Fellatio, l’arte del pompino

Scritto da , il 2020-10-24, genere masturbazione

Inizio con una banalità: il pompino è una forma d’arte che a prima vista potrebbe apparire semplice. Ma, come ben sanno i cazzi, non è così. Ci si potrebbe anche chiedere se nel corso del tempo, tramandata oralmente, abbia o meno avuto una sorta di evoluzione. Come spompinavano le donne “primitive”? Le troiane eran più brave delle achee? Le dame parigine del Settecento deglutivano? Nella Roma imperiale le schiave lo facevano a mani legate? Corrisponde al vero che nel Giappone dell’epoca Bunna le geishe fossero private dei denti per agire di gengiva? L’esser cieche, sorde o prive di olfatto amplifica il senso del gusto o inibisce parte del piacere? Quesiti, quasi tutti, ai quali non potremo mai dare risposte. Quesiti di lana caprina. Ciò che importa è la sostanza. Estrarlo e carezzarlo prima, guardarlo con cupidigia e amore, onorarlo come un totem, attorno al quale dar vita alla danza della pioggia, come un idolo di cui si è l’amante e si invoca la furia. Vellicarlo, impugnarlo, scappellarlo con indice e medio a forbice. Sbavarci un sottile filo di saliva per poi spargerla con un dito. Baciarlo, limonarlo in punta e in punta di lingua, cercando di scoparne l’orifizio, incoronarlo di labbra come faceva Poppea. Lentamente ingoiarlo del tutto e, nel mentre, in un attento su e giù ritmato al ritmate del corpo maschile, usare le labbra per scappellarlo e ricoprirlo. Circumnavigare il bordo della cappella, come si fa con il cono gelato quando cola. Umettare a occhi chiusi più volte due dita leccandole come fossero “Lui”. Stringerne la base, succhiare i testicoli in alternanza, come palloncini da far esplodere. Comprimere lo scroto per renderlo pezzo unico, aprire bene la bocca e ingoiarlo, soffiando calore mentre vi penetra la gola. Mugolare di piacere e rivolgergli la parola, incitandolo, offendendolo o vezzeggiandolo, come fosse “altro” rispetto a colui che state per far godere. Spingerlo sino all’ugola per fargli raggiungere le tonsille, provocandosi il dolce tormento del soffocare. Usare la verga come clava sul viso, avvertire dalle contrazioni dei corpi cavernosi l’arrivo di quanto atteso per placare la sete. Ritardarne l’eruzione perché è bello che non finisca mai. E infine “non disperdere il seme” ma farne buon uso, in parte deglutendo (ostentando il movimento dell’epiglottide) in parte rigurgitando per farsi poi baciare profondamente dal donatore.
Una sinfonia carnale con apoteosi lattea...

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