Ancora Anna Nicola e Marco
di
Nicola Norio
genere
corna
Non dissi nulla. Non trovai una parola, non trovai una protesta, non trovai nemmeno più lo spazio dentro di me per il dolore che avrei dovuto sentire. Mi chinai, invece, sul suo piede che avevo ancora tra le mani, e cominciò a baciarlo, poi a leccarlo, piano, con una devozione che veniva da un luogo dentro di me che avevo smesso di provare a comprendere.
Anna restò immobile un istante, sorpresa, poi si appoggiò meglio contro i cuscini del divano, un sorriso lento che le attraversava il viso — non più disprezzo, ora, ma una sorta di soddisfazione compiaciuta, quasi materna, di fronte a quell'ennesima resa. Mi lasciò fare, gli occhi che tornavano di tanto in tanto al telefono e poi scendevano su di me, osservandomi con un misto di tenerezza e divertimento, come si osserva un animale fedele che torna sempre, qualunque cosa accada, a leccare la mano di chi lo tiene.
"Bravo," mormorò a un certo punto, quasi tra sé, accarezzandomi distrattamente i capelli con la mano libera mentre con l'altra rispondeva già al messaggio di Marco. "Bravo così. Quello è il tuo posto, non ti devi montare la testa." E io continuai, in ginocchio, senza più cercare nient'altro che quello. Leccavo con devozione.
Verso le nove Anna mi disse di andare in camera. Non ci fu bisogno di spiegazioni, ormai; richiusi piano la porta della mia stanza, e mi sedetti sul bordo del letto ad aspettare.
Sentii il citofono, i suoi passi leggeri verso l'ingresso, la voce di Marco nell'atrio, profonda, sicura, e poi le risate di Anna, quella risata che una volta era stata solo mia e che ormai apparteneva a qualcun altro. Sentii i rumori spostarsi in salotto — un bicchiere, la musica bassa, poi il silenzio delle parole che si fa altro.
Non me ne andai. Restai lì, seduto, e ascoltai tutto: i suoni che crescevano al di là della parete sottile, la voce di Anna che si scioglieva in qualcosa che non le avevo mai sentito dire con me, il ritmo di due corpi che occupavano la mia casa, il mio salotto, il divano dove poche ore prima ero stato in ginocchio ai suoi piedi.
Mi accorsi di essere eccitato prima ancora di accorgermi di piangere, e quando me ne resi conto le due cose erano già la stessa cosa, indistinguibili, un unico nodo caldo e doloroso che mi saliva dal petto alla gola. Mi sdraiai sul letto stretto della stanza degli ospiti, la faccia bagnata, e mentre da dietro il muro arrivava un gemito che riconobbi come suo — suo davvero, autentico, diverso da qualunque cosa avesse mai fatto con me — portai la mano tra le gambe sul mio cazzo duro e cominciai, piano, disperatamente, ad amarla anche così.
"Ti amo," dissi a bassa voce, al buio, a nessuno, "ti amo, ti amo ancora, ti amerò comunque, qualunque cosa tu faccia, qualunque cosa io diventi per te." Le parole mi uscivano insieme alle lacrime e al respiro che si faceva corto, un'unica confessione senza destinatario che ascoltasse, mentre dall'altra parte del muro la donna che amavo più di ogni altra cosa al mondo apparteneva, in quel momento e forse per sempre, a qualcun altro.
Finii prima di loro. Restai al buio, il cuscino bagnato sotto la guancia, ad ascoltare fino all'ultimo rumore, fino all'ultimo silenzio, sapendo già che il giorno dopo mi sarei svegliato prima, sarei sceso a comprarle dei fiori e una brioche calda, poi avrei preparato il caffè, e avrei aspettato che Anna scendesse, pronto — come sempre, come ancora — ad amarla.
Anna restò immobile un istante, sorpresa, poi si appoggiò meglio contro i cuscini del divano, un sorriso lento che le attraversava il viso — non più disprezzo, ora, ma una sorta di soddisfazione compiaciuta, quasi materna, di fronte a quell'ennesima resa. Mi lasciò fare, gli occhi che tornavano di tanto in tanto al telefono e poi scendevano su di me, osservandomi con un misto di tenerezza e divertimento, come si osserva un animale fedele che torna sempre, qualunque cosa accada, a leccare la mano di chi lo tiene.
"Bravo," mormorò a un certo punto, quasi tra sé, accarezzandomi distrattamente i capelli con la mano libera mentre con l'altra rispondeva già al messaggio di Marco. "Bravo così. Quello è il tuo posto, non ti devi montare la testa." E io continuai, in ginocchio, senza più cercare nient'altro che quello. Leccavo con devozione.
Verso le nove Anna mi disse di andare in camera. Non ci fu bisogno di spiegazioni, ormai; richiusi piano la porta della mia stanza, e mi sedetti sul bordo del letto ad aspettare.
Sentii il citofono, i suoi passi leggeri verso l'ingresso, la voce di Marco nell'atrio, profonda, sicura, e poi le risate di Anna, quella risata che una volta era stata solo mia e che ormai apparteneva a qualcun altro. Sentii i rumori spostarsi in salotto — un bicchiere, la musica bassa, poi il silenzio delle parole che si fa altro.
Non me ne andai. Restai lì, seduto, e ascoltai tutto: i suoni che crescevano al di là della parete sottile, la voce di Anna che si scioglieva in qualcosa che non le avevo mai sentito dire con me, il ritmo di due corpi che occupavano la mia casa, il mio salotto, il divano dove poche ore prima ero stato in ginocchio ai suoi piedi.
Mi accorsi di essere eccitato prima ancora di accorgermi di piangere, e quando me ne resi conto le due cose erano già la stessa cosa, indistinguibili, un unico nodo caldo e doloroso che mi saliva dal petto alla gola. Mi sdraiai sul letto stretto della stanza degli ospiti, la faccia bagnata, e mentre da dietro il muro arrivava un gemito che riconobbi come suo — suo davvero, autentico, diverso da qualunque cosa avesse mai fatto con me — portai la mano tra le gambe sul mio cazzo duro e cominciai, piano, disperatamente, ad amarla anche così.
"Ti amo," dissi a bassa voce, al buio, a nessuno, "ti amo, ti amo ancora, ti amerò comunque, qualunque cosa tu faccia, qualunque cosa io diventi per te." Le parole mi uscivano insieme alle lacrime e al respiro che si faceva corto, un'unica confessione senza destinatario che ascoltasse, mentre dall'altra parte del muro la donna che amavo più di ogni altra cosa al mondo apparteneva, in quel momento e forse per sempre, a qualcun altro.
Finii prima di loro. Restai al buio, il cuscino bagnato sotto la guancia, ad ascoltare fino all'ultimo rumore, fino all'ultimo silenzio, sapendo già che il giorno dopo mi sarei svegliato prima, sarei sceso a comprarle dei fiori e una brioche calda, poi avrei preparato il caffè, e avrei aspettato che Anna scendesse, pronto — come sempre, come ancora — ad amarla.
0
voti
voti
valutazione
0
0
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Anche questo è amore
Commenti dei lettori al racconto erotico