Martini e champagne

di
genere
pissing

Sorseggio un Martini mentre, seduto di fronte a me, il tizio che ho conosciuto ad un congresso continua ostinato a raccontare cose che non memorizzerò. Rifiuto categoricamente di dedicare foss’anche solo un briciolo della mia memoria a qualcosa che sia prodotta dalle meningi di questo tale e mentre penso a quale scusa sia più efficace per liquidarlo al più presto, fingo maldestramente interesse annuendo a casaccio.
Che spreco, però. L’outfit di questa sera avrebbe decisamente meritato una cornice migliore, specie perché ho indossato delle deliziose mutandine che sono tutte un capriccio di pizzi e arabeschi che mi s’insinuano con civettuola grazia fra i glutei e mi stuzzicano appena le labbra con la loro carezza di seta.
Lui continua a parlare. Tiene moltissimo a fornire indizi significativi circa l’abbondanza delle sue sostanze. Forse, spera così di riuscire a scoparmi.

La sala principale di questo locale storico del centro è un tripudio di decorazioni Art Nouveau e, strizzando un po’ gli occhi per imbrogliarli circa l’abbigliamento degli avventori, decisamente in contrasto con i canoni del Liberty, ci si può quasi convincere d’aver fatto un balzo indietro nel tempo.
È proprio per questo che vengo qui così spesso, a respirarne l’eleganza sinuosa ed eclettica.

Sorseggio il mio drink riflettendo sulla simbologia esplicitamente esoterica del mio bicchiere.
Un triangolo con il vertice rivolto verso il basso. Il sacro femminino. La Madre Terra. La coppa d’ambrosia che spero mi faccia girare la testa abbastanza da dimenticare in fretta questo ammorbante individuo. Il segnale di precedenza. Crash!

D’un tratto, però, la serie sconnessa dei miei pensieri che saltellano qua e là, viene interrotta da una sensazione netta, che sembra irraggiarsi in tutta me.
Mi accorgo d’essere osservata.
Un ragazzo che avrà poco più di vent’anni sembra fissarmi ostinatamente. Seduto al centro di un numeroso gruppo di amici, non è partecipe dell’entusiasmo della vivace combriccola, evidentemente intenta a festeggiare il successo di un neolaureato ancora cinto d’alloro.
Siede composto, con la schiena poggiata alla poltroncina. Le maniche della camicia rivoltate sugli avambracci abbronzati. Ha i capelli chiari, di media lunghezza, con la riga di lato. Lo si direbbe un damerino. Di certo, ben si confà all’eleganza retrò del locale.

Colta di sorpresa, un lieve imbarazzo mi tinge le gote, così mi sistemo con grazia sulla seggiola e sorbisco un altro sorso di Martini, prestando per la prima volta un minimo di attenzione al mio interlocutore. Devo concentrarmi su qualcosa che mi distolga dal pensiero di essere osservata. Dopotutto, potrei anche aver preso un abbaglio ed essermi lasciata trasportare dall’immaginazione.
Ascolto la cronaca delle vacanze invernali a Gstaad, ma ben presto la curiosità prende a tormentarmi ed a nulla servono i miei tentativi di ricacciare indietro l’ostinato tarlo.
Devo voltarmi e verificare.
Fingendo disinvoltura, sistemo una ciocca di capelli dietro l’orecchio ed approfitto del movimento per lanciare un’occhiata in direzione del ragazzo.
È lì e continua a guardarmi. Braccia conserte, lo sguardo punta dritto nella mia direzione.

La sua sfacciataggine mi sorprende, ma nel suo sguardo non leggo l’impertinenza acerba di un ragazzino, bensì qualcosa di più profondo.
Ed è la ragione per cui quello sguardo mi turba.
Non mi sta radiografando come fanno abitualmente i ragazzetti mentre cammino per strada. Si direbbe quasi che mi stia contemplando.
Torno alla conversazione, partecipandovi con qualche intermezzo di circostanza e provvedo, nell’arco del quarto d’ora seguente, a verificare ancora un paio di volte lo sviluppo della situazione a ponente, che resta invariata.

