcosa che l’avesse resa schiava di quell’ossessione, marchiandola in modo irreparabile.
A volte pensava che la sua fosse solo una fantasia sessuale venuta storta e che poteva farsi bastare i pensieri che faceva quando si masturbava.
Quella sera aveva deciso di non decidere. Era uscita senza meta, seguendo solo la corrente di un bisogno che le scorreva sottopelle come un fiume sotterraneo. Il navigatore spento, le strade scelte a caso, i semafori ignorati. La voce dentro di lei non aveva parole, solo un tono, basso, insistente, che ripeteva: “Questa notte è la notte giusta. Lascia che accada.”.
Mentre guidava senza una meta precisa pensò che stava facendo una cosa pericolosa, una cosa che non aveva mai fatto e che poteva trasformarla da un'anonima segretaria di direzione in un altro articolo di cronaca nera. Ma la voce era davvero potente e lei non riusciva a farla tacere.
Parcheggiò nello slargo tra due capannoni, dove la strada lasciava più spazio e dove l’asfalto crepato si arrendeva all’erba selvatica. Il motore si spense con un sussulto, lasciando solo la radio, una canzone degli anni Ottanta, qualcosa di sintetico e malinconico, con un basso che vibrava nel petto. Abbassò il volume fino a ridurlo a un sussurro, poi spense anche quello. L’oscurità si chiuse intorno a lei, densa come inchiostro. Le mani, umide e fredde, stringevano il volante con una presa che non voleva allentarsi. Le nocche erano bianche, le vene in rilievo come fili tesi sotto la pelle. Allungo le dita per un attimo e vide lo smalto rosa pallido sulle sue unghie. Pensò che quel colore non era certo adatto per una donna che stava cercando quello che stava cercando lei.
Se avesse dovuto spiegare a qualcuno, uno psicologo, un’amica, chiunque, avrebbe detto che voleva sentirsi vittima. Che cercava qualcosa di così grande da poterlo raccontare, da trasformarlo in una storia da offrire al mondo. Ma non era vero. Non voleva raccontarlo. Voleva solo sapere se, in quel momento, avrebbe sentito qualcosa di diverso dal solito torpore. Se il suo corpo, finalmente, avrebbe ricordato cosa significava essere vivo.
Era li, da sola, seduta in macchina di fronte a due capannoni nella notte solo perché stava seguendo la sua voce interiore, la voce di un richiamo che le bruciava dentro ormai da anni.
Disse a se stessa “Va bene, ormai sono qui. 10 minuti e poi me ne vado”
Fuori, la notte si distendeva piatta e senza rilievi, un vuoto interrotto solo dal bagliore dei fari di un distributore di benzina poco lontano. Un uomo avanzava lungo il marciapiede, la sagoma sfocata di un operaio notturno che tornava a casa o forse no, uno di quegli uomini che scivolano nel buio senza che nessuno li veda davvero. Alto, con spalle che sembravano reggere il peso del cielo, un’andatura lenta e stanca, quasi trascinata. Clara lo notò subito: il modo in cui muoveva i piedi, come se ogni passo costasse fatica. Da sotto il cappuccio alzato della felpa si intravedeva il colore scuro della sua pelle.
Roger sentì quello sguardo addosso prima ancora di vederlo, un prurito familiare sulla nuca, come una colpa antica che non se ne andava mai del tutto. Non voltò la testa. Continuò a camminare, il giubbotto nero chiuso, il cappuccio della felpa alzato per proteggere il collo dal freddo. Abitava poco distante e aveva deciso di uscire solo per non rimanere chiuso in casa a fissare il nulla, ma sapeva già come sarebbe finita: porno sul telefono, una sega rapida e senza gioia, sonno disturbato da sogni che non ricordava. Il suo respiro fumava nell’aria gelida.
Notò l'auto grigia parcheggiata a pochi metri dal marciapiede, e si fermò ad una distanza prudente. La donna dentro era seduta composta, le mani appoggiate sul volante come se stesse guidando ancora. Rigida, una studentessa prima dell’esame orale. Sembrava più vecchia di lui, sulla cinquantina, ma elegante nonostante tutto.
