La punizione del prof

Scritto da , il 2020-04-05, genere etero

E’ notte, una calda notte d’estate e la mia finestra è aperta. A casa dormono tutti, eccetto me. C’è qualcosa che mi tiene sveglia, qualcosa che tormenta il mio corpo e che mi fa sentire caldo non solo sulla superficie della pelle. E’ un tormento che nasce dal più profondo dei miei istinti, ho già capito cosa devo fare. In questo momento vorrei che qualcuno mi osservasse, ho scoperto la bellezza del mio corpo e le cose belle vanno condivise, penso. Ho messo un grande specchio sul muro proprio per guardarmi mentre mi vesto, mentre mi spoglio, mentre mi tocco. Tolgo il top rosa che indossavo, adesso il mio giovane seno è scoperto completamente e i miei capezzoli liberi si sono induriti. Mi affaccio alla finestra e mi metto una mano nelle mutandine, sono già bagnate al solo pensiero di poter essere vista. Spero il mio vicino non dorma, è un uomo adulto, ha circa 37 anni, è un professore di filosofia forte e sempre gentile; penso che a volte si senta in imbarazzo quando gli parlo. Mi accorgo che la luce della sua camera da letto è accesa ma le tende sono chiuse. Non mi importa, questo ha solo alimentato la mia speranza e la mia voglia di toccarmi. Mi sciolgo i capelli e abbasso le mutandine, lecco le mie dita tenendo lo sguardo fisso sulla sua finestra: deve sapere che è per lui. Le avvicino al clitoride caldo e gonfio e inizio a toccarmi piano mentre con l’altra mano gioco con i miei capezzoli. Che bel momento penso, accelero e mi scappa un gemito, vorrei proprio essere scopata. Continuo e continuo finché non sento le mie gambe tremare, il mio utero riscaldarsi e i miei liquidi fuoriuscire; eccolo, l’orgasmo. Mi avrà vista? Abbasso la tapparella e nel mentre noto che in contemporanea anche lui spegne la luce, magari guardava e si è reso conto che lo spettacolo è finito. Finisce così la mia estate, in balia di fantasie dopo aver scoperto l’erotismo del mio corpo.
Primo giorno di scuola del mio ultimo anno di superiori e la prima ora di lezione è filosofia, decido di truccarmi e di mettere una maglia un po’ scollata con dei jeans aderenti che mi fanno proprio un bel culo. Insomma, mi faccio bella per lui. Entro in classe alle 8.00 e lui è già lì, seduto alla sua cattedra, io sono in anticipo e siamo soli. Lo fisso in silenzio per un po’, poi lo saluto e lui ricambia formale. Non mi piace questa distanza, voglio mi desideri; decido allora di poggiare lo zaino su un banco in prima fila, lo apro e faccio cadere dei quaderni. Così, dandogli le spalle, mi metto a pecora e inizio a raccogliere. Fortunatamente stamattina ho messo anche una maglia scollata, perché il tanto gentile e timido professore di filosofia ha deciso di venire ad aiutarmi con i quaderni. Si inginocchia davanti a me senza guardarmi, allora mi avvicino a lui e mi piego ancora di più; lo vedo mentre alza lo sguardo e si accorge del mio seno in bella vista che fissa per qualche secondo stupito, come se fosse il primo che vede. Allora subito lo vedo agitarsi, si allontana e va a scrivere qualcosa alla lavagna: “godiamoci quest’ultimo anno”; insomma una delle classiche frasi. Siamo soli e lo saremo per un paio di minuti ancora, la campanella sta per suonare e decido di osare. Mi avvicino a lui mentre scrive, mi metto alle sue spalle e con la mano destra gli afferro il cazzo. Come speravo è duro, si è eccitato guardandomi, le mie provocazioni sono servite a qualcosa. Tutto ciò che riesce a fare in quel momento è un sottile gemito che lascia trapelare un misto fra piacere e sorpresa, emozioni che non hanno ancora trovato il freno posto dalla razionalità. Non fa in tempo a dirmi una parola che avverto i miei compagni arrivare, vado veloce a sedermi e in pochi istanti la classe è piena. Iniziamo la lezione, fa finta di nulla ma sa che io sono lì a fissarlo costantemente. Suona di nuovo la campanella e lui va via di corsa, spero vada in bagno a segarsi pensandomi. Poi suona ancora e ancora finché la mattinata finisce ed esco. Lo vedo da lontano mentre sono sulle scale, è seduto nella sua Punto verde smeraldo mentre aspetta pazientemente e scruta ogni alunno uscire, sta cercando