La mia capa è anche la mia mistress

Scritto da , il 2022-09-23, genere dominazione

Era una mattina come le altre: sveglia intorno alle 7:00, colazione, doccia e tragitto verso il lavoro.
Per le 8:30 arrivai in ufficio e tra le 8:45 e le 9:00 la stanza si riempiva come sempre. Per primo arrivò Davide, un ragazzo ordinario, dall’aspetto pulito, con il quale condividevo un rapporto di cortesia e rispetto ma non molto di più. Poco dopo giunse Alberto, senza dubbio il collega con il quale vado più d’accordo: uscite serali, cene in compagnia e famiglia e condivisione di opinioni, racconti e storie varie. Era anche lui un tipo abbastanza ordinario e dall’aspetto pulito ma si portava dietro qualche segno di una giovinezza un po’ più “frivola”: aveva due tatuaggi e un orecchino al lobo dell’orecchio sinistro. Io sono executive manager dell’azienda, mentre Davide e Alberto all’epoca erano funzionari di primo livello (ora Alberto è stato promosso, come me, ad executive manager). Il capo reparto della nostra aerea era Camilla. All’epoca del racconto aveva 47 anni ed era single. È alta circa un metro e settanta, di corporatura media e con un seno molto pronunciato (credo abbia una quarta o giù di lì). È mora ma con dei riflessi rossi sui capelli, che sono lunghi e tende a portarli raccolti, sempre truccata ma mai eccessivamente e con un tatuaggio tribale tatuato alla base della nuca. È una donna tranquilla, amichevole il più delle volte senza che questo le sia d’ostacolo per il tipo di ruolo che ricopre: quando vuole è autoritaria, decisa e caparbia. Con lei sono sempre andato piuttosto d’accordo e non ha mai mancato di farmi percepire la stima che provava nei miei confronti.

Una sera di un mercoledì, io, Camilla, Alberto, Davide e alcuni altri nostri colleghi ci ritrovammo in un locale in centro a Milano, anche abbastanza conosciuto, per festeggiare, con una bottiglia di Champagne, la chiusura di un contratto di forniture che avrebbe portato circa 4 milioni di entrata per l’azienda. Questo all’inizio per lo meno, poi la serata continuò con qualche altro calice di vino (che non ricordo) e dei bicchieri di super per me, lei e Alberto. Io e Alberto ci eravamo buttati su del whisky mentre lei aveva scelto del brandy. Ad un certo punto Alberto fu raggiunto al cellulare dalla moglie e tornò a casa. Giustificatamente visto che era quasi mezzanotte. In più lui mi aveva accennato al fatto che aveva alcuni problemi con lei recentemente: a quanto pare non facevano più l’amore da un po’ e avevano perso l’interesse a farlo. Avevo anche suggerito loro di provare qualcosa di nuovo: giochi di ruolo, rapporti di dominio e altre attività che si è soliti sentirsi suggerire quando i rapporti con la propria moglie non vanno più come prima per cercare di inserire nuovamente un po’ di pepe all’interno del rapporto (e dei rapporti). Questo fu anche ciò che dissi a Camilla quando mi chiese il motivo per cui Alberto se ne andò di fretta e furia. Complici l’alcol e la sera tarda questo fece virare la conversazione su questo argomento. Infatti, lei, incuriositasi, mi chiese cosa intendessi per “rapporti di dominio” e io, senza darci troppo peso, buttai lì una frase che doveva essere tipo: “Ma sì, sai no, quando magari lui la lega, o magari le mette un guinzaglio, pinze per capezzoli, cose del genere insomma… quando lui fa il Master ecco…”. A quel punto ricevetti una risposta, o meglio una domanda, che mi spiazzò un poco ma diede anche libero sfogo alla mia fantasia: lei infatti disse: “E perché non dovrebbe essere lei a fare la Mistress?”. Cercai di uscire dall’argomento con una risata e poco dopo mi congedai. Al ritorno a casa quella domanda però continuava a frullarmi in testa: “Perché non dovrebbe essere lei a fare la Mistress? Te la immagini Rossana (che è il nome della moglie di Alberto) vestita da Mistress che frusta Alberto? O te lo immagini Alberto in ginocchio che bacia i piedi a Rossana?”. Sinceramente mi faceva strano vedere loro due in quella situazione e così in automatica la mia testa cominciò a chiedersi: “Ma come starei io in questa situazione? Mi piacerebbe? Certo, io una moglie non ce l’ho… Dovrei provare con Camilla, magari lei lo fa visto che me l’ha chiesto ahahaha…”. Rimuginando su quella frase rientrai a casa e poco dopo smisi di pensarci.

