La nuova segretaria dello studio medico (p. 1)
di
LadyGoldberry
genere
dominazione
Alice aveva letto quell’annuncio sbadatamente, mentre davanti al pc dell’aula studio cercava contemporaneamente di studiare svogliatamente per un concorso, di mangiare uno snack di nascosto e di cercare lavoro tra i vari siti.
Uno in particolare la colpì: “cercasi segretaria per studio medico. Discreta, scrupolosa, senza impegni familiari. Offresi interessante prospettiva di crescita e possibilità di alloggio”.
L’annuncio di per sé non aveva niente di strano ma qualcosa l’aveva convinta a rispondere e senza pensarci troppo aveva inviato la candidatura e il suo CV. D’altronde, senza un lavoro fisso e con un titolo di studio che offriva pochi sbocchi, un impiego di quel genere sembrava già molto allettante. A 27 anni lavorava come cameriera per pochi euro la settimana e aveva poche possibilità di migliorare la propria posizione, con una laurea in scienze della comunicazione probabilmente una posizione da segretaria era più di quanto potesse sognare.
Davanti allo schermo del computer i suoi pensieri iniziarono a vagare, come sempre in quel periodo in cui era poco soddisfatta e senza una direzione ben precisa. Non aveva amici perché si era trasferita dal paese alla città qualche anno prima per seguire un ragazzo che, pochi mesi successivi, si era rivelato una fregatura, ma ormai era fatta e preferiva vivacchiare di lavoretti invece di tornare al paese d’origine dove, a parte qualche parente pettegolo, non aveva nulla da ricavare.
Un paio di giorni dopo aver inviato il CV, Alice ricevette una telefonata da una donna che si qualificò come segretaria dello studio associato X:
“Buongiorno, parlo con la signorina Lanfranchi?”
“Si, buongiorno sono io, mi dica”.
“La chiamo in merito all’annuncio a cui ha risposto martedì scorso. La invitiamo per un colloquio di lavoro con il dottor Borghi, uno dei soci dello studio associato. Io sono Luisa Serni, l’altra segretaria dello studio. Le spiegheremo tutto in sede di colloquio. Andrebbe bene domani pomeriggio alle 15?”
Il tono, se pur educato e la voce giovanile, sembrava autoritario e Alice non voleva certo contrariare un’ipotetica futura collega. Accettò prontamente l’orario, chiese l’indirizzo e chiuse la telefonata.
Si poneva a quel punto il classico problema che affliggeva ogni giovane donna alle prese con un colloquio di lavoro: cosa indossare? Alice aveva uno stile non molto sgargiante, ma curato, per quanto le permettesse il suo stipendio saltuario. Scelse il classico abbinamento da colloquio di lavoro, decollete nere con tacco medio, pantalone nero a sigaretta, camicia azzurra, trucco leggero, capelli sciolti. Questo abbigliamento le donava molto, pur non risaltando nulla in particolare, ma d’altronde Alice era una ragazza dall’aspetto abbastanza ordinario. Capelli lisci castani a metà delle spalle, occhi castani, naso piccolo, bocca carnosa, carnagione chiara, altezza media (1,60), peso medio (58 kg), seno proporzionato ma niente di speciale (terza non troppo abbondante). Carina, proporzionata, ma, come tutti le dicevano e lei stessa si definiva, una ragazza normale.
Il giorno dopo si presentò al colloquio con un misto di ansia e speranza, perché l’idea di un lavoro fisso e soprattutto di avere un alloggio diverso dalla topaia in cui viveva, l’attirava moltissimo, ed era intenzionata a giocare le sue carte nel modo migliore possibile.
Lo studio medico si trovava all’ultimo piano di un palazzo signorile della città, era già presentato dall’elegante targa in ottone che riportava “studio associato Zanghi e Borghi, cardiologia e medicina interna”. Alice entrò in ascensore con il cuore un po’ in tumulto, e all’arrivo al settimo piano si fermò un attimo a osservare un’altra targhetta e il campanello. Dopo alcuni secondi, si fece coraggio e, dopo aver suonato il campanello e aver atteso che si aprisse la porta, entrò all’interno dello studio.
La prima cosa che la colpì furono le luci, calde e gradevoli, abbinate benissimo al parquet in noce e alle pareti tortora. Nella prima sala si trovata un’elegante scrivania in vetro, da cui una bellissima donna la scrutava con freddezza.
“Lei è?”
“Ehm…salve…sono Alice Lanfranchi, sono qui per il colloquio di lavoro” rispose Alice, maledicendosi subito per il tono di voce infantile e ansioso che le era uscito, invece della risposta sicura che aveva provato tante volte allo specchio.
“Si accomodi in sala d’aspetto, il dottore la riceverà tra poco, sta per concludere il colloquio con un’altra candidata”.
Alice si recò nella sala accanto, molto confortevole, con due divani in pelle color creme due poltrone dello stesso colore, ma dentro di sé si sentiva scoraggiata. Non pensava che ci fosse un altro colloquio in corso e, insicura com’era, paragonava il suo aspetto ordinario a quello della segretaria che l’aveva ricevuta: alta, bionda, magra, con un bel seno, labbra piene, appariscente ma molto raffinata, insomma il classico clichet della segretaria porcona, mentre lei era completamente insignificante. Dopo una decina di minuti uscì dalla porta della segreteria una bella ragazza più o meno della sua età, probabilmente la candidata che aveva sostenuto il colloquio di lavoro prima di lei, e il suo scoramento aumentò nel vedere che la ragazza era un po’ più alta di lei, mora, abbronzata, sicura di sé, e indossava un bell’abito bianco e aderente che faceva sfigurare il suo noioso completo.
Alice nutriva ben poche speranze di farcela, e l’attesa non la aiutava di certo a sentirsi meglio. Dopo altri venti minuti la segretaria la invitò ad entrare nello studio del dottor Borghi. Percorrendo un corridoio si ritrovò due stanze, sulle quali erano scritti i nomi dei due medici, Zanghi e Borghi. Bussando alla porta del dottor Borghi, attese la risposta dall’altro lato e aprì la porta.
Il dottor Borghi era seduto alla scrivania, molto grande, in legno scuro, sicuramente costosa, come tutto l’arredamento lì dentro. Nel porgergli la mano presentandosi, Alice potè osservare distrattamente che il dottore era di mezza età, rotondetto, con un viso simpatico e una voce calda e gentile. Sentendosi un po’ più a suo agio, si sedette su una delle potroncine (anche quelle comodissime), si presentò e si preparò a rispondere alle domande del suo, sperava, futuro datore di lavoro.
“Allora signorina Lanfranchi, benvenuta allo studio associato Zanghi e Borghi. Io sono il dottor Borghi Alessandro, mentre il mio socio è il dottor Zanghi Riccardo, che in questo momento è fuori per un corso di aggiornamento. Le spiego brevemente in cosa consiste il lavoro e poi le farò alcune domande per capire se lei è la persona che stiamo cercando. La figura che stiamo cercando è una segretaria, che si alterni con la signorina Luisa che ha conosciuto prima. Io e il dottor Zanghi ci occupiamo di cardiologia e internistica, inoltre ci occupiamo del programma universitario di alcune discipline del corso di laurea di medicina e chirurgia e abbiamo bisogno di qualcuno che coordini i nostri impegni con i pazienti, con l’università e con gli studenti. L’orario di lavoro è full time, e non le dirò bugie, a volte saranno richiesti impegni extra ma le assicuro che saranno ben ricompensati. In ogni caso non sono incarichi che affidiamo a chiunque, ma solo a gente ben istruita e capace, e la metteremo alla prova per capire se farà al caso nostro. Per quanto riguarda l’abbigliamento e il codice di comportamento da tenere, se ne occuperà la nostra Luisa. Noi ci aspettiamo discrezione totale nei riguardi dei nostri pazienti ma anche riguardo le nostre vite e i nostri impegni. Ha delle domande da fare?”
Alice era molto interessata a quanto il dottor Borghi le aveva detto, e con i suoi modi gentili le aveva fatto un’ottima impressione, ma aveva difficoltà nel chiedere alcune informazioni essenziali perché aveva paura di fare una pessima impressione e parlare in maniera chiara era stato sempre molto complicato per lei.
“Ehm…si…ecco…”, iniziò a balbettare, detestandosi per la sua timidezza.
Il dottore sorrise “Vedo che è una ragazza poco avvezza a farsi avanti…vuole chiedere qualcosa relativa allo stipendio o all’offerta dell’alloggio inserita nell’annuncio?”.
Alice si sentì una cretina, era così evidente la sua incapacità di fare domande così semplici?
“Si dottore…mi scusi non sono abituata…”
“Nessun problema signorina, allora noi offriamo un contratto di prova di circa tre mesi, in cui testeremo le sue abilità, lavorerà sia con me che con il dottor Zanghi e con Luisa, se effettivamente vedremo in lei la persona che stiamo cercando, potremmo parlare di un contratto a tempo indeterminato e di fornirle anche l’alloggio. Si tratta di una depandance situata in una zona periferica ma molto bella e silenziosa; le utenze sono incluse, avrà a disposizione un mini appartamento con tutto il necessario, ma soltanto se la riterremo idonea all’impiego. Adesso le chiedo di parlarmi un po’ di lei e di descrivermi le sue abitudini, le sue passioni, il suo percorso”.
Un po’ stupita dalla richiesta fatta, ma intenzionata a risultare il più interessante possibile, Alice iniziò a parlare di sé.
