Anche questo è amore
di
Nicola Norio
genere
corna
1.
Nicola tornò a casa prima del previsto, cosa che non bisognerebbe fare troppo spesso. Era uscito solo per fare la spesa, ma aveva dimenticato a casa il telefonino. Quando rientrò, Anna era sotto la doccia: si sentiva l’acqua scorrere, la porta del bagno chiusa.
Sul tavolo, il suo laptop era ancora aperto. Schermo acceso. Un dettaglio qualsiasi, innocente. Ma fu proprio questo a rovinarlo. Non fu il sospetto. Non fu la gelosia. Fu solo curiosità. Un gesto automatico. Il mouse si mosse da solo, il cursore si fermò sulla finestra di una chat di WhatsApp lasciata aperta. Nome: Marco.
Marco. Un amico di Nicola. Non certo il migliore amico, no. Li dividevano tante cose: la politica, il tifo, l’atteggiamento verso la vita.
Nicola era blandamente progressista, come Anna del resto, attento soprattutto all’ambiente, che in una metropoli come Milano sembrava sempre più un’emergenza. Marco invece aveva trascorsi nell’estrema destra, come testimoniava un tatuaggio piuttosto esplicito sul petto: DUX, che non passava inosservato negli spogliatoi della palestra o del calcetto. Era ovviamente vagamente xenofobo, ma ormai molto più interessato a godersi la vita, anche grazie a un certo successo come agente immobiliare e a un ricco matrimonio con una donna della Milano da bere. Nicola, a parte questo, lo invidiava non solo per il successo nel lavoro, ma anche perché, pur essendo entrambi quasi quarantenni, Marco si teneva in gran forma. Invidiava anche il suo noto fascino con le donne, frutto di sicurezza e di una certa strafottenza. Tutte cose che Nicola, pacato, dolce e riflessivo, proprio non aveva. Frequentavano la stessa palestra, qualche partita a calcetto, e uscivano a bere birra in compagnia. Avevano fatto anche qualche uscita a quattro con la moglie di Marco, che però non legava affatto con Anna: troppo diverse, da ogni punto di vista.
Il cuore di Nicola cominciò a battere più forte. Scrollò verso l’alto. Lentamente. Si disse che stava solo controllando una cosa. Che non stava violando nulla. Che non stava tradendo alcuna fiducia.
Poi lesse.
📱Marco. Quante volte sei venuta ieri? Avevo ancora il tuo odore addosso. Quel vestitino corto… dio
📱Anna. Sei stato bravo. Lento ma forte: come piace a me. Con il tuo amico è sempre tutto banale e veloce. Tipo recita da liceale
📱Marco. Mi piace sapere che torni da lui ancora bagnata di me
📱Anna. Avevo le mutandine zuppe, ma tanto lui manco se ne accorge. Mi guarda con quegli occhi innamorati… povero
Nicola sentì il mondo rimpicciolirsi. La stanza girava. Si portò una mano alla bocca. Nausea improvvisa. Il viso rosso e formicolante. Salivazione azzerata. Una vergogna feroce. Come se fosse lui ad aver fatto qualcosa di sbagliato. Istintivamente chiuse il portatile. Lottava tra il bisogno di urlare e la paura di sapere di più. Poi la sentì: la porta del bagno si aprì. Lei canticchiava.
Anna entrò in cucina avvolta nell’asciugamano. Come sempre bellissima. Come sempre elegante, anche appena uscita dalla doccia. Lo vide, si fermò: «sei tornato?»
Nicola la fissava. Occhi rossi, viso pallido: «Chi è Marco per te?».
Un secondo di silenzio. Guardò il computer, poi tornò a guardare lui. Poi capì, non negò. L’espressione divenne subito fredda. «Hai letto la chat…»
Nicola si passò una mano tra i capelli. «Perché? Con lui? Proprio lui?»
Lei lo guardava in un modo strano. Non colpevole. Non imbarazzata. Semplicemente lucida. «È successo. È successo e basta. Marco è tutto quello che tu non sei più. O che non sei mai stato. Marco mi dà quello di cui ho bisogno.» Chiara. Semplice. Letale. Come se quel discorso se lo fosse preparato da tempo nella sua testa. Continuava a fissarlo con uno sguardo freddo, eppure stranamente sereno.
«E tu cosa sei diventata?», urlò Nicola, la voce incrinata. «Una che scopa con un amico del suo fidanzato e poi ride alle sue spalle?»
