Come è cambiato il mio condominio in vent’anni: l’arrivo di nuovi vicini stranieri
di
PaNa80
genere
confessioni
Mi chiamo P. e abito in questo condominio da più di vent’anni. Sono una casalinga e, proprio perché ho sempre vissuto molto la casa, ho visto il palazzo cambiare quasi giorno dopo giorno. Io conoscevo gli appartamenti, i rumori, le persone che abitavano ai vari piani. Per me un condominio non è mai stato solo un insieme di porte: era un posto dove le persone si incontravano e dove, volenti o nolenti, si finiva per conoscersi.
Quando sono arrivata qui, il condominio era quasi tutto italiano. Sul citofono c’erano cognomi che ormai erano familiari. C’erano famiglie che abitavano qui da tanti anni, anziani che avevano visto nascere il quartiere, coppie giovani che avevano comprato casa e crescevano i figli.
Io ero spesso in casa e quindi mi accorgevo di tutto. Sentivo quando un appartamento veniva svuotato, quando arrivava un camion per un trasloco, quando compariva un nuovo nome sul campanello. All’inizio i cambiamenti erano pochi e sembravano normali: una famiglia che andava via, un’altra che arrivava.
Il primo cambiamento importante l’ho visto quando è arrivata una famiglia dal Senegal. Ricordo che per noi era una novità. Non eravamo abituati a vedere persone provenienti da così lontano entrare nel nostro palazzo. All’inizio li osservavo con curiosità: mi chiedevo chi fossero, da quanto tempo fossero in Italia, che lavoro facessero.
I primi tempi non era sempre facile comunicare. Alcune parole non si capivano, alcune informazioni semplici diventavano complicate da spiegare. Anche una cosa banale, come parlare delle regole del condominio, di una riunione o di un problema nelle parti comuni, poteva richiedere più tempo. A volte ci si aiutava con gesti, con poche parole, con la pazienza di ripetere le cose in modo diverso.
Poi ho iniziato a vederli nella vita di tutti i giorni. Li incontravo sulle scale, li vedevo uscire, rientrare, portare la spesa. Piano piano quelle persone che all’inizio erano sconosciute sono diventate vicini con cui condividere il palazzo.
Dopo di loro sono arrivate altre famiglie. Sono arrivati alcuni marocchini, poi persone provenienti dal Ghana. Piano piano il palazzo ha iniziato ad avere un aspetto diverso. I nomi sui citofoni cambiavano, le voci nelle scale cambiavano, anche le lingue che si sentivano nel cortile erano diverse.
Con l’arrivo di persone con culture diverse sono cambiate anche alcune abitudini. Alcune cose che per noi erano normali, per altri non lo erano, e viceversa. Il modo di vivere gli spazi comuni, il rapporto con i vicini, il modo di organizzare la vita familiare potevano essere diversi. A volte bastava poco per creare un’incomprensione: un rumore interpretato in modo diverso, una regola del condominio non conosciuta, un modo diverso di usare il cortile o le parti comuni.
Ricordo che all’inizio mi colpiva soprattutto il fatto che non riconoscevo più le persone come prima. Io ero abituata a sapere chi abitava in ogni appartamento. Sapevo che al terzo piano viveva quella famiglia da tanti anni, che al piano di sotto abitava una signora che conoscevo da sempre. Poi improvvisamente molti di quei riferimenti sono spariti.
La cosa che mi incuriosiva era capire chi fossero queste persone nuove. Mi domandavo quale fosse la loro storia, perché fossero arrivate proprio lì, come si fossero trovate nel nostro quartiere. Da donna che passa molto tempo in casa, osservavo molto. Non mi interessavano solo i cambiamenti esterni: volevo capire le persone.
Col tempo ho visto che anche la comunicazione migliorava. Chi arrivava imparava meglio la lingua italiana, noi imparavamo a conoscere il loro modo di fare. Bastava spesso iniziare con un saluto, una piccola conversazione sulle scale o un aiuto per qualcosa di pratico. Le distanze che all’inizio sembravano grandi, con il tempo si riducevano.
