Grazia
di
ADES
genere
dominazione
Da tempo sono cultore di racconti erotici, ma purtroppo è diventato difficile trovarne di interessanti. In tanto scrivono 4 righe senza costruzione della storia, senza dettagli, senza fantasia. Per gli amanti ho deciso di pubblicare alcuni racconti, a mio giudizio interessanti, raccolti nel tempo. Premetto che non ne sono l'autore, ma un semplice divulgatore. Se qualcuno riconosce un suo scritto o semplicemente interessato a scambio opinioni.
Conoscevo la signora Patrizia ormai da molto tempo, più o meno da quando io e sua figlia Valentina eravamo divenute amiche inseparabili, prima durante gli anni del liceo, poi all'Università, ma per qualche strana ragione non ero mai riuscita ad entrare in confidenza con lei, ed anzi ogni volta che mi capitava di incontrarla finivo inevitabilmente per sentirmi tesa e in imbarazzo, scoprendomi come intimorita e preoccupata dalla sua presenza. Sarà forse stato per quel suo aspetto altero e inappuntabile, o per quello sguardo glaciale con cui invariabilmente mi accoglieva, ma ogni visita in casa di Valentina si trasformava per me in una sorta di calvario, in un continuo tentativo di evitare qualsiasi confronto con una persona che per qualche misteriosa ragione riusciva costantemente a turbare il mio stato d'animo.
Fu con questa ormai abituale sensazione di disagio, dunque, che entrai nella sua casa anche quel freddo e piovoso pomeriggio di Novembre, con l'intenzione di passare l'intera giornata a studiare insieme a Valentina.
"Ciao Grazia, accomodati pure" mi accolse invece lei, con un tono di voce stranamente vivace.
"Buonasera!" risposi io, come sempre esitante nel rivolgermi a quella donna tanto rigida e austera, "Valentina é in camera?"
"No, Valentina, non c'é... é dovuta partire improvvisamente... il suo ragazzo aveva un colloquio di lavoro fuori città e le ha chiesto di accompagnarla. Avrebbe voluto avvisarti, ma abbiamo il telefono rotto, così mi ha detto di aspettarti a casa, in modo da spiegarti tutto".
"Ah, ho capito..." dissi io, un po' seccata per il comportamento della mia amica e soprattutto infastidita dall'idea di dover riattraversare la città nel traffico caotico delle giornate di pioggia, "...allora posso anche tornare a casa!"
"Ma no! Guarda che nubifragio!" fece Patrizia scostando un po' le tende per mostrarmi il temporale che, effettivamente, sembrava farsi sempre più intenso. "Non ti lascio tornare a casa con questo tempo! A questo punto ti conviene rimanere a studiare qui, io non ti darò alcun fastidio... ti metti di là nel mio studio e fai tutto quello che vuoi..."
"Ma, io non so se..."
"Niente 'ma', ormai é deciso: rimani qui e te ne torni a casa stasera, sempre che il tempo sia migliorato." concluse lei, senza darmi la possibilità di oppormi.
Rimasi a studiare nel suo studio per circa tre ore, senza che venisse mai ad interrompermi, poi feci una piccola pausa per andare in bagno, e al mio ritorno la trovai seduta su una poltrona ad attendermi. Notai immediatamente che si era cambiata d'abito e al posto del casto tailleur marrone con cui mi aveva ricevuta, indossava ora una gonna di pelle nera, appena più alta del ginocchio, e una maglia grigia molto attillata che esaltava il suo corpo ancora snello e atletico, nonostante i cinquant'anni ormai raggiunti. Ai piedi non portava più dei semplici decolté di cuoio ma un paio di stivali, anche quelli di pelle nera, lucidissimi e dal tacco piuttosto alto, che le stavano sorprendentemente bene. In effetti niente nel suo abbigliamento poteva dirsi in astratto adatto o appropriato per una donna di quell'età, eppure quella mise, arricchita ed esaltata dai lunghi e voluminosi capelli biondi e da una pelle perfettamente abbronzata, la rendeva estremamente elegante e sensuale.
