Da Giuseppe a giusy

di
genere
gay

Mi chiamo Giuseppe, ho 18 anni e quella sera tutto è cambiato per sempre.

Eravamo in cinque alla festa a casa di Marco: io, Marco, Luca, Matteo e Simone. I genitori di Marco erano fuori città, la musica pompava, avevamo bevuto un po’ troppo e l’atmosfera era elettrica. Io però non riuscivo a staccare gli occhi dalla camera da letto dei suoi. Sapevo che la madre di Marco teneva nell’armadio della biancheria intima da urlo: reggiseni di pizzo, mutandine trasparenti, calze nere… da mesi fantasticavo su quella roba. Così, mentre gli altri ridevano in salotto, mi sono infilato di soppiatto nella stanza padronale e ho iniziato a frugare.

Mi hanno beccato con le mani nel sacco.
Marco ha spalancato la porta proprio mentre tenevo in mano un paio di mutandine nere di pizzo e un reggiseno coordinato. Gli altri tre sono entrati subito dopo. Silenzio. Poi Luca ha sorriso malizioso: «Ma guarda un po’ la nostra Giuseppe… vuoi vestirti da troietta stasera?»

Non ho avuto il tempo di rispondere. Mi hanno spinto sul letto, mi hanno tolto i vestiti in quattro e quattr’otto e mi hanno costretto a indossare tutto: reggiseno imbottito, mutandine minuscole che mi stringevano il cazzo già mezzo duro, calze autoreggenti nere, persino un paio di tacchi alti della madre. Mi hanno truccato alla buona – rossetto rosso acceso, mascara – e mi hanno guardato come se fossi una preda.

«Da oggi ti chiamiamo Giusy», ha detto Marco ridendo. «E Giusy ha un debito da pagare».

Mi hanno fatto inginocchiare al centro della stanza. Il primo è stato Luca. Si è abbassato i jeans e mi ha tirato fuori il cazzo già duro. Era grosso, venoso, con la cappella lucida. L’odore mi ha colpito come uno schiaffo: intenso, maschio, un mix di sudore, sapone e quel sentore muschiato che mi ha fatto girare la testa. Ho esitato, le mani tremanti, il cuore che batteva a mille. Vergogna pura. Ero lì, vestito da donna, con quattro amici che mi fissavano e ridevano.

«Succhialo, puttana», ha ordinato Luca, spingendomi la testa.

Ho aperto la bocca impacciato, la lingua che toccava per la prima volta la pelle calda. Il sapore era forte: salato, leggermente amaro, con un retrogusto di pelle e pre-eiaculato. Ho sentito la cappella scivolare sulla mia lingua, pesante, viva. Ho tossito subito, non sapevo come respirare, le lacrime mi sono salite agli occhi per il mascara che colava. Ma sotto la vergogna c’era un’eccitazione che non avevo mai provato. Quel sogno segreto – essere usato come una ragazza – stava diventando realtà. Il mio cazzo, imprigionato nelle mutandine, spingeva contro il pizzo, bagnandolo tutto.

Luca mi ha tenuto la testa e ha iniziato a scoparmi la bocca piano. Sentivo ogni vena, ogni pulsazione. L’odore mi riempiva le narici ogni volta che spingeva fino in fondo. Impacciato, sbavavo, facevo rumori ridicoli, ma non mi fermavo. Anzi, spingevo la testa avanti da solo. Quando è venuto ha grugnito e mi ha riempito la gola di sperma caldo, denso, salato. Ho ingoiato tutto, tossendo, con le lacrime che mi rigavano le guance truccate. Il sapore mi è rimasto in bocca per minuti.

Poi è toccato a Matteo. Stessa vergogna, stessa eccitazione. Il suo cazzo era più lungo, più sottile. Odore diverso, più acre. Ho succhiato meglio questa volta, imparando a far girare la lingua intorno alla cappella. Ha goduto in fretta, mi ha schizzato direttamente sulla lingua e ho ingoiato di nuovo, sentendomi sempre più troia.

Simone è stato il terzo. Più aggressivo. Mi ha scopato la bocca tenendomi per i capelli, chiamandomi «troia vestita da mamma». Il suo sperma era più abbondante, quasi dolce. Ingoiato anche quello.

Marco, il padrone di casa, è stato l’ultimo del giro di pompini. Mentre gli succhiavo il cazzo – grosso, caldo, con quell’odore familiare di amico che mi faceva impazzire – non ce l’ho più fatta. La voglia mi è esplosa dentro. Con una mano mi sono abbassato le mutandine, ho sputato sulle dita e ho iniziato a toccarmi il buco del culo, ancora vergine. Un dito solo, poi due. Bruciava, ma il piacere era pazzesco. Sentivo il mio culo contrarsi intorno alle dita mentre succhiavo Marco.

Mi sono tolto il suo cazzo dalla bocca solo un secondo, con le labbra gonfie e lucide di saliva e sperma.

«Vi prego… inculatemi. Tutti. Sono vergine lì… ma lo voglio. Adesso».

Si sono guardati. Poi hanno sorriso.

Marco mi ha fatto sdraiare sul letto a pancia in giù, mi ha alzato il vestitino e mi ha abbassato le mutandine fino alle caviglie. Ho sentito la cappella del suo cazzo premere contro il mio buco ancora umido delle mie dita. Ha spinto. Il dolore è stato immediato, lancinante: un bruciore che mi ha strappato un grido. Sentivo il mio ano aprirsi a forza, la pelle che si tendeva oltre il limite. Le lacrime vere stavolta, non per il trucco. Marco ha spinto centimetro dopo centimetro, senza pietà, fino a entrarmi tutto dentro. Il dolore era atroce, ma sotto c’era un piacere masochistico che mi faceva impazzire: mi sentivo violato, usato, posseduto. Il mio cazzo duro come marmo gocciolava sulle lenzuola.

«Cazzo… sì… fa male… ma non fermarti», ho mugolato.

Marco ha iniziato a scoparmi. Ogni affondo era una fitta di dolore seguita da un’onda di piacere profondo, animale. Sentivo le sue palle sbattere contro le mie, il suo cazzo che mi allargava dentro, che toccava punti che non sapevo esistessero. Il masochismo mi ha preso completamente: volevo più dolore, più umiliazione.

Poi è toccato a Luca. Più grosso. Il secondo ingresso è stato ancora più doloroso, il mio buco già gonfio e sensibile. Ho urlato, ma ho spinto il culo indietro da solo. Il piacere masochistico era più forte del dolore: mi sentivo una puttana vera, presa da tutti.

Matteo e Simone mi hanno inculato uno dopo l’altro, alternandosi. Ogni volta il dolore iniziale era feroce, ogni volta il piacere cresceva. Venivo senza nemmeno toccarmi, schizzando sulle lenzuola mentre mi scopavano. L’ultimo è stato Marco di nuovo, mentre gli altri mi tenevano le gambe aperte. Mi ha riempito il culo di sperma caldo, così tanto che è colato fuori mentre usciva.

Ero distrutto, il culo in fiamme, il trucco colato, le mutandine strappate, il sapore di quattro cazzi in bocca… ma felice come non mai.

Quella notte Giusy è nata e non sono più tornata indietro.
scritto il
2026-03-18
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