Turbamenti adolescenziali - cap 1

Scritto da , il 2020-11-22, genere prime esperienze

Il momento più sexy della mia esistenza lo ebbi in seconda superiore. Bruttino, grassoccio ed impacciato la maggior parte della mia vita sessuale si svolgeva in solitaria. Non la maggior parte: tutta. E con una certa abilità, persino mancino in caso di necessità (a seguito di banale frattura sportiva al braccio destro), instancabile mungitore del mio corpo a ritmo ossessivo in ogni momento della giornata, in ogni luogo possibile o immaginabile. Alcuni miei compagni millantavano esperienze sessuali per me inverosimili, a cui però io credevo fiducioso, nella speranza che la loro fortuna, lentamente potenziasse la mia, ed il loro fato gaudente si trasferisse nel mio come una sorta di magica serie di vasi comunicanti. Pareva che i miei amici trivellassero le bellezze della scuola con una disarmante continuità, se le scambiassero e proponessero in un turbine che mi lasciava esterrefatto. I ragazzi. Perché poi le ragazze, anche le più bruttine, sembravano avere una attività spaventosa, consce del potere che il loro corpo le dava, travalicante la fortuna di una certa simmetria del volto o armonia del corpo e del portamento. La bella Sofia, il mio sogno proibito, la più procace e precoce delle adolescenti della mia classe nemmeno mi degnava di uno sguardo. Quelle superbe tette rotonde e sode, rinchiuse in quei maglioncini attillatissimi, quei capelli morbidi e fluenti, quegli occhioni da cerbiatta, quella bocca rosea a forma di cuore, quelle lunghe gambe sportive, quell'abbigliamento mai volgare e sempre sexy, anche distrattamente sexy, mi facevano impazzire. Penso che nemmeno ricordasse il mio nome.

Fu lei la radice epica dei miei sogni proibiti, il sogno inarrivabile di ogni mia minzione ad occhi aperti, di ogni carezza spesa tra bagni, letti, divani, spogliatoi, cinema, docce, parchi. Quando euforico immaginavo di insozzarle del mio sperma quegli inappuntabili cardigan, quei capelli di seta o quella biancheria intima che in me immaginavo spettacolare ma che nemmeno avevo potuto intravedere attraverso lo scorcio di una accennata scollatura. Eppure ne parlavano come una dea del sesso, che ci stava con tutti i ragazzi dell'ultimo anno, che si perdeva in acrobazie indicibili ed inarrivabili, insaziabile di orgasmi e membri maschili. Si diceva, si diceva. E le mie antenne captavano tutto insaziabilmente desiderose che quell'angelo fosse realmente la puttana affamata che tutti dicevano.

Non ebbi occhi che per lei fino a quando il professor Gregorini di fisica non si ammalò e fu nominata al suo posto, per una supplenza annuale, la professoressa Nannetti. Fu lei che mi spalancò gli occhi su una grande verità sulla mia sessualità: essa si divideva parimenti tra le giovani leggiadri puledre mie coetanee e le inarrivabili donne che potevano avere l'età di mia madre. Non che le puledre fossero arrivabili in realtà, ma quello delle loro mamme, zie, professoresse era un campo da gioco del tutto differente. Anzi, non era nemmeno lo stesso sport. Ma fu netta la sensazione esclusiva che, per il mio uccello che bramava scoprire il mondo e spiccare il volo, le donne fra i 18 ed i 40 anni non esistessero mentre ai due estremi esistesse tutta una fascia di luminosi esseri che magnetizzavano la mia passione.