“Ho 27 anni, vivo in un bilocale condiviso con una studentessa universitaria. Vengo da Antia, non so se lo conosce…è un piccolo paesino delle Marche, ma mi sono trasferita qui in Lazio per amore e per frequentare l’università. Come ha visto dal mio curriculum ho frequentato scienze della comunicazione, in realtà ero iscritta in un’altra facoltà ma dopo aver frequentato il primo anno e mezzo ho mollato per alcuni problemi con un docente ho lasciato e mi sono iscritta in scienze della comunicazione. In questi anni fatto molti lavori saltuari…purtroppo spesso senza contratto…barista, cameriera, ho dato lezioni private, ho fatto la ragazza alla pari, insomma un po’ di tutto pur di riuscire a mantenermi. Attualmente non ho impegni personali o di coppia e per me non sarebbe un problema restare delle ore in più. So che il mio curriculum non è così adatto a questo lavoro ma le assicuro che imparo in fretta, so usare il computer, parlo due lingue, sono gentile, organizzata, servizievole, discreta…per favore mi dia la possibilità di dimostrarle che sono adatta al suo studio. Sono disponibile anche a chiedere alla signorina Luisa di aiutarmi a imparare le cose che non so fare”. Sperava che il tono non fosse disperato ma soprattutto verso la fine la voce le si incrinò.
Il dottor Borghi finse di non accorgersene e la rassicurò: “va bene signorina Lanfranchi, non si preoccupi, la nostra Luisa sarà a disposizione per aiutarla. Lei sembra molto volenterosa e umile ed è esattamente ciò che cerchiamo in una segretaria. Può cominciare da domani. Luisa le darà tutte le indicazioni, e io le fornirò man mano dei feedback”. La congedò con una calda stretta di mano e un sorriso; Alice si sentiva rinfrancata e uscì con il cuore più leggero.
Luisa invece raffreddò tutto il suo entusiasmo. Lei e le sue gambe chilometriche la mettevano in soggezione, così come la camicetta bianca aderentissima che portava con molta sicurezza. Il tono di voce era tagliente e il sorriso era scomparso, così come la cordialità e il lei con cui si era rivolta poco prima: “Domani devi presentarti qui alle otto e mezza, puntualissima. Lo studio aprirà alle nove ma devo mostrarti la tua postazione e anche darti una sistemata, perché non credo tu possieda abiti adatti. Questo è uno studio elegante e devi essere sempre ben vestita e curata, dalla manicure ai capelli, dal trucco alle scarpe. Non puoi presentarti in jeans, felpa, scarpe da tennis come l’abbigliamento che indossi di solito nelle tue foto sui social -si, ho cercato, per capire che tipo di persona sei. Se ritieni di non avere abbigliamento decente, vallo a procurare, e cerca un parrucchiere aperto perché hai un aspetto veramente inadatto. Il dottor Borghi è di bocca buona ma il dottor Zanghi è molto pretenzioso e rischi di non arrivare alla fine dei tre mesi se ti presenti con le mani in questo stato. Niente di appariscente ma per favore non azzardarti a presentarti così domani o nei prossimi giorni o al suo rientro dovrò subire le sue lamentele. Ho visto che sai usare il pacchetto Office ma oltre a questo devi saper tenere la bocca chiusa e sorridere sempre. A domani”.
Dopo questo congedo così freddo, Alice si chiedeva se davvero quello fosse il posto giusto, e soprattutto cosa dovesse fare per rendersi presentabile. Passò il pomeriggio a dare fondo ai suoi già miseri risparmi per acquistare dei collant trasparenti di buona qualità, una gonna aderente circa 10 cm sopra il ginocchio, una gonna a ruota grigia della stessa lunghezza, camicette aderenti in vari colori come quella di Luisa, due paia di scarpe un po’ più alte ed eleganti di quelle che portava al colloquio, un paio di pantaloni molto aderenti ma eleganti, un tubino verde scuro aderente a metà coscia. Passò dal parrucchiere dove andava una volta l’anno pregandolo di sistemare il taglio e la piega, e implorò l’estetista che lavorava presso lo stesso salone di farle una manicure color carne elegante ma semplice come le aveva raccomandato Luisa. Arrivò a sera con il conto svuotato, il cuore pesante e mille dubbi. Si sentiva a disagio con quell’abbigliamento formale e si chiedeva se fosse la scelta giusta, ma ormai non poteva tornare indietro e cercò di addormentarsi pensando che forse la sua vita sarebbe cambiata.
La mattina dopo si presentò puntualissima, indossando una blusa bianca che aderiva al corpo senza però essere eccessivamente fasciante, i pantaloni aderenti e le scarpe con il tacco lucido comprate il giorno prima. Si sentiva più adulta e sexy, e cercando di apparire sicura di sé, entrò nello studio dove Luisa era già seduta, bella ed elegante in un paio di pantaloni a scacchi ancora più aderenti dei suoi, una camicetta in pizzo nero e dei tacchi da 10 cm in velluto nero. Lo sguardo che le riservò fu gelido.
“Ma cosa ti salta in mente? Un reggiseno nero in cotone da tredicenne sotto una maglietta trasparente? Non hai il minimo buon gusto”.
Alice era pietrificata sulla soglia. Si aspettava dei complimenti e magari un po’ più di cordialità.
“Scusami…io…”
“Non ti ho dato il permesso di darmi del tu. Sei in prova. Devi chiamarmi signorina Luisa, se non dottoressa Serni, dato che sono collaboro con l’università e non ho di certo una laurea in scienze della comunicazione”.
“Mi scusi signorina Luisa…dottoressa Serni…io non pensavo di dover acquistare anche biancheria intima…non possiedo niente di adatto a questo abbigliamento, mi dispiace…non mi ero accorta che fosse trasparente”.
Luisa appariva davvero arrabbiata e poco incline ad accettare le scuse di Alice.
“Fammi vedere che slip indossi…figurati sarà qualche schifezza cinese. Apri i pantaloni”.
Alice pensava di aver capito male, fissava Luisa con gli occhi sgranati.
“Ho detto apri i pantaloni, non te lo ripeterò una terza volta”.
Senza rendersi conto di cosa stava facendo, perché l’imbarazzo l’avrebbe bloccata immediatamente, Alice slacciò il bottone e abbassò la cerniera.
“Abbassa i pantaloni e fammi vedere che roba è”.
Apparvero dei semplici slip in cotone bianco, che inorridirono Luisa.
“Certo che ti manca proprio un minimo di buon gusto. Come puoi indossare quello schifo e pensare di venire a lavorare? Per oggi passi ma da domani controllerò la tua biancheria prima di iniziare a lavorare. Non puoi indossare questa roba in un posto elegante come questo studio e pensare di restarci”.
Alice era mortificata, si limitò ad assentire e a chiudere i pantaloni.
“D’accordo dottoressa Serni. Mi scusi. Non si ripeterà più”.
“Lo spero. Adesso ti spiego cosa farai oggi, cioè assolutamente nulla. Siederai su questa sedia in un angolo e osserverai quello che faccio, il modo in cui mi relaziono con i pazienti, come rispondo al telefono, come gestisco la sala d’aspetto. Limitati a salutare, ti presenterò ai pazienti ma non aprire bocca se non vieni interpellata”.
Un po’ stupita ma intenzionata a rispettare le richieste di Luisa che, in quel momento, era il suo superiore, si posizionò sulla sedia posta in un angolo della stanza, proprio di fronte la porta d’ingresso, e attese l’arrivo dei pazienti e del dottore.
Il primo ad arrivare fu il dottor Borghi, poco prima delle nove. Sorridente e gentile come il giorno prima, con i suoi modi rassicurò Alice, che pensava di essere capitata in un posto eccessivamente severo.
“Buongiorno Luisa, buongiorno signorina Lanfranchi, benvenuta nel nostro studio! Spero che Luisa le abbia spiegato bene tutto, segua le sue istruzioni e vedrà che si troverà bene”.
Mentre si dirigeva verso la sua stanza, si girò: “complimenti per il completo e per il taglio di capelli, le donano!”.
Un po’ rinfrancata, Alice si sedette nuovamente sulla sedia, ben decisa a dare il massimo e ad osservare il lavoro di Luisa.
Dopo qualche minuto suonò il campanello ed entrò il primo paziente, un signore distinto e di mezza età che salutò Luisa e si accomodò in sala d’aspetto. Alice non diede a vedere il suo stupore, ma era stupita dal cambio avvenuto nella collega. Luisa accolse il paziente, che scoprì chiamarsi Ettore Artani, con un bel sorriso e un tono gentile e cordiale: “buongiorno dott. Artani! Prego si accomodi, il prof. Borghi è appena arrivato e la riceverà tra poco. Come è andato il viaggio di lavoro? Ha avuto difficoltà con i nuovi farmaci? Posso offrirle un po’ di acqua?”. Alice si aspettava di essere presentata al paziente che sembrava essere un habitue, ma Luisa la ignorò e condusse il paziente in sala d’aspetto, continuando a parlare del più e del meno. Poco dopo lo accompagnò nella stanza del dottore e tornò a sedersi alla scrivania. Qualche minuto dopo suonò nuovamente il campanello e si alzò per accogliere un altro paziente, stavolta un po’ più giovane: “ingegnere Alessi buongiorno! Che bella abbronzatura! È partito per un viaggio di piacere con la sua signora? Ha fatto benissimo! Il dottore è impegnato ma tra poco la riceverà. Intanto si accomodi in sala d’aspetto, posso offrirle un caffè? Ha fatto colazione?”. Anche stavolta la gentilezza di Luisa contrastava con l’ignorarla completamente, ma d’altronde anche i pazienti si limitavano a passarle davanti come se non la vedessero. Forse erano abituati ad avere nuove segretarie di continuo, e finché non concludevano il periodo di prova non valeva la pena considerarle più di un soprammobile?
Nel frattempo l’ingegnere si era accomodato in sala d’aspetto e Luisa, tra pc e telefonate, sembrava abbastanza indaffarata. Nelle ore successive si succedettero altri pazienti, non molti in verità, non così tanto da giustificare la presenza di due segretarie. Ad ognuno dei pazienti Luisa rivolgeva sorrisi, strette di mano, discussioni cordiali e mostrava di ricordare dettagli tali da portare avanti la conversazione. Forse appuntava il mestiere, i gusti, le abitudini dei pazienti sulla sua agenda? Al telefono mostrava la stessa gentilezza e calore. Solo con lei era stata fredda e ostile, chissà come mai. Alice non osava alzarsi neanche per bere un bicchiere d’acqua o per andare in bagno. Al termine delle 4 ore concordate, coincidenti con la fine del turno della mattina, si decise finalmente ad alzarsi.
