Il barbone di Piazza Vittorio

di
genere
gay

Appena chiusa la porta «pense ca è bast' accussì brutto strunz?» ringhiò, scagliando a terra il sacchetto di cibo preso da Alice Pizza «stè mmerd’ la mangi tu». Mi strinse un braccio con una forza brutale, le dita come artigli, e mi sputò in faccia con un odio gratuito che non avevo mai ricevuto da nessuno. Mi insultò, mi chiamò parassita, iniziò a schiaffeggiarmi poi «Scinne e succhialo, primma ca t’agg’ a fa’ male pe’ sul serio, tanto lo sacc'a te vò cheste» mi ordinò spingendomi in ginocchio davanti a lui.

Lo avevo trovato lì vicino, sotto i portici di Piazza Vittorio, un uomo ridotto ad un ammasso di coperte rigide, ignorato da migliaia di piedi che correvano verso la Stazione Termini. Si stava masturbando sotto la coperta, con naturalezza, gli occhi semichiusi per il piacere senza che nessuno ci facesse caso. Avevo immediatamente deciso di aiutarlo, non per pietà, ma per un impulso che non sapevo ancora decifrare, mentre l’odore della piazza mi entrava nei polmoni come un avvertimento: umidità, asfalto vecchio e abbandono. «Che ne dici di una doccia ed un po’ di cibo caldo?». Si era immediatamente tirato su le braghe, da sotto la coperta, e mi aveva allungato la mano per farsi tirare su. «Sì, va bene, ma nun te aspettà ringraziamenti...» aveva subito precisato.

Lo trascinai in uno di quegli alberghi a ore su via Principe Amedeo, dopo aver preso della pizza, uno di quei posti che sanno solo di disinfettante e promisquità. Pagai la stanza ad un uomo indiano di mezza età, che fece un sorriso complice al senzatetto; una doppia all’ultimo piano, senza documenti, con le pareti scrostate e un neon che ronzava come un insetto morente.

Il fetore del suo corpo era insopportabile ed il cazzo, grosso e duro, sapeva di piscio e di marcio. «Succh'a troia!» mi ordinava senza pietà infilandomelo in gola. La sborrata arrivò rapidamente, calda ed abbondante e, senza che me lo chiedesse, inghiottii tutto “se lo merita pensai, sono solo una troia e lui l’ha capito, mi sta solo ringraziando”.

«Quante sorde hai cu ttè?» mi disse rimettendosi l’uccello nei pantaloni e sfilandomi il portafogli. «Bene, chisti bastene» continuò dopo essersi preso 250 euro. «Mo' spoglia'te nudo e stendite 'n capa a lu liette ca m'aggia fa' na doccia» e dopo avermi fatto denudare mi legò alla spalliera del letto con della corda che aveva nello zaino. Poi con molta calma si fece una doccia calda, si sbarbò e indossò i miei vestiti.

«Mo' aspetta me ccà che jò a piglià 'na cena com'a se deve 'u ristorante» e uscì chiudendomi nella stanza. Stette fuori circa mezzora, forse qualcosa di più. Il cuore mi martellava ma non era paura, era qualcosa di molto diverso. Sentii la sua voce fuori dalla stanza poi la porta si aprì e ricomparve, con un pacco ed un suo amico al seguito, un uomo marocchino molto trasandato che, vedendomi legato al letto, prese a ridere fragorosamente senza degnarmi di una parola. Mentre il marocchino si faceva la doccia lui imbandì il tavolino con la cena, bistecche, antipasti vari, pane e due bottiglie di vino rosso.

Non avevano alcuna pietà nei miei confronti, mi avevano derubato e se la divertivano, lì davanti a me, senza alcun rispetto a mangiare bere e fumare sfottendomi. Parlavano a voce alta, nel loro italiano stentato, sei un bravo ragazzo dicevano ridendo, ci aiuti, poi ti diamo il premio, vedrai come ti divertirai a fare la puttana; ma non ero arrabbiato, anzi provavo una attrazione profonda per quei due, mi sentivo eccitato. Quando ebbero finito di mangiare si avvicinarono «Mo simu quì cu 'a voglia de scopà, nun cride ca te dispiace, giusto?». Il marocchino non perse tempo, mi fece allargare le cosce e mi infilò un dito bagnato nel culo, poi un altro. Si abbassò le mutande e mi piazzò il cazzo tra le natiche. Il dolore era insopportabile e non riuscivo a stare zitto, così il tarantino mi infilò un fazzoletto in bocca.

Mi chiavava con gusto, eccitato, non fotteva da tanto e voleva svuotarsi le palle per bene «chissà quando posso rifare...» diceva scusandosi, poi, dopo aver sborrato «se vieni in piazza domani ti presento miei amici, lo facciamo dietro al monumento, lì non vede nessuno ah ah». Il tarantino si fece subito sotto, gustandosi la scopata. Mi scoparono tutta la notte. Poi, al mattino si divisero i soldi rimasti e mi slegarono. Mi infilai i vestiti lerci del tarantino e uscii dall’albergo. Uscii di nuovo sotto i portici di Piazza Vittorio con un sorriso sottile, godendomi il calore di quel disprezzo che mi faceva sentire, per la prima volta, parte di quella verità cruda e senza sconti.

scritto il
2026-02-03
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