Diventare una dea - capitolo 3

scritto il 2026-10-22 tempo di lettura 9 min

di
genere
feticismo
cura
B

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Ho riaperto l’annuncio tre giorni dopo aver lasciato casa di Paolo.
Le risposte erano un disastro. La maggior parte non sapeva neanche scrivere in italiano decente. Messaggi pieni di errori d’ortografia, richieste esplicite di sesso, foto di cazzi non richiesti, uomini che si spacciavano per donne o per coppie con profili chiaramente falsi. Uno scriveva «sono una ragazza di 25 anni» e nella foto del profilo si vedeva nettamente una barba mal rasata. Un altro proponeva di «leccarti i piedi e poi scoparti forte». Li ho cancellati tutti senza rispondere.
Alla fine ne è rimasto uno solo che mi ha fatto fermare.
Nome: Vanessa_44.
Messaggio breve, corretto, senza sbavature:
«Ho letto il tuo annuncio con attenzione. Ho 44 anni, sono una donna, non cerco sesso tradizionale. Cerco qualcuno a cui potermi sottomettere in modo serio, soprattutto attraverso i piedi. Se ti interessa conoscerci prima in un luogo pubblico, sono disponibile. Nessuna pretesa.»
Ho guardato la foto del profilo. Una donna alta, magra, capelli castani lisci che le arrivavano a metà collo, occhi dello stesso colore, naso un po’ aquilino che le dava un’aria severa e allo stesso tempo fragile. Non era bella in senso classico, ma aveva qualcosa.
Le ho risposto.
«Caffè. Domani pomeriggio. Ti mando il posto un’ora prima. Vieni da sola. Se mi piaci, vedremo.»
Il messaggio di conferma è arrivato quasi subito.
Nel frattempo Paolo aveva ripreso a scrivermi.
«Sara, scusa per l’altra volta. Non sono stato all’altezza. Posso rivederti? Ti prego. Sono disposto a tutto.»
L’ho lasciato in sospeso. Non gli ho risposto subito. Volevo prima vedere cosa sapeva offrire Vanessa.
Il caffè l’ho scelto io: un posto un po’ fuori mano, con tavolini esterni semi-nascosti da siepi, ma non abbastanza da essere davvero privati. Sono arrivata in ritardo di dieci minuti. Vanessa era già seduta. Alta come aveva detto, magra, vestita in modo semplice: camicetta beige, pantaloni scuri, ballerine. Quando mi ha vista alzarsi, ho notato che era almeno una testa più alta di me.
Ci siamo sedute. Ha ordinato un caffè americano, io un tè.
Per i primi minuti abbiamo parlato di cose normali. Lei lavorava in un ufficio, viveva da sola da anni, aveva avuto qualche esperienza di sottomissione in passato ma niente di continuativo. Io ho ascoltato, annuendo di tanto in tanto, mentre studiavo il suo modo di muoversi, di guardarmi, di abbassare gli occhi quando parlavo.
A un certo punto ho incrociato le gambe e ho fatto scivolare una scarpa. Il piede nudo è rimasto visibile sotto il tavolo.
«Togliti una scarpa», ho detto a bassa voce.
Vanessa ha esitato un secondo, poi ha obbedito. Ha sfilato la ballerina destra e ha appoggiato il piede a terra.
«Adesso metti il tuo piede sul mio.»
Ha obbedito di nuovo. Il suo piede era più grande del mio, la pelle un po’ più secca, le unghie curate. L’ho sentito premere contro il mio.
«Bene. Adesso, senza far notare niente a nessuno, chinati un attimo come se avessi fatto cadere qualcosa e bacia il mio piede. Solo un bacio. Veloce.»
Gli occhi di Vanessa si sono allargati. Ha guardato intorno. C’erano due tavoli occupati a una certa distanza, un cameriere che andava e veniva. Il rischio c’era.
Ha esitato. Poi si è chinata, ha finto di raccogliere qualcosa e le sue labbra hanno sfiorato la mia pianta per un secondo. Quando si è rialzata aveva le guance leggermente rosse.
«Brava», ho mormorato. «Adesso rimetti la scarpa. Se continua così, ci vediamo stasera a casa mia. I miei sono via fino a domani.»
Ha annuito, senza parlare.
Sono tornata a casa con il cuore che batteva più forte. Nel pomeriggio ho risposto anche a Paolo, ma in modo freddo:
«Non ancora. Sto conoscendo qualcuno. Se voglio rivederti te lo dico io.»