Lo sguardo fisso, duro, le labbra sottili serrate in una linea così diritta che parevano cucite. Roger sorrise appena, un movimento quasi impercettibile della bocca, più un tic che un saluto, poi abbassò la testa e fissò il finestrino sporco di pioggia essiccata e polvere di cantiere, dove si rifletteva appena la sua stessa ombra. Non aveva grandi aspettative, come ogni sera, ma tutto sommato una piccola deviazione alla sua passeggiata solitaria non gli avrebbe fatto alcun male.
Lei abbassò il finestrino di qualche centimetro. Un odore di profumo leggero e ansia uscì dall’abitacolo. “Scusi?” chiese lei, voce bassa, raschiata dal silenzio.
Lui la guardò meglio, le mani infilate nelle tasche del giubbotto nero.
“Mi stava guardando?” chiese lui.
“Forse,” disse lei. “Cammina spesso qui di notte?”
“A volte.” Lui fece un mezzo passo verso la macchina. I suoi scarponi scricchiolarono sulla ghiaia. “Perché?”
“Niente.” Clara inspirò, il petto che si sollevò appena sotto il tessuto del vestito. “Giusto per sapere. A volte mi piace esplorare zone nuove e se mi capita faccio domande.”
Lui si strinse nelle spalle. “Esplorare zone nuove a quest’ora è un po’ strano. E poi da sola. Per fortuna questa zona è tranquilla”.
Un silenzio pesante scese tra loro, rotto solo dal ronzio lontano di un frigorifero in uno dei capannoni. Clara guardò le sue mani sul volante, le nocche bianche per la stretta, poi di nuovo lui.
Decise di tuffarsi. Si sentì come un personaggio di un film d'azione che si lancia da un aereo senza paracadute “Scusi se è una domanda strana...”
Lui aspettò, immobile, il respiro che gli usciva a nuvolette nell’aria gelida.
“Ho letto su internet,” disse lei, le parole che uscivano a fatica, come se le tirasse fuori con un amo. “Su certi forum. Dicono che gli uomini di colore sono spesso... molto dotati. È vero?”
Roger rimase immobile per un momento, stupito per la domanda. Poi fece un leggero cenno del capo. “A volte.”
Clara continuò “Sa, ho visto anche delle foto.” La sua voce era un filo più alta ora, tesa. “Sono tutti così?”
“No.”
“Lei...” Clara deglutì. “Lei è così?”
Lui non rispose subito. Guardò il buio oltre le sue spalle, dove i capannoni dismessi si stagliavano contro un cielo senza stelle. “Perché vuole sapere?”
“Curiosità.”
“Curiosità pericolosa. Comunque si, io sono come dice lei.”
Lei rimase in sospeso per qualche secondo. Era al bivio. Avrebbe potuto ringraziare e salutare cortesemente, accendere il motore e andarsene, consegnando se stessa alle sue paure e alla sua noia. Invece non distolse lo sguardo. “Potrei vedere?”
Roger si limitò ad annuire. Aveva deciso di stare al gioco di quella donna un po' strana. La situazione non gli sembrava completamente insolita. Gli era capitato che donne bianche lo cercassero per quello, ma questa aveva un’aria diversa: seria, determinata, come se stesse compilando un modulo importante invece che cercando sesso anonimo.
“Posso vederlo?” chiese di nuovo Clara, fissandolo come se stesse chiedendo di vedere una radiografia.
Roger scrollò le spalle. “Qui?”
“Non c’è nessuno.”
Lui guardò intorno, i suoi occhi scrutarono l’oscurità tra i capannoni, poi si avvicinò ancora di più alla macchina fino a che il suo giubbotto sfiorò la lamiera. Clara abbassò completamente il finestrino mentre lo scrutava senza batter ciglio, le pupille dilatate nel buio.