"Se deve uscire, me ne vado subito" dissi, cercando di nascondere la tensione che subito mi aveva colta nel vederla seduta lì.
"Non mi sono vestita così per uscire!" rispose lei alzandosi e camminando nella mia direzione "mi sono vestita così per te!".
"Come dice, mi scusi?" chiesi io, tremante come una foglia, mentre lei continuava a girarmi intorno, squadrandomi dall'alto in basso con lo sguardo gelido e irremovibile dei suoi occhi verdi.
"Ma dai, Grazia, non fare l'ingenua, per favore!" mi rimproverò lei. "Sono anni che ti osservo ormai, che spio i tuoi sguardi, i tuoi gesti, le tue parole, sono anni che ho capito perfettamente quello che stai cercando e che aspetto l'occasione propizia per dirti che sono io la persona di cui hai bisogno!"
"Ma c-cosa sta dicendo?" balbettai senza riuscire a mascherare lo strano miscuglio di paura e eccitazione che mi aveva improvvisamente attanagliato.
Patrizia mi guardò e sorrise. "Sei molto carina, sai" disse poi. "Con quella figura esile, con quel naso e quel sedere all'insù, come una francesina Ö e poi hai fatto bene a tagliarti i capelli, e te li sei anche un po' schiariti non é vero?". Io annuii. "Infatti, mi sembravano un po' più biondi" continuò lei, "e ti stanno decisamente meglio, perché hai un collo bellissimo, così bianco e invitante Ö e poi così si esaltano i tuoi occhi azzurri, questi occhi così dolci, malinconici, remissivi, io ho qualcosa per te, qualcosa che ti devi assolutamente mettere, perché sono sicura che ti starà benissimo!".
"Cos'é?" domandai, completamente stordita da quell'incredibile situazione.
"Be, questa é una sorpresa" rispose, lei calmissima, quasi allegra. "Chiudi gli occhi!".
"Come?"
"Ti ho detto di chiudere gli occhi, se no che sorpresa é?"
Senza sapere bene perché assecondai quel bizzarro desiderio, cercando nel frattempo di capire perché non me ne fossi ancora andata, perché si stesse facendo strada dentro di me una sorta di morboso e inquietante piacere nel trovarmi partecipe di quel gioco delle parti.
Ascoltai i suoi tacchi allontanarsi e poi ritornare verso di me, quindi sentii qualcosa di rigido intorno al collo, qualcosa che si strinse fino quasi a togliermi il respiro.
Aprii gli occhi e un attimo dopo trovai difronte a me uno specchio, che Patrizia reggeva, guardandomi compiaciuta.
"Hai visto che avevo ragione: ti sta d'incanto, non devi toglierlo mai!" disse, sfiorando con le dita l'enorme collare di pelle e di metallo che mi aveva subdolamente costretto ad indossare.
Io rimasi come paralizzata, senza riuscire a proferire una parola.
"Lo so che ti piace" disse lei, scivolando alle mie spalle e prendendomi per i capelli. "Lo so che sei sempre più eccitata, che vorresti aver la forza di reagire, fuggendo via sconvolta e schifata e invece non ci riesci, che ti senti ormai irrimediabilmente conquistata, attratta, catturata". "Non cercare di resistere, Grazia" continuò, accentuando la sua stretta, "lasciati andare, abbandonati, asseconda la tua natura, il tuo istinto, perché é questo ciò che intimamente vuoi, lo so io, e lo sai anche tu.. non é vero?"
Seguì un lungo e indescrivibile silenzio. La sua mano sinistra continuava a serrare i miei capelli come in una morsa, mentre la destra aveva preso a percorrere il mio corpo, finendo poi per chiudersi a tenaglia all'altezza della mia fichetta che scoprii completamente bagnata. Sussultai per il dolore, e poi feci ciò che mi era stato richiesto: mi abbandonai a me stessa, svelai finalmente la mia più intima e nascosta essenza.
"Sì" dissi "é questo ciò che voglio, Signora".
