La secchiona e lo spogliatoio

di
genere
prime esperienze

Al liceo mi ero fatto amica la secchiona della classe: Federica, una ragazza decisamente bruttina e veramente molto in carne. Secondo il più classico degli stereotipi, andava benissimo in tutte le materie ma era incapace di socializzare ed il suo aspetto non l’aiutava di certo: era bassa, rotonda, con un corpo morbido e abbondante che non attirava gli sguardi dei ragazzi.

Io però, un po’ per pietà e un po’ perché mi faceva comodo copiare da lei durante le verifiche, le ero diventato amico. Ogni tanto ci scrivevamo, negli intervalli chiacchieravamo. Era colta, intelligente, ma un’educazione troppo rigida la rendeva noiosa o almeno così mi sembrava.

Dopo qualche mese, però, iniziai a notare che sotto quella facciata stava crescendo un’ossessione per il sesso. Finivamo spesso a parlare di chi scopava con chi, di che dimensioni avessero i cazzi dei nostri compagni, di come lo facessero. Aveva addirittura stilato una classifica di chi, secondo lei, doveva scopare meglio. Era particolarmente fissata con la lunghezza del cazzo: «Ahmed è di colore, deve averlo enorme: almeno venti centimetri! Mi piacerebbe tanto vederlo» mi aveva confidato.

Un giorno le dissi che un modo c’era.

Prima dell’ora di ginnastica i ragazzi si cambiavano in uno spogliatoio che aveva delle finestrelle alte che davano sul cortile. Salendo su un muretto e gattonando in un piccolo pertugio si poteva arrivare all'altezza giusta per sbirciare. Lo sapevo perché l’anno prima le ragazze usavano quello spogliatoio e alcuni miei compagni le avevano spiate.

Prima dell’ora di ginnastica accompagnai Federica sul retro. Quando arrivammo al muretto mi resi conto del problema: era troppo pesante per salire da sola. La spinsi da sotto, mettendole una mano direttamente sotto quel culone enorme che i leggings neri contenevano a stento. Le mie dita affondarono nella sua carne calda.

«Cosa tocchi, porco!» sbuffò lei mentre ansimava per lo sforzo con il viso paonazzo.

«Scusa, non volevo» risposi, sentivo chiaramente il calore e la cedevolezza di quel culo abbondante e non avrei voluto mollare la presa ma finalmente lei riuscì a tirarsi su, rotolando quasi dentro il pertugio e scomparve gattonando.

Entrai nello spogliatoio, aprii la finestrella come promesso e mi cambiai insieme agli altri. Solo in quel momento mi resi conto che anch'io mi sarei dovuto spogliare davanti a lei. Provai un leggero imbarazzo, ma sperai si non essere il centro della sua attenzione.

Mentre mi spogliavo, però, iniziai a guardarmi intorno con occhi diversi: confrontavo i cazzi dei miei compagni. Nessuno mi sembrò particolarmente impressionante, Neanche Ahmed. Non capivo tutto quel suo entusiasmo.

Finito di cambiarmi uscii in cortile per la lezione di pallavolo e poco dopo arrivò anche lei. Era sudatissima. La tuta aderente le segnava il corpo: le tette enormi, pesanti e cadenti, ballonzolavano a ogni movimento, mentre il culone e le cosce grosse tremolavano sotto il tessuto. C’era qualcosa di primitivo, di animalesco, in quella carne abbondante e lucida di sudore. Per la prima volta mi sorpresi a immaginarmela nuda, a pensare a quanto dovessero essere grandi e morbide quelle tette, a come sarebbe stato affondarci la faccia in mezzo o stringerle con entrambe le mani.

Il cazzo mi diventò duro all'istante. Sentivo l’asta premere dolorosamente contro i pantaloncini.

«Cazzo, non posso farmi vedere così» pensai.

Tornai di corsa nello spogliatoio ormai vuoto. Mi misi nel loculo del gabinetto, tirai fuori il cazzo gonfio e iniziai a segarmelo con forza, immaginando di averlo infilato tra le chiappe sudate di Federica.

Stavo per venire quando sentii la porta dello spogliatoio aprirsi.

«Marco? Sei qui? Tutto bene?»

Era lei.

Con il cuore a mille mi tirai su i pantaloncini alla meglio; appena lei mi vide però abbassò subito lo sguardo sul rigonfiamento che mal celato compariva dai pantaloncini.

«Porca troia… non mi sembrava così grosso quando eri nudo prima» disse con voce bassa, quasi stupita. «Perché sei qui dentro da solo?»

«Secondo te, Federica? Non posso uscire con questo coso e smettila di guardarmi così!» le dissi facendo evidenti gesti nella direzione del cazzo.

Lei sorrise, divertita e ribatte pronta:

«Ti ho visto nudo prima e ora ti vergogni? Sei strano. Ma poi perché ti è venuto duro?»