Roger slacciò il giubbotto con movimenti lenti, abbassò la zip dei jeans consumati e tirò fuori il pene, già semi-eretto e pesante. Non ci fu teatralità Lo espose con la praticità di chi mostra un documento d’identità. Era lungo e spesso, le vene che solcavano la pelle scura come radici su un tronco, il glande scuro e lucido che ricordava la pietra levigata di un fiume. Clara trattenne il respiro, le narici frementi, gli occhi sbarrati che non riuscivano a distogliere lo sguardo da quel gigantesco oggetto di carne umana.
“Va bene?” chiese lui, tono piatto come l’asfalto sotto i loro piedi.
Lei annuì, una breve scossa del mento. “Ti è mai capitato di misurarlo, così, per curiosità?”
Lui si accorse del cambio di tono. Adesso lei era passata al tu. “Si, 35 centimetri”
“Voglio provarlo. Ti va?”
Roger rimise dentro il tutto, chiuse la zip, girò intorno alla macchina e aprì la portiera. “Andiamo.”
Clara spostò la macchina dietro il capannone, in un angolo dove nessuno sarebbe passato. Spense i fari ma lasciò il riscaldamento acceso. Per un attimo, nessuno dei due disse nulla.
“Tu hai mai fatto questa cosa?” chiese lei, guardando fisso davanti a sé.
“Sì,” rispose lui, “qualche volta.”
“Le donne ci stanno?”
“Di solito no. Molte sono solo curiose ma poi non vogliono fare niente”
“Forse perché fa male?”
“Un po’,” disse Roger, “ma solo all’inizio.”
Clara si tolse il soprabito, restò in vestito e collant. Tremava visibilmente ma non era solo freddo. Roger si limitò a osservare, non fece un solo gesto per toccarla.
“Se vuoi puoi cominciare tu,” disse lui.
Lei annuì, piegò la testa verso di lui, il collo che si fletteva con una lentezza studiata. Le dita trovarono la zip già abbassata, il tessuto dei jeans scostato come una tenda aperta. Il pene le si offrì senza resistenza, pesante e caldo, la pelle tesa come seta su un tamburo. Lo avvolse con la mano e sentì il battito sordo del sangue pulsare contro il palmo. Roger non si mosse, non emise suono, il viso una maschera di pietra sotto il cappuccio.
Clara si fece coraggio e divento più esplicita “E' tanto che non vieni?”
“Mi sono fatto una sega un paio di sere fa. Sono pieno”
Clara abbassò il sedile con un clic metallico, il meccanismo che cigolava sotto il suo peso. Si inginocchiò sopra di lui, le ginocchia premute contro i fianchi di Roger. Le calze si strapparono con un suono secco lungo la cucitura interna della coscia. Si chinò in avanti, la bocca aperta, ma il glande era troppo largo, una cupola scura e lucida che le riempiva le labbra senza entrare. Provò a spingere, ma la gola si serrò in un conato. Ritirò la testa, la saliva che le colava sul mento. Decise che comunque voleva assaggiarlo e passò alla lingua, seguendo le vene spesse come corde sotto la pelle. Il sapore era salato, muschiato, con una punta di metallo che le ricordava il sangue.
Lo leccò dalla base alla punta, sentendo il pene gonfiarsi ancora, diventare più duro, più ingombrante. Le sue dita non riuscivano a circondarlo del tutto; i polpastrelli si sfioravano appena, lasciando uno spazio vuoto tra loro. “Che cazzo mostruoso,” sussurrò, la voce roca, le parole che le vibravano contro la pelle sensibile. “Non credevo potessero esistere davvero così.” Continuò a leccare, soffermandosi sul glande, la lingua che premeva contro la fessura umida, raccogliendo gocce di liquido che le scivolavano in gola.
“Ti piace?” La voce di Roger era bassa, quasi un ringhio.
“Sì,” rispose lei, sollevando lo sguardo per incontrare i suoi occhi nell’oscurità. “Tanto. Da anni che penso a una cosa così.” Fece una pausa, il respiro affannoso.
