Giusy da troia di istituto a schiava
di
GiusyLaTroia
genere
sadomaso
Dopo quella notte alla festa ero diventato un’altra persona. Giusy non era più un segreto: era fame. Ogni giorno a scuola non pensavo ad altro. Durante l’intervallo, o anche tra una lezione e l’altra, mi infilavo nei bagni del piano di sopra con uno o due dei ragazzi della festa. Marco, Luca, Matteo o Simone. Bastava un messaggio su WhatsApp: “Bagno maschi terzo piano, adesso”.
Mi mettevo in ginocchio sul pavimento sporco, ancora in divisa scolastica ma con le mutandine di pizzo sotto i pantaloni. Tiravo fuori i loro cazzi uno dopo l’altro, li succhiavo con avidità crescente. Ormai ero bravo: lingua che girava intorno alla cappella, gola che si apriva, mani che massaggiavano le palle. Ingoiavo sempre tutto, anche quando mi scopavano la bocca fino a farmi lacrimare. L’odore di piscio e disinfettante del bagno si mescolava al loro odore di maschio eccitato. Mi sentivo una vera puttana scolastica. Venivo nelle mutandine senza toccarmi, solo per la vergogna e il gusto di essere usato in fretta, con il rischio che qualcuno entrasse.
Una mattina, però, la fortuna è finita.
Ero in ginocchio nel bagno in fondo al corridoio, quello più isolato. Marco mi stava scopando la bocca con forza, tenendomi per i capelli, quando la porta si è aperta di colpo. Antonio, il bidello cinquantenne, è entrato e ci ha visti. Marco si è tirato fuori di scatto, io sono rimasto lì con le labbra gonfie, il rossetto sbavato e il cazzo di Marco ancora lucido di saliva a pochi centimetri dal mio naso.
Antonio non ha urlato. Ha solo sorriso, un sorriso lento e cattivo. «Vestiti e vieni con me, Giuseppe».
Mi ha portato dritto nell’ufficio della vice-preside Clara. Lei era seduta alla scrivania, severa, tailleur nero stretto, capelli raccolti. Antonio ha chiuso la porta a chiave.
Clara ha ascoltato il resoconto di Antonio senza battere ciglio. Poi mi ha guardato con occhi gelidi. «Espulsione immediata. E telefonata ai tuoi genitori oggi stesso. Racconteremo tutto: i pompini nei bagni, la festa, come ti vesti da troia. Fine della tua carriera scolastica».
Sono crollato. Le lacrime mi sono uscite vere. Mi sono buttato in ginocchio davanti alla sua scrivania. «La prego… professoressa… non lo faccia. Farò qualunque cosa. Qualunque. Non dica niente ai miei… per favore…»
Clara ha guardato Antonio. Uno sguardo complice, lunghissimo. Sapevo che quei due avevano un segreto. Li avevo visti spesso insieme a confabulare.
Clara ha sospirato, fingendo dispiacere. «Va bene, Giusy. Una sola possibilità. Sabato prossimo verrai con noi. Passerai l’intera giornata in un posto speciale. Obbedirai a me e ad Antonio in tutto e per tutto. Se lo farai, questa storia sparirà. Se no… espulsione e genitori».
Ho accettato senza esitare. «Sì… sì, farò tutto. Grazie, grazie!»
Sabato mattina alle 10 sono arrivato a casa di Antonio. Clara era già lì, in stivali alti e vestito di pelle. Mi hanno fatto entrare nel salotto. Antonio ha chiuso la porta.
«Da oggi sei la nostra schiava personale», ha detto Clara con voce bassa e autoritaria. «Ti chiamerai solo Giusy. Verrai offerta a chiunque vogliamo al locale. Sarai usata, umiliata, rotta. E ringrazierai per ogni cosa».
Il mio cazzo ha avuto un guizzo nelle mutande. Solo sentirlo dire mi aveva già bagnato.