Interrogo, dunque, la mia coppa di Martini e, accomiatandomi momentaneamente dal mio accompagnatore, mi dirigo verso la toilette, volgendo un breve sguardo al ragazzo.

La sala da bagno di questo locale è ampia ed elegante, tuttavia le toilettes sono soltanto due, una riservata alle signore ed una per i gentiluomini.
Scosto la porta della toilette pour dames e ne varco la soglia, attendendo qualche momento prima di girare il chiavistello.
L’eco di un passo incerto raggiunge la stanza e mi basta scostare appena la porta perché lui vi si affacci.

«Entra, spicciati.»
Non se lo fa certo ripetere.
«Mi osservi almeno da un’ora.»

«Lei… Lei è bellissima.»
Sorrido del fatto che si rivolga a me con il lei e senza replicare sollevo il vestito.

Raccolgo il tessuto fra le dita, portandolo sino alla vita e poi abbasso le mutandine, facendole scivolare lungo le cosce sino all’altezza delle ginocchia.
Lui mi guarda immobile, la schiena poggiata sulla parete come se in quell’istante gli occorresse un sostegno per riuscire a rimanere in piedi.

Quando gli dico di avvicinarsi, immediatamente fa un passo verso di me, colmando l’intera distanza fra noi.
Ora che l’ho di fronte noto quanto sia bello.
Occhi celesti, un ampio torso e muscoli nervosi che guizzano sotto la camicia ad ogni movimento; il fisico atletico ed i suoi tratti gentili lo fanno apparire come un novello David in carne ed ossa.

Prendo la sua mano, avvicinandola al mio sesso, e poi mi chino appena, lasciando fluire lentamente un rivolo d’acqua dorata sulle sue dita. Lui non si ritrae, anzi raccoglie il liquido nel palmo prima di consegnarlo alla gravità. Una coppa di champagne, del resto, si maneggia con cura.
I suoi occhi si muovono dalle mie labbra alla vulva e per un istante osa accarezzare il piccolo ciuffo di peli che ho lasciato sul pube.
Quando il gocciolio si arresta, lui sospira.

Poggio la destra sul suo petto a cercare un sostegno e sfilo le mutandine. Gli occhi nei suoi ed il silenzio spezzato soltanto dal ticchettio dei miei tacchi sul pavimento, mentre mi destreggio per liberarmi velocemente della lingerie.
Tolte le mutandine, le uso per asciugare le labbra imperlate della bionda rugiada.
Dopodiché, le avvicino al suo viso, solleticandogli le narici.
La sua erezione esplode prepotente sotto il denim dei calzoni, piazzandosi rigida sul mio ombelico quando mi afferra le natiche per attrarmi a sé. Mi strizza il sedere con ingordigia, tentando di farsi strada verso i miei più intimi orizzonti.
Si china per serrarmi in un bacio famelico e scomposto. Le labbra si cercano con febbrile impazienza, le lingue si avviluppano in un dedalo vorticante di saliva ed ansimi smaniosi.

Fatico a liberarmi dalla sua presa vigorosa, ma mi divincolo dalla stretta ed indietreggio, ricomponendomi.
Osservo la mia immagine riflessa nell’ampio specchio. Rinfresco le dita sotto l’acqua gelida, sistemo i capelli, ravvivo l’abito, recupero dalla borsetta il profumo e ne vaporizzo un poco su polsi e clavicole.
Alle mie spalle, il ragazzo stringe fra le dita le mie mutandine, inalandone ad occhi chiusi l’afrore.

Sollevandomi in punta di piedi, lo bacio sulla guancia e mi chiudo la porta alle spalle.
Credo che il prossimo sorso di Martini sarà particolarmente appagante.
di
scritto il
2026-06-03
3 5 4
visite
3
voti
valutazione
8
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Come piace a Te

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.