La scoperta delle mogli 4-la discesa negli abissi

di
genere
corna

Luca sparì nel buio, i suoi passi frettolosi risonarono sul cemento come una confessione. Fuggiva da me, o dall’idea che sua moglie Sabrina sarebbe diventata, a breve, solo un altro trofeo nel catalogo di Alessandro? Un groppo d’acido mi salì in gola, ma fu immediatamente sommerso da un’ondata di calore viscerale e malato. Il mio cazzo, duro come un sasso, pulsava contro la stoffa dei pantaloni, una presenza imbarazzante e assoluta. Le lacrime mi bruciavano le guance, ma non erano fatte solo di dolore. Erano lacrime di rabbia impotente. E di una lussuria così profonda da farmi vergognare di esistere. Salii le scale in punta di piedi, il cuore un tamburo impazzito che sembrava volermi spaccare le costole. Oltre il ronzio dell’acqua della doccia, un altro suono dominava la casa: il ritmo sordo, umido, della carne che si schiaffava contro la carne. Un gemito soffocato di Rebecca mi inchiodò sulla scalinata.
R: "Dio… il tuo cazzo… è sempre duro…" Un respiro affannoso, poi un colpo più secco. Un urlo strozzato.
A: "Perché tu sei una puttana. E le puttane vanno scopate forte," ringhiò la voce di Alessandro.
Un altro colpo. Un grido, questa volta libero, selvaggio.
R: "SÌ! COSÌ… TI PREGO, NON FERMARTI! SPACCAMI!"
Mi avvicinai, attratto e respinto come da un magnete. Il cazzo mi scottava, confinato nei pantaloni, una condanna. Chiusi gli occhi, le unghie che si conficcavano nei palmi. Ma il mio corpo tradiva ogni nobile intenzione. Tutto il sangue, tutta la vita, sembrava essersi ritirata lì, in quell’arnese indurito che non rispondeva più alla mia volontà, ma solo al basso richiamo di quella scena. Attraverso il vetro della doccia, appannato a chiazze, le sagome erano due corpi in lotta. Rebecca, piegata in avanti, le mani e la faccia schiacciate contro le piastrelle, la schiena un arco teso. I capelli bagnati le si attaccavano alla pelle, Alessandro era dietro di lei, un predatore, le mani che le serravano i fianchi con una presa che avrebbe lasciato il segno, il suo bacino che si abbatteva sul suo sedere con un ritmo brutale.
R: “Più forte, ti prego, scopami forte.”
A: “Ecco come ti piace, eh? Essere sfondata come la troia che sei?”
Le afferrò una ciocca di capelli, tirandole indietro la testa con uno strattone. Rebecca urlò, un suono che era metà dolore e metà estasi, quando lui s’infilò ancora più a fondo, impossibile.
Le mie gambe tremavano. Dovevo odiarli. Dovevo odiare lei. Dovevo…
R: “SÌ! SÌ! COSÌ! NON SMETTERE!” L’urlo di Rebecca, quel disperato, gioioso abbandono, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Era sbagliato. Era una depravazione senza nome. Ma il suono di quel cazzo che entrava e usciva da mia moglie, quel shlick-shlick volgare, fradicio, era la cosa più eccitante che avessi mai sentito.
A: “Chi è la mia puttana?” ringhiò Alessandro, accelerando in una furia finale.
R: “Io… io…” ansimò lei, soffocata.
A: “DIMMELO!”
R: “IO! IO SONO LA TUA PUTTANA! LA TUA TROIA! SBORRAMI TUTTO DENTRO!”
Un gemito mi sfuggì dalle labbra. La mia mano si mosse da sola, frenetica, disperata. Dio, no. Non dovevo. Non potevo venire ascoltando mia moglie implorare un altro di sborrarle dentro. Ma il mio corpo era traditore. Un calore esplosivo mi invase l’addome, le ginocchia cedettero, e venni con violenza, in silenzio, nel buio del corridoio, lo sperma che macchiava la stoffa dei miei pantaloni mentre l’orgasmo mi svuotava l’anima. E dall’altra parte della porta, in quel preciso istante, Rebecca urlava il nome di un altro uomo.
Mi ripresi appena in tempo. Sentii l’acqua spegnersi, le loro voci basse, intime. Mi ritrassi nell’ombra delle scale, il cuore in gola, il cazzo già di nuovo semi-eretto, nonostante la sborrata e la vergogna mi coprisse come un sudore freddo. Li sentii ridere. Una risata complicata, sdolcinata. Quel suono mi ferì più di tutti i loro gemiti. Rebecca lo baciò, un bacio lento, profondo, le dita che gli disegnavano cerchi sul petto mentre lui le stringeva il culo in un possesso senza discussioni. Quello era il colpo di grazia. Non il sesso animalesco. Ma l’intimità. La complicità. Quel bastardo l’aveva scopata con un altro, l’aveva umiliata, usata, e lei lo guardava come se fosse il suo Dio.
Aspettai che si allontanassero verso la cucina, poi scivolai fuori di casa come un ladro, il cocktail di rabbia ed eccitazione che mi rodeva le viscere.
In ufficio, la prima cosa che feci fu accedere alle telecamere domestiche. Un’ossessione malata. Volevo, dovevo essere sicuro che se ne fosse andato. Invece…
Alessandro era steso sul divano del salotto, a suo agio come un sultano. Le gambe larghe, quel mostro di carne flaccido ma ancora impressionante adagiato tra le cosce. Rebecca era in ginocchio sul tappeto, come in preghiera. Senza che lui dovesse dirle nulla, si chinò e iniziò a leccarlo, dalla base alle palle, con una devozione che mi fece rabbrividire. Poi lo imboccò, le labbra che si stirarono attorno a quella circonferenza impossibile.
A: “Così, cagna. Succhialo con sta sta bocca da pompinara,” disse con voce roca, afferrandole i capelli e guidandola.
Lei emise un grugnito soffocato, la gola che si contraeva mentre lui le spingeva la testa giù, cercando di farglielo ingoiare tutto. La saliva le colava copiosa, un fiume chiaro che brillava sul suo cazzo e le bagnava le mani. Era un’immagine di totale sottomissione. Disgustosa ed elettrizzante.
A: “Ti piace sentirti usata, eh? Essere la mia bocca da sborra?”
Lei annuì, gli occhi lucidi rivolti verso di lui, mentre lui iniziava a muovere i fianchi, pompando dentro e fuori dalla sua bocca con colpi corti e duri. Stava per venire. Lo si vedeva dalla tensione dei suoi muscoli addominali, dal modo in cui le dita si serravano nei suoi capelli.
Io… non ce la feci. Una seconda volta. Corsi nel bagno dell’ufficio, mi aprii la cerniera con mani tremanti. Appena la punta del mio cazzo fu libera, esplosi. Non fu un orgasmo, fu una convulsione. Lo sperma schizzò contro la parete di ceramica bianca, a fiotti, violento, mentre nella mia testa rimbombava l’immagine di Rebecca che si lasciava riempire la bocca, che deglutiva, che sorrideva soddisfatta. Con me sputava dopo un pompino, si puliva la bocca con fastidio. Con lui era una coppa da riempire. Una troia.
Tornato alla scrivania, svuotato e disgustato con me stesso, fissai le telecamere finché non lo vidi alzarsi, vestirsi, dare un ultimo schiaffetto sul culo a Rebecca e uscire. Solo allora crollai sulla sedia, esausto. Ero un uomo finito. Un marito tradito. Ma la domanda che mi tormentava, la vera domanda, era un’altra: forse sono solo un cuckold? Perché, nel buio più profondo, ammettendolo a malapena a me stesso… nonostante tutto, il mio cazzo era di nuovo duro. E l’idea di rivedere quei video mi eccitava ancora.
Il weekend trascorse in un limbo di menzogne dorate. Venezia, con le sue acque oleose e i palazzi decadenti, fu lo sfondo perfetto per la nostra finzione. Sorrisi forzati, battute vuote, foto di famiglia davanti a ponti sospesi. Ogni gesto di Rebecca, una carezza sulla schiena di nostra figlia, una risata eccessiva, il modo in cui si aggiustava il costume da bagno al sole, era per me un monito. Un promemoria di quanto fosse brava, bravissima, a recitare la parte della moglie perfetta. La domenica sera, durante il viaggio di ritorno, Rebecca appoggiò la testa al vetro, fingendo di dormire. Io stringevo il volante fino a sentire dolore alle articolazioni. Cosa passava nella sua mente in quel momento? Riviveva l’odore del sudore di Alessandro? Ricordava il peso del suo cazzo in gola? O stava già contando le ore fino al prossimo, inevitabile, incontro?
Lunedì mattina. L'ufficio mi accolse con un silenzio irreale. Il ronzio del computer era il suono di un alveare svuotato. Scorrevo le email con gli occhi che non leggevano, mentre nella mia testa una domanda scavava come un tarlo: chi era, davvero, Alessandro? Non solo il suo cazzo mostruoso, non solo il ghigno da predatore. L'uomo. Le sue radici. I suoi scheletri. Forse lì, in quella domanda, c'era l'ultimo brandello della mia dignità, o forse solo l'ennesimo, patetico tentativo di un cornuto di illudersi di avere ancora un briciolo di controllo.
Dovevo sapere. Rebecca lo seguiva su Instagram. Cercai il profilo: Alessandro90. Iniziai a scorrere. Foto in palestra, un selfie in macchina, una cena. E poi, il colpo.
Una foto di famiglia.
Lui, con il solito sorriso sfrontato, un braccio intorno alle spalle di una donna sorridente e normale. Davanti a loro, un bambino di forse tre anni. Il mondo sotto i miei piedi vacillò. Era sposato. Con un figlio.
Rimasi impietrito, la mia stupidità che mi esplodeva in faccia. Avevo immaginato un lupo solitario, un predatore senza tana. Invece era un uomo con una famiglia. Un marito. Un padre. Che poi tornasse a casa da quella donna, dopo aver riempito di sborra una moglie di turno, dopo averla chiamata "cagna" e averle ordinato di succhiare... il pensiero era così assurdo da farmi girare la testa. Che schifo. Che enorme, ipocrita, schifoso. Ero io lo sciocco, che credeva alle favole dei mostri.
Preso da un impulso autolesionista, riaprii la chat. Lo contattai..
IO: La settimana scorsa avete fatto proprio uno scempio di mia moglie. Vi siete divertiti?
A: Ciao, cornutello. Le corna in testa le senti che crescono? Stanno diventando pesanti, eh? E sappi che non smetteranno. Anzi... ahahah!
IO: Non fare lo stronzo, Alessandro. È pur sempre mia moglie.
A: Non dirmi che non hai goduto anche tu. Ti sarai fatto talmente tante seghe che ormai dalle palle non esce più nulla Ahahah!!
La sua risata virtuale mi trafiggeva. Era la verità, ed era la cosa più umiliante. Dovevo ammetterlo a me stesso prima che a lui.
IO: È vero. Ho goduto.
A: Non è quello che hai sempre voluto? Tua moglie trattata come la troia che è, al comando di un vero uomo? Non ti piace come la sto educando? Tra poco non farà che chiedere cazzo. Anzi, sto organizzando una bella serata per la mia cagnetta. E tu, cornutello, parteciperai. Vedrai quanto ti piacerà!
Il messaggio rimase lì, come una condanna. Non riuscivo più a respirare, figuriamoci a concentrarmi sul lavoro.
Le sue parole erano una minaccia?
O la promessa del piacere più perverso che potessi immaginare?