Mi hanno spogliato. Mi hanno messo un collare di pelle nero con anello di metallo al collo. Calze a rete nere, autoreggenti, senza mutandine. Mi hanno truccato da troia: rossetto rosso fuoco, eyeliner pesante, mascara, fard. Mi hanno infilato un plug anale medio per “prepararmi”. Quando mi sono guardato allo specchio mi tremavano le gambe dall’eccitazione.
Ci siamo diretti al locale. Era un magazzino ristrutturato in zona industriale, insegna nera “Club Privé – Solo Membri”. Dentro: luci rosse basse, odore di sesso e cuoio, musica dark. Una ventina di persone, quasi tutti uomini, alcuni in latex, altri nudi, Mistress con frustini.
Clara mi ha messo il guinzaglio al collare. «A quattro zampe, troia».
Ho camminato così per tutto il locale, culo in aria, plug che si muoveva a ogni passo. Gli uomini mi guardavano, mi toccavano il culo, mi davano schiaffi leggeri. Qualcuno mi ha sputato in bocca mentre passavo.
Poi mi hanno legato alla panca da spanking al centro della sala. Polsi e caviglie fissati con manette, pancia giù, culo esposto e aperto. Il plug è stato tolto con uno strattone. Clara ha annunciato ad alta voce: «La nuova schiava è aperta a tutti. Usatela come volete. Niente limiti tranne il safeword “rosso”. Ma lei non lo userà, vero Giusy?»
Ho scosso la testa, già ansimante. «No, Mistress… usatemi».
Il primo è stato un uomo grosso, sulla quarantina. Mi ha spalancato le natiche con le mani e mi ha infilato due dita dentro senza lubrificante. Ha girato, allargato, slabbrato. Bruciava da morire, ma il dolore si trasformava subito in piacere masochistico. Poi ha mi ha inculato selvaggiamente riempiendomi di sborra.
Il secondo cliente mi ha umiliato. Mi ha messo un imbuto in bocca, legato con nastro. Poi ha pisciato direttamente dentro. Caldo, salato, acre. «Bevi, puttana». Ho ingoiato tutto, tossendo, lacrime che colavano sul mascara. Il sapore mi è rimasto in gola per ore.
Un altro ancora ha usato un dildo nero enorme, 25 cm e spesso come un polso. Ha spinto. Ho urlato. Sentivo l’ano che si apriva oltre il limite, la pelle che si tendeva fino a bruciare e lacerarsi. Centimetro dopo centimetro è entrato tutto. Ha iniziato a scoparmi con violenza, sbattendo il dildo fino in fondo. Il mio cazzo duro gocciolava sulla panca. Sono venuto la prima volta così, senza toccarmi, solo per la sensazione di essere squarciato. Ho gridato, il corpo che tremava. Sentivo il mio buco che si dilatava in modo innaturale, le pareti interne che si strappavano quasi. Ma il piacere era mostruoso: un’onda di masochismo puro che mi faceva spingere il culo indietro da solo. Mi ha scopato per minuti, poi lo ha tolto di colpo. Il mio ano è rimasto aperto, un buco rosso e gonfio che pulsava. Subito dopo ci ha infilato il suo cazzo e mi ha riempito di sperma.
Sono passati almeno otto uomini. Ognuno più sadico del precedente. Uno mi ha scopato con un vibratore enorme acceso al massimo ed il suo cazzo. Un altro ancora mi ha infilato tre dita e poi quattro, allafine a spinto tutto il pugno dentro, ruotando dentro di me finché non ho urlato di dolore e piacere insieme. Venivo ogni volta, schizzando sulla panca, il corpo che non smetteva di tremare.
Clara e Antonio guardavano, a volte partecipavano. Lei mi frustava il culo con un gatto a nove code mentre venivo inculato. Lui mi tirava il collare e mi chiamava “schiava da cesso”.
Alla fine ero un relitto: culo slabbrato e aperto, sperma che colava a fiumi, piscio secco sulle guance, trucco completamente distrutto, voce rotta per aver urlato. Ma dentro di me c’era solo una cosa: felicità totale.
Mentre Clara mi slegava e mi accarezzava i capelli sudati, mi ha sussurrato: «Brava la mia troia. Questo è solo l’inizio. La scuola è salva… ma tu ora appartieni a noi».