Luisa la fulminò con lo sguardo.
“Scusi dottoressa Zanghi, sono le 13, il mio turno sarebbe finito…avrei anche bisogno di andare in bagno”.
“Ti alzi quando te lo dico io, al massimo a fine turno puoi chiedermi il permesso. Sicuramente il dottore ti ha specificato che in caso di necessità dovrai restare oltre il turno concordato. Non puoi alzarti e andartene”.
“Mi scusi…non ci avevo pensato. Mi risiedo subito…ovviamente posso restare quanto lei riterrà più opportuno. Posso chiederle di andare in bagno?”.
“Alzati, vai in bagno, e poi ripassa dal dottore. Ti sta aspettando”.
Un po’ in ansia, Alice cercò di urinare in fretta, dopodiché bussò alla porta del dott. Borghi.
“Avanti signorina, si accomodi. Mi dica, come si è trovata oggi?”.
Alice non era stupida, e aveva capito che Luisa aveva molto potere in quello studio medico, per cui n non le sembrava il caso di denunciare il comportamento della collega o di lamentarsi il primo giorno di lavoro.
“Molto bene dottore grazie. Il suo studio è molto elegante e i pazienti sono sembrati tutti molto distinti e gentili. Ho osservato Luisa…cioè la dottoressa Zanghi e credo che imparerò molto da lei”.
“Benissimo signorina, mi raccomando segua alla lettera le istruzioni di Luisa e qui con noi si troverà a meraviglia. Può andare per oggi, buona giornata”.
Luisa la aspettava davanti la porta, congedandola con la stessa freddezza che le aveva riservato durante la giornata.
“Ti aspetto domani alla stessa ora di oggi. Cerca di presentarti decentemente e truccati un po’ meglio”.
Alice uscì dal portone con aria mesta ma ben decisa a non darla vinta alla collega. Non era bellissima, non era intelligentissima, era timida, incapace di protestare o di reagire ai torti, ma dalla sua aveva un pregio: era una persona che sapeva impegnarsi. La sera scelse con cura la mise per l’indomani: una camicia in raso verde scuro, una gonna aderente al ginocchio che faceva tanto segretaria, e le scarpe indossate il giorno prima, alte, in vernice con il cinturino. Si ricordò anche di indossare degli slip abbinati, neri, molto semplici ma sicuramente più adatti di quelli indossati quel giorno.
La mattina dopo si svegliò prestissimo per ravvivare i capelli e per truccarsi un po’ più del giorno prima, aggiungendo eyeliner nero e curando di più la base. L’insieme le piacque e si sentiva davvero a posto per quello studio così elegante. Luisa la accolse con la solita smorfia di disappunto.
“Si, un po’ meglio…ma passata la piega del parrucchiere cerca di trovare una soluzione, perché sei evidentemente incapace di sistemarti da sola. Spero che con il primo stipendio acquisterai dei vestiti di qualità migliore perché si vede lontano un chilometro che sono presi in negozietti di infima qualità. A proposito, fammi vedere se hai fatto quello che ti ho chiesto. Apri la camicia”.
Alice era sconvolta quanto il giorno prima.
“Ma…dottoressa Zanghi…perché? La camicia non è trasparente. Non si vede il reggiseno che indosso”.
Luisa sembrava infastidita.
“Ascolta, forse non è chiaro. Qui devi essere vestita bene anche dove non si vede, forse sei abituata a vestirti come una profuga in quei postacci dove servivi la pizza ma qui siamo su un altro pianeta. E se il dottore non è stato abbastanza chiaro quando ti ha detto che devi fare tutto quello che ti dico, forse non sei adatta per rimanere”.
“No no dottoressa, mi scusi, non sono abituata, ha ragione. Mi perdoni. Farò tutto quello che mi dice”, e aprì la sua elegante camicia in raso verde, che rivelò lo stesso reggiseno in cotone nero del giorno prima. Alice pensava che non ci fosse niente di sbagliato, ma lo sguardo disgustato di Luisa le fece capire che si, aveva fatto un errore.
“Non si vede il reggiseno…sono tutti così quelli che possiedo, semplici. Ho pensato che andasse bene dato che la camicia non è trasparente”.
“Prima di tutto sei disgustosa ad indossare due giorni di fila la stessa biancheria. Spero che almeno ti sia fatta una doccia. Secondo, con la camicia in raso si vede il segno del reggiseno sulla schiena, per i tessuti così aderenti o che segnano, bisogna indossare dei reggiseni adatti. Terzo, anche se il reggiseno non si vede, devi essere sempre vestita in maniera impeccabile. Toglitelo immediatamente”.
Pensando di aver capito male, Alice provò a protestare “Ma dottoressa, la camicia è sottile…non posso stare senza reggiseno. Come faccio? Si vedrebbero i capezzoli…le prometto che andrò a comprare dell’intimo adatto e che ogni giorno lo cambierò ma per favore non mi metta così tanto in imbarazzo”.
Luisa fu irremovibile: “Togli immediatamente questo reggiseno altrimenti domani potrai portare in giro il tuo schifoso completino intimo al parco, perché non avrai più un lavoro. Ti ricordo che sei in prova. Puoi benissimo stare senza reggiseno una mattina, anzi, buttalo nella spazzatura e non ti azzardare a riprenderlo neanche quando finisci il turno. Non hai neanche tutta questo davanzale davanti, neanche si noterà la differenza”. Il torno era divertito, sicuramente pensava al suo grosso seno chiuso in qualche reggiseno raffinato, a confronto con il suo, che era di misura media ed effettivamente racchiuso in intimo scadente sembrava davvero poca cosa.
Alice si rassegnò a togliere la camicia e il reggiseno in sala d’aspetto, dove per fortuna ancora non c’era nessuno, si rimise la camicia e sperava che l’investigazione fosse conclusa.
“Adesso apri la gonna e fammi vedere. Le calze sembrano andar bene, ma devo vedere cosa porti sotto”.
Senza protestare, Alice alzò la gonna quel tanto che bastava per far vedere gli slip. Sperava che almeno quelli andassero bene, ma dall’espressione di Luisa si rese conto che non era così.
“Non amo ripetermi per cui non ti rifarò il discorso che ho appena concluso. Non mi interessa se sei senza soldi ma non osare presentarti mai più in studio con una cosa del genere. Non portano quelle mutande nemmeno le bambine. Toglitele senza fiatare e poi rimettiti le calze. Butta reggiseno e mutande nel cestino del bagno. Non voglio vedere più queste schifezze. E datti una sistemata con la ceretta perché sei disgustosa”.
Rassegnata, Alice abbassò la zip della gonna, se la sfilò, si tolse le calze, senza dire una parole fece scivolare giu le sue povere mutandine nere di cotone che fino a quel momento le erano sembrate più che dignitose, si rivestì, e si accinse a cominciare la giornata lavorativa con i capezzoli a vista attraverso la camicia e con le calze in nylon che le provocavano fastidio alle parti intime.
Luisa le si parò davanti e, aprendo i bottoni dell’abito rosso scuro che indossava, le mostrò il suo corpo, bellissimo, statuario, totalmente depilato. Alice riusciva a capirlo perché indossava degli slip praticamente trasparenti, in pizzo e velo rosso scuro come l’abito. Il reggiseno era elegantissimo, con pochi fronzoli, della stessa tonalità dell’abito.
“Questo è quello a cui dovresti puntare. Qui non è ammessa sciatteria. Datti una sistemata oggi pomeriggio, e se domani dovessi trovare il risultato deludente, ti ho già detto cosa ti aspetta”.
Richiuse l’abito e non aggiunse altro. Si sedette alla sua scrivania e Alice ritenne opportuno sedere alla sua sedia nell’angolo, senza aprire bocca. Dopo una decina di minuti arrivò il primo paziente, e Luisa lo condusse, sempre chiacchierando come il giorno prima, nello studio del medico. Alice si rese conto di non aver visto arrivare il dott. Borghi, che quindi doveva essere già in studio quando era arrivata lei…che vergogna se fosse entrato mentre era con la gonna alzata e con la camicia aperta! Per fortuna non era successo.
L’imbarazzo di non indossare intimo era attenuato dal fatto che nessuno le rivolgeva la parola, per cui sperava di passare inosservata e di potersi avvolgere nella giacca al momento di andare via, ma come il giorno prima Luisa la invitò ad andare dal dott. Borghi (dopo aver aspettato che fosse Luisa a congedarla, Alice non era così sciocca), bloccandola nel momento in cui stava indossando la giacca: “eh no, dal dottore entri così! Posa subito quella giacca e muoviti”. Il dottore la accolse con un largo sorriso, senza badare all’andatura curva di Alice che avrebbe voluto chiudersi in se stessa per non far vedere il seno che, purtroppo, era in perfetta evidenza.
“Signorina Alice, buongiorno! Che piacere vederla! Spero che la sua seconda giornata di lavoro sia andata bene e che abbia imparato un po’ più di ieri…mi raccomando, segua i consigli di Luisa”.
Alice si limitò ad annuire, incrociando le braccia sul petto e sfregando le gambe per il fastidio.
“A proposito, vedo che è arrivato l’ultimo paziente della mattinata, sa, da qui ho una visuale completa dello studio, ha visto la telecamera in segreteria e in sala d’aspetto? Può dire a Luisa di farlo accomodare. A domani!”.
Alice rimase ammutolita. Uscì dallo studio del dottore e quasi si precipitò fuori dal portone (non senza aver detto a Luisa che poteva far accedere il paziente e averla salutata, aveva imparato la lezione), sconvolta all’idea che il dotto. Borghi avesse visto tutta la scena quella mattina…lei che apriva la camicia, alzava la gonna, toglieva il reggiseno e gli slip…non riusciva a crederci. Sperava che in quel momento non stesse guardando la telecamera, anche perché altrimenti avrebbe fatto qualche accenno. Forse per questa volta era salva!
