Omaggio a Charles Bukowski

Scritto da , il 2011-06-24, genere incesti

“Dunque, la stagione delle corse è cominciata ad Hollywood Park e io, manco a dirlo, non sono mancato. l’ambiente è sempre quello, i cavalli sono sempre gli stessi, la gente un po’ peggio…”. Inizia così un racconto del caro, vecchio zio Buk.
Il mio, di racconto, non può mica cominciare così, ché l’America è lontana. Laggiù tutto sembra più bello, la vita più vita, le disgrazie meno disgrazie. Pare impossibile che anche là ci siano pori cristi che tribolano, tirano la carretta, cacano sangue…
Il mio racconto, dicevo, potrebbe iniziare al massimo così “ Dunque, la stagione delle corse è cominciata a Capanelle e io, manco a dirlo, non sono mancato…”.
L’effetto è molto più scarso, lo so da me, ma tant’è.
La settimana scorsa ho giocato un eurino al superenalotto e…toh…non ti vado a fare un bel 4 ?
Bah, penso, la vitaccia avrà allentato un po’ il morso, avrà lasciato un metro di catena a ’sto vecchio cagnaccio rognoso.
E’ così che una bella domenica d’aprile, una di quelle che forse sarebbe meglio restarsene a casa a bere e a scopare, io e la mia vecchia ce ne stiamo andando a sputtanarci all’ippodromo i 500 euro della vincita .
La vecchia in questione, che poi tanto vecchia non è, è la mia mamma, la mia “Teresina”…
E’ uno di quei tòcchi di sorca che quando uno la vede gli ormoni fanno “chicchirichì”.
Non è una bellezza patinata, di quelle che si vedono sulle riviste dei barbieri.
Ha cinquant’anni, qualche capello bianco che si insinua nella folta zazzera biondiccia, due occhi azzurri che quando ti fissano in un certo modo che io conosco bene sembra vogliano annodarti l’uccello, e un corpo burroso e morbido, bianco come il marmo, che pare fatto apposta per fottere.
Io me la scopo da anni, la mia mamma, ché quando il babbo è morto mi sembrava un peccato lasciare inutilizzato tutto quel ben di dio.
Abbiamo iniziato dopo una settimana che quel beone di mio padre se n’è andato, col fegato grosso come un pallone da rugby. La vecchia per un po’ ha resistito alle mie toccatine e alle mie slinguate sul collo, ché la desideravo da sempre. Poi anche la sua sorcetta ha cominciato a reclamare il pasto, e non volendo sfamarsi con qualche vecchiaccio del circondario che le sbavava dietro, si è decisa a concedersi al suo bambino, alla carne della sua carne.
E io di carne da darle ne ho parecchia, sette pollici abbondanti, duri e porporini come quelli d’un cavallo.
A proposito di cavalli…torniamo alla storia, ché la memoria galoppa a briglie sciolte (sarà che mi sto rincoglionendo, ma sempre in ambito equino resto…).
Dunque, dicevo…ah sì…
E’ una bella domenica d’aprile e io e la vecchia ce ne stiamo andando all’ippodromo, probabilmente a buttare nel cesso i 500 euro vinti al superenalotto.
I soldi li tiene mia madre nella sua borsetta di finto coccodrillo, ma così finto che il cinese burino che ce l’ha venduta faticava a trattenere gli sghignazzi, con quella sua faccetta gialla e avvizzita che pareva un limone andato a male.
L’euro che ci ha fatto vincere era suo, e l’ “argent” lo vuol tenere lei. Mi conosce troppo bene : sa che dopo mezz’ora, due o tre puntate al massimo, avrei già dilapidato tutto il capitale.
Oggi la vecchia è strepitosa, strizzata in un vestitino blu che fascia amorevolmente tutta la sua bella ciccia pallida e soda, mettendo in risalto le tette…dio che tette…due montagne di carne tiepida sono, solcate da un intrico di venette azzurrognole che pare ’n atlante stradale.
Quando l’ho vista, prima di uscire da casa, pareva m’avessero buttato un secchio d’acqua bollente sull’uccello.
Lei mi girava la schiena. Mi sono avvicinato furtivo, con la bava alla bocca, e ho iniziato a impastarle quelle tette maestose, il mio cuscino preferito durante le fredde notti invernali, quando ci addormentiamo abbracciati ed esausti dopo una scopata fatta come si deve.
