Le due vedove - 1

scritto il 2026-11-02 tempo di lettura 15 min

di
genere
Saffico
cura
A

La zia Anna aveva stretto amicizia con la Signora Carla in un modo del tutto fortuito.
Entrambe vedove si recavano una volta alla settimana al Cimitero a trovare i rispettivi mariti.
Il caso volle che si incontrassero un po' di volte alla fermata dell'autobus che le avrebbe riportate verso casa.
Al terzo incontro casuale sorrisero e Carla commentò che sembrava si fossero date appuntamento. Si presentarono, simpatizzarono subito e l'appuntamento decisero di darselo veramente, per fare il viaggio di ritorno insieme e poi fermarsi al bar a prendere un caffè.
Molti erano i punti di contatto fra di loro, l'età (65 anni), la vedovanza, la residenza nel medesimo quartiere. Ma non solo. Scoprirono di avere abitudini di vita ed abbigliamento semplici, pur appartenendo a famiglie della piccola borghesia. Figli poco presenti, poche amicizie, nessuna intenzione di intraprendere una nuova relazione, pur avendo avuto negli ultimi anni alcuni corteggiatori. Una sorta di ritiro sociale. La salute in generale era buona, tuttavia una lieve forma di depressione ed insonnia richiedeva terapia con farmaci. Dopo aver instaurato l'appuntamento fisso settimanale per l'autobus, seguito da caffè, avevano iniziato ad invitarsi a pranzo o a cena, un paio di volte alla settimana, ora a casa dell'una ora dell'altra.
Carla, sotto quell’aria mite da vedova composta, nascondeva un temperamento deciso, abituato a gestire, organizzare e prendere decisioni senza troppi tentennamenti. Anna, al contrario, aveva sempre vissuto all’ombra di scelte altrui, trovando nel lasciarsi guidare una rassicurante sensazione di protezione.
La svolta si manifestò prima nelle piccole cose, quasi per gioco, attorno al tavolo della cucina.
— Giovedì cucino io, Anna — dichiarò un pomeriggio Carla, ripiegando il tovagliolo con gesti precisi. — Facciamo il merluzzo al vapore con le patate...
Anna accennò a una protesta lieve, quasi formale: — Veramente pensavo a un risotto con i funghi...
— Il riso con i funghi è pesante, dai retta a me, merluzzo e patate. Passo io a prenderlo in pescheria.
Anna non replicò. Al contrario, avvertì una strana sensazione di sollievo: la fatica di dover scegliere, di dover pensare a cosa mettere in tavola, le veniva tolta dalle spalle con un semplice gesto di fermezza.
Dalla cucina, la guida di Carla si estese ben presto alla cura della persona.
Una mattina, osservando Anna mentre si sistemava la pettinatura davanti allo specchio dell’ingresso, Carla scosse leggermente il capo con un’espressione di dolce disapprovazione.
— Anna, cara, la tua parrucchiera ti fa un taglio che ti appesantisce il viso. E quel colore castano ormai sfuma nel rossiccio, non ti dona per niente.
— Dici? È da vent’anni che vado da Franca...
— Appunto, vent’anni sono troppi. Venerdì vieni con me dalla Mirella. Le dico io come tagliarteli: un corto sbarazzino, sfumato sulla nuca, e un colore biondo cenere che illumina la carnagione. Vedrai come ringiovanisci.
- Perchè dovrei ringiovanirmi ? Non devo piacere a nessuno...
- Ti sbagli, cara, in primo luogo devi farlo per te stessa... e poi devi farlo un po' anche per me... la gente deve vedere come è bella la mia nuova amica...
Il venerdì mattina, seduta sulla poltrona del salone di Mirella, Anna si affidò completamente. Fu Carla a parlare con la parrucchiera, a indicare la sfumatura esatta sulla cartella dei colori e a controllare con occhio critico ogni colpo di forbice. Quando il casco fu spento e i capelli asciugati, Anna si guardò allo specchio: il riflesso le restituiva un’immagine nuova, più fresca, ma soprattutto l'immagine di una donna "curata" da qualcuno.