Non riuscivo più a distinguere. Vivevo in un limbo ovattato, una nebbia grigia attraversata solo da immagini vivide: Rebecca inchiodata da cazzi anonimi, presa in tutti i buchi in orge selvagge, il viso contratto in un'estasi che non le avevo mai dato. La sognavo così, di notte. E ogni volta, al risveglio, mi trovavo sull'orlo dell'orgasmo, il cuore a mille, le mutande umide di pre-sperma. Più di una volta, nel sonno, avevo sborrato. Il mio corpo celebrava il mio tradimento e la mia distruzione meglio di quanto sapesse fare la mia mente.
Da Luca seppi che Alessandro aveva iniziato a visitare anche Sabrina, ripetendo lo stesso, perfido copione già attuato con me e Rebecca.
Luca mi inondò delle prove: screenshot delle prime chat, foto che Sabrina mandava ad Alessandro e che lui mostrava all’impotente marito di turno, una versione speculare e altrettanto devastante di ciò che avevo vissuto. La vidi trasformarsi sotto i miei occhi digitali: da moglie ritrosa a donna che si masturbava fissando il telefono, da madre pudica a troia che implorava a messaggi di essere "sfondata" da quel cazzone mostruoso.
Eravamo in trappola. Alessandro, come un abile regista, stava orchestrando la stessa metamorfosi per due coppie diverse, e le nostre mogli, le sue prede avevano abboccavano con una fame che faceva paura. Luca mi confessò il perché della sua complicità, dal desiderio ossessivo per Rebecca. E mi svelò che Alessandro, con spietata incuranza, aveva fatto anche a lui la stessa, sinistra promessa: "Sto organizzando una serata per te. Sarà indimenticabile."
Una gelida paura, mi serrò lo stomaco, ma non nera l’unico organo a reagire.
L: "Cazzo, Andrea... ci siamo infilati in un bel casino. Un casino di merda."
IO: "Tu potevi evitartelo, Luca. Hai voluto a tutti i costi scoparti mia moglie, e per farlo hai messo in piazza la tua. Ora la paghiamo tutti."
L: "Lo so... lo so. Ma Cristo, Andrea... Rebecca è... una bomba. Sembrava nata per quello. Per essere riempita."
IO: "Alessandro le sta plasmando. Devi ammetterlo che è bravo, un vero artista della corruzione. Sa esattamente dove premere."
L: "Ma finirà mai? Torneremo mai a come eravamo prima?"
IO: "Il vaso di Pandora è aperto, Luca. Non si torna indietro. La scelta ora è una: restare ai margini di questo gioco di merda, guardare mentre le nostre mogli diventano le sue puttane di lusso, e forse, forse, non perderle del tutto, o rischiare di farle scappare per sempre verso di lui. L’unica cosa a cui potremmo puntare è che ci includa. Che ci dica: 'Siediti, guarda, e goditi lo spettacolo'. Perché siamo costretti a guardare, almeno non saremmo tagliati fuori. Almeno sapremo dove e come ci tradiscono. E magari ne trarremo qualcosa di positivo"
Luca non ebbe il coraggio di rispondere. Forse perché anche lui, nel profondo, stava facendo lo stesso calcolo.
I giorni passavano inesorabili, intanto spiavo Rebecca con l’attenzione di un inquisitore, cercando una crepa, un lampo di ansia, uno sguardo colpevole. Niente. Era impeccabile. Si occupava della casa, accudiva nostra figlia con una pazienza da santa, mi chiedeva della mia giornata con quel tono di genuino interesse che per anni mi aveva fatto sentire al centro del suo mondo. Era il ritratto della moglie fedele, un atto recitato con una perfezione che mi gelava il sangue più di qualsiasi sfacciataggine. L’unico cambiamento, l’unico spiraglio su quell’abisso, era il sesso. O meglio, la sua totale assenza. Ogni mio tentativo veniva deviato con delicatezza ferrea. Una scusa sul lavoro, sulla stanchezza, su un mal di testa. “Non stasera, amore,” diceva, voltandomi le spalle con un sospiro che suonava più a noia che a frustrazione. La sua vera preoccupazione, ne ero certo, era solo una: contare le ore che la separavano dal poter riprendere quel cazzo nelle sue grazie.
L’unico spazio che mi concedeva, l’unica merce di scambio della nostra intimità ormai fallita, erano le seghe. Meravigliose, tecniche, devastanti. Era diventata un’artista della degradazione. Iniziava lenta, con movimenti ampi che facevano gemere la pelle, sputandoci sopra senza vergogna per lubrificare, fissandomi negli occhi con uno sguardo che non era d’amore, ma di valutazione. “Ti piace?” sussurrava, le labbra umide, mentre accelerava il ritmo. Era bravissima a sentire il momento esatto, a dosare la pressione, a farmi impazzire. E poi c’era quello: il dito. L’indice che, quando ero sul punto di non ritorno, scivolava con precisione chirurgica oltre lo sfintere, premendo su quel punto proibito che mi faceva venire come un idrante. Era un piacere acuto, sporco, che annullava ogni pensiero. E sapevo, con amara certezza, da chi aveva imparato quella mossa.
Alessandro me lo confermò in una delle sue chat quotidiane, diventate ormai il mio personale Inferno dantesco.
A: Cornutello, il dito nel culo di tua moglie ti piace? La mia cagnolina ha imparato in fretta, vero?
IO: Devo ammetterlo. All’inizio mi ribolliva lo stomaco. Ora… mi fa venire in tre secondi.
A: AHAHAHA! Siete tutti uguali, voi mariti cornuti. Basta che facciano le troie anche con voi e vi dimenticate chi ve le scopa. Almeno così si tiene la sua figa per chi se la merita davvero.
Il suo “merita” mi trafisse. Ero io quello che non se la meritava più. Lui sì.
A: E deve essere carica, carichissima per sabato sera. Deve avere una voglia da puttana.
IO: Sabato? Cosa c’è sabato?
A: Sabato la porto al “Velvet”, un posticino fuori Milano. Serata Hotwife. Un locale per veri intenditori, dove le mogli brave vanno a farsi scopare come le puttane che sono. Tu ci sarai alle 22. Prima della festa, così ti iscrivi, paghi il tuo obolo da spettatore e ti sistemi in un angolo buio, come meriti. Ci vediamo là, cornuto.
Un brivido di terrore, e subito dopo, la fiammata umiliante dell’eccitazione. Il mio corpo era un traditore consumato.
IO: Non ci andrà. Rebecca non accetterà mai una cosa del genere. Questo è il limite.
La sua risposta arrivò sotto forma di un’immagine. Rebecca. Non una foto rubata, ma uno scatto fatto per lui, in posa. Indossava un completo rosso fuoco: un perizoma a filo che spariva tra le sue chiappe, un reggiseno in pizzo nero e rosso così trasparente da essere una beffa, autoreggenti dello stesso colore. Il corpo era quello di una dea, ma lo sguardo… lo sguardo era quello di una escort esperta, sfacciato, provocante. Sembrava un’estranea. Una puttana di lusso che abitava nella pelle di mia moglie.
Non feci nemmeno in tempo a pensare. La mano si mosse da sola, afferrando il cazzo già durissimo attraverso i pantaloni. Tre strozzate frenetiche, il respiro che si fece affannoso, e sborrai, violento, imbrattandomi le mutande mentre fissavo lo schermo. Ero diventato questo: un uomo che si sega sulla foto della propria moglie trasformata in troia per un altro.
A: Visto, cornutello? Quanto è porca? Non la riconosci più, eh?
IO: No. Me la stai trasformando.
A: Esatto. Nella mia puttana. Sabato la condivido con altri. Vedrai come viene trattata. E tu godrai come un maiale nel fango. AHAHA!
A: Ah, e tieni le distanze. Non farti vedere. Non voglio rovinare la serata alla mia cagnolina. Non so come reagirebbe vedendo il suo cornuto di marito piangere in un angolo.
Era mercoledì. Tre giorni. Settantadue ore di un’agonia fatta di gelosia viscerale e di una lussuria malata che mi consumava dall’interno. Ogni pasto con Rebecca era una tortura. La guardavo tagliare la carne per nostra figlia, quelle stesse dita che stringevano il cazzo di Alessandro, e il mio stomaco si rivoltava mentre il basso ventre si contraeva in un crampo di desiderio.
Sentii anche Luca. La sua voce al telefono era un eco spento della mia disperazione.
L: Andrea… ha fatto lo stesso con me. Sabrina. Il “Velvet”. Sabato sera. La stessa identica cosa.
IO: Lo so.
Un silenzio carico di orrore. Eravamo due naufraghi sulla stessa zattera, che si guardavano e vedevano riflessa la propria fine.
L: Cazzo, Andrea… cosa ci siamo fatti?
IO: Ci siamo infilati in una gabbia. E ora lui ci sta mostrando la serratura, sapendo che non abbiamo il coraggio di uscire. Anzi, che vogliamo restare a guardare.
La verità delle mie parole ci inchiodò al silenzio. La paura era un gelo nelle vene. Ma il corpo, il maledetto, traditore corpo, rispondeva con un’unica, vergognosa verità: Il cazzo. Il cazzo rimaneva sempre duro.
Era l’unica certezza in quel mare di menzogne. Un’erezione perpetua, monumento alla nostra rovina e al nostro piacere distorto. E sapevamo, entrambi, che sabato sera, in quell’angolo buio del “Velvet”, con le mutande sporche di eccitazione e il cuore in frantumi, avremmo guardato. E avremmo goduto.
Il nostro inferno personale aveva un orario di apertura. E noi, come due dannati impeccabili, non vedevamo l’ora di varcarne la soglia.
I giorni trascorsero lenti, inesorabili, come sabbia che scivola tra le dita di un condannato. Io ero quel condannato, e sabato era la mia ora. Il tempo, al lavoro, si era fatto gommoso e inutile; a casa, ero un fantasma che sfiorava i mobili. L’unica cosa vera, l’unico scambio vitale, erano le masturbazioni sincronizzate al telefono con Luca, un rito oscuro in cui ci scambiavamo l’unica moneta che possedevamo: la disperata eccitazione per la nostra stessa rovina.
Le mie aspettative per la serata, in verità, erano basse. Anzi, mi aggrappavo segretamente alla speranza che Rebecca, di fronte a quel branco di sconosciuti arrapati e viscidi, avesse un moto di ribellione. Che gridasse, che scappasse, che dimostrasse che in fondo, sotto la puttana che Alessandro aveva plasmato, sopravviveva un briciolo della donna che avevo sposato. Lo stesso sogno, lo so, lo coltivava Luca per Sabrina. Era l’ultima, patetica illusione dei cornuti: credere che il proprio tradimento avesse un limite.
Mercoledì sera, durante una cena muta, Rebecca mi comunicò con voce levigata che sabato sarebbe uscita con le colleghe. “Una cena,” disse, “poi forse un drink. È tanto che non ci svaghiamo un po’.” Mentre parlava, staccava con la forchetta meticolosi pezzetti di carne. Non mi guardò. Il sottotesto era più chiaro di un manifesto: quella sera mi scoperanno. Eppure, rimasi muto. Omisi di dirle quello che mi ribolliva in gola:” Sì, lo so. E ti prenderai tutti i cazzi del locale, spero ti sventrino.” vendetta, Forse fu desiderio. La linea tra le due cose, ormai, si era dissolta.