La Nannetti era molto meno bella di Sofia, più alta ma molto meno perfetta fisicamente: meno curve, meno perfezione delle armonie, qualche ruga qua e là. Ma cavolo, una consapevolezza della propria carica animale, una capacità di rendere ogni gesto unico e teatrale, uno sguardo da pantera e movimenti felpati, da farmi ammutolire al suo passaggio. Portava gonne sopra al ginocchio che avrebbero annichilito le altre professoresse imbruttite del mio corso ed era solita alla cattedra accavallare e scavallare quelle gambe chilometriche, in un fruscio di nylon che al solo ripensarci portava gli spruzzi delle mie eiaculazioni solitarie a nuove vette inarrivabili. Sognavo di allargare quelle gambe davanti a tutti, strappare quelle calze e affondare il viso in una vagina che poteva solo sapere di lavanda a maggio e somigliare ad una fonte alpina. Mentre, al contrario di tanta esplosiva passsione sessuale, mi sarebbe bastato solamente appoggiare le mie labbra a quelle di Sofia durante un casto bacio, per giungere ad un apice di gioia che mi avrebbe fatto gongolare come un orso in letargo. Tale era la differenza di sensazioni che le due mi provocavano...

La Nannetti, ogni giorno, prendeva il mio stesso pullman per tornare a casa, un viaggio piuttosto lungo che abitualmente passavo a leggere e che, dopo il suo arrivo passavo a guardare lei, come un ebete. Fisso ed incagliato a cercare di carpire i segreti di quella donna felina, a cercare di intravedere centimetri di pelle qua e là, la curva di un piede, la spallina di un reggiseno, un orecchio delicato su cui sognare di appoggiare la lingua.

Fu così che imparai a studiarne le mosse e le abitudini, cercando angoli in cui infilare il mio desiderio. Più di una volta riuscì a sedermi affianco a lei, lei aveva un posto che prediligeva avevo notato, e più di una volta riuscì a parlarne, incuriosendola con le mie letture, diventando per qualche minuto un passatempo ed essendo non più un alunno. Il pullman era stretto, e fu così che spesso potevo appoggiare il mio braccio al suo, sul bracciolo, addirittura a volte capitava che le nostre gambe si sfiorassero, che il mio jeans toccasse il suo collant così eccitante.

Una volta, giorno di sciopero, capitò il preambolo a quanto sarebbe capitato poi più avanti. L'autobus era semivuoto, proprio a causa dello sciopero ed io mi sedetti al solito posto e la professoressa affianco a me, anche se avrebbe potuto sedersi ovunque. Però quel giorno la mia attenzione fu carpita da quanto avveniva un paio di posti più avanti, sulla sinistra: due mie compagni di classe si baciavano, in maniera molto focosa e non disdegnavano di scambiarsi carezze: la mia attenzione era rapita dai capezzoli della ragazza che premevano prepotenti sulla camicetta che indossava, sulla mano di lui che carezzava il suo sedere, sulle gambe che si intrecciavano, sulla mano di lei che quasi di nascosto andava a cercare la rotondità evidente sotto i suoi pantaloni. E fu così che non mi accorsi della mia rotondità che si ergeva sotto il pantalone disgraziatamente troppo chiaro di quel giorno, proprio affianco alla gamba della professoressa. “paolo, tutto ok?” mi disse, “oggi non leggi?” sorridendomi mentre con lo sguardo cadeva sul mio cazzo eretto sotto il pantalone e poi tornava ai miei occhi. L'imbarazzo mi mangiò vivo, l'erezione sfuggì di colpo e quindi fu inutile che vi posassi la giacca sopra per nasconderla e inventai qualche strana storia su un fantomatico mal di testa. E lei mi disse semplicemente di stare tranquillo, che il mal di testa a volte è normale, una cosa che capita a quella età in certi momenti e di riprendermi a casa perchè “lo sai, domani ti interrogo. Mi disse questa cosa con un impercettibile movimento a mordersi il labbro inferiore e con quella che mi sembrò una amichevole strizzatina di occhio.

Aveva visto la mia eccitazione e le era piaciuta? Oppure voleva massacrarmi domani con una interrogazione terribile che mi sarebbe costata l'anno. Qualunque cosa pensasse il mio cazzo era ripartito nella sua via verso la vetta, ben nascosto dal suo giaccone e la mia mente fantasticava e andò sempre più in bambola quando nell'alzarsi dal posto per scendere ebbi l'impressione che avesse fatto apposta, in frenata a sbilanciarsi quel tanto che bastava per appoggiare il suo seno al mio braccio.