«Ma così è diverso, siamo solo io e te e mi sembra strano se me lo guardi.»

« Ora ho capito, lo hai duro perché prima ti sei eccitato a mettermi la mano sul culo, ed ecco anche perché mi guardavi mentre giocavo a pallavolo. Non credevo ci fosse qualcuno così sfigato da farsi piacere le ciccione come me» il tono era più provocatorio che triste.

Questa breve conversazione mi stava sfiancando: il cazzo non accennava a sgonfiarsi per la presenza di Federica a cui attraverso la tuta vedevo spuntare due capezzoloni larghi e grossi e mi raggiungeva un odore di sudore carico di quella componente erotica primitiva che mi aveva eccitato in primo luogo. Non sapevo come sbloccare la situazione, volevo al tempo stesso che se ne andasse e che rimanesse.

Poi, con voce più bassa e un po’ incerta, chiese:

«Me lo fai vedere?»

«Me l’hai già visto.»

«Sì, ma ora è duro, è diverso. Voglio vederlo così.»

Quell'ammissione, unita al modo in cui le sue tette ondeggiavano mentre si avvicinava, mi fece cedere.



Tirai giù i pantaloncini e le mutande. Il cazzo schizzò fuori, duro, dritto, con la cappella lucida e gonfia.

Federica spalancò gli occhi.

chiesi quasi sarcastico

«Cazzo… è proprio bello. Dritto, pulito, sembra quasi disegnato.»

Tirò fuori il telefono e mi fece due foto.

«Ehi! Ma cosa fai» protestai coprendomi il cazzo.

«Tranquillo, te ne ho già fatte prima e poi non si vede la faccia.»

Non fui molto tranquillizzato da quella frase ma lei si fece ancora avanti e il suo odore pungente mi fece girare la testa e quasi istintivamente mi toccai il cazzo e gli diedi un paio di colpi, ero troppo eccitato.

«Bravissimo toccatelo» mormorò lei, stavolta puntando il telefono per fare un video. «Fammi vedere come ti seghi.»

L’eccitazione ebbe la meglio sul pudore. Iniziai a menarmelo sul serio, con colpi lunghi e decisi, mentre lei mi fissava ipnotizzata.

Dopo un po’ mise via il telefono e allungò la mano grassottella.

«Posso toccartelo?» disse con incertezza: improvvisamente le era scomparsa tutta la fiducia che aveva dimostrato; era per lei un'esperienza nuova e doveva esserne intimorita.

Le presi il polso e guidai la sua mano sulla mia asta. Aveva il palmo caldo e leggermente umido di sudore. Lei prima toccò ogni centimetro dell’asta, ne era tremendamente incuriosita e poi iniziò dei goffi movimenti per segarmelo. All'inizio era goffa, incerta ma le insegnai il ritmo stringendo la mia mano sulla sua.

«Così… più stretta… sì, brava…»

La sega diventò sempre più piacevole. Guardavo le sue tette enormi che si muovevano mentre mi masturbava, i capezzoli duri che premevano contro la tuta, il suo viso arrossato e concentrato.

Non resistetti molto. Dopo pochi minuti sentii l’orgasmo salire.

«Fede sto per venire» dissi gemendo.

Lei non si spostò. Continuò a segarmi con più decisione.

Venni violentemente. Spruzzi lunghi e densi di sborra schizzarono sul pavimento a quasi un metro di distanza, uno dopo l’altro, mentre gemiti bassi mi uscivano dalla gola.

Federica aveva la bocca aperta per lo stupore e quando l’orgasmo finì, raccolse con un dito una goccia densa che era rimasta sulla cappella e se la portò alla bocca. La assaggiò lentamente.

«Mmm quanto ne hai sparato, non credevo fosse così tanta. E poi è buona: sa di anice e mandorla dolce.»

«Ma che cazzo dici, Fede» risposi ancora ansante, le gambe molli.

Lei rise, quasi incredula.

«Grazie, Marco. Mi hai regalato una mattinata folle. Ho visto decine di cazzi, ne ho toccato uno vero, l’ho fatto venire e ho assaggiato la sborra e tutto in poche ore.»

Me lo disse con lo stesso tono con cui mi avrebbe ringraziato per averle prestato una penna. Rimase lì ancora qualche minuto a guardarmi mentre mi rivestivo e pulivo in fretta il pavimento. Poco prima della campanella se ne andò, con un sorrisetto soddisfatto.

Non potevo credere che Federica mi avesse fatto una sega negli spogliatoi della palestra: mi sentivo svuotato dalla sborrata ma anche sporco e un senso di insoddisfazione mi avrebbe presto raggiunto, la sega non mi era bastata e il corpo di Federica continuava a richiamarmi e di quella abbondanza non avevo potuto né vedere né gustare nulla.

Avrei dovuto rimediare.

-continua

Per suggerimenti o consigli scrivetemi a questa mail!

demiurgo0@libero.it
scritto il
2026-04-17
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