Con il tempo ho visto che la vita quotidiana era molto simile a quella di tutti. C’erano genitori che accompagnavano i figli a scuola, persone che uscivano presto per lavorare, famiglie che cercavano una vita tranquilla. I problemi erano spesso gli stessi: il lavoro, la casa, i figli, le spese, la necessità di trovare un equilibrio nella vita di tutti i giorni.
Naturalmente le differenze non sono sparite completamente. Vivere insieme significa anche imparare ad accettare modi diversi di fare le cose. A volte c’erano discussioni, come succede in qualsiasi condominio, ma molte nascevano proprio dal fatto che persone con esperienze diverse dovevano imparare a conoscersi.
10 anni fa io e mio marito abbiamo iniziato anche a comprare casa,quando il cambiamento era decisamente agli inizi. Abbiamo iniziato a guardare appartamenti, a visitare anche altri condomini, a entrare in realtà diverse dalla nostra. Questa esperienza mi ha fatto notare ancora di più quanto il cambiamento fosse generale. Non era successo solo nel mio palazzo: tanti quartieri stavano diventando più misti, con vecchi abitanti e nuove famiglie che vivevano fianco a fianco.
Nel frattempo il nostro condominio continuava a cambiare. L’ultima famiglia italiana che conoscevo da tanti anni se n’è andata. Ricordo quel momento perché per me era come chiudere un capitolo: un altro pezzo della storia del palazzo spariva. Poco dopo in quell’appartamento sono arrivati dei congolesi.
Anche questa volta mi sono ritrovata davanti a un nuovo nome, a nuovi volti, a una nuova famiglia da conoscere. Ho pensato a quanto fosse diverso il palazzo rispetto a quando ero arrivata. All’inizio c’erano quasi solo famiglie italiane; poi sono arrivati prima i senegalesi, poi i marocchini, i ghanesi e infine i congolesi.
Ripensando a tutti questi anni, mi accorgo che il cambiamento più grande non è stato solo vedere persone diverse entrare nel palazzo, ma imparare a vivere con modi diversi di parlare, di pensare e di organizzare la vita quotidiana. All’inizio ogni differenza sembrava più grande perché non la conoscevamo. Con il tempo molte cose sono diventate normali.
Io continuo a essere una persona curiosa. Quando vedo qualcuno di nuovo entrare dal portone mi viene ancora spontaneo chiedermi chi sia, da dove venga e quale sia la sua storia.
Quando sono arrivata qui, il condominio era quasi tutto italiano. Sul citofono c’erano cognomi che ormai erano familiari. C’erano famiglie che abitavano qui da tanti anni, anziani che avevano visto nascere il quartiere, coppie giovani che avevano comprato casa e crescevano i figli.
Io ero spesso in casa e quindi mi accorgevo di tutto. Sentivo quando un appartamento veniva svuotato, quando arrivava un camion per un trasloco, quando compariva un nuovo nome sul campanello. All’inizio i cambiamenti erano pochi e sembravano normali: una famiglia che andava via, un’altra che arrivava.
Il primo cambiamento importante l’ho visto quando è arrivata una famiglia dal Senegal. Ricordo che per noi era una novità. Non eravamo abituati a vedere persone provenienti da così lontano entrare nel nostro palazzo. All’inizio li osservavo con curiosità: mi chiedevo chi fossero, da quanto tempo fossero in Italia, che lavoro facessero.
I primi tempi non era sempre facile comunicare. Alcune parole non si capivano, alcune informazioni semplici diventavano complicate da spiegare. Anche una cosa banale, come parlare delle regole del condominio, di una riunione o di un problema nelle parti comuni, poteva richiedere più tempo. A volte ci si aiutava con gesti, con poche parole, con la pazienza di ripetere le cose in modo diverso.
Poi ho iniziato a vederli nella vita di tutti i giorni. Li incontravo sulle scale, li vedevo uscire, rientrare, portare la spesa. Piano piano quelle persone che all’inizio erano sconosciute sono diventate vicini con cui condividere il palazzo.