Invece di pranzare e riposare andò in vari negozi per acquistare biancheria con i pochi soldi rimasti; prese 6 completini in modo da poterli cambiare ogni giorno, abbinati anche ai colori degli abiti comprati il giorno prima, in tessuti a lei nuovi: pizzo, velo, merletto, sperando di soddisfare lo standard di Luisa. A casa sistemò per come poteva la situazione peluria sulle gambe e nell’inguine, ma da sola non se la sentiva di procedere ad una depilazione completa. Prenotò una ceretta da lì a tre giorni e anche un rinnovo della messa in piega, sperando che arrivasse presto il primo stipendio perché era davvero in grosse difficoltà e rischiava di non avere i soldi dell’affitto.
L’indomani mattina si presentò in studio puntualissima, sicura che stavolta Luisa non avrebbe avuto nulla da ridire. Indossava delle scarpe blu scuro che aveva ripescato dall’armadio, con tacco abbastanza alto da poter risultare adatto, un vestito bianco a ruota con gonna a metà coscia con piccoli semini blu, calze in nylon trasparenti, bottoncini fino al punto vita. L’intimo era in pizzo bianco, abbinato all’abitino, con una coulotte e un reggiseno a bralette; si dedicò con più attenzione del giorno prima al trucco, e l’immagine che le restituì lo specchio le piacque.
Luisa quel giorno aveva adottato una mise molto classica, gonna grigia al ginocchio aderentissima con spacco dietro, scarpe modello francesina con tacco vertiginoso, giacca corta grigia abbottonata e sotto solo un top in pizzo color crema. Un insieme raffinatissimo, come sempre. Alice cercò di presentarsi davanti a lei con un portamento più sicuro.
“Buongiorno dottoressa, ho seguito le sue indicazioni, spero che l’insieme le risulti gradito”.
Luisa la scrutò con aria critica e leggermente sarcastica.
“Si, diciamo un po’ meglio dei giorni precedenti…fammi vedere se hai comprato dell’intimo migliore”.
Ricordando quanto accaduto il giorno prima, le guance di Alice si imporporarono.
“Dottoressa…aspetti un attimo…il dottor Borghi è già arrivato?”.
“Si, è già in studio. Perché?”.
“Potremmo spostarci in bagno? Non vorrei che entrasse per sbaglio in segreteria o che mi vedesse dalla telecamera”.
Lo schiaffo la raggiunse prima ancora che se ne rendesse conto.
“Forse non sono stata abbastanza chiara. Se io ti chiedo qualcosa, devi eseguirla all’istante, senza se e senza ma. Non azzardarti mai più a farmi una richiesta del genere o a contraddirmi, altrimenti tu e i tuoi vestiti dozzinali potete andare a cercare lavoro in qualche bar di periferia. Adesso apri i bottoni e alza la gonna. Non voglio ripeterlo un’altra volta”.
Alice, esterrefatta e con la guancia dolorante, neanche si rese conto delle lacrime che le scendevano, per il dolore e l’umiliazione di essere stata schiaffeggiata, ma obbedì immediatamente. Slacciò i bottoni dell’abito, mostrando il reggiseno in pizzo bianco che le raccoglieva il seno. Luisa sembrava soddisfatta, o per lo meno non aveva nulla da criticare. Senza riabbottonare la parte superiore, Alice sollevò la gonna per mostrare le coulotte in pizzo bianco. Anche quelle sembravano aver riscosso l’approvazione della collega, che però la osservava senza ritegno.
“Bene, qui ci siamo. Il completo è carino, abbinato all’abito, e ti sta bene. Ora abbassa le coulotte e fammi vedere se hai fatto come ti ho chiesto”.
“Ormai rassegnata, Alice abbassò i collant e le coulotte, restando con le parti intime al vento. Era sicura che Luisa avrebbe avuto da ridire, dato che aveva depilato soltanto la sgambatura dell’inguine ma non tutto il resto. La sua peluria era lì in bella vista e stava morendo di vergogna.
“Luisa…dottoressa Zanghi…non riesco a depilarmi da sola…sono riuscita a fare la ceretta all’inguine ma una depilazione così profonda non sono in grado di farla. Ho già preso appuntamento dall’estetista e andrò nel fine settimana, per favore non mi mandi via, le prometto che per lunedì sarò liscia come mi ha chiesto lei”.
Luisa sembrava compiaciuta.
“Mi fa piacere che tu voglia eseguire le mie richieste, ma non mi fido dei saloni da quattro soldi che frequenti. Sabato mattina verrai con me dall’estetista, dal parrucchiere e in alcuni negozi, e forse ti trasformerò in una donna decente”.
Con le dita curatissime e laccate di rosso scuro, aprì la giacca. Sotto non aveva un top in pizzo, ma soltanto un bellissimo reggiseno in pizzo semitrasparente. I suoi capezzoli premevano contro la stoffa sottile e lasciarono Alice a bocca aperta.
“Vedi, Alice, anche tu indossi un reggiseno in pizzo, e sono sicura che tu ti sia impegnata, ma vedi la differenza? Dammi la mano. Senti? Questo è pizzo di prima qualità. La mia pelle è liscia e profumata. Il tessuto è così morbido da non darmi alcun fastidio al capezzolo”.
Aveva ragione. Il pizzo era impalpabile, ma la pelle di Luisa era qualcosa di indescrivibile. Sembrava seta.
“Mentre questo” continuava Luisa, avvicinandosi ad Alice e toccandole un seno “è di qualità infima. Ti sta bene, ma copre il seno e soffoca il capezzolo. Non sei da buttar via, ed è un peccato mortificarti così”.
Al sentire il tocco della mano della collega, Alice sussultò, ma Luisa finse di non accorgersene.
“Ti faccio vedere una cosa, per farti capire meglio la differenza tra me e te”.
Luisa alzò la gonna mostrando un ridottissimo perizoma, ovviamente abbinato al reggiseno, e delle calze autoreggenti nere.
“Da domani indosserai anche tu queste calze. Non mi piace dover aspettare che tu ti tolga i collant, che per inciso sono orribili. Autoreggenti, parigine con reggicalze, o nulla. E adesso guarda come dovrebbe essere la fica di una donna elegante”.
Abbassò il perizoma a metà coscia, mostrando una vagina quasi totalmente depilata, tranne un piccolo ciuffetto curatissimo.
“Ad alcuni uomini piacciono totalmente depilate, ad altri solo parzialmente, ma quello che non piace è quella specie di foresta che hai tu. Ma non ti vergogni di te stessa? Non ti senti brutta e sporca con quella roba? Non riesco neanche a guardarti. Avvicinati e mettiti in ginocchio”.
Alice restò impietrita per un attimo, pensando all’imbarazzo che avrebbe provato se proprio in quel momento il dottor Borghi fosse entrato in segreteria e l’avesse vista con il reggiseno a vista, senza calze e senza mutande, con il vestito alzato, e adesso anche in ginocchio. Temendo però un altro schiaffo obbedì subito e si mise in ginocchio, avvicinandosi a Luisa, con le testa bassa.
“Alza la testa e guarda bene. Questa è una fica da ammirare. Curata, senza puntini da depilazione fai da te fatta male, senza peli che sfuggono, senza ricrescita. Ti ho detto di guardare. Non fare la timida, o ti arriva un’altra sberla. Adesso dammi la mano”.
Alice fece come ordinato, un po’ per paura di un altro schiaffo, un po’ perché effettivamente Luisa aveva ragione, la sua fica era bellissima, rosea, liscia. Tese la mano come richiesto e rimase quasi paralizzata quando Luisa allargò le gambe e passò le dita di Alice prima nell’interno coscia, caldissimo, poi sul monte di Venere, accarezzandosi il ciuffetto di peli che era, ovviamente, morbido come se fosse stato trattato con un balsamo. Infine le dita di Alice sfiorarono le grandi labbra, anch’esse calde e leggermente umide. Luisa a quel punto la spinse all’indietro e iniziò a rivestirsi. Alice rimase in ginocchio, come ipnotizzata.
“Hai capito cosa intendo dire? Sei assolutamente impresentabile. Annulla tutti i tuoi appuntamenti di sabato e presentati qui alle 9, puntuale. Adesso rivestiti, e ricorda tutte le istruzioni che ti do, altrimenti lo schiaffo di oggi sarà il primo di una lunga serie”.
Senza dire una parola, Alice si rialzò, rimise i vestiti e si preparò ad un’altra giornata di invisibilità.
La mattinata trascorse come le altre, con Luisa amabile e gentile con tutti, aspra e sarcastica con lei.
Verso le 13, il dottor Borghi la mandò a chiamare e le si rivolse con la solita cordialità.
“Allora signorina Alice, come sono andati questi giorni? Come si sta trovando?”.
“Bene dottore, per adesso sto osservando…spero di essere all’altezza del lavoro che mi assegnerete, quando la dottoressa Zanghi e lei lo riterrete opportuno”.
Il dottore sembrava compiaciuto dalla sua umiltà.
“Certo signorina, fa bene a voler imparare e ad ascoltare ciò che dice la nostra Luisa, sa essere molto persuasiva, sono sicura che farà un lavoro eccellente con lei. A volte sa essere un po’ dura ma ci sono casi in cui è necessario, per far emergere le qualità di una persona. Lei continui a impegnarsi e la settimana prossima potrà iniziare a relazionarsi con i pazienti, se sarà brava”.
“Grazie dottore…buona giornata e buon lavoro”.
Uscendo dallo studio, si chiese cosa intendesse il suo datore di lavoro con “essere dura” e “qualità di una persona”, ma sperava di aver fatto una buona impressione e si ripromise di seguire alla lettera le indicazioni della collega. Luisa la salutò con una smorfia, che voleva dire “ricordati le sberle”. Rassegnata a dar fondo agli ultimi euro rimasti sul conto, Alice comprò sei paia di calze autoreggenti velate, alcune color carne, altre nere e, in un attacco di estro creativo, un paio in microrete nere e un paio rosso scuro.
Le giornate successive passarono in maniera più o meno simile. Ogni mattina Alice indossava capi eleganti e cercava di apparire al meglio, e puntualmente Luisa, dopo averla sottoposta ad una imbarazzante ispezione, la umiliava, invitandola a rivestirsi. Anche il dottore era sempre molto gentile ma non l’aveva ancora invitata a interagire con i pazienti, e Alice sperava che la mattina fosse sempre impegnato in qualche attività e non guardasse dalle telecamere.