Qualche giorno dopo avevo un importante meeting aziendale a cui io e Camilla dovevamo presenziare (Alberto no perché non era ancora stato promosso). Finito il meeting io e lei andammo a berci un aperitivo prima di rientrare a casa. Come sempre parlammo del più e del meno e, durante la passeggiata per riaccompagnarla a casa, vedemmo che dall’altro lato della strada, sul marciapiede, c’era una prostituta che attendeva che qualcuno le si avvicinasse con l’auto per richiederne le prestazioni. Avendo visto entrambi la ragazza, io mi girai verso di lei e feci una battuta: “Oh, se non trova clientela puoi sempre insegnarle a fare la Mistress!”. Lei un po’ confusa mi guardò come a cercare una spiegazione e così le spiegai che era una battuta riferita a quel che mi aveva detto l’altra notte. Quando capì di cose parlavo fece una timida risata e con voce flebile e tono scherzoso mi disse: “Effettivamente potrei, magari si diverte di più anche lei…”.

Avevo sentito bene? Aveva davvero detto “effettivamente potrei”? Quindi lei era una dominatrice? Era un Mistress?

Arrivammo sotto il portone di casa sua in via Marsala a Milano e mentre lei stava già per salutarmi io presi coraggio, o forse fu incoscienza, e le chiesi: “Ma quando hai detto ‘Effettivamente potrei, magari si diverte di più anche lei…’ cosa intendevi?”. Lei un po’ stupita da questa mia domanda mi guardò e mi disse: “Guarda, lo dico a te perché ormai ci conosciamo da anni, abbiamo un buon rapporto e so che di te mi posso fidare: ho detto quella frase perché sono effettivamente una dominatrice e questo potrebbe essere il motivo, o uno dei, per il quale sono single.” A questa frase cercai di rimanere il più composto possibile e le risposi con un semplice “Ah ok, ahahaha… non capivo ed ero curioso, per questo mi sono permesso.” “Non preoccuparti” rispose lei, “se vuoi chiedere qualcos’altro o provarlo direttamente basta che mi fai sapere. Notte!”.

Rimasi di stucco. Guardai il portone chiudersi dietro di lei e per tutto il tragitto mi misi a pensare come doveva essere farsi dominare e soprattutto farsi dominare da lei, Camilla, la mia superiore. A certe cose che pensavo mi eccitavo anche. Non avrei mai pensato di avere un lato della mia personalità a cui piaceva essere sottomesso anche se, riflettendoci ora, certe cose mi sono sempre piaciute: amavo i piedi femminili, soprattutto se ben curati, smaltati e un po’ odorosi. Amavo i rimjob che avevo provato con alcune donne con cui ero stato, e, più di tutto, amavo dare piacere (più che riceverlo).