Mi disse di spogliarmi, poi, quando mi furono rimasti addosso soltanto gli slip e il collare, mi ordinò di mettermi a quattro zampe "come una cagnetta ubbidiente" e di leccare i suoi stivali. Esitai un po' ad eseguire l'ordine e lei mi colpì violentemente con uno schiaffo, così presi a baciare e succhiare avidamente le sue estremità, avendo cura di non privare nessun centimetro di quel cuoio della pulizia offerta dalla mia lingua.
"Adesso mettiti in ginocchio, troietta!", mi disse Patrizia, quando si ritenne soddisfatta, o solo annoiata, dal mio lavoro da lustrascarpe umano. Una volta che mi fui inginocchiata, mi legò le caviglie e i polsi dietro la schiena, per poi unirli tra loro con un'altra corda, costringendomi così in una scomoda e dolorosa posizione inarcata; quindi estrasse da un cassetto una mascherina di pelle nera e mi bendò gli occhi.
Per un po' non successe niente, come se la mia padrona stesse riflettendo su come completare la sua opera, poi un calcio ben assestato mi costrinse ad aprire le gambe, e subito dopo sentii le dita di Patrizia attorcigliare i miei slip fino a farli divenire una specie di corda che mi fece passare nella figa e nel sedere. Passò ancora qualche secondo, poi urlai nel sentire i miei capezzoli stretti nella morsa inconfondibile di due mollette da bucato. Evidentemente la mia reazione non piacque troppo alla mia inflessibile padrona, perché fui prima raggiunta da due sonori ceffoni in pieno volto e infine punita con l'applicazione di altre due mollette su ciascun seno e altre due alle grandi labbra vaginali. Per impedirmi altre stupide e insignificanti urla si tolse poi gli slip e li infilò nella mia bocca, avendo cura di sigillarla accuratamente con la giusta quantità di nastro isolante.
Mi lasciò così, per un tempo che a me parve interminabile. Poi, quando mi ero ormai convinta di dovermi rassegnare a quella sola, anche se dolorosa, forma di sottomissione, Patrizia ritornò nella stanza.
Alleggerì la mia figa e le mie tette dalla stretta delle mollette, e strappò senza tanti complimenti dalle mie labbra il nastro isolante, liberando la mia bocca dall'ingombrante ma gustoso boccone delle sue mutande usate per prepararla all'incontro con il suo enorme fallo artificiale.
"Adesso vedi di farmi un bel pompino, puttanella!" mi gridò, prima di afferrarmi la testa con entrambe le mani, costringendomi ad accogliere fino in gola quel mostruoso obelisco di gomma. Sempre tirandomi i capelli fino quasi a strapparli, guidò la mia azione con un ritmo vorticoso e forsennato, poi improvvisamente si staccò, colpendomi immediatamente dopo alle spalle e facendomi così finire rovinosamente faccia a terra. Mi calpestò per un po' il viso con il suo piede destro, obbligandomi a leccare la suola del suo stivale, poi mi liberò dalle corde alle caviglie e mi fece alzare. Avevo sempre i polsi bloccati dietro la schiena e la benda di pelle sugli occhi. Patrizia mi fece piegare a novanta gradi, fino a farmi appoggiare il busto sul tavolo, poi mi ordinò di allargare le gambe.
"Sai contare?" mi chiese.
"Sì, Signora", risposi.
"Bene, e allora conta a voce alta" disse, prima di iniziare a colpirmi con quello che credo fosse un gatto a nove code.
Contai trenta scudisciate, mentre sentivo le mie natiche letteralmente in fiamme e i miei occhi invasi da lacrime di dolore, poi la padrona infilò con un colpo secco il suo cazzo di plastica nella mia fica e prese a scoparmi con una violenza e un vigore che mai avevo trovato in un uomo. Mi fece raggiungere l'orgasmo per ben tre volte prima di abbandonare la mia vulva ormai squarciata per dedicare la sua attenzione al ben più stretto orifizio anale, a quel buchetto che mi onorai di aver mantenuto vergine fino a quel giorno.