Sabato arrivò con la piatta normalità di tutti i sabati: la spesa settimanale, i giochi con mia figlia al parco, il caffè al bar. Una farsa di vita familiare recitata su un vulcano. Alle diciotto in punto, Rebecca annunciò che andava a prepararsi. La osservai salire le scale, già con quell’andatura più sinuosa, già mentalmente altrove. Uscì dalla doccia avvolta in un asciugamano, la pelle ancora umida, e iniziò l’opera. Si truccò con precisione da pittrice fiamminga, si profumò nei punti che sapevo essere i suoi (e che ora immaginavo fossero i preferiti di Alessandro). L’atmosfera in casa era elettrica, un filo teso al punto di vibrare. Ci salutammo con un bacio sulla guancia che sapeva di cipria e di menzogna. “Divertiti,” dissi, e le parole mi bruciarono la lingua come acido. “Con le colleghe.”
Un’occhiata rapida, troppo rapida. “Certo, amore. Tu stai sereno.”
C’era una tensione nuova tra noi, pungente. Era come se percepisse che io percepissi. Che forse il velo della sua finzione perfetta si fosse strappato, e ora entrambi guardassimo, impotenti, nel buco nero che c’era sotto.
Portai mia figlia dai miei genitori, a poche centinaia di metri di distanza. Avevo architettato anche io la scusa dell’uscita con gli amici, una bugia trasparente che serviva soprattutto a me: non sarei tornato in quella casa vuota ad aspettare il ritorno di mia moglie, ad annusare l’aria nella speranza (o nel terrore) di cogliere l’odore di altri uomini su di lei. La paura del confronto diretto era più forte di ogni altra cosa.
Mentre a casa dei miei forzavo giù un pasto a base di pesce che sapeva di segatura, il telefono vibrò.
R: Tutto bene, amore? Eri un po’ strano prima.
Il cuore fece un balzo. Fissai quelle parole. Era curiosità? Era un test? Era il rimorso che bussava, timidamente, alla porta della puttana che era diventata?
IO: Tutto ok, perché? Devi dirmi qualcosa che non so?
Il tempo di quella risposta si dilatò in un minuto eterno. Poi:
R: Assolutamente no, cosa dici? Lo sai che ti amo. Dai, esco solo con le mie colleghe, è molto che non usciamo assieme!
Il “ti amo” mi trafisse come una lama sporca. La rabbia montò, improvvisa e cocente.
IO: Tranquilla, non devi giustificarti. Non hai nulla da giustificare, giusto??
Un altro vuoto. Una esitazione che parlava più di mille confessioni.
R: Certo…
Certo, pensai, ripulendo il piatto con furia muta. Certo che no. Perché giustificare la verità? Stasera ti farai sfondare da sconosciuti in un club per pervertiti, e l’unica cosa da giustificare sarei io, il marito-cornice, il marito-ombra che aspetta nel parcheggio.
Dopo cena, lasciai mia figlia tra le braccia rassicuranti di sua nonna e tornai a casa. Non per prepararmi, ma per eseguire un rito di purificazione impossibile. Una doccia fredda, gelida, che mi martellò la pelle senza scalfire il fuoco che avevo dentro. Mi vestii con un automatismo da fantasma: pantaloni scuri, camicia bianca. Mi stavo vestendo per sparire.
Il “Velvet” era una costruzione anonima in periferia, illuminata da un neon viola sbiadito. Parcheggiai lontano, nel buio. E lì, come un’apparizione speculare della mia dannazione, lo vidi. Luca. Usciva dalla sua auto, il viso scavato dalla stessa ansia e dalla stessa, lurida eccitazione che mi deformava le viscere. Ci incontrammo tra le ombre, senza una stretta di mano, senza un cenno. Due complici, due spettri. Il suo sguardo disse tutto: era spaventato quanto me, e il suo corpo, come il mio, era probabilmente già in uno stato di tremito perverso.
IO: “Pronto?” chiesi, la voce un graffio.
L: “No,” rispose lui, guardando la porta del locale come fosse l’ingresso degli inferi. “Mai stato così poco pronto in vita mia.”
E insieme, respirando la stessa aria di vergogna e anticipazione, ci avviammo verso quella soglia.
Entrammo. L’aria era fredda, profumata di un deodorante industriale che cercava di coprire qualcosa di più antico e animale. Ad accoglierci, dietro un bancone di vetro satinato, c’era un uomo sulla cinquantina, calvo, con un fisico molle avvolto in un impeccabile abito di lino chiaro. Aveva gli occhi piccoli, intelligenti, e un sorriso professionale che non raggiungeva le pupille.
“Benvenuti al Velvet, signori,” disse con una voce suadente, da sommelier di vini rari. “Spero possiate trovare qui l’ambiente perfetto per realizzare ogni vostra… fantasia.”
La parola ‘fantasia’ rimase sospesa, appiccicosa. Ci spiegò il funzionamento del club con il tono pacato di una guida museale, come se stesse illustrando una collezione di reperti preziosi e non una mappa della perdizione. Il “Velvet”, a suo dire, non è un semplice club. è un tempio. Un’eccellenza dedicata all’“amore” e alla “realizzazione personale”.
Mentre parlava, le mie orecchie ronzavano. Il suo monologo si frammentava in brandelli di frasi che mi trafiggevano come aghi:
“…Living Room, atmosfera vibrante, cocktail magistralmente preparati… perfetta per… socializzare.”
“…Labirinto. Intrigante. È facile entrare, signori. Uscire… è un’altra storia.”
“…Sala Sado-Maso. Attrezzature per pratiche… trasgressive. Molto richiesta.”
“…Sala delle Gabbie. Il metallo, sapete, ha un suo fascino. Freddo. Impersonale.”
“…Couples Zone. Solo per chi pratica lo scambio. Molto discreta.”
“…Dark Room. Il brivido dell’ignoto. Prendere o dare. A vostra scelta.”
“…Glory Hole. Una delle esperienze più… eccitanti. La metà superiore è uno specchio a una via. Le ragazze vedono solo il membro. L’uomo, invece, vede tutto.” Il sorriso si fece più complice. “È una questione di potere, no? Di controllo visivo.”
Poi, i suoi occhi si posarono su di noi, come se ci stesse rivelando il pezzo forte della collezione.
“E infine… la Stanza delle Orge. Piano interrato. Open space. Letti circolari… un flusso continuo.” Fece una pausa teatrale. “Credo sia la stanza che stasera, più di ogni altra, vi interesserà. Perché questa, come forse saprete, è la serata mensile delle Hotwife.”
La parola esplose nel silenzio ovattato dell’ingresso. Hotwife. Moglie calda. Moglie di tutti.
“Solitamente,” continuò, con un tono quasi affettuoso, “mariti, compagni, amanti… portano qui le loro partner per un po’ di sano divertimento con i nostri soci selezionati. E, devo dire, le signore… si scatenano. È uno spettacolo davvero notevole.”
Il proprietario, era chiaro che lo fosse, per la passione possessiva con cui descriveva quel bordello di lusso, ci fissò. Era così gentile, così affabile, così normale. Era questo il dettaglio più disturbante. L’accostamento surreale tra i suoi modi da gentiluomo di campagna e la carneficina erotica che promuoveva mi lasciò senza fiato. Quest’uomo non era un mostro. Era un imprenditore. E noi eravamo la sua clientela.
Pagammo una cifra esorbitante: “la quota associativa per clienti, più il buffet a tema” e ci infilammo nella Living Room. L’ambiente era esattamente come l’aveva descritto: divani in pelle bianca, luci basse, un brusio di voci e risatine soffocate. L’aria era densa di profumo, alcol e aspettativa. Ordinammo due Negroni, bevendoli in due sorsi, cercando di anestetizzare i nervi che non erano solo quelli della mente. Nei pantaloni, infatti, un’altra tensione, lurida e incontrollabile, si era fatta prepotentemente presente già dalle prime parole del proprietario.
Ci accovacciammo su due divanetti in un angolo buio, un rifugio di vergogna. Presi un altro drink, il ghiaccio che tintinnava contro il bicchiere per il tremito della mia mano. Luca non stava meglio: fissava il pavimento, il viso una maschera di ansia. La paura di vederle entrare si mischiava alla paura di non vederle entrare, lasciandoci in un limbo di supplizio.
Poi, alle 22:55, il telefono vibrò. Il cuore mi salì in gola.
Rebecca: “Non aspettarmi alzato, faccio tardi con le colleghe. Stiamo chiaccherando amabilmente, come non succedeva da tempo.”
Una fiammata di rabbia. Chiaccherando amabilmente. Mentre io ero qui, in questo tempio della depravazione, ad aspettare che si presentasse per farsi montare da sconosciuti.
Io: “Tranquilla. Dormo con nostra figlia dai miei.”
Rebecca: “Perché, scusa? Ha dormito molte volte dai nonni, non c’è bisogno che stai lì con lei.”
Io: “Voglio stare con lei. È un problema?”
Una pausa lunga, carica di tutto ciò che non poteva dire.
Rebecca: “No, certo. Fa’ come vuoi. Ora torno dalle colleghe. A domani.”
Non risposi. Il messaggio era la conferma. Il sipario si stava alzando. Posai il telefono, le dita sudate. Alzai lo sguardo verso l’ingresso, il cuore che batteva a martello contro le costole. In quella frazione di secondo, prima che la realtà irrompesse, l’ultimo, patetico barlume di speranza si spense.
Ero certo che da un momento all’altro l’avrei vista entrare. Non più mia moglie. Ma la Hotwife di Alessandro. E con lei, la moglie del mio amico. Pronte per essere offerte in sacrificio sull’altare di quel tempio, sotto i nostri occhi impotenti e, Dio mi perdoni, avidissimi.
Col cuore in gola e le mani sudate, con in corpo i due Negroni bevuti che mi pulsavano caldi nelle tempie, fissai l’ingresso. La gente entrava a gocce, come dosata da un invisibile contagocce all’esterno. La serata Hotwife iniziava alle 23: l’effetto era quello di un lento, ma inesorabile, ingresso del pubblico prima dello spettacolo principale.
E infatti, come per un incantesimo, poco prima dell’ora esatta il flusso divenne costante. Uomini. Soprattutto uomini. Una gamma che andava dal trentenne palestrato, sicuro di sé come un predatore, al cinquantenne con la pancia che s’intravedeva sotto la camicia, lo sguardo avido e un po’ disperato. Poi, finalmente, le donne. Erano un richiamo all’eros vivente. Non semplicemente belle: erano costruite per essere guardate, armate di tacchi, vestiti che erano promesse mantenute. Abiti lunghi con spacchi assassini che svelavano cosce compatte ad ogni passo, scollature così profonde da essere un invito a naufragare. Vestitini corti che lasciavano intendere tutto e nascondevano giusto il necessario per il mistero. Trasudavano una sicurezza che era a sua volta un afrodisiaco, sapendo di essere lì per essere desiderate, e per dare.
Poi, il mondo si fermò.
Eccole.
Rebecca e Sabrina. Entravano come regine di un corteo osceno, precedute e possedute dalle mani di Alessandro, i suoi palmi piatti e dominanti premuti sui loro glutei come marchi a fuoco. Un gesto che non diceva «sono con me», ma «sono mie». E loro, le nostre mogli, ci scivolavano sotto con una naturalezza che mi fece venire il voltastomaco. Niente tensione, niente sguardi furtivi. Ridacchiavano, già parte del gioco.
Rebecca era una visione in rosso. Un vestito aderente, fermato appena sotto il ginocchio da fascioni che si annodavano dietro, lasciando la schiena nuda e vulnerabile. Lo spacco laterale, però, era l’arma: si apriva con ogni passo, offrendo alla vista l’intera lunghezza di una coscia che conoscevo e che ora era merce di scambio. Sabrina, al suo fianco, era avvolta in un tubino nero che sembrava dipinto sulla pelle, modellando ogni curva del suo corpo da statuaria greca, spingendo in avanti il seno come un’offerta. Erano splendide. Erano mortali. Gli sguardi di ogni uomo nella sala le seguivano, le divoravano, e un nugolo di eccitazione viscida si aggrovigliò nella mia pancia, annodandosi attorno alla pura, straziante gelosia.