“Stasera mi faccio aprire in due.” il tono di Clara era serio, definitivo.
“Vuoi farlo subito?”
Lei annuì, deglutendo. “Sì. Sono pronta.”
Con le dita che tremavano, Clara si tirò giù le mutande di pizzo nero insieme ai collant, il tessuto si strappò lungo le cuciture mentre le sfilava dalle caviglie. Si sistemò sopra di lui, le ginocchia che affondavano nel sedile di pelle. Roger le afferrò i fianchi, le sue dita lunghe e scure si serrarono come morse d’acciaio sulla sua pelle pallida.
Il primo tentativo fu un colpo secco, un’improvvisa e brutale pressione. Clara urlò, un suono strozzato, più stupore e panico che dolore puro. Lei era eccitata e molto bagnata ma comunque il glande entrò a fatica, la vagina si allargava con una sensazione di strappo che le bruciava fino all’osso, il corpo che si contraeva per respingerlo. Roger rimase immobile, non un muscolo che tradiva tensione, solo il respiro gli usciva a nuvolette nell’aria fredda.
“Vuoi smettere?” chiese lui, con la sua voce bassa e piatta.
“No,” disse Clara, il fiato corto, “solo un attimo. Devo rilassare i muscoli”. Respirava a bocca aperta, il sudore che le imperlava la fronte e le scendeva lungo la schiena nonostante il gelo dell’abitacolo.
Lui aveva voglia di scopare e aveva trovato questa donna che sembrava sapere esattamente ciò che voleva. Decise che l'avrebbe lasciata fare, per ora.
Clara riprese a muoversi con movimenti piccoli e circospetti, ogni spinta un’altra lacerazione sottile. Sotto di lei, sentì la stoffa dei jeans di Roger sfregare contro la pelle nuda delle sue cosce. Quando capì che era dentro almeno per metà, scoprì che il dolore si era trasformato: non più tagliente, ma un rimbombo sordo e violento che le arrivava fino al cervello, come un colpo alla nuca. Ogni volta che scendeva più a fondo, vedeva lampi bianchi davanti agli occhi, le cosce che le tremavano incontrollabili, le braccia che vacillavano.
Ma non voleva, non poteva, fermarsi.
Roger la seguì in silenzio, spingendo solo quando il suo corpo accennava a un movimento in avanti, un cenno del bacino quasi impercettibile. La penetrò centimetro dopo centimetro, riempiendola di tutta la sua lunghezza fino a che non sentì l’attrito delle sue pelvi contro le sue.
Clara sentì qualcosa dentro di lei cedere, non uno strappo o una rottura, ma uno spostamento interno, come se un muscolo profondo avesse finalmente smesso di lottare.
“Mi stai aprendo tutta” disse. Per la prima volta nella sua vita non era un gentile complimento di circostanza. Lei si sentiva finalmente presa, violata, squarciata.
“Voglio che mi scopi forte. Sono anni che voglio questo momento”
“Potrei farti male”
“Non preoccuparti, fallo e basta”
Roger la rovesciò sul sedile con un movimento fluido, le afferrò le caviglie e le sollevò le gambe. “Sì, cazzo, così,” gemette lei, la voce un rantolo roco. “Spaccami tutta.” Ora che era aperta, non c’era più resistenza, solo il suono umido e ritmato della carne che batteva contro carne, ogni colpo più profondo del precedente. Roger lasciò le sue caviglie e Clara sentì l'istinto primordiale di spalancare le gambe. “Dammi il cazzo, dammelo tutto” ansimava tra un respiro e l’altro. “Mi stai sfondando, sì, sfondami così” Roger grugnì, un suono basso e animale che le vibrava attraverso il corpo.
Lui, nella penombra, vedeva il suo membro scomparire completamente dentro Clara. Questo stimolo visivo gli diede la conferma che lei voleva esattamente quello. Lei continuava a tenere le gambe aperte, a offrirsi completamente e volontariamente a quel massacro.