Usò un lubrificante, non tanto per compassione quanto per facilitare la sua azione, ma il dolore fu egualmente lancinante. Mi sentii invasa, distrutta, sventrata, eppure persino nel mezzo di un'esperienza tanto brutale e sconvolgente, riuscii a provare piacere, quel piacere misterioso e sconvolgente che é prerogativa unica di chi nella vita altro non desidera che vedere il proprio corpo e la propria anima distrutti ed annullati.
"Bene, adesso é il momento di darsi una bella lavata!" disse Patrizia quando si fu appagata del mio corpo, liberando finalmente i miei polsi e restituendo ai miei occhi la vista. Mi condusse in bagno e mi fece sdraiare nella vasca, in posizione supina, quindi si spogliò completamente e si accovacciò su di me, lasciando la sua figa a pochi centimetri di distanza dal mio viso.
"Apri la bocca, cesso!" urlò.
Io non obbedii, spaventata da ciò che stava per fare, e allora lei si girò di scatto e mi sferrò un pugno violentissimo proprio sul clitoride, facendomi quasi svenire dal dolore.
"E adesso apri per bene, troia!" mi ordinò subito dopo, per inondarmi poi, non appena ebbi eseguito quell'ordine tanto perentorio, con la sua colata di orina, calda e interminabile, che sentii riempire la mia bocca e la mia gola, e quindi scivolare giù lungo l'esofago.
Rimase per un po' a fissarmi, forse felice di scoprirmi imperlata e profumata dal suo piscio, poi, con mia grande sorpresa, mi cacciò in pratica da casa sua, costringendomi a rivestirmi in tutta fretta, senza avermi concesso, ovviamente, né il tempo né il permesso di lavarmi; e io me ne andai avvilita e sconsolata, tentando disperatamente di coprirmi il capo per impedire alla pioggia ancora battente di portar via dai miei capelli l'odore acre e penetrante dell'orina di Patrizia, ultimo ricordo di una giornata memorabile e, forse, irripetibile. Ma non appena misi piede in macchina sentii squillare il cellulare, per poi udire subito dopo la mia splendida padrona che di nuovo si rivolgeva a me col suo consueto tono deciso e autoritario: "Valentina ha telefonato dicendo che non torna a dormire, e fuori c'é ancora il temporale, fossi in te me ne tornerei subito in casa!".
Conoscevo la signora Patrizia ormai da molto tempo, più o meno da quando io e sua figlia Valentina eravamo divenute amiche inseparabili, prima durante gli anni del liceo, poi all'Università, ma per qualche strana ragione non ero mai riuscita ad entrare in confidenza con lei, ed anzi ogni volta che mi capitava di incontrarla finivo inevitabilmente per sentirmi tesa e in imbarazzo, scoprendomi come intimorita e preoccupata dalla sua presenza. Sarà forse stato per quel suo aspetto altero e inappuntabile, o per quello sguardo glaciale con cui invariabilmente mi accoglieva, ma ogni visita in casa di Valentina si trasformava per me in una sorta di calvario, in un continuo tentativo di evitare qualsiasi confronto con una persona che per qualche misteriosa ragione riusciva costantemente a turbare il mio stato d'animo.
Fu con questa ormai abituale sensazione di disagio, dunque, che entrai nella sua casa anche quel freddo e piovoso pomeriggio di Novembre, con l'intenzione di passare l'intera giornata a studiare insieme a Valentina.
"Ciao Grazia, accomodati pure" mi accolse invece lei, con un tono di voce stranamente vivace.
"Buonasera!" risposi io, come sempre esitante nel rivolgermi a quella donna tanto rigida e austera, "Valentina é in camera?"
"No, Valentina, non c'é... é dovuta partire improvvisamente... il suo ragazzo aveva un colloquio di lavoro fuori città e le ha chiesto di accompagnarla. Avrebbe voluto avvisarti, ma abbiamo il telefono rotto, così mi ha detto di aspettarti a casa, in modo da spiegarti tutto".