Si diressero al bancone, diventando immediatamente il centro dell’universo. Alessandro parlava, rideva, le presentava. Loro sorridevano, bevevano, flirtavano. Noi, Luca ed io, eravamo parassiti nell’ombra, divorati da un’eccitazione così acuta da far male. Poi la musica del DJ cambiò, diventando un battito tribale. Alessandro le guidò in pista, le mani sempre su di loro, e loro esplosero. Non ballavano: cacciavano. Strusciavano i corpi l’uno contro l’altro, contro uomini sconosciuti, in una danza di provocazione pura. Guardarle era uno strazio sublime. Erano il sogno perverso di ogni uomo, reso carne davanti ai nostri occhi.
Alessandro ci individuò nel buio. I suoi occhi, lucidi di potere, si incrociarono con i nostri. E ci fece l’occhiolino. Un cenno complice, da padrone ai suoi cani da guardia. Poi tornò a occuparsi delle sue cagne.
Mentre loro si scaldavano, noi, da buoni detective della nostra stessa vergogna, iniziammo a esplorare l’inferno. Seguimmo i flussi di persone: alcuni sparivano nella Dark Room, altri si dirigevano, già ansimanti, verso i Glory Hole. Molti, però, scendevano le scale. Verso la stanza delle orge. Decidemmo di seguirli.
L’atmosfera cambiò radicalmente. Sotto, la musica assordante si mutava in un ritmo tribale, ipnotico. L’aria era calda, umida, impregnata di un odore pungente e primordiale: sudore, sex toy in silicone. Era l’odore del sesso di gruppo, grezzo e senza vergogna.
Il piano interrato era un open space di corpi. Letti circolari, come crateri, punteggiavano la stanza. In alcuni, piccoli gruppi già convergevano. In uno, vedemmo una donna, la schiena arcuata, presa da dietro da un uomo massiccio mentre un altro le scopava la bocca. I gemiti della donna non erano di piacere fine a sé stesso, ma di abbandono totale, di annichilimento. Poi l’uomo dietro di lei si spostò, e io e Luca rimanemmo a bocca aperta. Il suo cazzo era un mostro. Spesso, venoso. La donna gemette, «più forte!», e lui obbedì, riprendendo a martellarla con una forza che sembrava volerla spezzare. Era uno spettacolo di pura, cruda fisicità che ci lasciò senza fiato, e con le mutande improvvisamente strette.
Tornammo di sopra, il sangue che ci rimbombava nelle orecchie. Cercammo le nostre mogli in Living Room, ma non c’erano più. Un brivido di terrore (e di eccitazione) ci percorse. Dovevano essere da qualche parte. E l’unico posto che per logica era giusto trovarle, il più umiliante, era il Glory Hole.
Ci dirigemmo là. Davanti alla struttura, una calca di uomini si accalcava, come spettatori a uno sport sanguinario. Trovammo un varco. Mi sporsi, guardando attraverso lo specchio a una via. All’interno, illuminate da una luce bluastra, c’erano cinque donne in ginocchio. E in mezzo a loro, riconobbi i capelli castani di Rebecca e quelli più scuri di Sabrina.
Il cuore mi si fermò. La rabbia fu un pugno nello stomaco, immediato, accecante. Mia moglie. In ginocchio. Davanti a un buco nel muro. Ma prima ancora che la rabbia potesse tradursi in un gesto, il mio corpo rispose. Il cazzo si eresse tutto d’un colpo, una fitta di piacere così intensa e immediata che mi portò sull’orlo dell’orgasmo. Dovetti serrare i pugni, mordermi l’interno della guancia, respirare a fondo per non sborrare lì, come un ragazzino, davanti a quella scena.
Era Rebecca. La vedevo attraverso lo specchio. Le sue labbra, quelle che avevano baciato me infinite volte, erano serrate attorno al glande di un cazzo anonimo che spuntava dal foro. Chiudeva gli occhi, il viso contratto in una concentrazione che sembrava estasi. Poi spostava la testa, ne prendeva un altro, più sottile, lo leccava dalla base alla punta con una lentezza voluttuosa. Sabrina, poco più in là rispetto a lei, faceva lo stesso, ma con uno sguardo più sfacciato, quasi divertito. Erano lì, ridotte a bocche anonime, a servizi di piacere per una marmasglia di sconosciuti. E stavano godendo della loro stessa degradazione. Lo si capiva dal modo in cui si muovevano, dalla dedizione con cui succhiavano.
Rimasi pietrificato, ipnotizzato da quell’orrore, quando una mano si posò sulla mia spalla. Mi voltai. Un uomo sulla quarantina, il viso arrossato dall’eccitazione e dall’alcol, mi fissò.
«Scusa, bello,» disse con voce roca. «Hai intenzione di usare quel buco, o posso passare io? C’è una mora dentro che ha una bocca da sogno.»
Prima che potessi rispondere, intervenne Luca. La sua voce era tesa, ma c’era sotto una sfumatura di follia rassegnata.
«Sì, sì, questo posto è nostro. Ora ci infiliamo noi.»
Si voltò verso di me, gli occhi febbrili. «Dai, Andrea. Siamo qui. Ormai cosa cambia? O sono i nostri cazzi o quelli degli altri. Tanto vale…»
La sua logica era contorta, malata, e perfettamente sensata nel nostro personale inferno. Cosa cambiava davvero? La loro umiliazione era già completa, pubblica. Questo gesto sarebbe stato solo l’ultimo, patetico sigillo della nostra complicità. Un modo per dire: anche noi siamo qui. Anche noi facciamo parte di questo gioco. Non solo spettatori. Complici attivi.
Con gesti meccanici, le dita che tremavano, slacciammo le cinture. Poi, con un ultimo sguardo tra di noi, uno sguardo che diceva addio a qualsiasi residuo di dignità, ci slacciammo i pantaloni. I nostri cazzi, duri, pulsanti, testimoni muti di tutta la nostra vergogna, spuntarono nell’aria viziata della sala. Li afferrammo.
E li infilammo negli orifizi anonimi del muro, nell’attesa cieca di un contatto che sapevamo già sarebbe stato elettrizzante e devastante.
Intanto, attraverso lo specchio a una via, assistemmo alla degradazione. Sabrina, inginocchiata, aveva appena ricevuto una scarica di sborra calda in pieno viso. L’uomo alla nostra destra, urlò il suo orgasmo contro il muro: «Questa sì che è una vera bocchinara! Brava, troia! Prendi, prendi tutta la mia sborra in faccia!»
La voce era roca, trionfante. La violenza verbale, unita all’immagine di Sabrina che restava immobile un attimo, gli occhi chiusi, il volto bianco e lucido sotto la luce blu, fu uno schiaffo di realtà. Questo non era più un gioco di fantasie condivise. Questo era il mercato. E le nostre mogli erano la merce. Eppure, contro ogni logica, quella scena fu un colpo basso al mio stomaco che si tradusse in un’immediata, vergognosa contrazione di piacere. Il mio cazzo pulsò violentemente nel foro, reclamando attenzione.
Prima che potessi reagire, vidi Sabrina muoversi. Con una lentezza quasi cerimoniale, si chinò in avanti e baciò la cappella ancora grondante dell’uomo, un gesto di sottomissione assoluta. Poi si alzò, i passi sicuri, e si diresse verso un tavolo al centro della stanza che prima non avevamo notato. Era rifornito di salviettine umidificate, disinfettante, asciugamani. Un angolo di igiene in quel tempio della sporcizia. Si pulì il viso con gesti metodici, come un’attrice che si toglie il trucco dopo lo spettacolo. Poi tornò al giro.
E venne dritta verso Luca. Vidi il volto del mio amico irrigidirsi. Mi guardò, gli occhi spalancati da un panico improvviso. «E se riconosce il cazzo?» sussurrò, la voce un filo di terrore.
La domanda era assurda, grottesca. Eppure, in quel momento, sembrò la cosa più importante del mondo. Risposi con una battuta che sapevo essere crudele, ma che nascondeva la mia stessa, identica paura: «Tu, dopo aver leccato cinque vagine una dietro l’altra, riconosceresti la figa di tua moglie?»
Non fece in tempo a rispondere. Un gemito strozzato gli uscì dalle labbra. Sabrina aveva afferrato il suo cazzo e lo aveva imboccato senza esitazione. Non un tentativo, non un assaggio. Una presa decisa, professionale. Attraverso lo specchio, vidi la sua testa muoversi avanti e indietro con un ritmo ipnotico e potente, le labbra strette attorno all’asta, la lingua che doveva lavorare sulla parte inferiore. Luca rimase pietrificato, il volto una maschera di estasi e orrore. Non emise un suono, ma il suo corpo parlava per lui: la tensione nelle spalle, il modo in cui le dita si aggrapparono al bordo del foro, bianche per la presa. Stava godendo come non aveva mai goduto, e lo stava facendo con la bocca di sua moglie, che non lo riconosceva.
Poi toccò a Rebecca. La vidi attraverso il vetro mentre, ancora col viso sporco della sborra di un altro, si spostava. Non si pulì. Venne dritta verso la mia postazione. Il mio cuore si bloccò. Attraverso il foro, non potevo vedere nulla, solo sentire. E sentii. Una mano afferrò la base del mio cazzo con una sicurezza che non era la sua. Non la timida, a volte svogliata presa di quando cercava di accontentarmi. Questa era una presa da pompinara esperta. Poi sentii il caldo umido delle sue labbra avvolgere la mia cappella, e subito dopo, il vuoto e la pressione della suzione. Un colpo di testa deciso. Succhiava. Non leccava, non accarezzava. Succhiava, con una voracità che mi tolse il fiato. Con la mano lavorava la parte inferiore dell’asta, massaggiando, accelerando il ritmo in perfetta sincronia con la bocca.
Era bravissima. Troppo brava. Questa non era la moglie che conoscevo. Era l’allieva di Alessandro, la cagnetta addestrata. Il pensiero mi trafisse, ma il mio corpo rispose con una fedeltà animalesca. Un’ondata di piacere mi risalì dall’inguine, inarrestabile. Riuscii a trattenere i gemiti, ma il mio respiro divenne un rantolo soffocato. Resistetti forse trenta secondi, forse un minuto, in quel paradiso infernale, prima di esplodere. L’orgasmo fu violento, catartico, un fiume di vergogna e godimento che eruppe dalla mia radice più profonda. Sentii gli schizzi caldi colpire qualcosa – la sua lingua, il palato, il viso – e poi scorrere. Molta sborra. Troppa. Doveva averne colata sul mento, sul collo.
Attraverso il vetro, la vidi ritirarsi. Per un istante, il suo volto apparve nello specchio. Gli occhi socchiusi, le labbra gonfie, lucide e sporche di bianco. Mi fissò, o fissò il vetro, con un’espressione che non seppi decifrare: soddisfazione? Vuoto? Poi, con un gesto che mi spezzò il cuore e mi eccitò di nuovo all’istante, si chinò e baciò la punta del mio cazzo, ancora sensibile e pulsante. Un bacio rapido, quasi un “grazie”.
Solo allora si alzò e, finalmente, andò al tavolo centrale a pulirsi. Luca, poco dopo, ebbe la sua convulsione silenziosa, il corpo scosso dagli spasimi mentre Sabrina continuava il suo lavoro finché non ebbe ingoiato tutto.
Pulite, rinfrescate, le due donne uscirono dalla stanza del Glory Hole, rientrando nel brusio del club. Noi ci ricomponemmo in fretta, le mani tremanti, il sudore freddo sulla schiena. Ci allontanammo dalla calca, cercando l’ombra.