Ho sorriso con le labbra gonfie. «Grazie, Mistress… posso tornare sabato prossimo?»
Lei ha riso. «Oh sì, Giusy. Ogni sabato. Fino a quando non ti avremo rotta del tutto».
ciaccialessio06@gmail.com
Mi mettevo in ginocchio sul pavimento sporco, ancora in divisa scolastica ma con le mutandine di pizzo sotto i pantaloni. Tiravo fuori i loro cazzi uno dopo l’altro, li succhiavo con avidità crescente. Ormai ero bravo: lingua che girava intorno alla cappella, gola che si apriva, mani che massaggiavano le palle. Ingoiavo sempre tutto, anche quando mi scopavano la bocca fino a farmi lacrimare. L’odore di piscio e disinfettante del bagno si mescolava al loro odore di maschio eccitato. Mi sentivo una vera puttana scolastica. Venivo nelle mutandine senza toccarmi, solo per la vergogna e il gusto di essere usato in fretta, con il rischio che qualcuno entrasse.
Una mattina, però, la fortuna è finita.
Ero in ginocchio nel bagno in fondo al corridoio, quello più isolato. Marco mi stava scopando la bocca con forza, tenendomi per i capelli, quando la porta si è aperta di colpo. Antonio, il bidello cinquantenne, è entrato e ci ha visti. Marco si è tirato fuori di scatto, io sono rimasto lì con le labbra gonfie, il rossetto sbavato e il cazzo di Marco ancora lucido di saliva a pochi centimetri dal mio naso.
Antonio non ha urlato. Ha solo sorriso, un sorriso lento e cattivo. «Vestiti e vieni con me, Giuseppe».
Mi ha portato dritto nell’ufficio della vice-preside Clara. Lei era seduta alla scrivania, severa, tailleur nero stretto, capelli raccolti. Antonio ha chiuso la porta a chiave.
Clara ha ascoltato il resoconto di Antonio senza battere ciglio. Poi mi ha guardato con occhi gelidi. «Espulsione immediata. E telefonata ai tuoi genitori oggi stesso. Racconteremo tutto: i pompini nei bagni, la festa, come ti vesti da troia. Fine della tua carriera scolastica».
Sono crollato. Le lacrime mi sono uscite vere. Mi sono buttato in ginocchio davanti alla sua scrivania. «La prego… professoressa… non lo faccia. Farò qualunque cosa. Qualunque. Non dica niente ai miei… per favore…»
Clara ha guardato Antonio. Uno sguardo complice, lunghissimo. Sapevo che quei due avevano un segreto. Li avevo visti spesso insieme a confabulare.
Clara ha sospirato, fingendo dispiacere. «Va bene, Giusy. Una sola possibilità. Sabato prossimo verrai con noi. Passerai l’intera giornata in un posto speciale. Obbedirai a me e ad Antonio in tutto e per tutto. Se lo farai, questa storia sparirà. Se no… espulsione e genitori».
Ho accettato senza esitare. «Sì… sì, farò tutto. Grazie, grazie!»
Sabato mattina alle 10 sono arrivato a casa di Antonio. Clara era già lì, in stivali alti e vestito di pelle. Mi hanno fatto entrare nel salotto. Antonio ha chiuso la porta.
«Da oggi sei la nostra schiava personale», ha detto Clara con voce bassa e autoritaria. «Ti chiamerai solo Giusy. Verrai offerta a chiunque vogliamo al locale. Sarai usata, umiliata, rotta. E ringrazierai per ogni cosa».
Il mio cazzo ha avuto un guizzo nelle mutande. Solo sentirlo dire mi aveva già bagnato.
Mi hanno spogliato. Mi hanno messo un collare di pelle nero con anello di metallo al collo. Calze a rete nere, autoreggenti, senza mutandine. Mi hanno truccato da troia: rossetto rosso fuoco, eyeliner pesante, mascara, fard. Mi hanno infilato un plug anale medio per “prepararmi”. Quando mi sono guardato allo specchio mi tremavano le gambe dall’eccitazione.