Uno in particolare la colpì: “cercasi segretaria per studio medico. Discreta, scrupolosa, senza impegni familiari. Offresi interessante prospettiva di crescita e possibilità di alloggio”.
L’annuncio di per sé non aveva niente di strano ma qualcosa l’aveva convinta a rispondere e senza pensarci troppo aveva inviato la candidatura e il suo CV. D’altronde, senza un lavoro fisso e con un titolo di studio che offriva pochi sbocchi, un impiego di quel genere sembrava già molto allettante. A 27 anni lavorava come cameriera per pochi euro la settimana e aveva poche possibilità di migliorare la propria posizione, con una laurea in scienze della comunicazione probabilmente una posizione da segretaria era più di quanto potesse sognare.
Davanti allo schermo del computer i suoi pensieri iniziarono a vagare, come sempre in quel periodo in cui era poco soddisfatta e senza una direzione ben precisa. Non aveva amici perché si era trasferita dal paese alla città qualche anno prima per seguire un ragazzo che, pochi mesi successivi, si era rivelato una fregatura, ma ormai era fatta e preferiva vivacchiare di lavoretti invece di tornare al paese d’origine dove, a parte qualche parente pettegolo, non aveva nulla da ricavare.
Un paio di giorni dopo aver inviato il CV, Alice ricevette una telefonata da una donna che si qualificò come segretaria dello studio associato X:
“Buongiorno, parlo con la signorina Lanfranchi?”
“Si, buongiorno sono io, mi dica”.
“La chiamo in merito all’annuncio a cui ha risposto martedì scorso. La invitiamo per un colloquio di lavoro con il dottor Borghi, uno dei soci dello studio associato. Io sono Luisa Serni, l’altra segretaria dello studio. Le spiegheremo tutto in sede di colloquio. Andrebbe bene domani pomeriggio alle 15?”
Il tono, se pur educato e la voce giovanile, sembrava autoritario e Alice non voleva certo contrariare un’ipotetica futura collega. Accettò prontamente l’orario, chiese l’indirizzo e chiuse la telefonata.
Si poneva a quel punto il classico problema che affliggeva ogni giovane donna alle prese con un colloquio di lavoro: cosa indossare? Alice aveva uno stile non molto sgargiante, ma curato, per quanto le permettesse il suo stipendio saltuario. Scelse il classico abbinamento da colloquio di lavoro, decollete nere con tacco medio, pantalone nero a sigaretta, camicia azzurra, trucco leggero, capelli sciolti. Questo abbigliamento le donava molto, pur non risaltando nulla in particolare, ma d’altronde Alice era una ragazza dall’aspetto abbastanza ordinario. Capelli lisci castani a metà delle spalle, occhi castani, naso piccolo, bocca carnosa, carnagione chiara, altezza media (1,60), peso medio (58 kg), seno proporzionato ma niente di speciale (terza non troppo abbondante). Carina, proporzionata, ma, come tutti le dicevano e lei stessa si definiva, una ragazza normale.
Il giorno dopo si presentò al colloquio con un misto di ansia e speranza, perché l’idea di un lavoro fisso e soprattutto di avere un alloggio diverso dalla topaia in cui viveva, l’attirava moltissimo, ed era intenzionata a giocare le sue carte nel modo migliore possibile.
Lo studio medico si trovava all’ultimo piano di un palazzo signorile della città, era già presentato dall’elegante targa in ottone che riportava “studio associato Zanghi e Borghi, cardiologia e medicina interna”. Alice entrò in ascensore con il cuore un po’ in tumulto, e all’arrivo al settimo piano si fermò un attimo a osservare un’altra targhetta e il campanello. Dopo alcuni secondi, si fece coraggio e, dopo aver suonato il campanello e aver atteso che si aprisse la porta, entrò all’interno dello studio.
La prima cosa che la colpì furono le luci, calde e gradevoli, abbinate benissimo al parquet in noce e alle pareti tortora. Nella prima sala si trovata un’elegante scrivania in vetro, da cui una bellissima donna la scrutava con freddezza.
“Lei è?”
“Ehm…salve…sono Alice Lanfranchi, sono qui per il colloquio di lavoro” rispose Alice, maledicendosi subito per il tono di voce infantile e ansioso che le era uscito, invece della risposta sicura che aveva provato tante volte allo specchio.
“Si accomodi in sala d’aspetto, il dottore la riceverà tra poco, sta per concludere il colloquio con un’altra candidata”.
Alice si recò nella sala accanto, molto confortevole, con due divani in pelle color creme due poltrone dello stesso colore, ma dentro di sé si sentiva scoraggiata. Non pensava che ci fosse un altro colloquio in corso e, insicura com’era, paragonava il suo aspetto ordinario a quello della segretaria che l’aveva ricevuta: alta, bionda, magra, con un bel seno, labbra piene, appariscente ma molto raffinata, insomma il classico clichet della segretaria porcona, mentre lei era completamente insignificante. Dopo una decina di minuti uscì dalla porta della segreteria una bella ragazza più o meno della sua età, probabilmente la candidata che aveva sostenuto il colloquio di lavoro prima di lei, e il suo scoramento aumentò nel vedere che la ragazza era un po’ più alta di lei, mora, abbronzata, sicura di sé, e indossava un bell’abito bianco e aderente che faceva sfigurare il suo noioso completo.
Alice nutriva ben poche speranze di farcela, e l’attesa non la aiutava di certo a sentirsi meglio. Dopo altri venti minuti la segretaria la invitò ad entrare nello studio del dottor Borghi. Percorrendo un corridoio si ritrovò due stanze, sulle quali erano scritti i nomi dei due medici, Zanghi e Borghi. Bussando alla porta del dottor Borghi, attese la risposta dall’altro lato e aprì la porta.
Il dottor Borghi era seduto alla scrivania, molto grande, in legno scuro, sicuramente costosa, come tutto l’arredamento lì dentro. Nel porgergli la mano presentandosi, Alice potè osservare distrattamente che il dottore era di mezza età, rotondetto, con un viso simpatico e una voce calda e gentile. Sentendosi un po’ più a suo agio, si sedette su una delle potroncine (anche quelle comodissime), si presentò e si preparò a rispondere alle domande del suo, sperava, futuro datore di lavoro.
“Allora signorina Lanfranchi, benvenuta allo studio associato Zanghi e Borghi. Io sono il dottor Borghi Alessandro, mentre il mio socio è il dottor Zanghi Riccardo, che in questo momento è fuori per un corso di aggiornamento. Le spiego brevemente in cosa consiste il lavoro e poi le farò alcune domande per capire se lei è la persona che stiamo cercando. La figura che stiamo cercando è una segretaria, che si alterni con la signorina Luisa che ha conosciuto prima. Io e il dottor Zanghi ci occupiamo di cardiologia e internistica, inoltre ci occupiamo del programma universitario di alcune discipline del corso di laurea di medicina e chirurgia e abbiamo bisogno di qualcuno che coordini i nostri impegni con i pazienti, con l’università e con gli studenti. L’orario di lavoro è full time, e non le dirò bugie, a volte saranno richiesti impegni extra ma le assicuro che saranno ben ricompensati. In ogni caso non sono incarichi che affidiamo a chiunque, ma solo a gente ben istruita e capace, e la metteremo alla prova per capire se farà al caso nostro. Per quanto riguarda l’abbigliamento e il codice di comportamento da tenere, se ne occuperà la nostra Luisa. Noi ci aspettiamo discrezione totale nei riguardi dei nostri pazienti ma anche riguardo le nostre vite e i nostri impegni. Ha delle domande da fare?”
Alice era molto interessata a quanto il dottor Borghi le aveva detto, e con i suoi modi gentili le aveva fatto un’ottima impressione, ma aveva difficoltà nel chiedere alcune informazioni essenziali perché aveva paura di fare una pessima impressione e parlare in maniera chiara era stato sempre molto complicato per lei.
“Ehm…si…ecco…”, iniziò a balbettare, detestandosi per la sua timidezza.
Il dottore sorrise “Vedo che è una ragazza poco avvezza a farsi avanti…vuole chiedere qualcosa relativa allo stipendio o all’offerta dell’alloggio inserita nell’annuncio?”.
Alice si sentì una cretina, era così evidente la sua incapacità di fare domande così semplici?
“Si dottore…mi scusi non sono abituata…”
“Nessun problema signorina, allora noi offriamo un contratto di prova di circa tre mesi, in cui testeremo le sue abilità, lavorerà sia con me che con il dottor Zanghi e con Luisa, se effettivamente vedremo in lei la persona che stiamo cercando, potremmo parlare di un contratto a tempo indeterminato e di fornirle anche l’alloggio. Si tratta di una depandance situata in una zona periferica ma molto bella e silenziosa; le utenze sono incluse, avrà a disposizione un mini appartamento con tutto il necessario, ma soltanto se la riterremo idonea all’impiego. Adesso le chiedo di parlarmi un po’ di lei e di descrivermi le sue abitudini, le sue passioni, il suo percorso”.
Un po’ stupita dalla richiesta fatta, ma intenzionata a risultare il più interessante possibile, Alice iniziò a parlare di sé.
“Ho 27 anni, vivo in un bilocale condiviso con una studentessa universitaria. Vengo da Antia, non so se lo conosce…è un piccolo paesino delle Marche, ma mi sono trasferita qui in Lazio per amore e per frequentare l’università. Come ha visto dal mio curriculum ho frequentato scienze della comunicazione, in realtà ero iscritta in un’altra facoltà ma dopo aver frequentato il primo anno e mezzo ho mollato per alcuni problemi con un docente ho lasciato e mi sono iscritta in scienze della comunicazione. In questi anni fatto molti lavori saltuari…purtroppo spesso senza contratto…barista, cameriera, ho dato lezioni private, ho fatto la ragazza alla pari, insomma un po’ di tutto pur di riuscire a mantenermi. Attualmente non ho impegni personali o di coppia e per me non sarebbe un problema restare delle ore in più. So che il mio curriculum non è così adatto a questo lavoro ma le assicuro che imparo in fretta, so usare il computer, parlo due lingue, sono gentile, organizzata, servizievole, discreta…per favore mi dia la possibilità di dimostrarle che sono adatta al suo studio. Sono disponibile anche a chiedere alla signorina Luisa di aiutarmi a imparare le cose che non so fare”. Sperava che il tono non fosse disperato ma soprattutto verso la fine la voce le si incrinò.