Le seguimmo con lo sguardo. Alessandro non le aveva perse di vista. Le stava aspettando vicino al bar, ma non era solo. Aveva tra le braccia una donna matura, forse sulla quarantina avanzata, ma con un corpo tonico e uno sguardo da predatrice. La stava baciando con passione, una mano stretta sul suo sedere. Quando vide Rebecca e Sabrina avvicinarsi, si staccò dalla donna con un sorriso, sussurrandole qualcosa all’orecchio che la fece ridere.
Poi si voltò verso le nostre mogli. Le accolse con un’espansività da padrone di casa, mettendo un braccio sulle spalle di ciascuna. Si chinò per parlare loro, la bocca vicino alle loro orecchie. La musica e la distanza coprirono le sue parole. Ma i loro volti, illuminati dalle luci stroboscopiche, erano un libro aperto. Rebecca ascoltava con un sorriso compiaciuto, annuendo. Sabrina aveva un’espressione più intensa, quasi febbrile, gli occhi che brillavano di una luce pericolosa. Alessandro parlava, indicando con un cenno del capo verso le scale che conducevano al piano inferiore. Verso la stanza delle orge.
Il suo piano si dispiegava davanti a noi, chiaro come il giorno. Il Glory Hole era stato solo l’antipasto. L’aperitivo. Adesso le portava al banchetto principale.
Eravamo in trance. Vedere Alessandro che accompagnava le "nostre" mogli al macello, i palmi delle mani saldamente piantati sui loro culi come fossero bestiame di pregio, fu un colpo allo stomaco che mi tolse il respiro. A mente fredda, il Glory Hole era già stato un'aberrazione, ma lì, in fondo, loro avevano ancora un briciolo di controllo: decidevano loro a chi donare la bocca, quanto a lungo, con che ritmo. Loro comandavano il piacere che davano. Lì sotto, nella Stanza delle Orge, quel controllo sarebbe evaporato. Sarebbero state in balia degli eventi, dei maschi arrapati che avrebbero voluto solo infilare il loro cazzo duro e pulsante in qualche buco caldo, senza chiedere permesso, senza ringraziare. Solo prendere.
Come due ebeti, due statue di sale, restammo a guardare mentre si avviavano verso le scale. Dietro di loro, un codazzo di uomini con cui avevano ballato, no, con cui si erano strusciate, si accodava come un branco di sciacalli. Ci mettemmo in fila anche noi. Un atto quasi religioso, grottesco. Silenziosi, devoti, come si aspetta l'ostia in chiesa. Ogni tanto, uno sguardo complice con Luca, ma la vergogna e l'ignoto vincevano su qualsiasi parola. La lingua incollata al palato. Nella mia testa, una sola domanda rimbombava come un martello su una campana fessa: cosa farà mia moglie laggiù? Come si comporterà? Ormai non avevo più la speranza di vederla scappare. Quell'illusione era morta nel momento in cui l'avevo vista succhiare cazzi anonimi attraverso un muro con la dedizione di una credente. Quel ruolo di troia sottomessa le piaceva. Le piaceva da morire, a giudicare da come si muoveva, da come cercava il piacere negli sguardi degli altri. Se volevo cambiare qualcosa, dovevo intervenire io. Ora. Subito. O restare nel silenzio, a subire che mia moglie si divertisse sessualmente comandata da Alessandro.
Ma fino a dove si sarebbero spinti? Un conto è tradire tra le mura "sicure" di casa, già di per sé un'aberrazione. Un altro, totalmente diverso, è lasciarsi trasportare in questo vortice di lussuria sfrenata, in un luogo progettato per cancellare ogni confine. Fino a che punto, Rebecca? Fino a dove ti lascerai portare?
Scendemmo le scale. Il battito della musica diventava più cupo, più viscerale. Perdemmo di vista le nostre mogli, inghiottite dalla penombra e dalla calca. Una volta al piano inferiore, cercando di rimanere ai margini della sala, le vedemmo dall'altro lato. Il cuore mi esplose nel petto.
Erano lì, in piedi, abbracciate ad Alessandro. Lo limonavano. Entrambe. Si passavano la sua bocca come fosse un trofeo, le lingue che si intrecciavano, si alternavano, si contendevano il suo sapore. Si strusciavano contro di lui come gatte in calore, le mani che gli palpavano il petto, la schiena, scendevano giù fino a sfiorargli il cazzo già duro. Lui, come un polipo, le toccava ovunque, senza freni, senza delicatezza. Intorno a loro, un cerchio di cinque uomini, di cui due di colore, enormi. Non semplicemente alti o muscolosi: enormi nei corpi e in quello che lasciavano intravedere nei pantaloni. Se ne stavano lì, immobili, a godersi lo spettacolo, statue di carne in attesa del segnale.
Poi Alessandro fece un cenno. Un via libera.
Gli spettatori si mossero. Con la grazia felina dei predatori, si avvicinarono alle prede. Era ipnotico: un leone che si avvicina a una gazzella azzoppata, sicuro della preda. Rebecca e Sabrina, invece di indietreggiare, si tesero verso di loro, i corpi che vibravano di aspettativa. Iniziarono a toccarle. Le mani scivolarono sui loro fianchi, sulle cosce, risalirono lente, con una calma che era la più eccitante delle violenze. Uno dei due si mise davanti a Rebecca. La scrutò. La scannerizzò dalla testa ai piedi, millimetro per millimetro, come se dovesse memorizzare ogni curva, ogni ombra della sua pelle. Si chinò, le mani che le accarezzavano le caviglie, risalendo lungo i polpacci, dietro le ginocchia, sulle cosce. Poi si alzò, afferrò l'orlo del suo vestito rosso e, con un movimento fluido, glielo sfilò di dosso.
Rebecca rimase in autoreggenti, perizoma e reggiseno. Una dea. Una dea del sesso esposta al culto dei fedeli. Lo stesso destino toccò a Sabrina, spogliata dall'altro uomo con la stessa, identica, reverenza predatoria. Erano bellissime. Erotiche. Riempivano la stanza di una potenza sessuale quasi tangibile. Per ora reggevano l'assalto di sei uomini arrapati, vogliosi. Rispondevano ai loro tocchi, si offrivano ai loro sguardi. Per ora erano regine. Ma io conoscevo la natura di quei giochi. Sapevo che presto, molto presto, la loro resistenza si sarebbe infranta contro l'onda di cazzi che si preparava a travolgerle. E allora non sarebbero state più regine. Sarebbero state quello per cui Alessandro le aveva addestrate: delle semplici, perfette, insaziabili troie.
I due neri le presero in braccio con una naturalezza che fece sembrare Rebecca e Sabrina leggere come piume. Le portarono sul letto circolare più vicino, quello libero, e le adagiarono sulla superficie morbida come offerte su un altare. Poi iniziò il rito.
Non furono più tocchi esplorativi. Furono prese di possesso. Mani ovunque: sui seni, sulle cosce, tra le gambe, a strofinare quelle vulve già umide e vogliose. Bocche che si incollavano alle loro, lingue che si intrecciavano in baci profondi, sporchi di saliva e promesse. Intorno, gli altri uomini iniziarono a spogliarsi con gesti rapidi, quasi rabbiosi. I loro cazzi emersero alla luce soffusa: nerboruti, congestionati, pulsanti di un'erezione che non ammetteva attese. Quando le nostre mogli li videro, non ci fu esitazione. Li presero in mano con la prontezza di professioniste, iniziarono a giocarci, a pesarli, a far scorrere le dita lungo le aste tese. Come solo delle puttane esperte sanno fare. Come solo delle donne che hanno imparato a desiderare il cazzo più di ogni altra cosa sanno fare.
Si misero in ginocchio sul letto, una di fianco all'altra, e iniziarono a passarli di bocca in bocca. Un nastro trasportatore di piacere. Uno ne pompina, due lo segano, poi cambio, poi di nuovo. Era uno spettacolo coreografato nell'inferno. Erano maestose nella loro degradazione.
Poi i due neri si spogliarono anche loro. E lì, io e Luca ci scambiammo uno sguardo che non dimenticherò mai. Fino a quel momento, i cazzi che avevamo visto erano di tutto rispetto. Quello di Alessandro, che ci era sembrato un mostro, ora, al confronto, appariva quasi normale. Quelli che emersero dai pantaloni dei due colossi erano bestie. Non c'era altra parola. Enormi. Larghe. Vene che pulsavano come serpenti sotto la pelle scura. Una circonferenza che sembrava voler sfidare le leggi della natura. Il solo vederli mi provocò un crampo allo stomaco e un'ulteriore, dolorosa erezione. Come cazzo faranno a entrarci? fu il mio primo, stupido pensiero. Il secondo fu di pura, viscida eccitazione all'idea che mia moglie, la madre di mia figlia, avrebbe provato a ingoiare quel macigno.
Si unirono alla mischia. I loro cazzi mostruosi vennero presi in mano, leccati, accarezzati dalle nostre mogli con una reverenza che rasentava il culto. Peccato non aver visto l'espressione dei loro volti alla prima vista di quei pali neri. Ma le immaginai: stupore, timore, e quella fame animale che Alessandro aveva saputo scavare dentro di loro.
Ci avvicinammo. Dovevamo vedere meglio. Dovevamo sentire. Sempre nell'ombra, sempre invisibili, sempre cornuti. La scena era identica a quelle viste e straviste nei video porno che consumavo per masturbarmi. La stessa composizione: donne in ginocchio, cazzi duri allineati come soldati in attesa. Solo che ora la protagonista era mia moglie. E la donna accanto a lei era la moglie del mio amico. Non c'era uomo, in quel cerchio, che non ricevesse attenzioni dalle nostre donne. Mentre una ne pompinava un altro, le mani lavoravano su altri due. Erano instancabili. Perfette. L'addestramento di Alessandro stava dando i suoi frutti, e lui se ne stava lì, in mezzo a loro, a godersi il trionfo. Non solo della loro bocca e delle loro mani, ma della sua opera. Le indicava, ne parlava ad altri uomini con un orgoglio da proprietario terriero che mostra il bestiame: «Sono mie. Le scopo quando voglio, come voglio. Le mie schiavette personali. Le sto addestrando a essere le puttane perfette.»
La cosa che mi ferì più di ogni altra, più dei cazzi, più delle umiliazioni, fu questa: le nostre mogli non si opposero. Non batterono ciglio. Anzi, quelle parole sembravano incitare loro, accendere una fiamma più forte nei loro occhi. Sorridevano, mentre venivano chiamate "schiavette". Annuivano, mentre venivano esposte come trofei. Era tutto incredibile. Umiliante. Degradante. Ci sentivamo morire dentro, l'anima ridotta a brandelli. Ma il corpo, quel traditore del corpo, rispondeva con un'unica, inequivocabile verità: il cazzo era di nuovo duro. Duro da far male. Duro da vergognarsi.
Poi Alessandro prese l'iniziativa. Giustamente, erano le sue troie. Afferrò Rebecca, la adagiò supina sul letto e le si mise sopra, a missionaria. Non ci furono preliminari, non ci fu attesa. Iniziò a scoparla con un ritmo subito violento, potentissimo. I suoi fianchi sbattevano contro di lei con una forza che la faceva sobbalzare sul materasso. Due uomini si piazzarono immediatamente all'altezza del suo viso, i cazzi tesi a pochi centimetri dalle sue labbra. E lei, nonostante le spinte poderose che la trapassavano, allungò il collo e iniziò a leccare. Prima uno, poi l'altro, poi di nuovo, la lingua che si allungava come un serpente per accontentarli tutti, mentre Alessandro continuava a martellarla senza pietà.
