Riscrivendo il primo incontro con Magalit
di
ErosCH
genere
sentimentali
Le luci dorate del porto di Monte Carlo si riflettevano sull’acqua scura come una distesa di stelle cadute dal cielo. Era la vigilia di Natale e l’aria profumava di mare e di lusso, di champagne e promesse sussurrate.
Non avrei mai immaginato di rivederla lì.
Magalit.
Quando avevo sedici anni ero un ragazzo ribelle, sempre in giro con compagnie che mia madre definiva “perdute”. Moto truccate, notti infinite, sogni confusi. Lei era l’opposto e allo stesso tempo la mia unica ancora. I suoi genitori non sopportavano l’idea che frequentasse uno come me. Dicevano che le avrei rovinato il futuro. Alla fine, con minacce e divieti, ci avevano separati. E noi, troppo giovani per combattere davvero, avevamo ceduto.
Poi la vita mi aveva cambiato. O forse ero stato io a cambiare per sfida. Avevo costruito un impero partendo dal nulla. Aziende, investimenti, copertine di riviste economiche. Eppure, in mezzo a tutto quel successo, c’era sempre un angolo del mio cuore che le apparteneva.
La vidi per caso nella hall dell’hotel. Elegante, avvolta in un cappotto chiaro, i capelli sciolti sulle spalle. Non era più la ragazza timida che ricordavo. Era una donna sicura, luminosa. Accanto a lei, la sua famiglia. Poco distante, la mia.
I nostri sguardi si incrociarono.
Fu come tornare a sedici anni.
Quella sera ci ritrovammo da soli sulla terrazza affacciata sul mare. Le risate e la musica arrivavano attutite dall’interno. Il freddo invernale arrossava le sue guance.
«Sei cambiato,» sussurrò.
«Non abbastanza da dimenticarti.»
Il silenzio che seguì era carico di tutto ciò che non avevamo vissuto. Mi avvicinai lentamente. Non c’era più l’insicurezza dell’adolescente impulsivo. Solo desiderio consapevole.
Quando le sfiorai la mano, sentii un brivido attraversarle il corpo. Le nostre dita si intrecciarono come se non avessero mai imparato a stare separate. La attirai a me con delicatezza, dandole il tempo di fermarmi. Non lo fece.
Le sue labbra avevano il sapore dello champagne e dei ricordi. Il bacio iniziò lento, quasi timido, poi divenne profondo, urgente. Le mie mani scesero lungo la sua schiena, sentendo il calore del suo corpo attraverso il tessuto leggero dell’abito. Lei si strinse contro di me, le dita che cercavano la mia nuca, come se volesse cancellare ogni distanza.
«Non dovremmo…» mormorò contro la mia bocca.
Ma i nostri corpi avevano già deciso.
Nei giorni seguenti trovammo scuse, ritagli di tempo, sguardi complici durante le cene ufficiali. Un messaggio rapido. Un incontro nell’ascensore vuoto. Una porta che si chiudeva piano.
Nella penombra della mia suite, la luce della città filtrava tra le tende. La spogliai lentamente, come si scarta un regalo atteso per anni. Ogni carezza era una scoperta e una memoria insieme. La sua pelle sotto le mie labbra era calda, viva. Lei pronunciava il mio nome come una confessione.
Non c’era fretta. Solo la fame trattenuta per troppo tempo.
Quando finalmente ci unimmo, non fu solo desiderio. Fu rivincita. Fu il sedicenne che non aveva saputo lottare e l’uomo che ora poteva scegliere. I nostri movimenti si cercavano, si adattavano, si riconoscevano. I respiri si spezzavano nello stesso ritmo.
Dopo, distesi tra le lenzuola ancora calde, guardammo le luci del porto brillare nel buio.
«Se allora avessimo avuto il coraggio…» disse lei piano.
Le accarezzai i capelli.
«Forse avevamo bisogno di perderci per ritrovarci così.»
Sapevamo entrambi che quella storia era sospesa, fragile, forse destinata a restare clandestina. Ma in quei giorni rubati al mondo, eravamo di nuovo noi. Non l’imprenditore affermato. Non la donna perfetta con una famiglia impeccabile.