Il dottor Borghi finse di non accorgersene e la rassicurò: “va bene signorina Lanfranchi, non si preoccupi, la nostra Luisa sarà a disposizione per aiutarla. Lei sembra molto volenterosa e umile ed è esattamente ciò che cerchiamo in una segretaria. Può cominciare da domani. Luisa le darà tutte le indicazioni, e io le fornirò man mano dei feedback”. La congedò con una calda stretta di mano e un sorriso; Alice si sentiva rinfrancata e uscì con il cuore più leggero.
Luisa invece raffreddò tutto il suo entusiasmo. Lei e le sue gambe chilometriche la mettevano in soggezione, così come la camicetta bianca aderentissima che portava con molta sicurezza. Il tono di voce era tagliente e il sorriso era scomparso, così come la cordialità e il lei con cui si era rivolta poco prima: “Domani devi presentarti qui alle otto e mezza, puntualissima. Lo studio aprirà alle nove ma devo mostrarti la tua postazione e anche darti una sistemata, perché non credo tu possieda abiti adatti. Questo è uno studio elegante e devi essere sempre ben vestita e curata, dalla manicure ai capelli, dal trucco alle scarpe. Non puoi presentarti in jeans, felpa, scarpe da tennis come l’abbigliamento che indossi di solito nelle tue foto sui social -si, ho cercato, per capire che tipo di persona sei. Se ritieni di non avere abbigliamento decente, vallo a procurare, e cerca un parrucchiere aperto perché hai un aspetto veramente inadatto. Il dottor Borghi è di bocca buona ma il dottor Zanghi è molto pretenzioso e rischi di non arrivare alla fine dei tre mesi se ti presenti con le mani in questo stato. Niente di appariscente ma per favore non azzardarti a presentarti così domani o nei prossimi giorni o al suo rientro dovrò subire le sue lamentele. Ho visto che sai usare il pacchetto Office ma oltre a questo devi saper tenere la bocca chiusa e sorridere sempre. A domani”.
Dopo questo congedo così freddo, Alice si chiedeva se davvero quello fosse il posto giusto, e soprattutto cosa dovesse fare per rendersi presentabile. Passò il pomeriggio a dare fondo ai suoi già miseri risparmi per acquistare dei collant trasparenti di buona qualità, una gonna aderente circa 10 cm sopra il ginocchio, una gonna a ruota grigia della stessa lunghezza, camicette aderenti in vari colori come quella di Luisa, due paia di scarpe un po’ più alte ed eleganti di quelle che portava al colloquio, un paio di pantaloni molto aderenti ma eleganti, un tubino verde scuro aderente a metà coscia. Passò dal parrucchiere dove andava una volta l’anno pregandolo di sistemare il taglio e la piega, e implorò l’estetista che lavorava presso lo stesso salone di farle una manicure color carne elegante ma semplice come le aveva raccomandato Luisa. Arrivò a sera con il conto svuotato, il cuore pesante e mille dubbi. Si sentiva a disagio con quell’abbigliamento formale e si chiedeva se fosse la scelta giusta, ma ormai non poteva tornare indietro e cercò di addormentarsi pensando che forse la sua vita sarebbe cambiata.
La mattina dopo si presentò puntualissima, indossando una blusa bianca che aderiva al corpo senza però essere eccessivamente fasciante, i pantaloni aderenti e le scarpe con il tacco lucido comprate il giorno prima. Si sentiva più adulta e sexy, e cercando di apparire sicura di sé, entrò nello studio dove Luisa era già seduta, bella ed elegante in un paio di pantaloni a scacchi ancora più aderenti dei suoi, una camicetta in pizzo nero e dei tacchi da 10 cm in velluto nero. Lo sguardo che le riservò fu gelido.
“Ma cosa ti salta in mente? Un reggiseno nero in cotone da tredicenne sotto una maglietta trasparente? Non hai il minimo buon gusto”.
Alice era pietrificata sulla soglia. Si aspettava dei complimenti e magari un po’ più di cordialità.
“Scusami…io…”
“Non ti ho dato il permesso di darmi del tu. Sei in prova. Devi chiamarmi signorina Luisa, se non dottoressa Serni, dato che sono collaboro con l’università e non ho di certo una laurea in scienze della comunicazione”.
“Mi scusi signorina Luisa…dottoressa Serni…io non pensavo di dover acquistare anche biancheria intima…non possiedo niente di adatto a questo abbigliamento, mi dispiace…non mi ero accorta che fosse trasparente”.
Luisa appariva davvero arrabbiata e poco incline ad accettare le scuse di Alice.
“Fammi vedere che slip indossi…figurati sarà qualche schifezza cinese. Apri i pantaloni”.
Alice pensava di aver capito male, fissava Luisa con gli occhi sgranati.
“Ho detto apri i pantaloni, non te lo ripeterò una terza volta”.
Senza rendersi conto di cosa stava facendo, perché l’imbarazzo l’avrebbe bloccata immediatamente, Alice slacciò il bottone e abbassò la cerniera.
“Abbassa i pantaloni e fammi vedere che roba è”.
Apparvero dei semplici slip in cotone bianco, che inorridirono Luisa.
“Certo che ti manca proprio un minimo di buon gusto. Come puoi indossare quello schifo e pensare di venire a lavorare? Per oggi passi ma da domani controllerò la tua biancheria prima di iniziare a lavorare. Non puoi indossare questa roba in un posto elegante come questo studio e pensare di restarci”.
Alice era mortificata, si limitò ad assentire e a chiudere i pantaloni.
“D’accordo dottoressa Serni. Mi scusi. Non si ripeterà più”.
“Lo spero. Adesso ti spiego cosa farai oggi, cioè assolutamente nulla. Siederai su questa sedia in un angolo e osserverai quello che faccio, il modo in cui mi relaziono con i pazienti, come rispondo al telefono, come gestisco la sala d’aspetto. Limitati a salutare, ti presenterò ai pazienti ma non aprire bocca se non vieni interpellata”.
Un po’ stupita ma intenzionata a rispettare le richieste di Luisa che, in quel momento, era il suo superiore, si posizionò sulla sedia posta in un angolo della stanza, proprio di fronte la porta d’ingresso, e attese l’arrivo dei pazienti e del dottore.
Il primo ad arrivare fu il dottor Borghi, poco prima delle nove. Sorridente e gentile come il giorno prima, con i suoi modi rassicurò Alice, che pensava di essere capitata in un posto eccessivamente severo.
“Buongiorno Luisa, buongiorno signorina Lanfranchi, benvenuta nel nostro studio! Spero che Luisa le abbia spiegato bene tutto, segua le sue istruzioni e vedrà che si troverà bene”.
Mentre si dirigeva verso la sua stanza, si girò: “complimenti per il completo e per il taglio di capelli, le donano!”.
Un po’ rinfrancata, Alice si sedette nuovamente sulla sedia, ben decisa a dare il massimo e ad osservare il lavoro di Luisa.
Dopo qualche minuto suonò il campanello ed entrò il primo paziente, un signore distinto e di mezza età che salutò Luisa e si accomodò in sala d’aspetto. Alice non diede a vedere il suo stupore, ma era stupita dal cambio avvenuto nella collega. Luisa accolse il paziente, che scoprì chiamarsi Ettore Artani, con un bel sorriso e un tono gentile e cordiale: “buongiorno dott. Artani! Prego si accomodi, il prof. Borghi è appena arrivato e la riceverà tra poco. Come è andato il viaggio di lavoro? Ha avuto difficoltà con i nuovi farmaci? Posso offrirle un po’ di acqua?”. Alice si aspettava di essere presentata al paziente che sembrava essere un habitue, ma Luisa la ignorò e condusse il paziente in sala d’aspetto, continuando a parlare del più e del meno. Poco dopo lo accompagnò nella stanza del dottore e tornò a sedersi alla scrivania. Qualche minuto dopo suonò nuovamente il campanello e si alzò per accogliere un altro paziente, stavolta un po’ più giovane: “ingegnere Alessi buongiorno! Che bella abbronzatura! È partito per un viaggio di piacere con la sua signora? Ha fatto benissimo! Il dottore è impegnato ma tra poco la riceverà. Intanto si accomodi in sala d’aspetto, posso offrirle un caffè? Ha fatto colazione?”. Anche stavolta la gentilezza di Luisa contrastava con l’ignorarla completamente, ma d’altronde anche i pazienti si limitavano a passarle davanti come se non la vedessero. Forse erano abituati ad avere nuove segretarie di continuo, e finché non concludevano il periodo di prova non valeva la pena considerarle più di un soprammobile?
Nel frattempo l’ingegnere si era accomodato in sala d’aspetto e Luisa, tra pc e telefonate, sembrava abbastanza indaffarata. Nelle ore successive si succedettero altri pazienti, non molti in verità, non così tanto da giustificare la presenza di due segretarie. Ad ognuno dei pazienti Luisa rivolgeva sorrisi, strette di mano, discussioni cordiali e mostrava di ricordare dettagli tali da portare avanti la conversazione. Forse appuntava il mestiere, i gusti, le abitudini dei pazienti sulla sua agenda? Al telefono mostrava la stessa gentilezza e calore. Solo con lei era stata fredda e ostile, chissà come mai. Alice non osava alzarsi neanche per bere un bicchiere d’acqua o per andare in bagno. Al termine delle 4 ore concordate, coincidenti con la fine del turno della mattina, si decise finalmente ad alzarsi.
Luisa la fulminò con lo sguardo.
“Scusi dottoressa Zanghi, sono le 13, il mio turno sarebbe finito…avrei anche bisogno di andare in bagno”.