Accanto a loro, Sabrina era stata presa da uno dei due neri. L'adagiò allo stesso modo, poi portò la punta del suo mostro alle labbra della sua figa. Per un attimo, ci fu una pausa sospesa. La cappella, enorme, scura, premette contro quel rosa chiaro, e il contrasto era quasi offensivo. Poi lui spinse. Non tutta l'asta, solo la punta. La cappella entrò, dilatando le labbra di Sabrina in un modo che sembrava impossibile. E lei emise un suono che non era un gemito. Era un urlo strozzato, un lamento di stupore e dolore che attraversò il brusio della sala. «Ahhh! è troppo...» Ma il nero non si fermò. Era bravo, si vedeva. Iniziò a scoparla solo con quella cappella, estraendola e riaffondandola con movimenti lenti, misurati, mentre l'altro nero e un altro uomo le presentavano i cazzi da leccare. E lei, in qualche modo, tra un gemito e l'altro, tra una smorfia di dolore e un lampo di piacere negli occhi, cercò di accontentarli. La lingua fuori, a leccare quello che riusciva a raggiungere, mentre sotto di lei quel martello pneumatico lavorava per aprirla, per plasmarla, per renderla degna di ricevere tutto, fino in fondo.
Io e Luca assistevamo, pietrificati. L'incubo era diventato realtà. E il mio cazzo, il maledetto, non accennava a cedere.
Il nero che stava scopando Sabrina continuava la sua opera di scultura della carne, e ad ogni affondo penetrava più a fondo in lei. Si vedeva, dalla tensione dei muscoli del suo ventre, dallo sforzo con cui il suo cazzo fendeva quella resistenza. Lei lo sentiva. Lo sentiva ogni centimetro, ogni millimetro in più, e gemeva con un'intensità che cresceva di pari passo con la penetrazione. Non era più un gemito di dolore, o almeno non solo. Era il suono di una donna che sta scoprendo un nuovo, sconvolgente pianeta di piacere.
«Dai... aprimi tutta...» ansimò Sabrina, la voce rotta, gli occhi che cercavano quelli del suo dominatore nero nello specchio posto sopra il letto. «Lo voglio sentire che mi sfonda... voglio sentire tutto...»
Il nero obbedì. Con un ringhio soddisfatto, piantò il suo bastone d'ebano fino in fondo, fino a che la punta non incontrò la cervice. L'urlo di Sabrina trapassò la musica, un suono animale, primordiale, che gelò il sangue a me e fece irrigidire Luca accanto a me. Era un urlo di dolore, sì, ma anche di un godimento così estremo da sembrare una tortura. E nonostante fosse arrivato a fondo, una parte consistente di quel cazzo restava fuori. Si vedeva, chiaro come la luce, il tratto ancora visibile tra il suo pube e le natiche di Sabrina. Le sue labbra vaginali, stirate all'inverosimile, erano bianche per la tensione, un cerchio di pelle teso attorno a quella circonferenza mostruosa. Poi lui iniziò a muoversi. Avanti e indietro. Lentamente all'inizio, poi sempre più forte, sempre più fondo, ogni volta che il glande andava a sbattere contro il collo dell'utero, Sabrina emetteva quel suono strozzato, quel misto di sofferenza e beatitudine che solo chi ha provato certe sensazioni può capire. Doveva provare qualcosa di incredibile. Doveva essere trasportata in un'altra dimensione.
Accanto a loro, Alessandro continuava la sua cavalcata su Rebecca. La stava prendendo con una violenza che non avevo mai visto, nemmeno nei video. Era un animale, un toro in calore che monta la sua femmina. I colpi del suo bacino contro di lei erano secchi, potenti, il rumore della carne che sbatteva contro la carne riempiva l'aria insieme ai gemiti di lei.
«Sì! Così!» urlava Rebecca, le unghie che affondavano nella schiena di lui. «Riempimi! Fammi sentire che sono una troia! La troia di tutti!»
Alessandro la martellava senza pietà, e intanto le sibilava nell'orecchio parole che dovevano scolpirsi nella sua anima: «Sarai la troia di chi vorrò io, quando vorrò io. La mia schiavetta personale. E quando avrò voglia, ti porterò in posti come questo e ti farò scopare da mandrie di uomini. Magari qualcuno pagherà pure per scoparvi, tu e Sabrina. Vi metterò in vetrina, come le puttane di lusso che siete diventate.»
È questo che ha in mente? pensai, il cuore in gola. Trasformarle in professioniste? In merce da vendere?
Poi Alessandro cambiò posizione. Con una mossa fluida, la girò a pecora, il culo di Rebecca sollevato e offerto come un'isola nel mare di corpi sudati. Nel farlo, ordinò a uno dei due uomini che fino a quel momento avevano ricevuto solo pompini da lei: «Tu, sdraiati sotto di lei. Voglio che la prenda anche davanti.»
L'uomo obbedì all'istante, sdraiandosi supino sul letto, il cazzo dritto come un albero maestro. Rebecca lo guardò, un lampo di malizia negli occhi. «Dai,» disse con voce roca, «apritemi tutta. Voglio che mi sfondiate come si deve.» Poi aggiunse, con una sfida che mi gelò: «O devo chiedere a qualcun altro?»
Alessandro le mollò una sculacciata secca su quel culo perfetto, che si arrossò all'istante. «Stai zitta, troia, e fai quello che ti dico.» Lei si abbassò sul cazzo dell'uomo sdraiato, un gemito di piacere mentre lo accoglieva dentro. Intanto, l'altro uomo rimasto in piedi le infilò il cazzo in bocca, e lei iniziò a lavorarlo con la stessa dedizione.
Alessandro intanto aveva preso il lubrificante. Lo vidi spalmarsene generosamente sul cazzo, quel palo che già conoscevo bene, e poi sul buco anale di Rebecca. Non ci furono preavvisi. Non ci furono carezze. Con un movimento deciso, glielo piantò nel culo tutto d'un colpo.
L'urlo di Rebecca squarciò l'aria. Un suono così alto, così disperato, che per un attimo temetti avrebbe fermato la musica. Ma la musica continuò, e lui continuò. Alessandro, preso dalla foga, iniziò a sfondarla davvero. Colpi animaleschi, profondi, che la facevano sobbalzare in avanti, spingendola ancora di più sul cazzo dell'uomo sotto di lei e su quello che aveva in bocca. Gli insulti uscivano dalla sua bocca come un fiume in piena:
«Ci avevo visto giusto con voi! Siete due puttane, luride puttane che hanno bisogno di essere solo usate! Usate come un cesso! Vi sfonderemo talmente tanto il culo stanotte che non camminerete per una settimana! Dovrete mettere i pannoloni, da quanto vi apriremo! E ai cornuti, cosa direte?»
A quelle parole, si girò. Ci guardò. Dritti negli occhi, nell'ombra in cui credevamo di essere invisibili. Un sorriso beffardo gli increspò le labbra mentre continuava a martellare Rebecca, le sue parole diventavano una dichiarazione di guerra:
«Cosa gli direte? Che vi siete fatte sfondare in un'orgia da sei maschi? Che siete troie e loro due luridi cornuti? Siete le mie cagne! E stanotte... stanotte siete le cagne del locale!»
Le sue parole, forti e chiare, attirarono l'attenzione. Altri uomini, nella penombra della zona orge, si avvicinarono. Prima uno, poi due, poi un gruppo di almeno cinque o sei. Si disposero intorno al letto circolare, un cerchio di sguardi famelici, di cazzi che già iniziavano a indurirsi alla vista dello spettacolo. Alcuni si masturbavano lentamente, altri aspettavano solo un cenno per unirsi alla mischia.
Io e Luca eravamo paralizzati. Il mio cazzo, nei pantaloni, era duro come non mai. E davanti a me, Rebecca, con gli occhi socchiusi dal piacere, la bocca piena, il culo pieno, la figa piena, guardò quel cerchio di uomini che si stringeva intorno a lei. E nei suoi occhi, in quell'istante, vidi qualcosa che mi uccise e mi eccitò allo stesso tempo. Vidi che non vedeva l'ora.
Ormai attorno al loro letto, ai sei uomini che già stavano fottendo le nostre mogli, se ne erano aggiunti altri sei. Un cerchio sempre più fitto di corpi, di sguardi, di bramosia. Alcuni si limitavano a guardare, rapiti dallo spettacolo, le mani lungo i fianchi in un autocontrollo che sembrava costargli uno sforzo titanico. Altri, invece, avevano già i cazzi di fuori e li accarezzavano con moto lenti, quasi ipnotici, pronti a scattare al minimo cenno. Dodici uomini intorno a due donne. Dodici cazzi di un inferno che si stava aprendo per inghiottire le nostre mogli.
Presi Luca per un braccio e lo trascinai più avanti. Volevo vedere. Volevo sentire ogni gemito, ogni respiro affannato di Rebecca. Mi infilai nella cerchia, spostando con decisione un uomo che mi sbarrava la visuale, cercando un'angolazione che mi permettesse di non entrare in contatto visivo con lei, di catturare ogni minima espressione sul suo volto. Luca fece altrettanto non molto distante da me. Due spettatori paganti, due cornuti in cerca del miglior posto in platea per assistere alla propria damnatio.
Era incredibile. Davvero incredibile quanto Alessandro stesse distruggendo Rebecca. Spingeva come un animale, ogni colpo una dichiarazione di guerra al suo corpo, alla sua dignità, al nostro matrimonio. Voleva marchiarla. Voleva farla schiava sessuale in modo così indelebile che nessun altro uomo, men che meno io, avrebbe mai potuto competere. Lei gemeva come una cavalla in calore, il cazzo di uno dei presenti che le riempiva la bocca, quello di un altro ancora che le sfondava la figa, mentre Alessandro la prendeva da dietro con quella furia devastante. Era un sandwich di carne e lussuria, e lei era il ripieno, la parte più prelibata.
Alessandro, con voce roca, incitò sia l'uomo che aveva il cazzo in bocca a Rebecca, sia quello che stava facendo altrettanto con Sabrina, a scopare quelle bocche come si deve. «Forza,» ringhiò, «scopate le bocche di ste troie come fossero fighe da riempire! Non abbiate pietà!»
Non se lo fecero ripetere. Afferrarono le teste delle nostre mogli con decisione e iniziarono a scopargli la bocca con violenza. Andavano fino in fondo, fino a farle quasi soffocare, per poi uscire quel tanto che bastava a farle riprendere fiato, ma senza mai concedere tregua. I suoni che uscivano dalle loro gole non erano più gemiti umani. Erano gorgoglii, rantoli, i rumori gutturali di chi sta ricevendo un cazzo in gola e non può fare altro che subire. La saliva colava copiosa dai loro menti. I loro volti erano rossi, congestionati dallo sforzo e dall'eccitazione.
Ora anche Sabrina, che fino a quel momento aveva subito il cazzone del nero, cambiò posizione. Si mise a pecora, imitando la sua compagna di sventura. Il nero si sdraiò supino sul letto, quel palo nero impressionante che svettava verso l'alto come un obelisco di carne. Sabrina ci si impalò sopra con evidente difficoltà, si vedeva dalla tensione dei muscoli delle cosce, dal modo in cui le sue labbra vaginali si allargavano per accogliere quella circonferenza mostruosa, ma alla fine, come prima lo prese tutto. Dietro di lei, Alessandro si posizionò, attendendo che il cazzo del nero arrivasse a fine corsa, per poi poggiare il suo bastone venoso e pulsante contro il buco del culo di Sabrina.