Ci siamo diretti al locale. Era un magazzino ristrutturato in zona industriale, insegna nera “Club Privé – Solo Membri”. Dentro: luci rosse basse, odore di sesso e cuoio, musica dark. Una ventina di persone, quasi tutti uomini, alcuni in latex, altri nudi, Mistress con frustini.
Clara mi ha messo il guinzaglio al collare. «A quattro zampe, troia».
Ho camminato così per tutto il locale, culo in aria, plug che si muoveva a ogni passo. Gli uomini mi guardavano, mi toccavano il culo, mi davano schiaffi leggeri. Qualcuno mi ha sputato in bocca mentre passavo.
Poi mi hanno legato alla panca da spanking al centro della sala. Polsi e caviglie fissati con manette, pancia giù, culo esposto e aperto. Il plug è stato tolto con uno strattone. Clara ha annunciato ad alta voce: «La nuova schiava è aperta a tutti. Usatela come volete. Niente limiti tranne il safeword “rosso”. Ma lei non lo userà, vero Giusy?»
Ho scosso la testa, già ansimante. «No, Mistress… usatemi».
Il primo è stato un uomo grosso, sulla quarantina. Mi ha spalancato le natiche con le mani e mi ha infilato due dita dentro senza lubrificante. Ha girato, allargato, slabbrato. Bruciava da morire, ma il dolore si trasformava subito in piacere masochistico. Poi ha mi ha inculato selvaggiamente riempiendomi di sborra.
Il secondo cliente mi ha umiliato. Mi ha messo un imbuto in bocca, legato con nastro. Poi ha pisciato direttamente dentro. Caldo, salato, acre. «Bevi, puttana». Ho ingoiato tutto, tossendo, lacrime che colavano sul mascara. Il sapore mi è rimasto in gola per ore.
Un altro ancora ha usato un dildo nero enorme, 25 cm e spesso come un polso. Ha spinto. Ho urlato. Sentivo l’ano che si apriva oltre il limite, la pelle che si tendeva fino a bruciare e lacerarsi. Centimetro dopo centimetro è entrato tutto. Ha iniziato a scoparmi con violenza, sbattendo il dildo fino in fondo. Il mio cazzo duro gocciolava sulla panca. Sono venuto la prima volta così, senza toccarmi, solo per la sensazione di essere squarciato. Ho gridato, il corpo che tremava. Sentivo il mio buco che si dilatava in modo innaturale, le pareti interne che si strappavano quasi. Ma il piacere era mostruoso: un’onda di masochismo puro che mi faceva spingere il culo indietro da solo. Mi ha scopato per minuti, poi lo ha tolto di colpo. Il mio ano è rimasto aperto, un buco rosso e gonfio che pulsava. Subito dopo ci ha infilato il suo cazzo e mi ha riempito di sperma.
Sono passati almeno otto uomini. Ognuno più sadico del precedente. Uno mi ha scopato con un vibratore enorme acceso al massimo ed il suo cazzo. Un altro ancora mi ha infilato tre dita e poi quattro, allafine a spinto tutto il pugno dentro, ruotando dentro di me finché non ho urlato di dolore e piacere insieme. Venivo ogni volta, schizzando sulla panca, il corpo che non smetteva di tremare.
Clara e Antonio guardavano, a volte partecipavano. Lei mi frustava il culo con un gatto a nove code mentre venivo inculato. Lui mi tirava il collare e mi chiamava “schiava da cesso”.
Alla fine ero un relitto: culo slabbrato e aperto, sperma che colava a fiumi, piscio secco sulle guance, trucco completamente distrutto, voce rotta per aver urlato. Ma dentro di me c’era solo una cosa: felicità totale.
Mentre Clara mi slegava e mi accarezzava i capelli sudati, mi ha sussurrato: «Brava la mia troia. Questo è solo l’inizio. La scuola è salva… ma tu ora appartieni a noi».
Ho sorriso con le labbra gonfie. «Grazie, Mistress… posso tornare sabato prossimo?»
Lei ha riso. «Oh sì, Giusy. Ogni sabato. Fino a quando non ti avremo rotta del tutto».
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