“Fermo, che mi rovini il vestito ! Sempre a quello pensi !”, ha sbraitato, scostandosi.
“Mmmhh…restiamo a casa, c’ho ’na voglia !”, le fo, tornando all’attacco.
“Col cazzo ! Mi sono già preparata, e poi sento che oggi ci andrà bene alle corse, ci andrà”
Mi ha concesso solo un paio di strizzate e un bel bacio, di quelli da amanti ovviamente, non da madre e figlio, colle lingue viscide e impazzite che si attorcigliano come bisce in amore.
Verso le 2 del pomeriggio arriviamo finalmente all’ippodromo.
Imbuco il catorcio tra due cassonetti, ché male non ci sta, do una bella palpata al culo della mia signora, la piglio a braccetto ed entriamo nell’arena dei ronzini.
Lo spettacolo è il solito. Vedo giacche eleganti, cravatte, canottiere e bermuda, tipi azzimati e sorridenti, barbe lunghe, denti gialli, facce scure, orologi d’oro, magliette sudate…anche qualche bella gnocca, vedo.
Le belle gnocche, guarda un po’ com’è strano il mondo, sono vicine a quelli sorridenti e azzimati in giacca e cravatta coll’orologio d’oro.
“Andiamo a bere qualcosa”, fo alla vecchia, puntando il bar.
“Appena arrivati ? Aspetta un po’…”
“C’ho sete”
“Io non vengo, voglio riposarmi un poco”, sospira, indicandomi dei divanetti in fondo alla sala.
“Dammi 20 euro, ché non c’ho soldi”
Rovista nella borsetta e me li caccia in mano, scuotendo la testa.
Il bar è quasi deserto, ché la maggior parte degli scommettitori vuol restar sobria quando fa le puntate, come se servisse a qualcosa... Io invece ragiono meglio quando ho un poco d’alcol in corpo.
Ordino ’na birra, poi n’altra, e alla terza il barista, un ciccione con la faccia da sottosviluppato e il doppio mento, mi fa : “Di’ un po’, amico, ce l’hai i soldi per pagare tutta ’sta roba ?”
Certo che la barba lunga di una settimana, la camicia rattoppata e la faccia da evaso che mi ritrovo non giocano a mio favore, me ne rendo conto.
“Toh, guarda…amico…i soldi ce l’ho”, gli vomito contro stizzito, sventolandogli davanti il pezzo da 20 e scolando l’ultimo sorso di birra, “e dammene nantra , che c’ho ancora sete !”
Alla quinta birra, come sempre, i dubbi scompaiono e la nebbia che solitamente m’impasta il cervello comincia a diradarsi.
Butto gli occhi sul tabellone luminoso che domina la parete di fronte. La griglia della prima corsa, un autentico rebus fino a mezz’ora fa, è diventata improvvisamente chiarissima, ovvia, come pensano tutti i miserabili che la sera se ne tornano nei loro monolocali, nelle loro cuccette di cemento, a piangere sulla stupidità che li ha trascinati alle corse.
Dunque…vediamo…c’è il favorito, ‘Silver Hill’, un castrato di 5 anni, dato 4 a 1. Buon cavallo, certo, ma s’è piazzato nelle ultime 4 corse. Ormai dev’essere spompo, pora bestia, spremuto come ’n limone dev’essere…e poi col terreno pesante che c’è oggi…Tutti punteranno su di lui, ma si sa che la gente non capisce nulla !
‘Meo Patacca’, dato 12 a 1, ‘Ferguson’ 13 a 3, ‘Barbarella’, data 9 a 2….tutta robaccia morta dopo un giro, buona solo per confondere i pivelli.
Poi vedo ‘Gateau’, un castrato di 8 anni. Non ha mai vinto quest’ anno ma è in rimonta: nono a Napoli, quinto a Londra, piazzato a Montecarlo…sta’ a vedere che…
Ci sono anche ‘Fiorellino’ e ‘Golden Shadow’, bestie discrete, date 8 a 3. Un po’inesperte forse, ma con due ottimi fantini. Potrebbero anche essere la sorpresa della giornata…anzi, saranno sicuramente la sorpresa della giornata !
Mi fiondo dalla vecchia con la sicurezza del perdente, ché la prima corsa inizia fra mezz’ora.
“C’ho ’na puntata che è vincita sicura”, sbotto
“Embè ?”