Anna restò calma. Troppo calma. «Volevo dirtelo, Nicola. Non ho mai trovato il momento giusto. Temevo di ferirti. Ma adesso che lo sai… forse è meglio così».
Gli occhi le si inumidirono appena. Non riusciva a essere fredda come si era imposta. Come tante volte aveva immaginato che sarebbe stata quando pensava di dirglielo, di liberarsi di questo peso.
«Io ti amo!» gridò. «Io ho fatto tutto per te! Come hai potuto?»
Lei lo fissò. E fu lì che vide la crepa. Il punto dove affondare il colpo. «Lo so, Nicola. È questo il problema.»
«Cosa?!»
«Tu mi ami, è vero. Ma tu mi idealizzi. Mi hai messo su un piedistallo. Non mi fai tremare. Non da anni. A letto sembri un impiegato che timbra il cartellino. Hai bisogno di rassicurazioni, domande, conferme. Zero passione. Zero coraggio. Zero istinto». Le parole erano sassi. «Sei diventato il mio amico premuroso. E io non voglio un amico nel letto. Voglio un maschio. Uno che mi prenda, che mi faccia tremare. E Marco lo fa».
Nicola sembrava svenire in piedi. Il fiato corto. Lo stomaco chiuso. Un conato. «Me ne vado» sussurrò, «non posso… non voglio restare qui».
Lei annuì, tranquilla, le braccia conserte. Come se lo avesse previsto. Quasi un impercettibile sospiro di sollievo. «Allora vai».
«Non mi fermerai?», balbettò Nicola, incredulo. Gli occhi spalancati, la bocca in cerca d’aria. Le mani tra i capelli. Stordito.
Anna lo guardò dritto negli occhi. «No.»
E bastò questo per distruggerlo. Nicola si voltò. Andò via incespicando sul tappeto. Chiuse la porta. Fuori, il cielo era grigio. Come lui.
Furono giorni terribili: si sentiva perso, disorientato, svuotato. Non riusciva a pensare ad altro che a lei e, cosa ancora più assurda, non provava rabbia né delusione per il tradimento e l’indifferenza con cui lei aveva affrontato la questione. No, Nicola provava ancora lo stesso amore, si struggeva nella nostalgia. Era come se rifiutasse la realtà e volesse cancellare quel giorno maledetto per ricominciare come se nulla fosse. Una reazione spiegabile solo con il grande amore che provava per Anna e con quella sensazione di non poter nemmeno immaginare la sua vita senza di lei.
Si era rifugiato a casa di un buon amico, Luca, al quale aveva chiesto di non fargli domande. Troppa era la vergogna. Inutili i tentativi di farlo parlare o, peggio, di farlo uscire di casa. Era tormentato. Mille volte al giorno compulsava il cellulare, nella speranza di trovare un suo messaggio o di vedere un aggiornamento sui suoi social, dove lei come sempre postava poco o niente. Mille volte scriveva per lei e poi cancellava. Mille volte apriva la rubrica fino ad arrivare al suo numero, salvato semplicemente come “Amore”, senza trovare il coraggio di premere “Chiama”.
Non sapeva nemmeno lui come successe, ma una mattina, erano passati ormai dieci giorni, si svegliò apparentemente sereno, senza dubbi. L’aveva sognata. Non era la prima volta in quei giorni, ma quella notte erano a Parigi: ridevano, leggeri, passeggiando.
Non attese che tornassero i suoi demoni a trattenerlo: prese il cellulare e le scrisse.
📱 Nicola. Ciao Anna. Scusa se ti scrivo. Non ce la faccio più a tenermi tutto dentro. Come stai?
(nessuna risposta per quasi un’ora…)
📱 Anna. Ciao Nicola. Sto bene…
📱 Nicola: Ti penso ogni giorno. Non riesco a dormire. Vivo ospite da Luca, su un divano. Mi sento uno schifo. Ho perso tutto, soprattutto te!
📱 Anna. Sei stato tu ad andartene, Nicola.
📱 Nicola: Lo so. Ma non sapevo che mi avrebbe fatto così male. Non riesco a pensare ad altro. Tu… tu sei ovunque. Ogni cosa che faccio mi parla di te. E quando chiudo gli occhi… ti vedo.
(pausa di mezz’ora… nessuna risposta)
📱 Nicola. Anche questa notte ti ho sognata, eravamo a Parigi.
📱 Anna. Mi dispiace sapere che stai male. Tu sai quanto bene ti voglio…
📱 Nicola. Ma anche tu mi pensi? Un po’? Ti manco?
