Il "mio" bullo (short version)

di
genere
dominazione

Lo riconobbi appena varcò la soglia del mio ufficio. I capelli eran più radi, ma il sorrisetto beffardo era immutato: il mio cuore impazzì, riportandomi indietro agli anni degli spintoni e delle umiliazioni scolastiche. Cercai di rendermi invisibile, ma si avvicinò con passo deciso, fissandomi con la stessa aria di superiorità di un tempo.

Non ci furono insulti, ma domande insistenti, richieste di precisazioni e deleghe che mi tennero incollato alla sedia per ore. Quando fummo quasi alla fine, egli prese gli incartamenti con calma esasperante. "Speriamo sia tutto giusto," disse, colmo di sufficienza. Il sangue mi montò al volto. "Io sono preciso, diligente... e anche molto... servizievole," esplosi quasi involontariamente.

Lui scoppiò a ridere. "Servizievole, eh? Mi sa che ci avevo visto giusto." Fece scivolare i fogli a terra. "Aiutami a raccoglierli."

"Raccogliteli tu!" ribattei.

"Se non lo fai, pensi che il lavoro sia sbagliato," incalzò. Sentii la volontà spezzarsi e mi chinai. Raccolsi i fogli uno a uno, finché alzai lo sguardo e rimasi a fissarlo un istante di troppo. Lui sorrise, sbottonandosi il polsino, e avvicinò il dito indice al mio viso. Io mi spostai indietro, confuso, poi chiusi gli occhi. Quando li riaprii, avevo aperto la bocca e preso il suo dito tra le labbra.

Lasciò che fossi io a muovermi, a inumidire quella pelle fredda con la saliva, mentre il silenzio si faceva pesante. Poi fece un passo avanti. Il suo odore mi colpì, mentre una mano mi accarezzava la nuca. La pressione sul suo dito aumentò, spingendomi a succhiare più forte. Quando la mano mi coprì gli occhi, capii. Lasciai che il dito uscisse e rimasi a bocca aperta, in ginocchio sui fogli, accettando la mia condizione.

"Tieni gli occhi chiusi," ordinò. Sentii il rumore e l'odore di un cazzo mosso rapidamente. Raddrizzai la schiena e tirai fuori la lingua.

"Vuoi che ti metto in bocca il cazzo o le palle?" chiese.

"...le palle" risposi istintivamente.

"Le palle... come?"

"Ah... per favore."

Subito la sua sborra mi schizzò sulle guance, sulle labbra, per finire sulla lingua. Collezionò il liquido dalla mia guancia con il cazzo e me lo avvicinò alla bocca, io lo pulii leccando e succhiando. Ripeté l'operazione con l'altra guancia, facendomi leccare tutto con calma estenuante, poi crollò sulla sedia.

"Ora puoi finire di raccogliere i fogli," disse.
Lo feci, le mani tremanti.
Quando ebbi finito, chiesi con voce spezzata: "Qual era la parola che dovevo usare?"
"Per fare cosa?" mi chiese lui.
Ormai la mia umiliazione era totale, non aveva senso trattenermi: "...per farmi mettere le palle in bocca"

"Dovevi dire per favore" rispose leggero.

"Ma io l'ho detto!" esclamai.

Lui rise, una risata profonda che mi trafisse. "Ah sì?" disse, con un tono sardonico. "Ma vedi, diversamente da te, io non faccio quello che mi viene detto. Io non sono..." e qui fece una lunghissima pausa "Servizievole.".
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2026-01-08
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