Il mio vicino di casa, ep. 1

di
genere
confessioni

Ero andata ad abitare nel vecchio appartamento della nonna da più di un anno ormai e cercavo di evitare il più possibile i miei vicini di casa invadenti.
Ero alla soglia dei trent’anni e lavoravo il più possibile per cercare di coltivare la mia carriera da ricercatrice nel campo della geologia; quell’appartamento disponibile e ammobiliato, per quanto vecchio e di cattivo stile, era l’ideale. Il palazzo era abitato da una sola altra famiglia, i Lonati, che possedevano gli due altri appartamenti dello stabile: al primo piano si trovavano il mio appartamento e quello della coppia degli anziani nonni, mentre al secondo si era stabilita la famiglia della figlia, Laura, che aveva un figlio allora adolescente. Gli anziani vicini, pensionati, non avevano di meglio da fare che analizzare i miei spostamenti e le mie abitudini, e, soprattutto i primi mesi, non mancavano di osservarmi e farmi notare qualsiasi minima cosa non funzionasse nel palazzo. Dopo questa prima fase di “assestamento” decisi, dunque, di evitarli il più possibile. Ero spesso fuori per lavoro, fra impegni accademici in città diverse e attività sul campo, mi capitava di avere orari del tutto fuori dalla norma per la tranquilla vita di provincia di una famiglia alto borghese estremamente annoiata. Unica eccezione al quadretto dei vicini casalinghi e pettegoli, era il marito di Laura, Luca, che dedicava gran parte del suo tempo libero ad hobby quali la falegnameria e la costruzione di modellini, che coltivava in uno spazio della cantina comune del palazzo, che era da tempo stato adibito a laboratorio per queste sue attività. Luca era il più schivo della famiglia Lonati, era taciturno – al contrario della moglie e degli suoceri – e preferiva non disturbare il prossimo con inutili lamentele e richieste; preferiva essere schietto e usare poche parole, solo quando c’era bisogno. Il suo laboratorio di falegnameria era ricavato in una sorta di grande nicchia in un corridoio di passaggio verso la mia cantina di proprietà, che utilizzavo anche come lavanderia. Capitò dunque, col passare del tempo, che per svariate settimane, a causa del mio stile di vita, la mia unica forma di interazione con la famiglia Lonati fossero i cenni veloci di saluto fra me e Luca, che ci scambiavamo ogni volta che lo incontravo mentre scendevo per fare il bucato. Nulla di strano, né di particolare, saluti cordiali di vicini educati – cenni veloci che nel tempo mi resero meno antipatica la sua figura, che prima trovavo enigmatica e del tutto fuori posto nel quadro che mostravano i Lonati di sé.

Scendevo sempre in ciabatte e tuta, con la cesta dei panni e le chiavi della cantina- lavanderia in mano. Spesso, in genere verso sera, o dopocena, mi si palesava la sua figura seduta al grande tavolo da lavoro del suo laboratorio – chino e intento a progettare o limare chissà cosa. Non sollevava lo sguardo direttamente su di me, ma era prontissimo a salutarmi prima che io mi fossi neanche resa conto della sua presenza: “Ciao” – diceva velocemente, con fare sbrigativo e secco, ma con una punta di imbarazzo mal celata. Io ricambiavo, lo oltrepassavo e mi dirigevo in cantina. Al mio ritorno non sollevava neanche un muscolo verso di me, uno sguardo, un gesto - ma prontissimo ripeteva il saluto, come a suggellare ogni volta il nostro incontro settimanale.