📱 Anna. In qualche modo… sì. Un pensiero ogni tanto arriva. Non è sparito tutto, Nicola. Non sarebbe possibile. Lo sai quanto sei importante per me.
📱 Nicola. Potremmo… Non lo so. Potremmo riprovarci? Un inizio nuovo. Prometto che sarò diverso. Più forte. Più presente. Farò tutto per te. Basta che mi guardi di nuovo.
(dieci lunghi minuti di silenzio…)
📱 Anna. Lasciami pensarci.
📱 Nicola. Davvero?
📱 Anna. Si. Ma non scrivermi per un po’. Lascia che ci arrivi da sola, se devo arrivare.
📱 Nicola. Va bene. Aspetterò tutto il tempo che serve. Perché ti amo. Ancora. Sempre.
(Nessuna risposta)
👁🗨 Visualizzato alle 22:46
2.
All’università, Anna sembrava vivere in un mondo a parte. Alta, magra, bionda, con due occhi azzurri magnetici che ti guardavano come se sapessero già tutto. Una di quelle persone che, quando entrano in aula, attirano sguardi senza nemmeno provarci. Sempre vestita in modo sobrio ma elegante. Brava, decisa, sempre preparata. I professori la stimavano, i compagni la invidiavano o cercavano di piacerle, ma concedeva solo qualche educato sorriso di circostanza era molto riservata. Conosceva mille modi per declinare con gentilezza qualsiasi invito. E Nicola?
Nicola era il classico bravo ragazzo che poteva passare inosservato. Simpatico, gentile, mai protagonista. Uno di quelli che ti offrono la penna quando la tua finisce, che ti passano gli appunti senza fare storie. Non brillava, ma c’era sempre e con tutti. Si conobbero durante un seminario di microeconomia. Lei fece una battuta sottovoce sul docente, lui rise al momento giusto. Bastò quello. Iniziò un’alleanza di sguardi, poi qualche chiacchiera tra i corridoi, poi una birra dopo le lezioni. Nicola era incredulo di essere riuscito ad attirare la sua attenzione, a creare un legame tra loro dopo aver visto quanti ci avevano provato inutilmente.
Non le faceva avance esplicite, non cercava di impressionarla. Era sé stesso: rassicurante, divertente, autentico. E forse fu proprio questo che la conquistò. Anna non era felice in casa. Genitori rigidi quasi d’altri tempi e di origini umili, regole pesanti, giudizi continui: voleva aria, voleva un rifugio. E Nicola diventò quel rifugio, grazie al monolocale lasciatogli da una zia materna. Lei cominciò a passare sempre più tempo in quel piccolo appartamento per studiare ma anche per qualche pranzo. Con lui si sentiva libera, ascoltata, protetta. In lui trovava equilibrio. Quando, pochi mesi dopo, gli disse «e se mi trasferissi qui?», lui scoppiò di felicità, non poteva crederci.
Anche se lavoravano entrambi in un bar la sera, anche se condividevano un monolocale coi muri sottili e l’acqua calda che finiva in fretta, sembrava il paradiso. Amarsi era semplice. Bastavano un divano, due pizze, un film sul portatile. Ridevano di tutto. Si inventavano sogni. Si tenevano per mano come se bastasse quello a vincere il mondo. Poi arrivarono i lavori veri. I primi stipendi. Anna trovò presto un posto in una grande agenzia: colloqui, avanzamenti, bonus. Nicola invece arrancava: contratti brevi, aziende piccole, ruoli minori. Si trasferirono in un appartamento più ampio e comodo grazie allo stipendio di Anna, che metteva a disposizione in modo generoso le sue maggiori disponibilità, con l’eleganza e la cortesia che la contraddistinguevano in tutto. Giorno dopo giorno, però, Nicola iniziò a sentirsi un po’ in ombra. Non era invidia. Non era rabbia. Era qualcosa di più sottile: una distanza che cresceva piano. Lei sempre più brillante, sempre più sicura e con i primi stipendi ancora più elegante e curata. Lui sempre più grato di averla… e sempre più spaventato di perderla. Si ritrovava sempre più spesso a pensare come fosse incredibile stare con lei. Ma l’amore c’era. Almeno, ne era convinto.