"Ah, ho capito..." dissi io, un po' seccata per il comportamento della mia amica e soprattutto infastidita dall'idea di dover riattraversare la città nel traffico caotico delle giornate di pioggia, "...allora posso anche tornare a casa!"
"Ma no! Guarda che nubifragio!" fece Patrizia scostando un po' le tende per mostrarmi il temporale che, effettivamente, sembrava farsi sempre più intenso. "Non ti lascio tornare a casa con questo tempo! A questo punto ti conviene rimanere a studiare qui, io non ti darò alcun fastidio... ti metti di là nel mio studio e fai tutto quello che vuoi..."
"Ma, io non so se..."
"Niente 'ma', ormai é deciso: rimani qui e te ne torni a casa stasera, sempre che il tempo sia migliorato." concluse lei, senza darmi la possibilità di oppormi.
Rimasi a studiare nel suo studio per circa tre ore, senza che venisse mai ad interrompermi, poi feci una piccola pausa per andare in bagno, e al mio ritorno la trovai seduta su una poltrona ad attendermi. Notai immediatamente che si era cambiata d'abito e al posto del casto tailleur marrone con cui mi aveva ricevuta, indossava ora una gonna di pelle nera, appena più alta del ginocchio, e una maglia grigia molto attillata che esaltava il suo corpo ancora snello e atletico, nonostante i cinquant'anni ormai raggiunti. Ai piedi non portava più dei semplici decolté di cuoio ma un paio di stivali, anche quelli di pelle nera, lucidissimi e dal tacco piuttosto alto, che le stavano sorprendentemente bene. In effetti niente nel suo abbigliamento poteva dirsi in astratto adatto o appropriato per una donna di quell'età, eppure quella mise, arricchita ed esaltata dai lunghi e voluminosi capelli biondi e da una pelle perfettamente abbronzata, la rendeva estremamente elegante e sensuale.
"Se deve uscire, me ne vado subito" dissi, cercando di nascondere la tensione che subito mi aveva colta nel vederla seduta lì.
"Non mi sono vestita così per uscire!" rispose lei alzandosi e camminando nella mia direzione "mi sono vestita così per te!".
"Come dice, mi scusi?" chiesi io, tremante come una foglia, mentre lei continuava a girarmi intorno, squadrandomi dall'alto in basso con lo sguardo gelido e irremovibile dei suoi occhi verdi.
"Ma dai, Grazia, non fare l'ingenua, per favore!" mi rimproverò lei. "Sono anni che ti osservo ormai, che spio i tuoi sguardi, i tuoi gesti, le tue parole, sono anni che ho capito perfettamente quello che stai cercando e che aspetto l'occasione propizia per dirti che sono io la persona di cui hai bisogno!"
"Ma c-cosa sta dicendo?" balbettai senza riuscire a mascherare lo strano miscuglio di paura e eccitazione che mi aveva improvvisamente attanagliato.
Patrizia mi guardò e sorrise. "Sei molto carina, sai" disse poi. "Con quella figura esile, con quel naso e quel sedere all'insù, come una francesina Ö e poi hai fatto bene a tagliarti i capelli, e te li sei anche un po' schiariti non é vero?". Io annuii. "Infatti, mi sembravano un po' più biondi" continuò lei, "e ti stanno decisamente meglio, perché hai un collo bellissimo, così bianco e invitante Ö e poi così si esaltano i tuoi occhi azzurri, questi occhi così dolci, malinconici, remissivi, io ho qualcosa per te, qualcosa che ti devi assolutamente mettere, perché sono sicura che ti starà benissimo!".
"Cos'é?" domandai, completamente stordita da quell'incredibile situazione.
"Be, questa é una sorpresa" rispose, lei calmissima, quasi allegra. "Chiudi gli occhi!".
"Come?"
"Ti ho detto di chiudere gli occhi, se no che sorpresa é?"
Senza sapere bene perché assecondai quel bizzarro desiderio, cercando nel frattempo di capire perché non me ne fossi ancora andata, perché si stesse facendo strada dentro di me una sorta di morboso e inquietante piacere nel trovarmi partecipe di quel gioco delle parti.