“100 euro in tutto nella prima corsa…40 euro su ‘Gateau’ vincente e 60 su ‘Golden Shadow’ e ‘Fiorellino’ piazzati…”
“No no, bello, non se ne fa niente”, sghignazza lei. “I soldi sono miei e le puntate le decido io…e questa mi pare ’na stronzata ! 40 euro su quel brocco di ‘Gateau’…tu sei tutto scemo !”
“Ma mamma…”
“Però se fai il bravo, e mi togli un po’ ’sta voglietta che m’è venuta…”, sospira, lanciandomi una delle sue occhiate che lo farebbero rizzare pure a un invertito.
Mi mostra la linguetta rosea e umidiccia, e prende a toccarsi la sorcetta affamata.
Il manganello mi s’intosta in un baleno, bello duro che potrei spaccarci le noci. Alla vecchia piace farlo nei posti più strani, in mezzo alla gente…così, tanto per mettermi un po’ di pepe sul giuggiolo.
L’agguanto per un polso e la trascino verso i cessi, facendomi largo tra la folla che invade l’ingresso. Passo davanti a quelli degli uomini. Troppa gente, troppo passaggio. E poi la puzza d’uccello che c’è lì dentro non me lo farebbe neanche tirare.
Voltiamo l’angolo e proseguiamo fino in fondo al corridoio. Ci fermiamo davanti al cesso delle donne, che di solito è molto più pulito e soprattutto molto meno frequentato.
“Guarda se c’è qualcuno dentro”, fo alla mamma.
Apre la porta e butta dentro la testa.
“Due stronze, davanti allo specchio, che si mettono il rossetto !”, sibila, richiudendo la porta.
Deve averci un incendio tra le cosce, povera donna. Mi sembra di sentire il crepitare delle fiamme che le sconquassano la fica.
Dopo qualche minuto le pollastre escono, guardandomi come se fossi una caccola del loro naso.
Aspettiamo che si allontanino e ci imbuchiamo dentro. A grandi passi raggiungiamo il fondo del locale e ci chiudiamo nell’ultimo cesso.
La fame è troppa per pensare all’aperitivo. Mi avvento subito sul buffet, con la foga di un bambino in una pasticceria. Cominciamo a limonare rabbiosamente, mentre le strappo letteralmente di dosso il vestito, ultima , sottile barriera che ancora mi separa dal corpo della mamma.
Le lingue sono impazzite, gatti in amore sono…Sento nella sua bocca l’aroma dell’ultima sigaretta che ha fumato aspettandomi, addirittura il gusto forte e intimo del caffé nero che ha bevuto frettolosamente stamattina.
Mi scosto un attimo per ammirarla, la mia vecchia, la mia “macchina per fottere”.
Un corpo così sembra nato per non far altro, con tutta quella polpa bianca e soda che pare ’na Grazia del Canova. Le appoggio le mani sulle spalle e la faccio inginocchiare davanti a me.
Lei non perde tempo. Abbassa la lampo e inizia a lavorarmi l’affare.
“Ooohhh…dio ma’…che porcellina che sei…non ce la facevi a resistere fino a stasera, eh ?”
“Mmhh…glub…”, bofonchia, prendendo a ciucciarmelo con foga. Se lo fa sparire tutto in fondo alla bocca, neanche volesse ingoiarselo. Pompa che pare ’na pazza, rossa come un pomodoro, guardandomi negli occhi. Con le labbra arriva a lambire i coglioni, i miei gonfi e pelosi frutti d’amore, ripieni di succo.
Io prendo a pastrugnarle le tette, in po’ brutalmente a dire il vero, ché la voglia è tanta e la vita breve. Però quando inizio a giocare coi capezzoli, a strizzarli con forza tra le dita, si lascia andare a gemiti e gridolini soffocati, aumentando il ritmo della poppata.
Sento che non resisterò a lungo a quel servizietto, già avverto la sborra ribollirmi nelle palle.
Sfilo l’uccello dalla spelonca infernale e premo con forza le dita sotto le palle.
“Appena in tempo, mi stavi già facendo venire…”, ansimo
“Mmmhh…ti faccio ancora ’sto effetto dopo tanti anni…”, cinguetta la vecchia, leccandosi le labbra con un sorrisino compiaciuto.
La faccio alzare e studio una posizione acconcia per potermela scopare a dovere, in quel cesso stretto e puzzolente.