Ricordava il primo bacio: goffo, sincero, dolcissimo. Era una splendida serata primaverile, era tardi, fuori dall’università. Avevano parlato per ore, seduti su una panchina con le birre in mano e i libri nello zaino. Lei indossava una camicia leggera, lui un sorriso nervoso. Il momento arrivò da solo. Nessuna frase romantica. Solo un silenzio più lungo degli altri. E poi lui che si avvicinò, incerto. Le loro labbra si sfiorarono appena, poi si cercarono davvero. Fu un bacio lento, tenero, pieno di esitazione e verità. Quando si staccarono, Anna sorrise e disse soltanto: «finalmente». Ci ripensò poi per settimane se quella strana esclamazione era di soddisfazione per un bacio molto cercato, o un dolce rimprovero per averci messo così tanto a trovare il coraggio.
Il primo pomeriggio sotto le lenzuola arrivò pochi giorni dopo. Era sabato. La camera del monolocale, piccola e inondata dal sole, accoglieva il letto disfatto. Nicola fu dolcissimo. Le tolse i vestiti con cura, le baciò ogni angolo di pelle come se stesse imparando una lingua nuova. I seni piccoli perfetti, la famosa coppa di champagne, la carnagione chiara con una geografia di nei, tutto in lei era elegante, delicato, perfetto. Le chiese più volte se andava tutto bene, se aveva freddo, se voleva fermarsi. Lei rideva piano, accarezzandogli i capelli. «Stai tranquillo… mi fai sentire al sicuro. Da allora divennero una coppia, Nicola era al settimo cielo.
La amava nel profondo e non si capacitava nemmeno del perché lei avesse scelto lui. Perché non c’era dubbio: era stata lei a decidere. Eppure, nel fondo di quegli occhi azzurri, ogni tanto lui vedeva una luce strana, un’incurvatura diversa del sorriso, una vibrazione in più nella voce. Quelle volte Nicola si schiantava sulle proprie insicurezze, pensando che lei si aspettasse qualcosa in più da lui. O forse persino che lei meritasse qualcosa di più. Ma ogni volta che i suoi dubbi emergevano in qualche mezza frase, lei lo baciava con dolcezza e diceva: «mi basta quello che sei».
Bastare. Che strano verbo, così diverso da volere, da piacere, da amare. Ma erano pensieri che lui ricacciava subito giù, in fondo. Le prime uscite in compagnia furono come un’esplosione. Anna faceva girare le teste ovunque andassero. Bella in modo naturale, magnetica. E con Nicola accanto, il contrasto era evidente ma in qualche modo complementare: lui timido, simpatico, gentile; lei brillante, affilata, piena di presenza. Gli amici di lui facevano a gara per compiacerla. I più sfacciati la corteggiavano apertamente, scherzando ma non troppo. Nicola rideva, faceva finta di niente. Ma dentro di sé camminava sempre più sul bordo di un precipizio.
Una sera, dopo una cena con un gruppo della palestra, successe. Marco, quello nuovo, il più carismatico, si avvicinò ad Anna mentre Nicola stava parlando con un altro amico. Le sussurrò qualcosa all’orecchio, fece una battuta, le offrì da bere. Lei rise guardandolo negli occhi. Nicola intercettò quello sguardo di pochi secondi e ne fu spaventato perché per un attimo gli balenò in testa un pensiero folle: che fossero belli insieme. Restò in silenzio per tutta la sera. Poi, tornati a casa, non riuscì a trattenersi. «Ti piace, Marco?»
Anna si voltò a guardarlo. Stava struccandosi, i capelli raccolti, il viso stanco: «Perché dici così?» Che poi, pensò, anche quella era una risposta strana, non era “ma cosa ti salta in mente?”, era più una curiosità, rischiava persino suonare un: “da cosa lo hai capito?”.
«Vi ho visti. Siete stati lì mezz’ora a parlare. E ridevi. Come se… come se ci fosse qualcosa.»
Lei si avvicinò. Gli prese il viso tra le mani. «Ascoltami bene, Nicola. Io sto con te. Lo vedi chi sei? Sei l’unico che mi guarda con gli occhi dell’amore, quello vero. L’esatto opposto di un tipo come Marco, che ti guarda come se volesse spogliarti. Tu invece mi fai sentire amata, protetta. Quelli come lui… sono vuoti. Io non voglio quello». Nicola annuì. Si sentì meglio. Ma non del tutto. Perché una parte di lui sapeva: Marco non era vuoto. Era sicuro. Dominante. Il tipo che prende, non chiede. Il tipo che, un giorno, Anna avrebbe potuto desiderare. Ma allora, nel letto con lei addormentata stretta al suo petto, tutto sembrava ancora possibile. Tutto sembrava ancora suo.
