Ting ting, la triste storia di una schiava del sesso asiatica.

Scritto da , il 2022-03-08, genere dominazione

Non sono mai stata molto sveglia, né intelligente.
In effetti non sarei mai stata in grado di scrivere queste righe e di raccontare la mia storia se non fosse stato grazie a lui.
Ma questa è la fine della mia storia, non l'inizio.
Sono cresciuta in un piccolo villaggio della campagna cinese, sono cresciuta nella povertà e nella miseria, anche se all'epoca non lo sapevo. Quel piccolo villaggio composto da catapecchie fatiscenti, animali che razzolavano per le stradei e persone semplici e senza orizzonti era tutto il mio mondo.
Sono cresciuta vedendo quegli animali accoppiarsi liberamente, sono cresciuta senza istruzione e senza grande considerazione da parte della mia famiglia. Perché l'anziana del villaggio aveva detto che avrei dovuto essere maschio. L'anziana non aveva mai sbagliato una previsione consultando il suo calendario cinese e dunque la colpa di essere nata femmina non poteva che essere mia.
Così quando in giovane età iniziarono ad abusare di me mi sembrò normale. Non c'era differenza tra quello che facevano a me e quei cani che vedevo inseguire e raggiungere le cagnoline per ingravidarle. Certo lo scopo di quei rapporti veloci e brutali non poteva essere quello di mettere al mondo una nuova vita.
Poi un giorno dopo essere rientrata a casa dalla campagna trovai una signora seduta in quella che era la zona comune della mia casa. Era accompagnata da due uomini vestiti a similitudine di quelli che vedevo in televisione, quelli provenienti dalla città.
Vidi la signora darmi uno sguardo fugace, carico di disprezzo e poi fare un cenno d'assenso a mio padre. Li ascoltai mettersi d'accordo sul prezzo. Pochi spiccioli, una mucca e sopratutto un televisore. Questo era il mio prezzo, questo era quanto valevo.
Mi lasciai strattonare e trascinare per i capelli dai due uomini. Non opposi resistenza a quella violenza totalmente ingiustificata. Non mi lasciarono prendere nulla, non che avessi molto altro oltre ai vestiti che indossavo. Non so perché ma nella totale apatia ed accettazione che mi avevano sempre contraddistinto quel giorno mi scese una lacrima lungo il viso.
Forse era per la consapevolezza che non avrei mai più rivisto i miei genitori, forse era perché stavo lasciando il mio villaggio andando verso l'ignoto, forse era perché, nel vedere la gioia di mio padre alla promessa di un nuovo televisione, per la prima volta mi ero sentita utile.
Ancora non sapevo quanto le miserie di quel paese mi sarebbero mancate nei mesi successivi , quelli deputati alla mia istruzione.

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