Quando lo sguardo cade su un piccolo lavandino rincantucciato in un angolo, rammento un vecchio racconto dello zio Buk, dove illustra come rendere più piacevole un’ingroppata in una situazione del genere. E poi dicono che le buone letture non servono…
Apro il rubinetto dell’acqua calda, e quando il getto è quasi bollente riempio il lavandino per tre quarti.
Alzo di peso la vecchia, che comincia a chiocciare sorpresa, non capendo cos’ho intenzione di farle. Pensa di sicuro che voglia impalarmela in piedi, come se fosse facile maneggiare quei 70 chili di femmina in ebollizione.
Invece la faccio sedere a cavalcioni del lavandino, la schiena appoggiata alle fredde mattonelle della parete, colle cosce spalancate e le chiappe a pochi centimetri dall’acqua. In un istante sono dentro di lei, inforcandola con la fregola che un figlio può riservare solo alla propria madre.
Prendo a fottermela come un invasato, duro e cattivo, con lei che mi stringe tra le cosce e mi accompagna negli affondi. E’ infoiata la vecchia, li sente tutti i miei sette pollici di puro manzo italiano piantati fino in fondo alla pancia.
Quando inizia a piagnucolare tutto il suo piacere le metto la lingua in bocca, per farla star zitta, ché se entra qualcuno potrebbe sentirci.
Glielo sbatto dentro con tutta la violenza che mi riesce, così in profondità che le palle si immergono nell’acqua caldissima che quasi riempie il lavandino
Oh cristo che roba…dovreste provarlo anche voi ! Sembra di scopare in mezzo a un incendio, nel fango ribollente di qualche girone infernale…fuoco liquido sembra di fottere, coi coglioni che si fiondano nell’acqua bollente come uccelli marini che si tuffino in mare a caccia di pesce.
La stringo dappertutto la mia vecchia, tutta la sua bella ciccia morbida, che tremola sotto i miei colpi come un budino. Con avidità comincio a succhiarle la lingua, viscida e lucida che pare ’na serpe, quasi volessi strappargliela dalla bocca.
Aumento ancora il ritmo della chiavata, con la mamma che si muove in sincronia con me e grugnisce come ’na scrofa al macello. Sento i suoi talloni che mi artigliano le chiappe e mi attirano nel baratro rovente da cui trent’anni fa sono uscito urlante e insanguinato.
Ci mette cinque minuti buoni a venirsene.
All’improvviso s’irrigidisce, mi pianta le unghie nella schiena…e poi prende a muoversi convulsamente, fuori di senno: é un robot impazzito, una macchina fuori fase che sta per scoppiare, un maledetto manichino disarticolato gettato in una cantina.
La fontanella del suo piacere è abbondante, come sempre, dall’ irresistibile olezzo di donna appagata che mi manda il sangue al cervello.
“Girati, che voglio lavorarti il buciaccio del culo”, le sussurro ad un orecchio, cavando l’uccello dalla pozza che ha tra le cosce.
La vecchia scende dal lavandino, ansimando, rossa che pare l’abbiano presa a sberle.
Mi volta le spalle e dopo essersi aggrappata ai rubinetti, tenendo le braccia tese, divarica le gambe e comincia a sculettarmi davanti agli occhi. Mi sorride, la zoccola, scostandosi un ciuffo di capelli dalla fronte sudata, e vedendo quel sorriso impertinente e civettuolo l’arnese s’intosta da farmi male, mi s’annebbia la vista, neanche m’avessero fatto ’na flebo di viagra.
Prendo un po’di sapone liquido dal dosatore lì vicino, e con due dita glielo spalmo per bene sul culo, entrando con il medio nel delizioso buchetto. Me ne metto anche sull’uccello, avvicino la cappella violacea all’ingresso del budello e glielo sbatto dentro senza tanti complimenti.
Il giuggiolo entra ch’è ’na bellezza, liscio liscio che pare ’na chiave nella toppa.
La vecchia lancia un gridolino, e io m’affretto e metterle due dita in gola, stringendole il mento, per farla tacere.
Con l’altra mano le agguanto le tette e comincio a impastarle, completamente fuori di testa…e quant’è vero che mi chiamo Davide due panettoni appena sfornati mi pare di stringere, due pezzi di paradiso caduti in quello schifoso cesso d’ippodromo.