Nicola tornò a casa prima del previsto, cosa che non bisognerebbe fare troppo spesso. Era uscito solo per fare la spesa, ma aveva dimenticato a casa il telefonino. Quando rientrò, Anna era sotto la doccia: si sentiva l’acqua scorrere, la porta del bagno chiusa.
Sul tavolo, il suo laptop era ancora aperto. Schermo acceso. Un dettaglio qualsiasi, innocente. Ma fu proprio questo a rovinarlo. Non fu il sospetto. Non fu la gelosia. Fu solo curiosità. Un gesto automatico. Il mouse si mosse da solo, il cursore si fermò sulla finestra di una chat di WhatsApp lasciata aperta. Nome: Marco.
Marco. Un amico di Nicola. Non certo il migliore amico, no. Li dividevano tante cose: la politica, il tifo, l’atteggiamento verso la vita.
Nicola era blandamente progressista, come Anna del resto, attento soprattutto all’ambiente, che in una metropoli come Milano sembrava sempre più un’emergenza. Marco invece aveva trascorsi nell’estrema destra, come testimoniava un tatuaggio piuttosto esplicito sul petto: DUX, che non passava inosservato negli spogliatoi della palestra o del calcetto. Era ovviamente vagamente xenofobo, ma ormai molto più interessato a godersi la vita, anche grazie a un certo successo come agente immobiliare e a un ricco matrimonio con una donna della Milano da bere. Nicola, a parte questo, lo invidiava non solo per il successo nel lavoro, ma anche perché, pur essendo entrambi quasi quarantenni, Marco si teneva in gran forma. Invidiava anche il suo noto fascino con le donne, frutto di sicurezza e di una certa strafottenza. Tutte cose che Nicola, pacato, dolce e riflessivo, proprio non aveva. Frequentavano la stessa palestra, qualche partita a calcetto, e uscivano a bere birra in compagnia. Avevano fatto anche qualche uscita a quattro con la moglie di Marco, che però non legava affatto con Anna: troppo diverse, da ogni punto di vista.
Il cuore di Nicola cominciò a battere più forte. Scrollò verso l’alto. Lentamente. Si disse che stava solo controllando una cosa. Che non stava violando nulla. Che non stava tradendo alcuna fiducia.
Poi lesse.
📱Marco. Quante volte sei venuta ieri? Avevo ancora il tuo odore addosso. Quel vestitino corto… dio
📱Anna. Sei stato bravo. Lento ma forte: come piace a me. Con il tuo amico è sempre tutto banale e veloce. Tipo recita da liceale
📱Marco. Mi piace sapere che torni da lui ancora bagnata di me
📱Anna. Avevo le mutandine zuppe, ma tanto lui manco se ne accorge. Mi guarda con quegli occhi innamorati… povero
Nicola sentì il mondo rimpicciolirsi. La stanza girava. Si portò una mano alla bocca. Nausea improvvisa. Il viso rosso e formicolante. Salivazione azzerata. Una vergogna feroce. Come se fosse lui ad aver fatto qualcosa di sbagliato. Istintivamente chiuse il portatile. Lottava tra il bisogno di urlare e la paura di sapere di più. Poi la sentì: la porta del bagno si aprì. Lei canticchiava.
Anna entrò in cucina avvolta nell’asciugamano. Come sempre bellissima. Come sempre elegante, anche appena uscita dalla doccia. Lo vide, si fermò: «sei tornato?»
Nicola la fissava. Occhi rossi, viso pallido: «Chi è Marco per te?».
Un secondo di silenzio. Guardò il computer, poi tornò a guardare lui. Poi capì, non negò. L’espressione divenne subito fredda. «Hai letto la chat…»
Nicola si passò una mano tra i capelli. «Perché? Con lui? Proprio lui?»
Lei lo guardava in un modo strano. Non colpevole. Non imbarazzata. Semplicemente lucida. «È successo. È successo e basta. Marco è tutto quello che tu non sei più. O che non sei mai stato. Marco mi dà quello di cui ho bisogno.» Chiara. Semplice. Letale. Come se quel discorso se lo fosse preparato da tempo nella sua testa. Continuava a fissarlo con uno sguardo freddo, eppure stranamente sereno.
«E tu cosa sei diventata?», urlò Nicola, la voce incrinata. «Una che scopa con un amico del suo fidanzato e poi ride alle sue spalle?»