Ascoltai i suoi tacchi allontanarsi e poi ritornare verso di me, quindi sentii qualcosa di rigido intorno al collo, qualcosa che si strinse fino quasi a togliermi il respiro.
Aprii gli occhi e un attimo dopo trovai difronte a me uno specchio, che Patrizia reggeva, guardandomi compiaciuta.
"Hai visto che avevo ragione: ti sta d'incanto, non devi toglierlo mai!" disse, sfiorando con le dita l'enorme collare di pelle e di metallo che mi aveva subdolamente costretto ad indossare.
Io rimasi come paralizzata, senza riuscire a proferire una parola.
"Lo so che ti piace" disse lei, scivolando alle mie spalle e prendendomi per i capelli. "Lo so che sei sempre più eccitata, che vorresti aver la forza di reagire, fuggendo via sconvolta e schifata e invece non ci riesci, che ti senti ormai irrimediabilmente conquistata, attratta, catturata". "Non cercare di resistere, Grazia" continuò, accentuando la sua stretta, "lasciati andare, abbandonati, asseconda la tua natura, il tuo istinto, perché é questo ciò che intimamente vuoi, lo so io, e lo sai anche tu.. non é vero?"
Seguì un lungo e indescrivibile silenzio. La sua mano sinistra continuava a serrare i miei capelli come in una morsa, mentre la destra aveva preso a percorrere il mio corpo, finendo poi per chiudersi a tenaglia all'altezza della mia fichetta che scoprii completamente bagnata. Sussultai per il dolore, e poi feci ciò che mi era stato richiesto: mi abbandonai a me stessa, svelai finalmente la mia più intima e nascosta essenza.
"Sì" dissi "é questo ciò che voglio, Signora".
Mi disse di spogliarmi, poi, quando mi furono rimasti addosso soltanto gli slip e il collare, mi ordinò di mettermi a quattro zampe "come una cagnetta ubbidiente" e di leccare i suoi stivali. Esitai un po' ad eseguire l'ordine e lei mi colpì violentemente con uno schiaffo, così presi a baciare e succhiare avidamente le sue estremità, avendo cura di non privare nessun centimetro di quel cuoio della pulizia offerta dalla mia lingua.
"Adesso mettiti in ginocchio, troietta!", mi disse Patrizia, quando si ritenne soddisfatta, o solo annoiata, dal mio lavoro da lustrascarpe umano. Una volta che mi fui inginocchiata, mi legò le caviglie e i polsi dietro la schiena, per poi unirli tra loro con un'altra corda, costringendomi così in una scomoda e dolorosa posizione inarcata; quindi estrasse da un cassetto una mascherina di pelle nera e mi bendò gli occhi.
Per un po' non successe niente, come se la mia padrona stesse riflettendo su come completare la sua opera, poi un calcio ben assestato mi costrinse ad aprire le gambe, e subito dopo sentii le dita di Patrizia attorcigliare i miei slip fino a farli divenire una specie di corda che mi fece passare nella figa e nel sedere. Passò ancora qualche secondo, poi urlai nel sentire i miei capezzoli stretti nella morsa inconfondibile di due mollette da bucato. Evidentemente la mia reazione non piacque troppo alla mia inflessibile padrona, perché fui prima raggiunta da due sonori ceffoni in pieno volto e infine punita con l'applicazione di altre due mollette su ciascun seno e altre due alle grandi labbra vaginali. Per impedirmi altre stupide e insignificanti urla si tolse poi gli slip e li infilò nella mia bocca, avendo cura di sigillarla accuratamente con la giusta quantità di nastro isolante.
Mi lasciò così, per un tempo che a me parve interminabile. Poi, quando mi ero ormai convinta di dovermi rassegnare a quella sola, anche se dolorosa, forma di sottomissione, Patrizia ritornò nella stanza.
Alleggerì la mia figa e le mie tette dalla stretta delle mollette, e strappò senza tanti complimenti dalle mie labbra il nastro isolante, liberando la mia bocca dall'ingombrante ma gustoso boccone delle sue mutande usate per prepararla all'incontro con il suo enorme fallo artificiale.