Mi spalmo completamente sul corpaccione sudato della vecchia, petto e pancia contro la sua schiena, come ’na lucertola spaparanzata su ’na roccia cotta dal sole.
Inizio a pomparla con furia, dentro e fuori, dentro e fuori, piantandole l’uccello fino in fondo alle ventraglie e ritraendolo sozzo di merda e linfe.
Il ritmo impazzisce, vado fuori giri, e gli schiocchi dei nostri corpi in amore che si schiaffeggiano diventano quasi assordanti.
BASTA !!! Sento il sughetto caldo gorgogliarmi nelle palle, bruciarmi la carne e il cervello.
Tolgo il giuggiolo da quella chiavica infernale, a riveder il sole e l’altre stelle, pronto a liberare l’esercito di girini che mi scalpita nei coglioni (testicoli, pei lettori più raffinati).
La mamma non ha bisogno di spiegazioni, ché ormai sa cosa mi piace.
Si gira e appoggia la lingua sotto la cappella paonazza, spalanca la bocca e aspetta.
Aspetta poco, a dire il vero, ché dopo qualche secondo le sputo in gola un violento getto di seme, e poi n’altro, e n’altro, e n’altro…e pare la cataratta del diluvio universale.
Quando finisce ha la bocca piena del sugo del suo bambino, farcita come n’oliva ascolana, come un fetentissimo krapfen.
“Buttala giù, dai, che fra 10 minuti parte la prima corsa” le fo, iniziando a pulirmi l’uccello nell’acqua del lavandino.
Lei ingoia tutta la pappetta, ché c’è la vita dentro, come direbbe ’na pubblicità, e mi segue nelle abluzioni.
“Guarda un po’ se c’è qualcuno fuori”, mormoro alla mia “Teresina”, dopo che abbiamo terminato di lavarci le pudenda.
Il cesso è di quelli aperti in alto, come nelle stazioni. La sollevo di peso in modo che possa osservare al di là della porta.
“Strada libera”, mi fa dopo ch’è scesa, riaccomodandosi il vestito. Sgattaioliamo fuori, e proprio quando siamo vicini all’uscita entrano un paio di sgnacchere. Io comincio a sculettare, e prendendo mia madre a braccetto cinguetto : “Oddio che caldo che c’è oggi…è proprio insopportabile…”.
La parte della checca mi riesce talmente bene che le due non sembrano per nulla sorprese, e la cosa un po’ mi preoccupa.
Arrivo al botteghino delle scommesse appena in tempo per giocarmi i miei 100 euro sulla prima corsa, guadagnati col sudore della…del…beh avete capito insomma.
‘Gateau’ ovviamente s’azzoppa dopo mezzo giro, e degli altri due brocchi che davo per piazzati non s’è saputo più nulla…pezzi di carne morta sono, scatolette pei cani dovrebbero farne, non farli correre all’ippodromo.
Vince ‘Barbarella’, ’na cavalla di 7 anni, che di solito non vale i soldi della biada che si mangia e che ha scelto proprio oggi di guastarmi il fegato.
Il pomeriggio scorre via rabbioso, tra speranze, delusioni e puntatine al bar per ’na birra o un whisky che mi risollevano il morale.
“Dammi quello che c’è rimasto, che me lo gioco su ‘Eldorado’, con un nome così non si sa mai…”, biascico alla vecchia, una ventina di minuti prima dell’inizio dell’ultima corsa in programma.
“No, basta, ci sono rimasti appena 50 euro per la benzina…però se coccoli ancora un po’ la tua mamma, forse…”, mi fa con un sorrisino malizioso, quello d’un vecchio che rimira la verginella d’un lupanare.
L’artiglio per un braccio e la strattono di nuovo verso il cesso, tra gli sguardi incuriositi della gente, pronto a guadagnarmi i miei maledettissimi soldi.
Qualche ora dopo, tornando a casa, restiamo a piedi dopo una ventina di chilometri, col serbatoio vuoto peggio del portafogli. Abbiamo dovuto pigliare ’na corriera, ché giusto i soldi per quella ci erano rimasti.
Ma cristo se ne è valsa la pena ! Che trombata!Una di quelle che ti riappacificano col mondo, che fanno tornare l’estate, che ti fanno dire “ beh, quasi quasi per oggi non m’ammazzo…”.
Voi, al posto mio, che avreste fatto?

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