Anna restò calma. Troppo calma. «Volevo dirtelo, Nicola. Non ho mai trovato il momento giusto. Temevo di ferirti. Ma adesso che lo sai… forse è meglio così».
Gli occhi le si inumidirono appena. Non riusciva a essere fredda come si era imposta. Come tante volte aveva immaginato che sarebbe stata quando pensava di dirglielo, di liberarsi di questo peso.
«Io ti amo!» gridò. «Io ho fatto tutto per te! Come hai potuto?»
Lei lo fissò. E fu lì che vide la crepa. Il punto dove affondare il colpo. «Lo so, Nicola. È questo il problema.»
«Cosa?!»
«Tu mi ami, è vero. Ma tu mi idealizzi. Mi hai messo su un piedistallo. Non mi fai tremare. Non da anni. A letto sembri un impiegato che timbra il cartellino. Hai bisogno di rassicurazioni, domande, conferme. Zero passione. Zero coraggio. Zero istinto». Le parole erano sassi. «Sei diventato il mio amico premuroso. E io non voglio un amico nel letto. Voglio un maschio. Uno che mi prenda, che mi faccia tremare. E Marco lo fa».
Nicola sembrava svenire in piedi. Il fiato corto. Lo stomaco chiuso. Un conato. «Me ne vado» sussurrò, «non posso… non voglio restare qui».
Lei annuì, tranquilla, le braccia conserte. Come se lo avesse previsto. Quasi un impercettibile sospiro di sollievo. «Allora vai».
«Non mi fermerai?», balbettò Nicola, incredulo. Gli occhi spalancati, la bocca in cerca d’aria. Le mani tra i capelli. Stordito.
Anna lo guardò dritto negli occhi. «No.»
E bastò questo per distruggerlo. Nicola si voltò. Andò via incespicando sul tappeto. Chiuse la porta. Fuori, il cielo era grigio. Come lui.
Furono giorni terribili: si sentiva perso, disorientato, svuotato. Non riusciva a pensare ad altro che a lei e, cosa ancora più assurda, non provava rabbia né delusione per il tradimento e l’indifferenza con cui lei aveva affrontato la questione. No, Nicola provava ancora lo stesso amore, si struggeva nella nostalgia. Era come se rifiutasse la realtà e volesse cancellare quel giorno maledetto per ricominciare come se nulla fosse. Una reazione spiegabile solo con il grande amore che provava per Anna e con quella sensazione di non poter nemmeno immaginare la sua vita senza di lei.
Si era rifugiato a casa di un buon amico, Luca, al quale aveva chiesto di non fargli domande. Troppa era la vergogna. Inutili i tentativi di farlo parlare o, peggio, di farlo uscire di casa. Era tormentato. Mille volte al giorno compulsava il cellulare, nella speranza di trovare un suo messaggio o di vedere un aggiornamento sui suoi social, dove lei come sempre postava poco o niente. Mille volte scriveva per lei e poi cancellava. Mille volte apriva la rubrica fino ad arrivare al suo numero, salvato semplicemente come “Amore”, senza trovare il coraggio di premere “Chiama”.
Non sapeva nemmeno lui come successe, ma una mattina, erano passati ormai dieci giorni, si svegliò apparentemente sereno, senza dubbi. L’aveva sognata. Non era la prima volta in quei giorni, ma quella notte erano a Parigi: ridevano, leggeri, passeggiando.
Non attese che tornassero i suoi demoni a trattenerlo: prese il cellulare e le scrisse.
📱 Nicola. Ciao Anna. Scusa se ti scrivo. Non ce la faccio più a tenermi tutto dentro. Come stai?
(nessuna risposta per quasi un’ora…)
📱 Anna. Ciao Nicola. Sto bene…
📱 Nicola: Ti penso ogni giorno. Non riesco a dormire. Vivo ospite da Luca, su un divano. Mi sento uno schifo. Ho perso tutto, soprattutto te!
📱 Anna. Sei stato tu ad andartene, Nicola.
📱 Nicola: Lo so. Ma non sapevo che mi avrebbe fatto così male. Non riesco a pensare ad altro. Tu… tu sei ovunque. Ogni cosa che faccio mi parla di te. E quando chiudo gli occhi… ti vedo.
(pausa di mezz’ora… nessuna risposta)
📱 Nicola. Anche questa notte ti ho sognata, eravamo a Parigi.
📱 Anna. Mi dispiace sapere che stai male. Tu sai quanto bene ti voglio…
📱 Nicola. Ma anche tu mi pensi? Un po’? Ti manco?