Dopo di loro sono arrivate altre famiglie. Sono arrivati alcuni marocchini, poi persone provenienti dal Ghana. Piano piano il palazzo ha iniziato ad avere un aspetto diverso. I nomi sui citofoni cambiavano, le voci nelle scale cambiavano, anche le lingue che si sentivano nel cortile erano diverse.
Con l’arrivo di persone con culture diverse sono cambiate anche alcune abitudini. Alcune cose che per noi erano normali, per altri non lo erano, e viceversa. Il modo di vivere gli spazi comuni, il rapporto con i vicini, il modo di organizzare la vita familiare potevano essere diversi. A volte bastava poco per creare un’incomprensione: un rumore interpretato in modo diverso, una regola del condominio non conosciuta, un modo diverso di usare il cortile o le parti comuni.
Ricordo che all’inizio mi colpiva soprattutto il fatto che non riconoscevo più le persone come prima. Io ero abituata a sapere chi abitava in ogni appartamento. Sapevo che al terzo piano viveva quella famiglia da tanti anni, che al piano di sotto abitava una signora che conoscevo da sempre. Poi improvvisamente molti di quei riferimenti sono spariti.
La cosa che mi incuriosiva era capire chi fossero queste persone nuove. Mi domandavo quale fosse la loro storia, perché fossero arrivate proprio lì, come si fossero trovate nel nostro quartiere. Da donna che passa molto tempo in casa, osservavo molto. Non mi interessavano solo i cambiamenti esterni: volevo capire le persone.
Col tempo ho visto che anche la comunicazione migliorava. Chi arrivava imparava meglio la lingua italiana, noi imparavamo a conoscere il loro modo di fare. Bastava spesso iniziare con un saluto, una piccola conversazione sulle scale o un aiuto per qualcosa di pratico. Le distanze che all’inizio sembravano grandi, con il tempo si riducevano.
Con il tempo ho visto che la vita quotidiana era molto simile a quella di tutti. C’erano genitori che accompagnavano i figli a scuola, persone che uscivano presto per lavorare, famiglie che cercavano una vita tranquilla. I problemi erano spesso gli stessi: il lavoro, la casa, i figli, le spese, la necessità di trovare un equilibrio nella vita di tutti i giorni.
Naturalmente le differenze non sono sparite completamente. Vivere insieme significa anche imparare ad accettare modi diversi di fare le cose. A volte c’erano discussioni, come succede in qualsiasi condominio, ma molte nascevano proprio dal fatto che persone con esperienze diverse dovevano imparare a conoscersi.
10 anni fa io e mio marito abbiamo iniziato anche a comprare casa,quando il cambiamento era decisamente agli inizi. Abbiamo iniziato a guardare appartamenti, a visitare anche altri condomini, a entrare in realtà diverse dalla nostra. Questa esperienza mi ha fatto notare ancora di più quanto il cambiamento fosse generale. Non era successo solo nel mio palazzo: tanti quartieri stavano diventando più misti, con vecchi abitanti e nuove famiglie che vivevano fianco a fianco.
Nel frattempo il nostro condominio continuava a cambiare. L’ultima famiglia italiana che conoscevo da tanti anni se n’è andata. Ricordo quel momento perché per me era come chiudere un capitolo: un altro pezzo della storia del palazzo spariva. Poco dopo in quell’appartamento sono arrivati dei congolesi.
Anche questa volta mi sono ritrovata davanti a un nuovo nome, a nuovi volti, a una nuova famiglia da conoscere. Ho pensato a quanto fosse diverso il palazzo rispetto a quando ero arrivata. All’inizio c’erano quasi solo famiglie italiane; poi sono arrivati prima i senegalesi, poi i marocchini, i ghanesi e infine i congolesi.
Ripensando a tutti questi anni, mi accorgo che il cambiamento più grande non è stato solo vedere persone diverse entrare nel palazzo, ma imparare a vivere con modi diversi di parlare, di pensare e di organizzare la vita quotidiana. All’inizio ogni differenza sembrava più grande perché non la conoscevamo. Con il tempo molte cose sono diventate normali.
Io continuo a essere una persona curiosa. Quando vedo qualcuno di nuovo entrare dal portone mi viene ancora spontaneo chiedermi chi sia, da dove venga e quale sia la sua storia.
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