"Adesso vedi di farmi un bel pompino, puttanella!" mi gridò, prima di afferrarmi la testa con entrambe le mani, costringendomi ad accogliere fino in gola quel mostruoso obelisco di gomma. Sempre tirandomi i capelli fino quasi a strapparli, guidò la mia azione con un ritmo vorticoso e forsennato, poi improvvisamente si staccò, colpendomi immediatamente dopo alle spalle e facendomi così finire rovinosamente faccia a terra. Mi calpestò per un po' il viso con il suo piede destro, obbligandomi a leccare la suola del suo stivale, poi mi liberò dalle corde alle caviglie e mi fece alzare. Avevo sempre i polsi bloccati dietro la schiena e la benda di pelle sugli occhi. Patrizia mi fece piegare a novanta gradi, fino a farmi appoggiare il busto sul tavolo, poi mi ordinò di allargare le gambe.
"Sai contare?" mi chiese.
"Sì, Signora", risposi.
"Bene, e allora conta a voce alta" disse, prima di iniziare a colpirmi con quello che credo fosse un gatto a nove code.
Contai trenta scudisciate, mentre sentivo le mie natiche letteralmente in fiamme e i miei occhi invasi da lacrime di dolore, poi la padrona infilò con un colpo secco il suo cazzo di plastica nella mia fica e prese a scoparmi con una violenza e un vigore che mai avevo trovato in un uomo. Mi fece raggiungere l'orgasmo per ben tre volte prima di abbandonare la mia vulva ormai squarciata per dedicare la sua attenzione al ben più stretto orifizio anale, a quel buchetto che mi onorai di aver mantenuto vergine fino a quel giorno.
Usò un lubrificante, non tanto per compassione quanto per facilitare la sua azione, ma il dolore fu egualmente lancinante. Mi sentii invasa, distrutta, sventrata, eppure persino nel mezzo di un'esperienza tanto brutale e sconvolgente, riuscii a provare piacere, quel piacere misterioso e sconvolgente che é prerogativa unica di chi nella vita altro non desidera che vedere il proprio corpo e la propria anima distrutti ed annullati.
"Bene, adesso é il momento di darsi una bella lavata!" disse Patrizia quando si fu appagata del mio corpo, liberando finalmente i miei polsi e restituendo ai miei occhi la vista. Mi condusse in bagno e mi fece sdraiare nella vasca, in posizione supina, quindi si spogliò completamente e si accovacciò su di me, lasciando la sua figa a pochi centimetri di distanza dal mio viso.
"Apri la bocca, cesso!" urlò.
Io non obbedii, spaventata da ciò che stava per fare, e allora lei si girò di scatto e mi sferrò un pugno violentissimo proprio sul clitoride, facendomi quasi svenire dal dolore.
"E adesso apri per bene, troia!" mi ordinò subito dopo, per inondarmi poi, non appena ebbi eseguito quell'ordine tanto perentorio, con la sua colata di orina, calda e interminabile, che sentii riempire la mia bocca e la mia gola, e quindi scivolare giù lungo l'esofago.
Rimase per un po' a fissarmi, forse felice di scoprirmi imperlata e profumata dal suo piscio, poi, con mia grande sorpresa, mi cacciò in pratica da casa sua, costringendomi a rivestirmi in tutta fretta, senza avermi concesso, ovviamente, né il tempo né il permesso di lavarmi; e io me ne andai avvilita e sconsolata, tentando disperatamente di coprirmi il capo per impedire alla pioggia ancora battente di portar via dai miei capelli l'odore acre e penetrante dell'orina di Patrizia, ultimo ricordo di una giornata memorabile e, forse, irripetibile. Ma non appena misi piede in macchina sentii squillare il cellulare, per poi udire subito dopo la mia splendida padrona che di nuovo si rivolgeva a me col suo consueto tono deciso e autoritario: "Valentina ha telefonato dicendo che non torna a dormire, e fuori c'é ancora il temporale, fossi in te me ne tornerei subito in casa!".
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