Questi rapidi scambi fra di noi mi facevano sorridere fra me e me, lo consideravo un po’ un inetto, sempre silenzioso, schivo, che mostrava palesemente imbarazzo sociale in molte occasioni considerate normali.
Era passato quasi un anno da quando mi ero trasferita in casa, era appena iniziato l’inverno e scendere nella lavanderia mi costava estrema fatica: occorreva rivestirsi, almeno parzialmente, con giacca e scarpe, uscire nel freddo corridoio e prepararsi a dover fare le scale col bucato due volte. La mia pigrizia era enorme, e capitava che mi riducessi a tarda notte a correre a ritirare il carico da stendere, annoiata e esasperata dalla situazione. Con queste nuove abitudini capitava semprepiù di rado di incontrare Luca nel seminterrato, e sinceramente me ne resi conto solo quando lo rividi, ad inizio dicembre, e feci mente locale sul fatto che era ormai quasi un mese che non capitava più di salutarci. Mi preparai per scendere le scale, assonnata e infastidita dal dover uscire, indossavo già i pantaloni del pigiama, ma avevo indosso solo una canottiera aderente, di quelle sottili di cotone – mi buttai sopra il giaccone imbottito senza pensare, era inutile stare a cercare maglie decenti, era quasi mezzanotte e a quell’ora il palazzo era già assopito. Infilai i piedi negli stivaletti senza neanche stare a chiuderli, presi la chiave della cantina e uscii di corsa all’esterno. Una volta giù mi resi conto che non avevo preso il telefono, che in genere utilizzavo come torcia nella svolta verso il corridoio della cantina, stavo dunque procedendo a tentoni a cercare un interruttore della luce – quando vidi un fioco bagliore venire dall’angolo di Luca: lui era lì, seduto nella penombra, intento a scarabocchiare su un plico di fogli sparsi e con le cuffie sulle orecchie. Decisi di non accendere la luce principale, non volevo spaventarlo - gli sarei arrivata alle spalle e non sapevo se mi avesse sentita – feci in modo di camminare con un passo più pesante e mi schiarii la voce più volte, per cercare di farmi sentire. Girò la testa nella mia direzione, evidentemente capì che si trattava di me, l’inquilina del piano di sopra, borbocchiò un “Ciao” e io lo sorpassai velocemente girando verso la mia lavanderia. Ritirai i miei vestiti lavati, e con la cesta carica uscii, pronta per ritornare di sopra; non volevo prolungare quell’incontro notturno ancora, non avevo proprio voglia di rivederlo, ero stanca e mi era già scocciato abbastanza uscire dall’appartamento, non volevo estendere oltre quell’uscita e il corridoio era ancora in gran parte al buio, io la luce non l’avevo accesa. Goffamente cercai di richiudere a chiave la porta della cantina, tenendo in mano contemporaneamente la cesta pesante - ma nel farlo urtai senza voelre un secchio che era a fianco della porta d’ingresso, incespicai nell’ombra, non vedevo bene cosa fosse stato l’ostacolo, dovevo abituarmi ancora all’oscurità. Tentennai incerta per qualche secondo finendo ulteriormente contro qualche altro elemento posto sul pavimento, finendo per perdere l’equilibrio e cadere sui miei palmi – con la cesta rovesciata ovunque. Luca alzò appena il suo sguardo – io morii di vergogna, feci per rialzarmi ma non capivo nulla dell’orientamento della stanza ormai. Passarono alcuni secondi interminabili di mia indecisione e poi, di colpo, la luce si accese. Luca stava ora in piedi, di fronte a me, e mi osservava imbarazzato, con un’espressione che spesso gli avevo visto sul viso. “Oddio, non capivo cosa fosse successo, scusa non volevo disturbarti con luce e ho fatto un macello” farfugliai con fatica – “che figura, oddio ho roba ovunque ora”. Feci per alzarmi e mi accorsi che mi ero sbucciata il polso destro, aveva attutito gran parte della mia caduta, mi pulsava ed era arrossato – “Ahi” mi uscì di getto mentre me lo accarezzavo. Luca si era avvicinato, mi guardava il polso con curiosità – io mi girai verso di lui e incontrai il suo sguardo, forse per la prima volta da quando lo avevo conosciuto. Luca distolse subito lo sguardo, e lo diresse verso il basso; mi accorsi che non stava guardando il pavimento, ma mi stava lentamente squadrando: la mia giacca, non chiusa, era scivolata sulla mia spalla sinistra, e con essa anche la spallina della canottiera – mi resi conto che non avevo il reggiseno, e che la mia terza abbondante era prorompente da sotto il sottile strato di stoffa – il freddo e lo spavento avevano reso turgidi i miei capezzoli. Mi presentavo così, inerme e spaventata, stante per la prima volta di fronte a questo uomo mezzo sconosciuto e a tratti inqueitante. “Ehm tranquilla, capita. Ti aiuto, fammi vedere” – fece un altro passo e mi prese il polso, esaminandolo. “Ho qui dell’acqua ossigenata, mi faccio spesso dei tagli mentre lavoro e ho un po’ di cose qui giù per far prima” – prese da una mensola il flacone e me ne versò sul polso, ora estremamente vicino. La sostanza fece reazione con l’abrasione sulla mia pelle e sentii bruciare - un gemito più forte di quanto avrei voluto mi uscì di bocca. “Ssh, va tutto bene” -disse Luca, con un tono paterno, come se fossi una bambina qualunque inciampata al parco giochi e ora da consolare. Con una mano mi toccò la spalla, piano, gentile, leggermente attirandomi a sé, come se volesse abbracciarmi. Io avevo gli occhi semi socchiusi per la fitta al polso, li riaprii e guardavo verso il basso – mi accorsi solo allora dell’erezione che emergeva dai pantaloni della tuta di Luca. Alzai lo sguardo e incontrai di nuovo i suoi occhi, pieni di desiderio.
scritto il
2026-02-12
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