Come piace a Te

di
genere
etero

«Me lo metti un dito nel culetto?»
Mi domandi, con la vocetta sottile da gatta in calore. Ancheggi, mentre ti avvicini lentamente, facendo dondolare i fianchi come se fossi una puttana da marciapiede, abituata a mostrare ai passanti la mercanzia. Tette, cosce, culo. Esposti quel tanto che basta per far tirare il cazzo anche ad un eunuco. Ti ci vedrei bene, sul ciglio della strada, con le tette di fuori e le chiappe coperte appena da una gonnellina grande quanto una delle mie pochette da taschino.
Ti faccio cenno di accomodarti sulle mie ginocchia e ti precipiti da me, saltellando sulle punte dei piedi come una bambina che raggiunge entusiasta un regalo da scartare.

«Allora? Me lo metti? Per favore…»
«Troia.»
Mugoli. Anche solo chiamarti puttana ti fa godere. Piccola vacca in calore.

«Tira fuori le tette.»
«Hmmm… Sì, daddy.»
Hai due poppe che sarebbero da mungere. Ti torco un capezzolo, facendoti male.
Gemi, inarcando la schiena. Stai colando, sento il tuo nettare sui pantaloni.
«Strizzale.»
Esegui in silenzio, stringendo le tette fra le dita paffute. Sei bianca come latte, morbida e porca.
Sputo, sporcandoti l’anima ancora una volta.
Raccogli entusiasta la mia saliva e la spalmi sui capezzoli. Le tue grosse areole rosa si tingono di un tono carminio, simile a quello nascosto sotto il cespuglio di peli rossicci della tua fica.
Assesto uno schiaffo sulla tetta sinistra e tu gemi di più, stringi le cosce, ti mordi le labbra e tremi.
Brava bambina, fai la zoccoletta.

«Sulla scrivania.»
Mi guardi felice, sbattendo le lunghe ciglia scure. Sono stati quegli occhi da cerbiatta a farmi venire voglia di scoparti, la prima volta.
Prona, con il culo all’insù, le tette schiacciate sul tavolo dal tuo stesso peso. Sembri un otre votivo, pronto per essere riempito.
Non proferisci parola, attendi.
Muovi un po’ il culo, perché il tuo basso ventre é solleticato dall’eccitazione crescente che non sai trattenere. Piccola, dolce troietta vogliosa.

«Spalanca le cosce, puttanella.»
Ti concedo un assaggio di turpiloquio, che ti attraversa dal cervello alla fica e ritorno, come un impulso nervoso riflesso che t’infiamma da dentro e poi si liquefa, trasformandosi in denso concentrato del succo della tua fica. I tuoi peli rossi, adesso, sono intrisi di goccioline viscose.
Le raccolgo con due dita, che affondano nel soffice cespuglio. L’odore della tua passera mi solletica le narici. Sai di sale e lavanda.
Stai ovulando, lo intuisco dalla copiosa profusione di umori. Ne ho piene le dita, anche se non ti ho penetrata.

Le tue chiappe rotonde disegnano un morbido orizzonte collinare, che si protende a valle in una deliziosa successione di saliscendi.
Il buco del culo, piccolo e rosa, s’insinua fra le natiche lattee come fosse una grotta misteriosa, mistica dimora di un demone antico.
Poi c’è la fica, sormontata dal vello imbrattato di bruma. Una piccola oasi per il fortunato viandante che v’inzupperà la verga.

«Mani sul culo. Apri le chiappe.»
I tuoi polpastrelli affondano nella carne burrosa, i generosi glutei si discostano e dalla passera si protende una via di peluria sottile che mi conduce per mano al tuo peccaminoso bocciolo.
Ci poggio sopra il palmo aperto.
I peli mi solleticano, poi la mia pelle aderisce alla tua. Il tuo buco del culo nella mia mano.
Spingo appena, mentre il calore intrappolato fra il palmo e il tuo culo s’intensifica.
Poi ti colpisco. Uno schiaffo sul perineo, lesto e crudele. Brucia, lo so. Emetti un gemito strozzato e dai peli della fica si allunga un filamento trasparente che resta lì appeso come una ragnatela incompiuta, intrisa di rugiada.
Meriteresti d’essere immortalata in quest’istante di assoluta bellezza, in cui sei come una giunonica e lussuriosa dea della fertilità e del peccato. Femmina e puttana, sei santa e tentatrice. Prendi, succhi via l’anima dai cazzi e dai cuori. Vogliosa troietta da monta.