Di studiare non se ne parlava: il pomeriggio lo passai nella mia stanza, prima mi masturbai ferocemente, poi dormii e risvegliatomi ancora eccitato mi masturbai di nuovo, sotto la doccia, dirigendo il getto caldo verso i miei testicoli, cosa che mi piaceva da impazzire, sognando di penetrare quella bocca da pantera col mio cazzo turgido, stringendo i suoi capelli fra le dita e costringendola a guardarmi negli occhi mentre facevo scorrere la mia asta sulle sue labbra. Sofia pareva un lontano ricordo in quel momento.

Fu così, che il giorno dopo, l'interrogazione fu un disastro, la professoressa sembrava godere a torturarmi. Ad ogni domanda in cui io sembravo approssimativo rispondeva con uno sguardo che a me pareva allusivo, ad ogni mio balbettio un cambio di posizione con nuova veduta di quei polpacci meravigliosi che frusciavano uno sull'altro. 4 il voto, come 4 la somma di due tette e due gambe, 4 come le seghe che mi ero sparato tra il giorno prima e quella interrogazione (una in bagno, durante l'intervallo), 4 come la somma degli occhi miei e suoi che parlavano fingendo il nulla, parlavano di sesso e desiderio malcelato utilizzando il linguaggio di teoremi e paradigmi.
Ancora stordito mi ritrovai seduto in pullman, ancora una volta la professoressa seduta accanto a me, il mio sguardo basso, impaurito e timido da quel susseguirsi di eventi che era appena cominciato, e che come valanga stava per travolgermi crescente. Avvenne infatti che poco davanti a noi ci fu un incidente e il pullman frenò bruscamente: ci ritrovammo molto vicini, il mio giubbotto cadde dalle mie gambe e vidi lei che cercava la mia gamba con lo sguardo, quasi distrattamente. Stai bene mi chiese?, sì risposi tutto rosso, mentre tutto il pullman si riversava sul davanti per vedere l'accaduto proprio mentre le sirene cominciavano ad affluire nella zona. Fu in quel momento solitario che lei mi posò nuovamente il giubbotto sulle gambe e sotto di esso, la mano cercò il mio cazzo. Il tempo di un occhiolino ed il mio membro fu eretto sotto i pantaloni e potevo sentire distintamente la sua mano che lo carezzava. Indossavo una comoda tutona e sotto i boxer: ben presto il membro eretto fuoriuscì da sotto i boxer e la carezza, resa felpata dal cotone della tuta mi inebriò. Tanto il mio cazzo era baldanzoso quanto io intimidito e sorpreso; fingevo di guardar fuori ma ero paralizzato, non potevo muovere un muscolo. Ben presto la mano si insinuò nei miei larghi pantaloni e fece uscire il mio pene dai boxer, sapienti le dita cominciarono a scappellarlo e sfregare la cappella. Ogni tanto la mano si spingeva fino in fondo, fino a carezzare i testicoli e stringendo poi tutta l'asta nella mano avvolgente mi masturbava con colpi lunghi e lenti per poi accellerare e fu così che sborrai sul suo polso, dentro i pantaloni: poche gocce, visto quanto da solo mi ero già martoriato. Lei aggiustò il mio cazzo nel boxer e nei pantaloni e ritrasse la mano, annusandosi il dorso ancora umido e a sorpresa assaggindo rapidamente i miei succhi con un piccolo movimento delle labbra.

Mi guardò e disse:”faccia da bambino ma cazzo da uomo. Ti serviranno ripetizioni se non vorrai essere bocciato. Dì ai tuoi che ti aiuterò io, due pomeriggi a settimana. Non ti masturbare più, a te ci penso io...”.

Ed io rimasì, lì, senza parole. Sì signora. A domani

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