Il giorno dopo in ufficio fu un po’ strano. Io non mi toglievo dalla testa le cose che mi aveva detto, quel suo invito esplicito ma al tempo stesso velato, e tutte le fantasie che cominciavano a passarmi per la testa e che me lo facevano venire duro. Ma anche Camilla era strana, forse si era pentita di avermi detto quella frase, in quella situazione, senza mai farsi avanti prima per un rapporto più tradizionale. Sta di fatto che parlavamo in maniera piuttosto fredda e solo di cose di lavoro e questa situazione perdurò per qualche giorno, fin quando non mi decisi, mi recai nel suo ufficio, chiusi la porta e con tono diretto le dissi: “Così non può continuare! Siamo adulti e dobbiamo sapere come far fronte a questa situazione senza rovinare il nostro rapporto e senza che questo pregiudichi il lavoro! E se non sono in grado di farlo da solo dovrai pensarci tu! Dovrai dirmi cosa devo fare, come devo farlo e quando!”, concludendo il discorso con un mezzo sorriso, un po’ malizioso. Lei dopo un primo momento di stupore, avendo colto il sorriso che avevo accennato, lo ricambiò e mi disse di chiudere la porta dell’ufficio a chiave. Eccitato esegui l’ordine e mi disse di mettermi in ginocchio sotto la sua scrivania. Quel giorno aveva un blazer nero con una gonna, abbastanza lunga, nera e delle calze con dei tacchi di Yves Saint Laurant. Si tolse i tacchi, poi le calze e mi disse di annusare e baciarle i piedi mentre lei finiva di scrivere un documento al computer. E io così feci. Comincia ad annusarle le piante dei piedi, che sorreggevo delicatamente con le mie mani, e a baciargliele. Aveva un 41 di piedi, ben curato, con smalto bordeaux (che si abbinava al bordeaux all’interno dei tacchi) e un odore leggero di piede sudato rimasto nella scarpa. La cosa me l’aveva fatto diventare durissimo. Dopo un po’ che baciavo e odoravo, sempre senza prestarmi attenzione, mi disse: “Ora leccali e succhiami le dita!”. Io eseguì. Stavo per raggiungere il limite di sopportazione quando d’un tratto sfilò il piede dalla mia mano si rimise calze e tacchi e mi ordinò di alzarmi. Io eseguì ma c’ero rimasto male, volevo continuare, ed eccitato com’ero volevo anche venire. Una volta alzatomi mi disse di tornare a lavoro ma mi diede anche appuntamento per la sera stessa, a casa sua, alle 21. Quasi uscito mi disse: “Ah, tesoro, te lo sei mai fatto un clistere’”. Io feci di no con la testa. “Allora fattelo prima di uscire di casa dopo. Ti servirà.” disse lei.

Passai il resto della giornata a pensare a quanto era successo, a quello che poteva accadere quella sera e a cosa potesse servirmi farmi un clistere.