Ancora una volta, infilo le dita nel soffice cespuglio da cui sorge un inebriante afrore.
Questa volta, però, mi spingo più avanti, facendomi spazio fra le labbra paffute ed infilandomi nell’antro bollente del tuo ventre godurioso.
Le dita scivolano con tale facilità che sembra tu le stia risucchiando. Due non ti bastano, ne serve una in più.
Affondo in profondità, arpionando la parete ventrale della tua succosa vagina. Spingo. Spingo con le dita e ti massaggio. Tamburello con i polpastrelli come se dentro di te ci fossero i tasti di un pianoforte da accordare. Ed in effetti tu produci in risposta una sinfonia disordinata di note, che senza tregua si posano sulle tue labbra. Mugoli, gemi, grugnisci, miagoli. Il repertorio di lamenti del tuo godimento è a dir poco sublime.
Un ultimo affondo e poi sfilo le dita dalla tua passera che è diventata bollente.
Tenti di protestare, ma ti zittisco con una sculacciata.
Sussulti, ti ritrai. Sulla natica sta già comparendo l’alone delle mie dita.

«Silenzio. E apri quel culo.»
Ubbidisci docile, posizionando di nuovo le mani sui glutei. Il tuo culo sta già cominciando a sorridere. Lavorarti la passera ha fatto felice anche lui, che inizia a dischiudersi.
È giunto il momento di accontentarti e metterti un dito in culo, come avevi chiesto.
Lo farò piano. Con cura.
Prima, una carezza, poggiata al centro del tuo fondoschiena, dal coccige alla fica.
Poi, un amorevole corteggiamento delle sottili grinze che ti decorano il pertugio. L’indice le massaggia, umettandole con le secrezioni del tuo piacere, che raccolgo dal tuo sesso grondante.
È una danza ipnotica, un rituale ancestrale. In questo momento, mentre ti lavoro il buco del culo, una tribù indigena sta danzando in cerchio attorno al fuoco proprio come io rincorro senza sosta la tratta concentrica che conduce alle tue viscere.
I tuoi fianchi ondeggiano, le dita afferrano più saldamente le natiche e cominci ad implorare affinché ti penetri il culo.
Ti volti a guardarmi, sul viso il capriccio imbronciato di chi si trova ad un passo dal limbo del piacere che annulla ragione e sentimento. Ti faresti prendere il culo da chiunque, ora, pur di appagare le tue pulsioni ormai prossime a tracimare.

«Puttana. Meravigliosa puttana.»
Te lo sussurro all’orecchio in un sibilo, mentre spingo in te la prima falange e tu tremi. Il tuo sfintere si contrae sul dito, così prendo a ruotarlo, aprendoti piano.
Rapidamente ti ammorbidisci, ammansita da qualche carezza che apre la via del tuo culo da troia. Lo spingo dentro tutto, scivola in te facendosi largo fra le tue viscere, sino alla fine della corsa, dove di nuovo ti allargo spingendo sulle pareti con movimenti circolari.
Poi torno indietro. Esco. Il tuo culo si chiude.
Appoggio di nuovo e si apre ubbidiente.
Metto dentro solo la prima falange. Esco ancora. Rientro. Esco e rientro. Ancora ed ancora.
La maggior parte dei tuoi recettori è qui, all’ingresso del tuo culo, dunque occorre accertarsi di non trascurare nessuno di loro.
La tua fica sbrodola, sei così fradicia che i tuoi peletti rossi si potrebbero strizzare.
Ti schiaffeggio la passera, che canta in un allegro sciacquettio.
È il momento di un altro dito, così l’indice si aggiunge al medio. Infilo. Mi fermo. Le pareti si assestano in fretta, ormai il tuo culo ha firmato una resa incondizionata.
Allargo le dita mentre ti sono dentro e il culo le asseconda, spalancando oscenamente il nero abisso del peccato, in cui devo necessariamente far affondare la mia saliva, sputandoci dentro e poi accompagnandoti per chiudere un momento le chiappe affinché il tuo culo la inghiottisca per bene.
Avevi detto di volere un dito nel culo, dunque non ti concederò di bearti del piacere della mia lingua che ti lappa culo e fica, succhiando avidamente ogni goccia di te.
Continuo, invece, a sodomizzarti con le dita. Senza tregua.
Ti stantuffo il buco del culo e tu gemi forte, godi come una cagna. Le tue ginocchia tremano, la schiena s’inarca mentre pronunci frasi sconnesse.
Il demone che ti vive dentro ora ti possiede. Era questo che volevi, che io lo liberassi ficcandoti due dita in culo.
Ti stai contorcendo e reciti una litania eretica di preghiere che si diffonderanno sino agli angoli più remoti del girone dei lussuriosi.
Infine, tracimi. La fica schizza, il culo esplode di contrazioni ritmiche che sembrano volermi divorare le dita e con la più liberatoria e catartica delle imprecazioni ti accasci sfinita sulla scrivania.

La piccola pozzanghera che è sotto di te sta, a poco a poco, inzuppando il tappeto.
Ne raccolgo un assaggio e te lo porto alle labbra.
Lecchi, con gli occhi ancora chiusi ed il respiro che lentamente ritrova il ritmo consueto.
Un’ultima sculacciata ti ridesta per un momento.
«Grazie, amore.» bisbigli, prima di addormentarti.
di
scritto il
2026-06-02
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