Io e Luca ci scambiammo uno sguardo preoccupato. Sapevamo cosa stava per succedere. Sapevamo che Alessandro non si sarebbe fermato.
Lui, dopo aver lubrificato abbondantemente sia il buco del culo di Sabrina che il suo uccello, ci guardò. Dritti negli occhi. Mentre iniziava a spingere, con qualche fatica iniziale, la sua lussuria era così tangibile da poterla quasi toccare. Si vedeva nei suoi occhi, in quel ghigno sadico che gli increspava le labbra.
«Sento l'ingombro di Mohammed» disse, la voce un ringhio di piacere. «Ora spacchiamo sta troia da strada come si deve.»
Quando arrivò in fondo, con un colpo secco che fece sobbalzare Sabrina, le afferrò i capelli e glieli tirò all'indietro.
«Cosa direbbe tuo marito se ti vedesse ora?» le sibilò all'orecchio, ma abbastanza forte perché lo sentissimo. «Così conciata, il trucco sbavato, le labbra gonfie, sopra un bastone d'ebano che ti apre la figa come non hai mai provato, e mentre un altro uomo ti incula contemporaneamente?»
Sabrina tremò. Un tremito leggero, appena percettibile, che partiva dalle spalle e si propagava lungo tutta la schiena. Poi, con una voce così bassa che quasi non la sentimmo, rispose: «Direbbe... che sono una lurida vacca... da far montare da chiunque voglia...»
Alessandro rise, una risata di pura, crudele soddisfazione. Poi iniziò a montare anche Sabrina con colpi poderosi, precisi, devastanti. Il nero sotto di lei, Mohammed, non poteva fare altro che starsene fermo, sentire quel cazzo che si muoveva dentro il culo della stessa donna che lui stava penetrando, aspettare che l'assalto di Alessandro finisse per poter riprendere anche il suo personale massacro.
Nel frattempo, al posto di Alessandro con Rebecca, aveva preso posto l'altro nero, Sary lo chiamavano. Il suo bastone d'ebano era ancora lucido della saliva di Sabrina, un dettaglio osceno che mi fece ribollire il sangue. Lo puntò contro il culo di mia moglie, già provato dalla precedente incursione di Alessandro. Lei gemette, un lamento di sorpresa e forse di timore, quando vide la dimensione di quello che stava per entrare.
«Porca troia, che cazzo enorme! Fa piano!!!»
E prese a scoparla in modo lento ma ritmico, entrando quasi tutto e uscendo, per poi riaffondare quel suo palo nel buco largo di mia moglie. Ogni affondo la faceva sussultare, e i suoi gemiti, seppure soffocati dal cazzo che aveva ancora in bocca, erano un inno alla sua totale, completa sottomissione.
Mentre entrava e usciva, si compiaceva con Alessandro. «Queste due troie sono belle abituate bene, eh?» disse, la voce alta perché tutti sentissero. «Sanno prendere cazzi di un certo tipo. Le hai addestrate proprio bene.»
Alessandro annuì, compiaciuto. «Le ho allenate a casa loro. Con calma, con pazienza mentre i loro mariti non c’erano. E adesso guardale. I meriti sono tutti miei e del mio cazzo.»
Scoppiarono a ridere. Una risata grassa, soddisfatta, che fu subito ripresa da tutti gli uomini intorno. E mentre ridevano, Alessandro ci guardava. Quel bastardo ci guardava dritto negli occhi, e rideva. E intorno a noi, qualcuno iniziò a guardarci, a sussurrare. Qualcuno aveva capito. Avevano capito che eravamo noi, i cornuti. I mariti delle due troie che si stavano facendo sfondare da tutti. La consapevolezza mi trafisse come una lama: non eravamo più spettatori anonimi nell'ombra. Eravamo diventati parte dello spettacolo. I pagliacci.
In quel momento, sentii una mano sulla spalla. Mi girai di scatto. Era il proprietario del locale, l'uomo calvo e gentile che ci aveva accolti all'ingresso. Mi sorrideva, ma non c'era beffa nel suo sguardo. C'era ammirazione. Sincera, per quanto disturbante.
Si avvicinò al mio orecchio per farsi sentire solo da me. «Complimenti,» sussurrò, la voce calda, professionale. «Davvero, complimenti. Donne così, nel mio locale, se ne vedono ben poche. E credimi, ne ho viste tante. Sono splendide. E così... disponibili. Siete degli uomini fortunati.»
Fortunati. Disse che eravamo fortunati. Mentre mia moglie veniva presa nel culo e in figa da uno sconosciuto, con un altro in bocca, e un cerchio di uomini si masturbava intorno a lei guardando la scena. Fortunati.
Non riuscii a rispondere. La lingua era incollata al palato. Mi limitai ad annuire, un gesto meccanico, mentre il mio cazzo, quel traditore, continuava a pulsare nei miei pantaloni come se volesse esplodere. Luca, accanto a me, era nella mia stessa identica condizione: annuiva al proprietario con un sorriso ebete stampato in faccia, mentre con l'altra mano stringeva il suo membro indurito come fosse l'unica àncora di salvezza in quel mare di perdizione.
Il proprietario ci diede una pacca sulla spalla, complice, e si allontanò. Tornò nel suo regno, soddisfatto di aver reso omaggio a due vere regine della notte.
Io rimasi lì, con gli occhi fissi su Rebecca. Su mia moglie. Su quella donna che non riconoscevo più, che si stava facendo riempire in tutti i buchi, che gemeva e ansimava e si contorceva sotto il peso di sconosciuti. E una parte di me, la parte più oscura, più viscida, più malata, quella che aveva sempre sognato questo momento, quella parte stava godendo. Stava godendo come non aveva mai goduto in vita sua.
Ero dannato. Ero perduto. Ma non potevo, non volevo, smettere di guardare e di vedere fino a dove si sarebbero spinte, le nostre mogli.
Appena il buco del culo di mia moglie Rebecca si abituò a quella presenza impressionante, Sary, il nero che la stava inculando, prese davvero a scoparla, a fotterla sul serio. Entrava fino in fondo, tornava indietro quel tanto che bastava a farle sentire il vuoto, e poi riaffondava tutto dentro a una velocità sostenuta, ipnotica. Fin dove arrivava quel cazzo d'ebano? mi chiedevo, ipnotizzato da quel movimento di pistone che sembrava volerle trapanare le viscere fino allo stomaco. Ogni colpo la faceva sobbalzare in avanti, spingendola ancora di più sul cazzo che aveva in bocca, e lei emetteva quei suoni gutturali, soffocati, di chi sta vivendo qualcosa che va oltre il semplice piacere.
Intanto, il tizio che pompava in bocca a mia moglie si fece strada sotto di lei, strisciando sul letto come un serpente, per prenderla in figa. In quel frangente, Sary si dovette fermare, immobile, il suo cazzo piantato come un palo nel culo di Rebecca, mentre il nuovo arrivato si posizionava. Si fece spazio di fronte a mia moglie anche altri due del pubblico, i cazzi già di fuori, pulsanti, a pochi centimetri dal suo viso. Il tizio sotto puntò la sua cappella sulla figa e iniziò a entrare, lentamente, mentre il cazzo di Sary era ancora tutto dentro di lei. Una volta dentro, presero a scoparla in maniera coordinata, un movimento sincronizzato da manuale della perversione: uno entrava in figa mentre l'altro usciva dal culo, e viceversa, creando un ritmo ipnotico di carne che si cercava e si trovava. Questo mi fece capire che erano frequentatori assidui del club. Quella sincronia non si improvvisa: era il frutto di serate passate a condividere corpi, a imparare i ritmi altrui.
E intanto, i due con il cazzo di fuori glieli sbattevano in faccia, sulle guance, sulle labbra già gonfie e umide. E lei, con la bocca aperta, li accoglieva devota, la lingua che si allungava per leccare quello che riusciva a raggiungere mentre sotto di lei il doppio martellamento continuava. Era impressionante vederla così. Impressionante e straziante. Mia moglie, la madre di mia figlia, ridotta a un incrocio di corpi, a un buco caldo in cui uomini infilavano i loro cazzi. Eppure, nei suoi occhi, in quelli che riuscivo a intravedere tra un affondo e l'altro, non c'era smarrimento. C'era solo una fame antica, una voracità che non le avevo mai visto.
Anche Sabrina ora cambiò scena. Mohammed e Alessandro uscirono da lei all'unisono, lasciando i due buchi scempiati, due voragini pulsanti di carne viva che per un attimo rimasero aperte, come ferite, prima di richiudersi parzialmente. Era il segno tangibile di ciò che avevano subito, la firma indelebile di quella notte di fuoco. Sotto di lei si mise un ragazzotto, giovane, con un fisico asciutto e un cazzo dritto e deciso, che subito prese a scoparle la figa. Dopo qualche secondo di avanti e indietro ritmico e veloce, prese a dire ad alta voce, per farsi sentire da tutti:
«Questa ha la figa che è una voragine! Davide,» si rivolse a un amico poco distante, «entrale da dietro in figa anche te! A questa ora ne servono due nella figa per farle sentire qualcosa!»
Davide, senza battere ciglio, le andò dietro. Il ragazzo sotto si fermò, immobile, il cazzo ancora dentro, per permettere a Davide di puntare il suo. Ci fu un attimo di aggiustamento, poi, una volta posizionati, ripresero a scoparla. Era una visione indecente, proibita, il tipo di scena che nei porno più estremi sembra frutto di montaggio. Ma era reale. Era Sabrina, la moglie del mio amico, con due cazzi contemporaneamente nella stessa figa, le labbra dilatate all'inverosimile, mentre gemeva come una troia in calore. Lo sguardo perso in un'altra dimensione. Erano una visione di pura, cruda, innegabile eccitazione.
Presero a scoparle per diverso tempo. Noi, imbambolati come due statue, assistevamo alla distruzione, alla discesa nell'umiliazione delle nostre mogli. I gemiti si mescolavano agli insulti alle nostre mogli: scrofe, vacche, puttane di strada, e ai loro stessi incitamenti, quelle voci che imploravano gli stalloni di turno di «più forte», «più fondo», «spaccami tutta». Sembrava non finissero mai. E alla fine, uno dopo l'altro, tutti e dodici gli uomini si fecero un giro in un buco delle nostre mogli e chi anche più di uno. Dodici. Li contai. Dodici cazzi diversi che entrarono in Rebecca e Sabrina quella notte, in ogni combinazione possibile, in ogni buco. Dodici sconosciuti che lasciarono il loro segno, il loro sudore, sulle donne che avevamo sposato.
Io e Luca, presi all'inizio dall'eccitazione più cieca, lasciando spazio a un vuoto gelido, a un turbinio di emozioni contrastanti che ci divorava dall'interno. Eravamo persi. Completamente persi nel vedere e nel sentire quelle cose, le nostre mogli ridotte a oggetto, a cesso, a semplice buco da riempire per una mandria di sconosciuti. Ci sedemmo in disparte, su una panca nascosta nell'ombra, senza più la forza di stare in piedi. Le gambe non reggevano più, e non era solo per la stanchezza.
Fummo raggiunti da uno di quei dodici, mentre gli altri continuavano lo scempio, uno sulla quarantina, il sorriso ebete di chi ha appena passato una bella serata. Si puliva distrattamente il cazzo con una salvietta, senza alcuna fretta, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
«Siete i loro mariti, giusto?» chiese, con un tono tra l'affermativo e l'interrogativo.
Noi facemmo di sì con il capo, un gesto meccanico, quasi involontario.
Lui sorrise, un sorriso largo, sincero. «Siete degli uomini fortunati! A trovare delle mogli così! Se fosse la mia, ne sarei fiero!»