Per le 20:30, dopo aver fatto quanto mi aveva chiesto, uscì di casa e mi incamminai da lei. Per le 21:05 circa arrivai sotto il suo portano e suonai il campanello. Senza che nemmeno chiedesse “chi è?” mi aprì e mi fece salire. Lei stava al quinto piano. Arrivato al piano mi accorsi che la porta era aperta. Bussai, chiesi il permesso di entrare ma a nessuna delle due cose ricevetti alcun tipo di risposta o segnale. Chiusi la porta dietro di me, mi tolsi la giacca appendendola all’attaccapanni e mi tolsi le scarpe. Poco dopo sentì una voce chiamarmi “tesoro” provenire dalla zona in fondo al corridoio. Aprì una porta ma era quella del bagno e dentro non c’era nessuno. Poi provai ad aprire un’altra porta, che in quelle poche volte che ero stato lì avevo sempre trovato chiusa e mai avevo saputo cosa ci fosse dietro. Questa volta si aprì. Davanti a me c’era una stanza da letto, nera e rossa, con un letto a baldacchino al centro e un mobile molto alto con molti cassetti sulla destra. Camilla era leggermente truccata, come sempre, con i capelli sciolti. Indossava un body nero ma trasparente dal quale le si potevano vedere i capezzoli. Sopra il body aveva un harness di cuoio con degli anelli a fare da congiunture che le stringeva il corpo mettendole in risalto il culo e le tette. In mano aveva un frustino. Ai piedi dei tacchi, con due strisce, che lasciavano vedere i suoi bei piedi smaltati. Ma la mia attenzione venne attirata da un altro dettaglio: indossava uno strap-on nero con un dildo che avrà avuto almeno 17-18cm. Quando la guardai lei con tono e sguardo severo mi ordinò di spogliarmi, di mettermi completamente nudo e di sedermi su una sedia di pelle che stava affianco alla porta. Eseguito l’ordine si avvicinò e strusciandomi il frustino sul viso mi disse di aprire la gambe. Si avvicinò al mobile con i cassetti, ne aprì uno, e prese una gabbietta di castità per il pene. Si inginocchiò davanti a me (cosa che cominciò a farmelo venire duro), inserì le palle e il pene dentro un’anello della gabbietta, poi prese un’altra parte in cui ci mise il mio pene e chiuse tutto con un lucchetto. Poi si rimise in piedi e portandomi la chiave davanti agli occhi mi disse: “Ora fai quello che ti dico o non te la tolgo per giorni.”. Eccitatissimo, con il cazzo che faceva male perché pulsava sul ferro della gabbietta, le feci un cenno di assenso con la testa. Lei mi tirò uno schiaffo e mi disse: “A me non fai sì con la testa, a me rispondi dicendo ‘Sì Mistress Camilla, grazie!’, hai capito?”. “Sì Mistress Camilla, grazie!” risposi subito io. Lei quindi mi ordinò di mettermi a gattoni per terra e di baciarle i piedi e di farle un servizio come quello che la mattina le avevo fatto in ufficio. Cominciai a farlo finché i suoi piedi non diventarono tutti pieni della mia saliva. Soddisfatta del mio operato, disse: “Ora mettiti in ginocchio, avvicinati e comincia a succhiarmi questo cazzone.”. Iniziai quindi a sbocchinarle lo strap-on fino ad inumidirglielo tutto. Così mi ordinò di girarmi e di mettermi a pecorina sul letto. Dopo qualche istante sentì la sua lingua che mi leccava il buco del culo e un suo dito che cominciava a penetrarmelo. Mentre mi sditalinava il culo con due dita cominciò a dirmi cose come: “Ti piace troia?”, “Lo vuoi il mio cazzo nel culo troia?”. A tutte queste domande rispondevo sempre con un pronto e gemente "Sì Mistress Camilla, grazie!”. Mi tolse le dita dal culo e cominciò a farci scivolare dentro quel cazzone che poco prima avevo lubrificato con la mia saliva. Una o due spinte accompagnate da gemiti di dolore e poi il resto fu solo piacere. Mi scopò il culo prima a pecorina, poi a missionario, poi di lato e infine ordinandomi di cavalcarla. Ero eccitatissimo e il cazzo, che continuava a pulsare nella gabbietta, cominciò a far colare del liquido trasparente e appiccicoso. Era un po’ di pre-cum. Quando Mistress Camilla lo notò mi disse di smetterla di cavalcarla, mi ordinò di sdraiarmi e si sedette sopra la mia faccia rivolta verso il mio cazzo. Recuperò la chiave e me lo tolse dalla gabbietta mentre io le annusavo la figa attraverso il body. Non appena me la tolse il mio cazzo diventò subito duro e ben eretto. La vista la eccitò evidentemente, visto che me lo prese in mano e poi in bocca. Mentre lo faceva mi ordinò di ringraziarla come mi aveva detto all’inizio ma i miei “Sì Mistress Camilla, grazie!” si strozzavano tra le sue cosce. Sul punto di esplodere mi disse: “Non ne voglio sapere di assaggiare la tua sborra, ma ti do il permesso di venirmi sui piedi.”. “Sì Mistress Camilla, grazie!”. Lei si alzò e si mise seduta sul letto dandomi il collo dei piedi per sborrarci sopra. Quando venni schizzai litri e litri di sborra sui suoi piedi. Con fare esausto feci per distendermi quando lei mi guardò arrabbiata e mi disse: “Che cazzo fai troia?! Leccameli immediatamente, guarda che schifo hai combinato!”. Neanche il tempo di fiatare che me li stava spalmando in faccia e stavo assaporando la mia stessa sborra. Una volta soddisfatta si alzò e andò verso il cassetto, prese un vibratore, si mise in piedi sopra la mia faccia e cominciò a masturbarsi fino a quando non cominciò a squirtarmi in faccia più e più volte. Soddisfatta, mi strusciò i suoi piedi in faccia e mi disse: “Brava troia, se continui a servirmi così andremo d’accordo.”. Scese dal letto e andò a cambiarsi. Il resto della serata fu tranquilla: cena, chiacchiere e servigi. Esperienza indimenticabile che per fortuna ripetemmo più e più volte.

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