Roger smise di tenere i suoi movimenti sotto controllo e si lasciò andare. Iniziò a scoparla con maggiore forza ma lentamente. Si ritraeva e poi affondava dentro di lei con lenta regolarità. La penetrava con forza fino in fondo, entrando tutto dentro di lei.
Dalla vagina di Clara usciva un liquido che colava sul cuoio della tappezzeria, lucido e viscoso alla luce fioca. “Non fermarti, per favore non fermarti,” supplicò Clara, le dita che affondavano nella giacca di lui. “Voglio sentirti venire dentro di me, riempimi di sborra.” Lui emise un altro grugnito, più profondo, mentre il ritmo dei suoi fianchi si faceva più insistente. Aumentò il ritmo e ormai il suo pene scompariva dentro Clara a ogni colpo. Sembrava che Clara lo stesse risucchiando dentro di lei.
Clara non gridava più ma parlava in un flusso continuo e rotto: “Sì, così, cazzo, mi hai aperta tutta adesso. Sono tutta sfondata.”. Sembrava in trance, il corpo completamente abbandonato. “Fottimi a morte, senza pietà” sussurrò con voce rotta, la testa riversa all'indietro, gli occhi fissi nel vuoto oltre il lunotto della macchina.
Clara sentiva che dopo quella notte non sarebbe più stata la stessa, e voleva esattamente quello.
Lei non stava avendo un orgasmo. In realtà il suo orgasmo era iniziato minuti prima e non aveva mai smesso di farla tremare. Stava vivendo un’esperienza nuova, mai provata. Diversa anche da quella che l'aveva portata in quel parcheggio davanti ai capannoni. Sapeva che quell’esperienza era tutta sua e che l’animale che la stava montando era solo uno strumento che il destino le aveva mandato per operare la trasformazione che ormai era ineluttabile.
Quando venne, Roger lo fece senza parole, un tremito interno accompagnato da un ultimo grugnito soffocato. Le riempì la vagina di sperma, tanto che fuoriuscì a fiotti caldi. “Sì,” sospirò lei, “senti come mi trema tutto dentro.”
Lui restò dentro, ancora duro e pulsante, mentre Clara continuava a tremare e a mormorare: “Cazzo, cazzo, cazzo,”. Stava piangendo e le lacrime le scendevano sulle guance, verso le orecchie. Non lacrime non di dolore ma di un riconoscimento muto e profondo.
Alla fine, lei lo guardò, sfatta e sudata, i capelli bagnati incollati alle tempie e alla fronte come un secondo strato di pelle. Il suo respiro tornava lentamente alla normalità, ma il petto continuava a salire e scendere in modo visibile sotto il vestito.
Lui chiese “Tutto bene?”
“Era questo che volevo,” disse, la voce più bassa e roca di prima.
Roger annuì. Non aveva altro da dire. Si tirò su i jeans, chiuse la zip e scese dalla macchina. Mentre chiudeva lo sportello guardò Clara e le disse “Ciao”.
Mentre Roger si allontanava nel buio Clara si ricompose come poteva, le gambe che tremavano ancora mentre alzava il sedile. Si pulì tra le cosce con un fazzoletto che subito si macchiò di sperma e dei suoi umori mescolati. Notò una lieve striatura rossa, c'era anche sangue. Clara sorrise e disse a se stessa “Ti sei fatta sfondare per bene”.
Si rimise le mutande di pizzo nero, ormai strappate lungo la cucitura interna, sentendo il tessuto umido e freddo contro la pelle. Mentre guidava verso casa, il sedile dell’auto che le premeva contro le faceva sentire un dolore sordo e profondo tra le gambe, un dolore che non era solo fisico ma sapeva di soddisfazione, di qualcosa che finalmente era stato completato. Nessuna redenzione, nessuna catarsi.
Solo la certezza che una parte di lei, quella più oscura e più vera, non avrebbe più chiesto altro.
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