Fiero. La parola rimbalzò nella mia testa come una pallottola impazzita. Fiero. Ci guardammo, io e Luca, mezzi increduli e mezzi sorpresi. Fieri? Fieri di una donna che si fa prendere da sconosciuti? Che ti tradisce ripetutamente con un ragazzo che si è fatta plasmare solo per un cazzo grosso? Che in una sola notte si fa riempire da dodici uomini come fosse un buco nella strada? Questo non è andare fieri. Questo è... cos'è?
Non rispondemmo. L'uomo, forse fraintendendo il nostro silenzio per modestia, ci diede una pacca sulla spalla e si allontanò, probabilmente, verso il bar.
Io guardai Luca. Lui guardò me. Nei suoi occhi vidi riflessa la mia stessa domanda, la stessa, identica, devastante domanda: cosa siamo diventati? E soprattutto: cosa siamo disposti a diventare ancora?
Perché nel profondo, nel punto più oscuro della nostra anima, una vocina sottile sussurrava che quell'uomo, in fondo, non aveva tutti i torti. Che forse, in qualche modo distorto e malato, eravamo davvero fortunati. E che la nostra discesa, probabilmente, non era ancora finita.
Nel mentre vedemmo il ragazzo allontanarsi, lo scempio stava per terminare. Le nostre mogli, palesemente sfinite, erano al centro del letto, distese come offerte su un altare profano. Intorno a loro, i superstiti dell'orgia, una decina di uomini ancora eccitati, i cazzi duri che puntavano verso di loro come cannoni pronti a sparare, si erano stretti in cerchio. Altri due o tre si erano aggiunti all'ultimo momento, richiamati dallo spettacolo imminente. Si preparavano a sborrare tutto addosso a loro. Era una scena indecente, per noi umiliante, ma sotto sotto, ammetterlo a me stesso era l'ultima, patetica forma di onestà, terribilmente eccitante.
Mentre i ragazzi si segavano energicamente, le mani che volavano frenetiche sulle aste tese, le nostre mogli li guardavano con un'espressione che emanava erotismo allo stato puro. Avevano gli occhi socchiusi, le labbra umide e leggermente aperte, i corpi ancora scossi dai brividi del piacere appena trascorso. Si toccavano il seno con gesti lenti, quasi ipnotici, si pizzicavano i capezzoli induriti, offrendosi come tele bianche su cui quegli uomini avrebbero dipinto il loro tributo finale. Erano dee del sesso. Dee cadute in un tempio di carne e sudore, eppure ancora, o forse proprio per questo, regine incontrastate di quel regno di perdizione.
Nel mentre aspettavano di essere inondate, noi sempre in disparte, seduti ai margini della sala ma non troppo distanti – il mio sguardo, quasi per caso, incrociò quello di mia moglie. Fu un attimo. Un frammento di secondo in cui il tempo sembrò sospendersi. I nostri occhi si incontrarono attraverso la penombra, attraverso i corpi sudati, attraverso l'abisso che ormai ci separava. Il sangue mi si gelò nelle vene. Riuscii a malapena a respirare. Mi ha visto? Mi ha riconosciuto? Pensai al peggio, al crollo di ogni finzione, alla faccia che avrei dovuto metterci quando sarebbe tornata a casa.
Ma non batté ciglio. Nemmeno uno. Il suo sguardo rimase fisso sul mio per quel breve istante, poi scivolò via, indifferente, per posarsi di nuovo sui suoi tori, nella speranza, anzi, nella certezza, di ricevere sborra su tutto il suo corpo. Niente. Nessuna emozione. Nessun turbamento. Era come se fossi un estraneo, uno spettatore qualunque in quel teatro di depravazione.
Fu un attimo, e la scena riprese. Il primo uomo iniziò a grugnire come un maiale, il viso contratto in una smorfia animalesca, e schizzò contro Sabrina. Il primo getto la colpì sulla guancia, gli altri le imbrattarono viso, collo e seno, un fiume bianco che colava lento sulla sua pelle sudata. Gli altri, a turno, presero a eruttare tutto il loro piacere della serata, una cascata di sborra calda che pioveva sui corpi delle nostre donne.
Quelli che sborrarono una quantità abnorme furono i due neri, Mohammed e Sary. La loro sborra, bianchissima, faceva da contrasto potente con il colore nero pece della loro pelle, un'esplosione di bianco su nero che sembrava voler marchiare a fuoco la scena nella memoria di tutti i presenti. E ovviamente Alessandro, che come al solito sborrò copioso, schizzando un po' su Rebecca e un po' su Sabrina, senza prediligere l'una o l'altra, erano entrambe sue, e lo dimostrava. Mentre veniva, con la voce rotta dal piacere, le apostrofava: «Brave le mie cagne... prendete tutta la sborra dei vostri tori... siete nate per questo...»
Io e Luca eravamo in trance. Le nostre mogli, riempite letteralmente di sborra calda, grondanti di quel liquido che era stato di dodici uomini diversi, ora presero a spalmare tutta quella crema sui loro corpi con gesti lenti, quasi rituali. Se la passavano sul ventre, sui seni, sulle cosce, mescolando il seme degli uni con quello degli altri in un unguento perverso. Poi si avvicinarono l'una all'altra e iniziarono ad accarezzarsi a vicenda, a spalmare la sborra sui corpi dell'altra, a baciarsi con quelle bocche ancora impastate di sperma. Uno spettacolo surreale, apocalittico nella sua bellezza oscena. Due donne che avevamo amato, che avevamo sposato, ridotte a creature di un altro mondo, un mondo dove la vergogna non esisteva più e il piacere era l'unico dio.
Fu allora, in quel momento di completo straniamento, che sentii dentro di me qualcosa spezzarsi. O forse completarsi. Non riuscivo più a distinguere.
Ci alzammo, io e Luca, con movimenti felini, e sgattaiolammo via come ladri nella notte, nella speranza di non essere visti da nessuno. Non una parola tra noi. Non uno sguardo. Solo il bisogno urgente, disperato, di uscire da quell'aria pesante, da quell'odore di sesso e sudore che ci si era appiccicato addosso come una seconda pelle.
Saliti al piano superiore, attraversammo la Living Room ormai quasi deserta e ci dirigemmo verso l'uscita. Lì, quasi a suggellare la nostra dannazione, incrociammo ancora il titolare del locale. Ci vide, ci riconobbe, e il suo sorriso si allargò in un'espressione di sincera ammirazione.
Si congratulò ancora, con quel tono professionale e caldo che avevamo già sentito all'ingresso. Poi, con un gesto che non ci aspettavamo, ci rimborsò l'intero importo dell'entrata. «Uno spettacolo così va premiato,» disse, porgendoci due banconote. E aggiunse, estraendo dalla tasca due tessere nere con scritte dorate: «Queste sono le nostre tessere Gold per i soci premium. Avrete diritto a massaggi gratis, all’ingresso nella nostra spa, a tutto ciò che offre la cucina e il bar, assolutamente senza costi. Ve le siete guadagnate.»
Presi la tessera con mano tremante, guardandola come fosse un oggetto maledetto. Non ci metterò mai più piede in questo posto, mi dissi tra me e me, con una convinzione che sapevo già essere fragile come vetro.
Ma lui, come se avesse letto nei miei pensieri, aggiunse un ultimo, devastante dettaglio. Si sporse leggermente in avanti, abbassando la voce in una confidenza da commerciante che spiega l'affare del secolo.
«Il signor Alessandro, vedete, è mio socio. Un socio particolare, diciamo così. Mi deve dei soldi, e non pochi. È uno scappato di casa, uno senza un euro in tasca, ma ha un talento: ci sa fare con le donne. Le annusa, le piega, le trasforma. Un vero artista. Così abbiamo fatto un patto.»
Il suo sorriso si allargò, compiaciuto. «Lui mi ha promesso un incremento di clientela grazie alle vostre signore. In parole povere, Rebecca e Sabrina d'ora in poi saranno mie dipendenti. Impiegate a tempo pieno, per così dire, durante le serate Hotwife. Loro si fanno scopare, io incasso. E il tam tam, vedete, è tutto. Due cavalle giovani, belle, che scopano con tutti, senza inibizioni… il passaparola varrà più di qualsiasi pubblicità. Più clienti, più incasso, così Alessandro paga il suo debito.»
La parola «cavalle» mi entrò nelle orecchie come un chiodo arrugginito. Mia moglie. Una cavalla. Un animale da monta a disposizione del primo che passa. E io, suo marito, stavo lì ad ascoltare mentre quello strozzino con l'anima da pappone me lo spiegava come fosse un normale contratto di lavoro.
«Spero che la differenza copra la cifra che mi deve,» continuò lui, impassibile. «Altrimenti, sarò costretto ad allungare di un altro anno i loro servizi. Gli affari sono affari, mi capite.»
Fece una pausa, come per lasciar sedimentare il veleno. Poi, con la stessa nonchalance con cui si ordina un caffè, aggiunse il colpo di grazia:
«Loro, al momento, non sanno nulla di questo accordo accessorio. Ma se mai dovessero rifiutarsi di partecipare, beh… io ho le mie telecamere di sicurezza. Angolazioni perfette, vi assicuro. Basterebbe un clic e tutto il web le vedrebbe all'opera. Sarebbero famose, ma non nel modo in cui una madre di famiglia desidera, no? Un piccolo ricatto, se vogliamo chiamarlo così. Ma tanto,» e qui rise, una risata grassa, soddisfatta, «non ce ne sarà bisogno. Le ho viste stasera, le ho studiate. Sono nate per questo. Sono vere troie. E le troie, si sa, tornano sempre dove c'è cazzo.»
Le parole mi piombarono addosso come un macigno. Fino alla fine dell'anno. Una volta al mese. O forse di più, a seconda dei debiti di Alessandro. Non era stato un incidente, una notte di follia. Era un contratto. Un impegno forzato, sigillato con il ricatto. Alessandro aveva già pianificato tutto, aveva già venduto, perché di questo si trattava, di una vendita, le nostre mogli al club, come bestiame. E loro? Loro non avevano ancora scelta. Ma il proprietario aveva ragione: le avrebbe riviste. Sarebbero tornate. Non per dovere, ma per voglia. E questo, forse, era il dettaglio più atroce.
Salutammo con un cenno del capo, la voce incollata al palato, e uscimmo all'aperto. Eravamo già scombussolati per tutto quello che avevamo visto, questo lo assimileremo domani. L'aria della notte ci investì, fredda e improvvisamente pulita dopo l'afa viziata del club. Ma non bastò a toglierci di dosso la sensazione di essere sporchi dentro, di avere l'anima imbrattata come i corpi delle nostre mogli.
Camminammo verso le macchine in silenzio. Io guardai Luca. Lui guardò me. Non c'era bisogno di parole. Sapevamo entrambi cosa significava quella notte. Non era stata una parentesi, una fuga momentanea dalla normalità. Era stato l'inizio di qualcosa di molto più grande, molto più oscuro. E noi, in qualche modo, ne eravamo parte.
«Ci vediamo,» disse Luca con voce rotta.
«Ci vediamo,» risposi, mentre la mia mente correva già a domani. A quando avrei rivisto Rebecca. A come avrei potuto guardarla negli occhi sapendo quello che sapevo, sapendo quello che aveva fatto, sapendo quello che avrebbe continuato a fare.
E mentre il motore rombava nella notte, una domanda continuava a martellarmi nel cervello, senza trovare risposta: E io, in tutto questo, cosa sono? Vittima? Complice? O semplicemente un uomo che ha scoperto di amare, in modo malato e distorto, proprio questo inferno?
scritto il
2026-02-25
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