Carla le mise le mani sulle spalle, guardandola nello specchio con un sorriso d'approvazione:
— Ecco. Adesso sì che sei diversa. Vedi che avevo ragione?
A quelle parole, il petto di Anna si riempì di un calore quasi infantile. Un complimento di Carla valeva più di qualsiasi rassicurazione.
Ben presto arrivarono i consigli — che somigliavano molto a disposizioni amichevoli — sull'abbigliamento.
— Niente più calze color carne, Anna, ti prego. Solo velate nere o fumè, quaranta denari in questa stagione.
— E quelle scarpe con la zeppa in gomma... no, carine, ma non vanno bene con la gonna. Sabato andiamo al centro e ti faccio prendere un paio di mocassini in pelle morbida, con tre centimetri di tacco.
Anna non si sentiva affatto prevaricata. Per lei, che per anni era rimasta invisibile agli occhi del mondo e persino a quelli dei propri figli, quell’attenzione minuziosa di Carla era la forma più pura di affetto. Essere guidata significava essere vista, essere importante per qualcuno.
Quando passeggiavano insieme, nel quartiere, Anna indossava con orgoglio gli abiti indicati da Carla, le calze giuste e il nuovo taglio di capelli. Camminando a braccetto lungo il viale, Carla le diceva a bassa voce: “Oggi stai davvero molto bene, Anna, vedi come ti guardano tutti... sia gli uomini che le donne...”, Anna sorrideva, stringendo un po' più forte il braccio della sua amica, grata per quell'autorità che le restituiva un posto nel mondo.
Ad un certo punto le due neo-amiche decisero che, una volta ogni 15 giorni, avrebbero passato il sabato pomeriggio e la intera domenica una volta a casa dell'una, la volta successiva a casa dell'altra
L’idea non nacque con un annuncio eclatante, ma con la solita naturalezza pragmatica con cui Carla riorganizzava le cose.
Un giovedì pomeriggio, mentre piegava con gesti geometrici la coperta del divano a casa di Anna, si fermò a fissare la finestra.
— Anna, diciamoci la verità — esordì, senza girarsi. Il fine settimana il nostro quartiere è un deserto. Il sabato sera in tv non c’è niente, e la domenica mattina la casa fa tristezza. Ho avuto una idea... Da questo weekend facciamo così — proseguì Carla, voltandosi con un’espressione che non ammetteva repliche — Una volta ogni quindici giorni, il sabato pomeriggio ci insediamo a casa di una delle due e non ci muoviamo fino a lunedì mattina. Che te ne pare ?
Un tempo, l’idea di dormire fuori casa — di infrangere la routine solitaria del proprio letto, della propria penombra e del proprio silenzio — avrebbe creato ad Anna una sottile ansia. Ma detta da Carla, quella proposta suonava solo come un riparo.
Il primo "fine settimana alternato" fu una rivelazione di intimità domestica.
Anna arrivò a casa di Carla il sabato verso le quattro, con una piccola valigia rigida che non usava dai tempi delle vecchie vacanze al mare con il marito. Ad accoglierla trovò un'atmosfera già pronta: il profumo di lavanda nei cassetti della camera degli ospiti, un set di asciugamani blu ripiegato sul letto e la tavola del soggiorno già apparecchiata per il tè.
Passare trentasei ore consecutive insieme trasformò la loro amicizia in una convivenza scandita da un ritmo dolce e protettivo. Il sabato sera non era più il momento in cui la solitudine pesava di più, ma diventava un rituale condiviso: la cena leggera preparata a quattro mani, le tazzine della tisana lasciate sul tavolino e la televisione accesa a basso volume su un bel film.