📱 Anna. In qualche modo… sì. Un pensiero ogni tanto arriva. Non è sparito tutto, Nicola. Non sarebbe possibile. Lo sai quanto sei importante per me.
📱 Nicola. Potremmo… Non lo so. Potremmo riprovarci? Un inizio nuovo. Prometto che sarò diverso. Più forte. Più presente. Farò tutto per te. Basta che mi guardi di nuovo.
(dieci lunghi minuti di silenzio…)
📱 Anna. Lasciami pensarci.
📱 Nicola. Davvero?
📱 Anna. Si. Ma non scrivermi per un po’. Lascia che ci arrivi da sola, se devo arrivare.
📱 Nicola. Va bene. Aspetterò tutto il tempo che serve. Perché ti amo. Ancora. Sempre.
(Nessuna risposta)
👁🗨 Visualizzato alle 22:46
2.
All’università, Anna sembrava vivere in un mondo a parte. Alta, magra, bionda, con due occhi azzurri magnetici che ti guardavano come se sapessero già tutto. Una di quelle persone che, quando entrano in aula, attirano sguardi senza nemmeno provarci. Sempre vestita in modo sobrio ma elegante. Brava, decisa, sempre preparata. I professori la stimavano, i compagni la invidiavano o cercavano di piacerle, ma concedeva solo qualche educato sorriso di circostanza era molto riservata. Conosceva mille modi per declinare con gentilezza qualsiasi invito. E Nicola?
Nicola era il classico bravo ragazzo che poteva passare inosservato. Simpatico, gentile, mai protagonista. Uno di quelli che ti offrono la penna quando la tua finisce, che ti passano gli appunti senza fare storie. Non brillava, ma c’era sempre e con tutti. Si conobbero durante un seminario di microeconomia. Lei fece una battuta sottovoce sul docente, lui rise al momento giusto. Bastò quello. Iniziò un’alleanza di sguardi, poi qualche chiacchiera tra i corridoi, poi una birra dopo le lezioni. Nicola era incredulo di essere riuscito ad attirare la sua attenzione, a creare un legame tra loro dopo aver visto quanti ci avevano provato inutilmente.
Non le faceva avance esplicite, non cercava di impressionarla. Era sé stesso: rassicurante, divertente, autentico. E forse fu proprio questo che la conquistò. Anna non era felice in casa. Genitori rigidi quasi d’altri tempi e di origini umili, regole pesanti, giudizi continui: voleva aria, voleva un rifugio. E Nicola diventò quel rifugio, grazie al monolocale lasciatogli da una zia materna. Lei cominciò a passare sempre più tempo in quel piccolo appartamento per studiare ma anche per qualche pranzo. Con lui si sentiva libera, ascoltata, protetta. In lui trovava equilibrio. Quando, pochi mesi dopo, gli disse «e se mi trasferissi qui?», lui scoppiò di felicità, non poteva crederci.
Anche se lavoravano entrambi in un bar la sera, anche se condividevano un monolocale coi muri sottili e l’acqua calda che finiva in fretta, sembrava il paradiso. Amarsi era semplice. Bastavano un divano, due pizze, un film sul portatile. Ridevano di tutto. Si inventavano sogni. Si tenevano per mano come se bastasse quello a vincere il mondo. Poi arrivarono i lavori veri. I primi stipendi. Anna trovò presto un posto in una grande agenzia: colloqui, avanzamenti, bonus. Nicola invece arrancava: contratti brevi, aziende piccole, ruoli minori. Si trasferirono in un appartamento più ampio e comodo grazie allo stipendio di Anna, che metteva a disposizione in modo generoso le sue maggiori disponibilità, con l’eleganza e la cortesia che la contraddistinguevano in tutto. Giorno dopo giorno, però, Nicola iniziò a sentirsi un po’ in ombra. Non era invidia. Non era rabbia. Era qualcosa di più sottile: una distanza che cresceva piano. Lei sempre più brillante, sempre più sicura e con i primi stipendi ancora più elegante e curata. Lui sempre più grato di averla… e sempre più spaventato di perderla. Si ritrovava sempre più spesso a pensare come fosse incredibile stare con lei. Ma l’amore c’era. Almeno, ne era convinto.