me. Mi dirigo verso di lui ed entro nella sua macchina in totale silenzio e senza dire una parola partiamo. Mi accorgo poco dopo che non stiamo andando verso casa, abbiamo preso un’altra strada e proseguendo per un paio di chilometri entriamo in una campagna attorno alla quale non c’è niente e nessuno. Ho capito cosa vuole, è arrabbiato, vuole sfogarsi. Gli sbottono i pantaloni e mi fissa mentre mi chino con la testa su di lui, gli faccio un pompino per calmarlo, chissà che sapore avrà mi chiedo mentre gli lecco la punta del cazzo. E’ grosso proprio come speravo ed immaginavo, lo sento indurirsi sempre di più, alla fine diventa di pietra. Inizio a leccarlo piano, lo lubrifico stuzzicando il centro, quasi a volerlo consumare con la mia lingua e poi scendo leccando la parte bassa della cappella e infilo la mia lingua lì dove inizia il busto del cazzo leccandolo tutto attorno, poi scendo e scendo fino ad arrivare alle palle. Le lecco, a movimenti circolari, prima piano e poi più insistentemente, so che non ce la fa più e che vuole la mia bocca. Allora risalgo, ci sputo sopra e lo faccio scorrere lentamente fino infondo alla mia gola e inizio a farlo salire e scendere sempre più velocemente. Dopo un po’ inizio a succhiarglielo come si deve, lo scopo con la bocca fino al momento in cui lo sento gonfiarsi, le sue palle diventano dure e le sue mani mi afferrano i capelli: sta per venire ed io sto per assaggiarlo. Lo metto di nuovo infondo alla mia gola e lascio che quasi mi soffochi col suo sperma, man mano che si svuota lo riporto nella mia bocca e lo assaporo al meglio, ingoio e gli inizio a leccare la punta per pulirlo per bene e per fargli provare le ultime scosse di piacere. Rialzo la testa e lo guardo negli occhi, mi sembra ancora insoddisfatto e non capisco cosa voglia. Mi prende e mi sbatte sui sedili posteriori, vuole sfogarsi sul mio corpo adesso. Mi abbassa i pantaloni aderenti e le mutandine, mi guarda negli occhi e mi dice “eri bella mentre ti masturbavi davanti alla finestra, fallo anche adesso”. Quella notte, quella calda notte mi ha vista e vuole riguardarmi. Mi inizio a toccare fissandolo esattamente come avevo già fatto. Per qualche secondo sta fermo su di me mentre mi tocco piano il clitoride umido e gonfio, poi mi alza la maglia scollata e mi lecca i capezzoli prima aggressivo, quasi a volermi mangiare, e poi piano come se stesse leccando le ultime briciole del suo dolce preferito. Inizio ad ansimare, il mio corpo sta diventando bollente: lo desidero. Si abbassa su di me con la faccia baciandomi i fianchi e seguendo le linee del mio corpo come se fossero una mappa che lo avrebbero portato ad un tesoro nascosto. Scende ancora e inizia a leccarmi, ci si immerge quasi. Con la punta della lingua accarezza il mio clitoride per qualche secondo per poi scendere e leccarmi completamente; inizia ad usare la sua lingua come un martello adesso e me la infila dentro stuzzicandomi la parte interna più alta, poi esce di nuovo e ritorna sul clitoride. Adesso non me lo sta più accarezzando, lo lecca deciso. Sento le sue dita avvicinarsi a me e toccarmi l’ano con delicatezza, lo sento salire e di colpo è dentro di me. Impazzisco, le sue dita sono inarcate al mio interno, entrano ed escono mentre mi accarezzano la parete superiore e con la lingua continua a fare pressione a movimenti circolari sul mio clitoride che sembra essere il gelato più buono del mondo. Non ce la faccio più e inizio a tremare, è un orgasmo più forte di tutti quelli avuti finora e in pochi secondi finisco per perdere il controllo e bagnargli la faccia con i miei liquidi. Sono distrutta, mi fa leccare le sue dita bagnate di me e mentre non posso parlare mi guarda con fare minaccioso e mi dice di non parlare dell’accaduto con nessuno, questa era solo una punizione per averlo stuzzicato così tanto, mi avverte del fatto che ciò non si sarebbe ripetuto mai più. Divertita, tolgo le sue dita dalla mia bocca, ridacchio e gli dico che avrei mantenuto il silenzio soltanto se mi avesse fatta godere ancora. Non mi risponde, si risiede al posto di guida e pensieroso mi riaccompagna a casa.

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