“Ti alzi quando te lo dico io, al massimo a fine turno puoi chiedermi il permesso. Sicuramente il dottore ti ha specificato che in caso di necessità dovrai restare oltre il turno concordato. Non puoi alzarti e andartene”.
“Mi scusi…non ci avevo pensato. Mi risiedo subito…ovviamente posso restare quanto lei riterrà più opportuno. Posso chiederle di andare in bagno?”.
“Alzati, vai in bagno, e poi ripassa dal dottore. Ti sta aspettando”.
Un po’ in ansia, Alice cercò di urinare in fretta, dopodiché bussò alla porta del dott. Borghi.
“Avanti signorina, si accomodi. Mi dica, come si è trovata oggi?”.
Alice non era stupida, e aveva capito che Luisa aveva molto potere in quello studio medico, per cui n non le sembrava il caso di denunciare il comportamento della collega o di lamentarsi il primo giorno di lavoro.
“Molto bene dottore grazie. Il suo studio è molto elegante e i pazienti sono sembrati tutti molto distinti e gentili. Ho osservato Luisa…cioè la dottoressa Zanghi e credo che imparerò molto da lei”.
“Benissimo signorina, mi raccomando segua alla lettera le istruzioni di Luisa e qui con noi si troverà a meraviglia. Può andare per oggi, buona giornata”.
Luisa la aspettava davanti la porta, congedandola con la stessa freddezza che le aveva riservato durante la giornata.
“Ti aspetto domani alla stessa ora di oggi. Cerca di presentarti decentemente e truccati un po’ meglio”.
Alice uscì dal portone con aria mesta ma ben decisa a non darla vinta alla collega. Non era bellissima, non era intelligentissima, era timida, incapace di protestare o di reagire ai torti, ma dalla sua aveva un pregio: era una persona che sapeva impegnarsi. La sera scelse con cura la mise per l’indomani: una camicia in raso verde scuro, una gonna aderente al ginocchio che faceva tanto segretaria, e le scarpe indossate il giorno prima, alte, in vernice con il cinturino. Si ricordò anche di indossare degli slip abbinati, neri, molto semplici ma sicuramente più adatti di quelli indossati quel giorno.
La mattina dopo si svegliò prestissimo per ravvivare i capelli e per truccarsi un po’ più del giorno prima, aggiungendo eyeliner nero e curando di più la base. L’insieme le piacque e si sentiva davvero a posto per quello studio così elegante. Luisa la accolse con la solita smorfia di disappunto.
“Si, un po’ meglio…ma passata la piega del parrucchiere cerca di trovare una soluzione, perché sei evidentemente incapace di sistemarti da sola. Spero che con il primo stipendio acquisterai dei vestiti di qualità migliore perché si vede lontano un chilometro che sono presi in negozietti di infima qualità. A proposito, fammi vedere se hai fatto quello che ti ho chiesto. Apri la camicia”.
Alice era sconvolta quanto il giorno prima.
“Ma…dottoressa Zanghi…perché? La camicia non è trasparente. Non si vede il reggiseno che indosso”.
Luisa sembrava infastidita.
“Ascolta, forse non è chiaro. Qui devi essere vestita bene anche dove non si vede, forse sei abituata a vestirti come una profuga in quei postacci dove servivi la pizza ma qui siamo su un altro pianeta. E se il dottore non è stato abbastanza chiaro quando ti ha detto che devi fare tutto quello che ti dico, forse non sei adatta per rimanere”.
“No no dottoressa, mi scusi, non sono abituata, ha ragione. Mi perdoni. Farò tutto quello che mi dice”, e aprì la sua elegante camicia in raso verde, che rivelò lo stesso reggiseno in cotone nero del giorno prima. Alice pensava che non ci fosse niente di sbagliato, ma lo sguardo disgustato di Luisa le fece capire che si, aveva fatto un errore.
“Non si vede il reggiseno…sono tutti così quelli che possiedo, semplici. Ho pensato che andasse bene dato che la camicia non è trasparente”.
“Prima di tutto sei disgustosa ad indossare due giorni di fila la stessa biancheria. Spero che almeno ti sia fatta una doccia. Secondo, con la camicia in raso si vede il segno del reggiseno sulla schiena, per i tessuti così aderenti o che segnano, bisogna indossare dei reggiseni adatti. Terzo, anche se il reggiseno non si vede, devi essere sempre vestita in maniera impeccabile. Toglitelo immediatamente”.
Pensando di aver capito male, Alice provò a protestare “Ma dottoressa, la camicia è sottile…non posso stare senza reggiseno. Come faccio? Si vedrebbero i capezzoli…le prometto che andrò a comprare dell’intimo adatto e che ogni giorno lo cambierò ma per favore non mi metta così tanto in imbarazzo”.
Luisa fu irremovibile: “Togli immediatamente questo reggiseno altrimenti domani potrai portare in giro il tuo schifoso completino intimo al parco, perché non avrai più un lavoro. Ti ricordo che sei in prova. Puoi benissimo stare senza reggiseno una mattina, anzi, buttalo nella spazzatura e non ti azzardare a riprenderlo neanche quando finisci il turno. Non hai neanche tutta questo davanzale davanti, neanche si noterà la differenza”. Il torno era divertito, sicuramente pensava al suo grosso seno chiuso in qualche reggiseno raffinato, a confronto con il suo, che era di misura media ed effettivamente racchiuso in intimo scadente sembrava davvero poca cosa.
Alice si rassegnò a togliere la camicia e il reggiseno in sala d’aspetto, dove per fortuna ancora non c’era nessuno, si rimise la camicia e sperava che l’investigazione fosse conclusa.
“Adesso apri la gonna e fammi vedere. Le calze sembrano andar bene, ma devo vedere cosa porti sotto”.
Senza protestare, Alice alzò la gonna quel tanto che bastava per far vedere gli slip. Sperava che almeno quelli andassero bene, ma dall’espressione di Luisa si rese conto che non era così.
“Non amo ripetermi per cui non ti rifarò il discorso che ho appena concluso. Non mi interessa se sei senza soldi ma non osare presentarti mai più in studio con una cosa del genere. Non portano quelle mutande nemmeno le bambine. Toglitele senza fiatare e poi rimettiti le calze. Butta reggiseno e mutande nel cestino del bagno. Non voglio vedere più queste schifezze. E datti una sistemata con la ceretta perché sei disgustosa”.
Rassegnata, Alice abbassò la zip della gonna, se la sfilò, si tolse le calze, senza dire una parole fece scivolare giu le sue povere mutandine nere di cotone che fino a quel momento le erano sembrate più che dignitose, si rivestì, e si accinse a cominciare la giornata lavorativa con i capezzoli a vista attraverso la camicia e con le calze in nylon che le provocavano fastidio alle parti intime.
Luisa le si parò davanti e, aprendo i bottoni dell’abito rosso scuro che indossava, le mostrò il suo corpo, bellissimo, statuario, totalmente depilato. Alice riusciva a capirlo perché indossava degli slip praticamente trasparenti, in pizzo e velo rosso scuro come l’abito. Il reggiseno era elegantissimo, con pochi fronzoli, della stessa tonalità dell’abito.
“Questo è quello a cui dovresti puntare. Qui non è ammessa sciatteria. Datti una sistemata oggi pomeriggio, e se domani dovessi trovare il risultato deludente, ti ho già detto cosa ti aspetta”.
Richiuse l’abito e non aggiunse altro. Si sedette alla sua scrivania e Alice ritenne opportuno sedere alla sua sedia nell’angolo, senza aprire bocca. Dopo una decina di minuti arrivò il primo paziente, e Luisa lo condusse, sempre chiacchierando come il giorno prima, nello studio del medico. Alice si rese conto di non aver visto arrivare il dott. Borghi, che quindi doveva essere già in studio quando era arrivata lei…che vergogna se fosse entrato mentre era con la gonna alzata e con la camicia aperta! Per fortuna non era successo.
L’imbarazzo di non indossare intimo era attenuato dal fatto che nessuno le rivolgeva la parola, per cui sperava di passare inosservata e di potersi avvolgere nella giacca al momento di andare via, ma come il giorno prima Luisa la invitò ad andare dal dott. Borghi (dopo aver aspettato che fosse Luisa a congedarla, Alice non era così sciocca), bloccandola nel momento in cui stava indossando la giacca: “eh no, dal dottore entri così! Posa subito quella giacca e muoviti”. Il dottore la accolse con un largo sorriso, senza badare all’andatura curva di Alice che avrebbe voluto chiudersi in se stessa per non far vedere il seno che, purtroppo, era in perfetta evidenza.
“Signorina Alice, buongiorno! Che piacere vederla! Spero che la sua seconda giornata di lavoro sia andata bene e che abbia imparato un po’ più di ieri…mi raccomando, segua i consigli di Luisa”.
Alice si limitò ad annuire, incrociando le braccia sul petto e sfregando le gambe per il fastidio.
“A proposito, vedo che è arrivato l’ultimo paziente della mattinata, sa, da qui ho una visuale completa dello studio, ha visto la telecamera in segreteria e in sala d’aspetto? Può dire a Luisa di farlo accomodare. A domani!”.
Alice rimase ammutolita. Uscì dallo studio del dottore e quasi si precipitò fuori dal portone (non senza aver detto a Luisa che poteva far accedere il paziente e averla salutata, aveva imparato la lezione), sconvolta all’idea che il dotto. Borghi avesse visto tutta la scena quella mattina…lei che apriva la camicia, alzava la gonna, toglieva il reggiseno e gli slip…non riusciva a crederci. Sperava che in quel momento non stesse guardando la telecamera, anche perché altrimenti avrebbe fatto qualche accenno. Forse per questa volta era salva!
Invece di pranzare e riposare andò in vari negozi per acquistare biancheria con i pochi soldi rimasti; prese 6 completini in modo da poterli cambiare ogni giorno, abbinati anche ai colori degli abiti comprati il giorno prima, in tessuti a lei nuovi: pizzo, velo, merletto, sperando di soddisfare lo standard di Luisa. A casa sistemò per come poteva la situazione peluria sulle gambe e nell’inguine, ma da sola non se la sentiva di procedere ad una depilazione completa. Prenotò una ceretta da lì a tre giorni e anche un rinnovo della messa in piega, sperando che arrivasse presto il primo stipendio perché era davvero in grosse difficoltà e rischiava di non avere i soldi dell’affitto.