Per la prima volta dopo anni, l'insonnia trovò una tregua. Non perché le pillole bianche sul comodino fossero diventate inutili, ma perché sapere che nell'altra stanza c'era qualcuno che respirava, che viveva lo stesso scorrere lento del tempo, toglieva alla notte quel suo morso spaventoso. Se una delle due si svegliava alle tre del mattino, vedeva la striscia di luce soffusa sotto la porta della cucina e sapeva di non essere sola al mondo.
E poi c'era la domenica. La domenica mattina, un tempo il giorno più lungo e deserto della settimana, si trasformava in una festa tranquilla. Svegliarsi con calma, girare per casa in vestaglia senza fretta, fare colazione insieme inzuppando i biscotti nel latte, parlando del più e del meno.
Quando la quindicina successiva toccava ad Anna ospitare, l'attesa trasformava la sua casa vuota in un cantiere di premure: spolverava minuziosamente la stanza dei figli ormai lontani, comprava i dolci preferiti di Carla e stendeva le lenzuola pulite che sapevano di sapone di Marsiglia.
In quel pendolarismo affettivo tra due appartamenti distinti ma ormai comunicanti, Anna e Carla avevano trovato la loro fortezza: una casa che raddoppiava le sue pareti per tenere fuori la malinconia.
Ad un certo punto Carla propose che -il sabato notte- avrebbero potuto dormire insieme nei rispettivi letti matrimoniali. Anna accolse la proposta con la solita sottomissione ai voleri di Carla e con una certa emozione che dissimulò accuratamente.
Il passaggio dal lettino della stanza degli ospiti al letto matrimoniale non avvenne per un bisogno espresso, ma con quella naturalezza sicura che Carla usava per riorganizzare la vita di entrambe.
Accadde un sabato di novembre, mentre fuori un'acquerugiola fitta rendeva i vetri opachi. Anna stava finendo di piegare le coperte nella stanza che un tempo apparteneva a suo figlio, quando Carla apparve sulla soglia, tenendo in mano la sua borsa dell'acqua calda e la scatolina dei farmaci.
— Ma cosa fai, Anna? — disse Carla, appoggiando un braccio contro lo stipite e guardando la stanza con un’ombra di disappunto. — In quella cameretta fa un freddo cane, il termosifone non funziona bene e quel materasso singolo ha vent’anni. Inutile sprecare riscaldamento e coperte. Nel lettone ci si scalda prima e si dorme meglio.
Anna rimase un istante immobile, la trapunta stretta tra le mani. Il lettone. Quel grande rettangolo di legno e cotone che, dalla scomparsa di suo marito, era diventato un'isola troppo vasta, una superficie di lenzuola fredde in cui si sentiva ogni notte più piccola.
— Dici... nel letto matrimoniale? — balbettò Anna, provando a dare alla voce un tono casuale, come se si trattasse di valutare una mera questione logistica.
— E dove altrimenti? Siamo due donne adulte, siamo amiche e non abbiamo più vent'anni per fare le formali. Dai, vieni di là.
Anna annuì subito, piegando la testa con la consueta, devota docilità: — Sì, certo Carla, come credi sia meglio.
Sotto quella sottomissione tranquilla, tuttavia, il petto di Anna fu attraversato da un sobbalzo improvviso, una vibrazione calda e sconosciuta che le fece salire un leggero rossore al collo. Un’emozione complessa, fatta di pudore antico, sorpreso sollievo e una sottile, inconfessabile attesa. Si affrettò a voltarsi verso il comodino per raccogliere le sue pillole, dissimulando con cura quel disorientamento. Non voleva che Carla notasse la minima incertezza e potesse pensare a un rifiuto.
Carla si infilò sotto le coperte dal lato destro con la consueta gestualità risoluta, sistemandosi il cuscino dietro la schiena con due colpi decisi. Anna scivolò sul lato sinistro con estrema lentezza, quasi temesse di occupare troppo spazio o di disturbare l'aria attorno a loro.
— Spegni tu la luce? — chiese Carla, già adagiata sul fianco.
— Sì, faccio io.
