Ting Ting. La triste storia di una schiava del sesso asiatica. L'inizio dell'addestramento.

Scritto da , il 2022-03-19, genere dominazione

Mi caricarono in un furgone, nel vano di carico. Chiusero lo sportello e mi lasciarono nell'oscurità. Il veicolo partì ed iniziò il suo viaggio lungo state dissestate. Ogni sobbalzo faceva male al mio povero corpo scarno, adagiato su quel freddo fondo senza sedili: Un fondo dedicato alle merci, non certo agli esseri umani.
Ad un certo punto ci fermammo. Il portellone si aprì ed i due uomini mi intimarono di scendere. Indolenzita e rintontita dal viaggio, accecata dalla ritrovata luce ci misi un secondo di troppo ad obbedire.
Venni quindi presa per i capelli e trascinata a qualche metro dal furgone.
"Brutta troia del cazzo. Non devi farmi perdere tempo." Sentenziò la signora. "Procedete". Fu il suo lapidario ordine.
I due uomini iniziarono a strapparmi i vestiti di dosso, ridendo e facendoli a brandelli.
"Tu non vali niente. Devi capirlo, puttana". Sentii dire alla donna mentre degli schiaffi condivano la mia umiliazione.
Quando fui quasi completamente nuda, con un solo pezzo di maglietta quasi completamente strappata che ancora mi copriva il collo mi gettarono a terra. Continuarono ad insultarmi mentre io singhiozzavo.
"Cosa c'è ti manca la tua mamma? Il tuo villaggio di merda? Questo è solo l'inizio... Non sai quello che ti aspetta".
Poi gli uomini si sbottonarono i pantaloni. Inizialmente pensai che volessero violentarmi, come erano soliti fare gli uomini con me. Invece presero in mano i loro peni mosci ed iniziarono ad orinarmi addosso. Cercai di alzarmi e di allontanarmi, ma la donna mi prese per i capelli e mi fece restare piantata in terra.
"Se provi a scappare, o a ribellarti, o a fuggire, o semplicemente a non obbedire ad ogni cosa ti venga ordinata ti ammazzo, è chiaro?" Disse mostrandomi un coltello a pochi centimetri dagli occhi mentre continuava con l'altra mano a tenermi per i capelli.
Non ero pronta a morire, non ne avevo il coraggio e così scelsi. In quel momento capii che, per me, la mia vita era più importante della mia dignità. Abbassai il capo e permisi che quegli uomini finissero di pisciare.
Si accanirono prima sui brandelli di maglietta, impregnandoli, poi sul viso ed infine nei capelli. Usarono poi la mia stessa chioma, corvina e liscia per pulirsi ed asciugarsi. Piangevo come non avevo mai pianto. Mi ficcarono un bavaglio in bocca e mi legarono le mani con delle fascette da elettricista.
"Se non la smetti di piangere te lo do io un motivo per piangere!". Disse ancora quella donna crudele.
Mi rispedirono a calci nel furgone, mi sputarono addosso e richiusero la porta.
"Presto avrai compagnia puttana. Non azzardarti a dire una parola". Sentì che mi ordinava la donna prima di rimettere in moto.
Io giacevo lì a terra, di nuovo nell'oscurità, tumefatta per le botte ricevuto, nella puzza dell'urina di quegli uomini. Umiliata. Sempre più docile.

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