L’indomani mattina si presentò in studio puntualissima, sicura che stavolta Luisa non avrebbe avuto nulla da ridire. Indossava delle scarpe blu scuro che aveva ripescato dall’armadio, con tacco abbastanza alto da poter risultare adatto, un vestito bianco a ruota con gonna a metà coscia con piccoli semini blu, calze in nylon trasparenti, bottoncini fino al punto vita. L’intimo era in pizzo bianco, abbinato all’abitino, con una coulotte e un reggiseno a bralette; si dedicò con più attenzione del giorno prima al trucco, e l’immagine che le restituì lo specchio le piacque.
Luisa quel giorno aveva adottato una mise molto classica, gonna grigia al ginocchio aderentissima con spacco dietro, scarpe modello francesina con tacco vertiginoso, giacca corta grigia abbottonata e sotto solo un top in pizzo color crema. Un insieme raffinatissimo, come sempre. Alice cercò di presentarsi davanti a lei con un portamento più sicuro.
“Buongiorno dottoressa, ho seguito le sue indicazioni, spero che l’insieme le risulti gradito”.
Luisa la scrutò con aria critica e leggermente sarcastica.
“Si, diciamo un po’ meglio dei giorni precedenti…fammi vedere se hai comprato dell’intimo migliore”.
Ricordando quanto accaduto il giorno prima, le guance di Alice si imporporarono.
“Dottoressa…aspetti un attimo…il dottor Borghi è già arrivato?”.
“Si, è già in studio. Perché?”.
“Potremmo spostarci in bagno? Non vorrei che entrasse per sbaglio in segreteria o che mi vedesse dalla telecamera”.
Lo schiaffo la raggiunse prima ancora che se ne rendesse conto.
“Forse non sono stata abbastanza chiara. Se io ti chiedo qualcosa, devi eseguirla all’istante, senza se e senza ma. Non azzardarti mai più a farmi una richiesta del genere o a contraddirmi, altrimenti tu e i tuoi vestiti dozzinali potete andare a cercare lavoro in qualche bar di periferia. Adesso apri i bottoni e alza la gonna. Non voglio ripeterlo un’altra volta”.
Alice, esterrefatta e con la guancia dolorante, neanche si rese conto delle lacrime che le scendevano, per il dolore e l’umiliazione di essere stata schiaffeggiata, ma obbedì immediatamente. Slacciò i bottoni dell’abito, mostrando il reggiseno in pizzo bianco che le raccoglieva il seno. Luisa sembrava soddisfatta, o per lo meno non aveva nulla da criticare. Senza riabbottonare la parte superiore, Alice sollevò la gonna per mostrare le coulotte in pizzo bianco. Anche quelle sembravano aver riscosso l’approvazione della collega, che però la osservava senza ritegno.
“Bene, qui ci siamo. Il completo è carino, abbinato all’abito, e ti sta bene. Ora abbassa le coulotte e fammi vedere se hai fatto come ti ho chiesto”.
“Ormai rassegnata, Alice abbassò i collant e le coulotte, restando con le parti intime al vento. Era sicura che Luisa avrebbe avuto da ridire, dato che aveva depilato soltanto la sgambatura dell’inguine ma non tutto il resto. La sua peluria era lì in bella vista e stava morendo di vergogna.
“Luisa…dottoressa Zanghi…non riesco a depilarmi da sola…sono riuscita a fare la ceretta all’inguine ma una depilazione così profonda non sono in grado di farla. Ho già preso appuntamento dall’estetista e andrò nel fine settimana, per favore non mi mandi via, le prometto che per lunedì sarò liscia come mi ha chiesto lei”.
Luisa sembrava compiaciuta.
“Mi fa piacere che tu voglia eseguire le mie richieste, ma non mi fido dei saloni da quattro soldi che frequenti. Sabato mattina verrai con me dall’estetista, dal parrucchiere e in alcuni negozi, e forse ti trasformerò in una donna decente”.
Con le dita curatissime e laccate di rosso scuro, aprì la giacca. Sotto non aveva un top in pizzo, ma soltanto un bellissimo reggiseno in pizzo semitrasparente. I suoi capezzoli premevano contro la stoffa sottile e lasciarono Alice a bocca aperta.
“Vedi, Alice, anche tu indossi un reggiseno in pizzo, e sono sicura che tu ti sia impegnata, ma vedi la differenza? Dammi la mano. Senti? Questo è pizzo di prima qualità. La mia pelle è liscia e profumata. Il tessuto è così morbido da non darmi alcun fastidio al capezzolo”.
Aveva ragione. Il pizzo era impalpabile, ma la pelle di Luisa era qualcosa di indescrivibile. Sembrava seta.
“Mentre questo” continuava Luisa, avvicinandosi ad Alice e toccandole un seno “è di qualità infima. Ti sta bene, ma copre il seno e soffoca il capezzolo. Non sei da buttar via, ed è un peccato mortificarti così”.
Al sentire il tocco della mano della collega, Alice sussultò, ma Luisa finse di non accorgersene.
“Ti faccio vedere una cosa, per farti capire meglio la differenza tra me e te”.
Luisa alzò la gonna mostrando un ridottissimo perizoma, ovviamente abbinato al reggiseno, e delle calze autoreggenti nere.
“Da domani indosserai anche tu queste calze. Non mi piace dover aspettare che tu ti tolga i collant, che per inciso sono orribili. Autoreggenti, parigine con reggicalze, o nulla. E adesso guarda come dovrebbe essere la fica di una donna elegante”.
Abbassò il perizoma a metà coscia, mostrando una vagina quasi totalmente depilata, tranne un piccolo ciuffetto curatissimo.
“Ad alcuni uomini piacciono totalmente depilate, ad altri solo parzialmente, ma quello che non piace è quella specie di foresta che hai tu. Ma non ti vergogni di te stessa? Non ti senti brutta e sporca con quella roba? Non riesco neanche a guardarti. Avvicinati e mettiti in ginocchio”.
Alice restò impietrita per un attimo, pensando all’imbarazzo che avrebbe provato se proprio in quel momento il dottor Borghi fosse entrato in segreteria e l’avesse vista con il reggiseno a vista, senza calze e senza mutande, con il vestito alzato, e adesso anche in ginocchio. Temendo però un altro schiaffo obbedì subito e si mise in ginocchio, avvicinandosi a Luisa, con le testa bassa.
“Alza la testa e guarda bene. Questa è una fica da ammirare. Curata, senza puntini da depilazione fai da te fatta male, senza peli che sfuggono, senza ricrescita. Ti ho detto di guardare. Non fare la timida, o ti arriva un’altra sberla. Adesso dammi la mano”.
Alice fece come ordinato, un po’ per paura di un altro schiaffo, un po’ perché effettivamente Luisa aveva ragione, la sua fica era bellissima, rosea, liscia. Tese la mano come richiesto e rimase quasi paralizzata quando Luisa allargò le gambe e passò le dita di Alice prima nell’interno coscia, caldissimo, poi sul monte di Venere, accarezzandosi il ciuffetto di peli che era, ovviamente, morbido come se fosse stato trattato con un balsamo. Infine le dita di Alice sfiorarono le grandi labbra, anch’esse calde e leggermente umide. Luisa a quel punto la spinse all’indietro e iniziò a rivestirsi. Alice rimase in ginocchio, come ipnotizzata.
“Hai capito cosa intendo dire? Sei assolutamente impresentabile. Annulla tutti i tuoi appuntamenti di sabato e presentati qui alle 9, puntuale. Adesso rivestiti, e ricorda tutte le istruzioni che ti do, altrimenti lo schiaffo di oggi sarà il primo di una lunga serie”.
Senza dire una parola, Alice si rialzò, rimise i vestiti e si preparò ad un’altra giornata di invisibilità.
La mattinata trascorse come le altre, con Luisa amabile e gentile con tutti, aspra e sarcastica con lei.
Verso le 13, il dottor Borghi la mandò a chiamare e le si rivolse con la solita cordialità.
“Allora signorina Alice, come sono andati questi giorni? Come si sta trovando?”.
“Bene dottore, per adesso sto osservando…spero di essere all’altezza del lavoro che mi assegnerete, quando la dottoressa Zanghi e lei lo riterrete opportuno”.
Il dottore sembrava compiaciuto dalla sua umiltà.
“Certo signorina, fa bene a voler imparare e ad ascoltare ciò che dice la nostra Luisa, sa essere molto persuasiva, sono sicura che farà un lavoro eccellente con lei. A volte sa essere un po’ dura ma ci sono casi in cui è necessario, per far emergere le qualità di una persona. Lei continui a impegnarsi e la settimana prossima potrà iniziare a relazionarsi con i pazienti, se sarà brava”.
“Grazie dottore…buona giornata e buon lavoro”.
Uscendo dallo studio, si chiese cosa intendesse il suo datore di lavoro con “essere dura” e “qualità di una persona”, ma sperava di aver fatto una buona impressione e si ripromise di seguire alla lettera le indicazioni della collega. Luisa la salutò con una smorfia, che voleva dire “ricordati le sberle”. Rassegnata a dar fondo agli ultimi euro rimasti sul conto, Alice comprò sei paia di calze autoreggenti velate, alcune color carne, altre nere e, in un attacco di estro creativo, un paio in microrete nere e un paio rosso scuro.
Le giornate successive passarono in maniera più o meno simile. Ogni mattina Alice indossava capi eleganti e cercava di apparire al meglio, e puntualmente Luisa, dopo averla sottoposta ad una imbarazzante ispezione, la umiliava, invitandola a rivestirsi. Anche il dottore era sempre molto gentile ma non l’aveva ancora invitata a interagire con i pazienti, e Alice sperava che la mattina fosse sempre impegnato in qualche attività e non guardasse dalle telecamere.
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