Quando la stanza piombò nel buio, il silenzio non fu pesante, ma denso. Anna rimase supina, le braccia stese lungo i fianchi sotto il piumone, il respiro cauto. A pochi centimetri da lei, percepiva il calore del corpo di Carla e il ritmo regolare del suo respiro. Non c'era alcun contatto fisico deliberato, eppure la sola presenza dell'altra donna dentro quel perimetro che per anni era stato teatro di solitudine e assenza trasformava lo spazio in qualcosa di nuovo.
— Buonanotte, Anna — disse Carla nella penombra, con la voce già ammorbidita dal sonno imminente.
— Buonanotte, Carla — rispose Anna a bassa voce.
Nel buio, Anna sorrise.
Stringendo la stoffa del pigiama all'altezza del petto, si voltò piano sul fianco, lasciandosi cullare dal calore condiviso di quel letto che, per la prima volta da anni, non le sembrava più troppo grande.
Nel cuore della notte Anna si svegliò perchè sentiva il braccio di Carla che le stava cingendo il fianco e percepiva il suo corpo che si era avvicinato ed ora si appoggiava dolcemente alla sua schiena. Silenzio assoluto. Anna finse di dormire, di non accorgersi di niente. Il cuore le batteva forte. Era in attesa che succedesse qualche altra cosa. Pensò di accarezzare la mano di Carla, ma non ne ebbe il coraggio. L'amica restò immobile ed Anna pian piano si riaddormentò.
Il mattino si aprì con una luce pallida che filtrava appena dalle fessure delle tapparelle, tagliando la penombra della camera da letto. Anna aprì gli occhi lentamente, ancora avvolta in quella sensazione di calore denso e protettivo che non provava da anni. Il braccio di Carla non era più sul suo fianco e il lato destro del letto era vuoto, con le coperte leggermente scostate.
Prima ancora che il suo sguardo potesse abituarsi alla penombra, fu l'olfatto a risvegliarla completamente: un profumo intenso, ricco e avvolgente di caffè fresco si diffondeva per la stanza, accompagnato dal lieve tintinnio di un cucchiaino contro la porcellana.
Carla varcò la soglia della camera con passo sicuro ma felpato. Indossava la sua vestaglia blu scuro, perfettamente riordinata, e reggeva tra le mani un piccolo vassoio in legno con due tazzine fumanti e qualche biscotto da inzuppare.
— Buongiorno, pigrona — disse Carla con un tono di voce insolitamente morbido, quasi confidenziale, mentre si avvicinava al letto. — Scommetto che era da un pezzo che non dormivi così a lungo.
Anna si mise a sedere di scatto, sistemandosi con una mano il corto taglio biondo cenere che Carla le aveva fatto fare, perplessa e piacevolmente disorientata da quell'attimo di premura dell'amica.
— Carla... ma ti sei alzata prima tu? Non dovevi... dovevo prepararla io la colazione, sei mia ospite — mormorò Anna, mentre una sfumatura di timidezza le accendeva le guance.
— Ma quale ospite — replicò Carla poggiando il vassoio sulle gambe di Anna e sedendosi con naturalezza sul bordo del materasso, proprio accanto a lei. — Ogni tanto fa bene farsi servire. Bevilo finché è caldo, ti ho messo mezza goccia di latte come piace a te.
Anna prese la tazzina tra le mani. Il calore della ceramica le scaldate le dita, ma era il gesto in sé a farle tremare leggermente il petto. Ricordò di colpo il braccio di Carla attorno al suo fianco nel cuore della notte, quel contatto solido, e si chiese per un istante se l'amica ne fosse consapevole o se fosse stato solo un movimento inconscio nel sonno. Guardò Carla negli occhi, cercandovi un segnale, una piega del viso che tradisse quell'intimità notturna.
Ma Carla la fissava con la solita espressione limpida, fermamente affettuosa, di chi sa esattamente cosa sia meglio per entrambe e non ha bisogno di dare troppe spiegazioni.