Ricordava il primo bacio: goffo, sincero, dolcissimo. Era una splendida serata primaverile, era tardi, fuori dall’università. Avevano parlato per ore, seduti su una panchina con le birre in mano e i libri nello zaino. Lei indossava una camicia leggera, lui un sorriso nervoso. Il momento arrivò da solo. Nessuna frase romantica. Solo un silenzio più lungo degli altri. E poi lui che si avvicinò, incerto. Le loro labbra si sfiorarono appena, poi si cercarono davvero. Fu un bacio lento, tenero, pieno di esitazione e verità. Quando si staccarono, Anna sorrise e disse soltanto: «finalmente». Ci ripensò poi per settimane se quella strana esclamazione era di soddisfazione per un bacio molto cercato, o un dolce rimprovero per averci messo così tanto a trovare il coraggio.
Il primo pomeriggio sotto le lenzuola arrivò pochi giorni dopo. Era sabato. La camera del monolocale, piccola e inondata dal sole, accoglieva il letto disfatto. Nicola fu dolcissimo. Le tolse i vestiti con cura, le baciò ogni angolo di pelle come se stesse imparando una lingua nuova. I seni piccoli perfetti, la famosa coppa di champagne, la carnagione chiara con una geografia di nei, tutto in lei era elegante, delicato, perfetto. Le chiese più volte se andava tutto bene, se aveva freddo, se voleva fermarsi. Lei rideva piano, accarezzandogli i capelli. «Stai tranquillo… mi fai sentire al sicuro. Da allora divennero una coppia, Nicola era al settimo cielo.
La amava nel profondo e non si capacitava nemmeno del perché lei avesse scelto lui. Perché non c’era dubbio: era stata lei a decidere. Eppure, nel fondo di quegli occhi azzurri, ogni tanto lui vedeva una luce strana, un’incurvatura diversa del sorriso, una vibrazione in più nella voce. Quelle volte Nicola si schiantava sulle proprie insicurezze, pensando che lei si aspettasse qualcosa in più da lui. O forse persino che lei meritasse qualcosa di più. Ma ogni volta che i suoi dubbi emergevano in qualche mezza frase, lei lo baciava con dolcezza e diceva: «mi basta quello che sei».
Bastare. Che strano verbo, così diverso da volere, da piacere, da amare. Ma erano pensieri che lui ricacciava subito giù, in fondo. Le prime uscite in compagnia furono come un’esplosione. Anna faceva girare le teste ovunque andassero. Bella in modo naturale, magnetica. E con Nicola accanto, il contrasto era evidente ma in qualche modo complementare: lui timido, simpatico, gentile; lei brillante, affilata, piena di presenza. Gli amici di lui facevano a gara per compiacerla. I più sfacciati la corteggiavano apertamente, scherzando ma non troppo. Nicola rideva, faceva finta di niente. Ma dentro di sé camminava sempre più sul bordo di un precipizio.
Una sera, dopo una cena con un gruppo della palestra, successe. Marco, quello nuovo, il più carismatico, si avvicinò ad Anna mentre Nicola stava parlando con un altro amico. Le sussurrò qualcosa all’orecchio, fece una battuta, le offrì da bere. Lei rise guardandolo negli occhi. Nicola intercettò quello sguardo di pochi secondi e ne fu spaventato perché per un attimo gli balenò in testa un pensiero folle: che fossero belli insieme. Restò in silenzio per tutta la sera. Poi, tornati a casa, non riuscì a trattenersi. «Ti piace, Marco?»
Anna si voltò a guardarlo. Stava struccandosi, i capelli raccolti, il viso stanco: «Perché dici così?» Che poi, pensò, anche quella era una risposta strana, non era “ma cosa ti salta in mente?”, era più una curiosità, rischiava persino suonare un: “da cosa lo hai capito?”.
«Vi ho visti. Siete stati lì mezz’ora a parlare. E ridevi. Come se… come se ci fosse qualcosa.»
Lei si avvicinò. Gli prese il viso tra le mani. «Ascoltami bene, Nicola. Io sto con te. Lo vedi chi sei? Sei l’unico che mi guarda con gli occhi dell’amore, quello vero. L’esatto opposto di un tipo come Marco, che ti guarda come se volesse spogliarti. Tu invece mi fai sentire amata, protetta. Quelli come lui… sono vuoti. Io non voglio quello». Nicola annuì. Si sentì meglio. Ma non del tutto. Perché una parte di lui sapeva: Marco non era vuoto. Era sicuro. Dominante. Il tipo che prende, non chiede. Il tipo che, un giorno, Anna avrebbe potuto desiderare. Ma allora, nel letto con lei addormentata stretta al suo petto, tutto sembrava ancora possibile. Tutto sembrava ancora suo.
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