Solo due ragazzi che si erano amati troppo presto.
E che ora, finalmente, si stavano scegliendo.
Non avrei mai immaginato di rivederla lì.
Magalit.
Quando avevo sedici anni ero un ragazzo ribelle, sempre in giro con compagnie che mia madre definiva “perdute”. Moto truccate, notti infinite, sogni confusi. Lei era l’opposto e allo stesso tempo la mia unica ancora. I suoi genitori non sopportavano l’idea che frequentasse uno come me. Dicevano che le avrei rovinato il futuro. Alla fine, con minacce e divieti, ci avevano separati. E noi, troppo giovani per combattere davvero, avevamo ceduto.
Poi la vita mi aveva cambiato. O forse ero stato io a cambiare per sfida. Avevo costruito un impero partendo dal nulla. Aziende, investimenti, copertine di riviste economiche. Eppure, in mezzo a tutto quel successo, c’era sempre un angolo del mio cuore che le apparteneva.
La vidi per caso nella hall dell’hotel. Elegante, avvolta in un cappotto chiaro, i capelli sciolti sulle spalle. Non era più la ragazza timida che ricordavo. Era una donna sicura, luminosa. Accanto a lei, la sua famiglia. Poco distante, la mia.
I nostri sguardi si incrociarono.
Fu come tornare a sedici anni.
Quella sera ci ritrovammo da soli sulla terrazza affacciata sul mare. Le risate e la musica arrivavano attutite dall’interno. Il freddo invernale arrossava le sue guance.
«Sei cambiato,» sussurrò.
«Non abbastanza da dimenticarti.»
Il silenzio che seguì era carico di tutto ciò che non avevamo vissuto. Mi avvicinai lentamente. Non c’era più l’insicurezza dell’adolescente impulsivo. Solo desiderio consapevole.
Quando le sfiorai la mano, sentii un brivido attraversarle il corpo. Le nostre dita si intrecciarono come se non avessero mai imparato a stare separate. La attirai a me con delicatezza, dandole il tempo di fermarmi. Non lo fece.
Le sue labbra avevano il sapore dello champagne e dei ricordi. Il bacio iniziò lento, quasi timido, poi divenne profondo, urgente. Le mie mani scesero lungo la sua schiena, sentendo il calore del suo corpo attraverso il tessuto leggero dell’abito. Lei si strinse contro di me, le dita che cercavano la mia nuca, come se volesse cancellare ogni distanza.
«Non dovremmo…» mormorò contro la mia bocca.
Ma i nostri corpi avevano già deciso.
Nei giorni seguenti trovammo scuse, ritagli di tempo, sguardi complici durante le cene ufficiali. Un messaggio rapido. Un incontro nell’ascensore vuoto. Una porta che si chiudeva piano.
Nella penombra della mia suite, la luce della città filtrava tra le tende. La spogliai lentamente, come si scarta un regalo atteso per anni. Ogni carezza era una scoperta e una memoria insieme. La sua pelle sotto le mie labbra era calda, viva. Lei pronunciava il mio nome come una confessione.
Non c’era fretta. Solo la fame trattenuta per troppo tempo.
Quando finalmente ci unimmo, non fu solo desiderio. Fu rivincita. Fu il sedicenne che non aveva saputo lottare e l’uomo che ora poteva scegliere. I nostri movimenti si cercavano, si adattavano, si riconoscevano. I respiri si spezzavano nello stesso ritmo.
Dopo, distesi tra le lenzuola ancora calde, guardammo le luci del porto brillare nel buio.
«Se allora avessimo avuto il coraggio…» disse lei piano.
Le accarezzai i capelli.
«Forse avevamo bisogno di perderci per ritrovarci così.»
Sapevamo entrambi che quella storia era sospesa, fragile, forse destinata a restare clandestina. Ma in quei giorni rubati al mondo, eravamo di nuovo noi. Non l’imprenditore affermato. Non la donna perfetta con una famiglia impeccabile.
Solo due ragazzi che si erano amati troppo presto.
E che ora, finalmente, si stavano scegliendo.
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