— Allora? — chiese Carla sorseggiando il suo caffè e osservandola con occhio attento. — Come hai dormito?
— Bene... — rispose Anna a bassa voce, portando la tazzina alle labbra. — Benissimo, Carla. Non ho mai dormito così bene.
— Te l'avevo detto io — chiosò Carla con quel suo tipico sorriso soddisfatto, dando una leggera e affettuosa pacca sul ginocchio di Anna sopra le coperte. Il lettone è fatto per non stare soli. Adesso finisci il caffè, poi ti vesti con la maglia grigia che abbiamo preso insieme e andiamo a fare due passi. Oggi la giornata è nostra.
Anna annuì in silenzio, assaporando il caffè amaro e quel senso di dolce sottomissione che non le sembrava più una rinuncia a sé stessa, ma l'unico modo in cui, finalmente, qualcuno tornava a prenderle la mano.
Dopo la passeggiata a zonzo per il quartiere tornarono a casa per preparare il pranzo a quattro mani, naturalmente secondo le direttive di Carla.
Poi sparecchiarono diligentemente e prepararono un buon caffè.
Il tintinnio delle tazzine da caffè, appena riposte nel lavandino, sembrò amplificare il silenzio che improvvisamente si era steso nella cucina.
Era un silenzio denso, fatto di attese non dette e di un’aria che, senza che nessuna delle due sapesse esattamente perché, si era fatta improvvisamente più calda, quasi elettrica.
Anna era rimasta immobile accanto al tavolo, le mani ancora strette attorno a un canovaccio da cucina, con il cuore che aveva ripreso a battere con quel ritmo irregolare e accelerato della notte precedente. La sua proposta timida di accendere la televisione era solo un tentativo di aggrapparsi a una consuetudine sicura, a un confine noto che sapeva come gestire.
Ma la risposta di Carla spazzò via ogni confine.
— Avrei una idea migliore Anna... invece di guardare la TV, perchè non ci facciamo un po' di coccole ?—
Il sorriso leggermente malizioso di Carla, unito ad un timbro di voce arrochito, disarmò Anna. Non c'era traccia della severità pragmatica con cui Carla sceglieva i cappotti o imponeva il merluzzo al vapore: c’era una richiesta di vicinanza nuda, adulta e consapevole.
— Delle... delle coccole? — ripeté Anna, con un filo di voce, sentendo il rossore salirle rapidamente fino alle radici dei capelli.
Non era più la ragazzina spaventata di un tempo, né la vedova rassegnata che contava i giorni alla fermata del cimitero. Era una donna matura che, dopo anni di invisibilità, si accorgeva di essere desiderata, cercata, amata nella sua interezza da un’altra persona.
Carla si mosse con la sua consueta determinazione, ma i suoi gesti si fecero improvvisamente più lenti, quasi a voler dare a entrambe il tempo di abituarsi a quella svolta inaspettata. Fece due passi verso di lei, le prese delicatamente il canovaccio di mano e lo posò sul piano della cucina. Poi, con una naturalezza disarmante, le sfiorò il viso con i polpastrelli, accarezzandole la guancia con una dolcezza che spezzò ogni residua resistenza.
— Sì, Anna — sussurrò Carla, guardandola dritta negli occhi, senza timore di mostrarsi vulnerabile. — Abbiamo sprecato così tanti anni a sentirci sole, a occuparci delle assenze. Direi che è arrivato il momento di prenderci cura della nostra presenza. Vieni di là con me.
Senza aggiungere altro, Carla le prese la mano. La stretta era salda, calda e rassicurante come lo era sempre stata, ma questa volta conteneva una promessa diversa. Anna si lasciò guidare, abbandonando ogni timore, ogni rigido schema del passato, e seguì l'amica verso il divano, pronta a scoprire che la felicità, a sessantacinque anni, poteva ancora indossare abiti nuovi e inaspettati.
49
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.