Alle venti e trenta Vanessa ha suonato al citofono.
L’ho fatta entrare. Questa volta non c’erano pretesti.
«Scarpe e calzini. In ginocchio. Subito.»
Si è inginocchiata sull’ingresso, la testa bassa. La camicetta beige le si era un po’ aperta sul davanti e si intravedeva il bordo del reggiseno. Non mi interessava.
Mi sono tolta le scarpe anch’io e le ho lanciate da parte. Poi mi sono seduta sul primo gradino delle scale, gambe aperte, e le ho messo il piede destro sotto il mento.
«Alza gli occhi.»
Vanessa ha alzato lo sguardo. Occhi castani, un po’ umidi già. Il naso aquilino le dava quell’aria severa che contrastava in modo delizioso con la posizione in cui si trovava.
«Apri la bocca.»
Ha obbedito. Le ho infilato le dita del piede dentro, una dopo l’altra, lentamente.
«Succhia. Come se fossero un cazzo. E guarda in su mentre lo fai.»
La lingua di Vanessa era calda, un po’ timida all’inizio. Ha iniziato a succhiare l’alluce, poi le altre dita, gli occhi fissi nei miei. Ogni tanto emetteva un piccolo suono umido.
«Più a fondo. Voglio sentire i denti.»
Ha obbedito. Ho sentito i denti raschiare leggermente la pelle e un brivido mi è sceso dritto tra le gambe.
«Brava… così… sei una brava cagna di mezza età che lecca i piedi di una ragazzina di diciotto anni. Ti piace?»
«Sì… dea…» ha risposto con la bocca piena.
«Dillo meglio. Dillo tutto.»
Ha tirato indietro la testa appena abbastanza per parlare.
«Mi piace essere in ginocchio a leccare i piedi di una ragazzina… mi piace essere la sua cagna…»
«Continua a leccare mentre parli.»
Ha rimesso le labbra intorno alle mie dita e ha ripreso a succhiare, la voce strozzata.
«Mi piace… essere una schiava… solo una bocca per i tuoi piedi…»
Mi stavo bagnando. Me lo sentivo.
Dopo un po’ mi sono alzata e l’ho portata nel soggiorno. L’ho fatta restare in ginocchio mentre io mi sedevo sul divano.
«Togliti tutto. Camicetta, reggiseno, pantaloni, mutandine. Tutto.»
Ha obbedito in silenzio. Il corpo era magro, quasi angoloso, seni piccoli, pube rasato. L’ho guardata a lungo.
«Apri le gambe.»
Ha obbedito.
Sono andata a prendere i due vibratori che avevo preparato prima. Uno era grosso, realistico, l’altro leggermente più sottile ma comunque importante, con una base larga. Li ho accesi entrambi a bassa potenza. Il ronzio ha riempito la stanza.
Vanessa ha fissato gli oggetti e ha deglutito.
«Questo», ho detto mostrandole il più grosso, «te lo metto in fica. Fino in fondo. E questo», ho alzato l’altro, «te lo conficco in culo. E tu continui a leccarmi i piedi mentre stai piena. Capito?»
«Sì, dea.»
Mi sono inginocchiata davanti a lei per un momento, solo per sistemarli meglio. Ho passato il primo vibratore tra le sue labbra bagnate e l’ho spinto dentro con un gesto deciso. Vanessa ha gemuto forte quando è entrato fino in fondo.
«Respira. Non chiudere le gambe.»
Poi ho preso il secondo. Ho usato un po’ della sua stessa umidità e della saliva per lubrificare. L’ho premuto contro il suo buco del culo e ho spinto lentamente ma senza fermarmi. Vanessa ha emesso un suono lungo, quasi un lamento, mentre entrava centimetro dopo centimetro.
«Cazzo… è grosso…» ha sussurrato.
«Lo so. E adesso sta dentro. Entrambi. E tu non li tocchi finché non te lo dico.»
Mi sono rialzata e mi sono rimessa a sedere sul divano. Le ho messo entrambi i piedi contro la faccia.
«Lecca. Adesso.»
Vanessa ha iniziato a leccare. La lingua era più disperata di prima. Ogni tanto il corpo le trema va per i vibratori che ronzavano dentro di lei. Io tenevo una mano tra le mie gambe e mi masturbavo lentamente, gli occhi fissi su di lei.
«Guarda in su. Voglio vedere la faccia di una donna adulta ridotta a troia per i piedi di una ragazzina.»
Ha alzato gli occhi. Erano lucidi, la bocca aperta contro le mie piante.
«Dimmi cosa senti.»
«Sento… i vibratori… pieni… e la lingua sui tuoi piedi… e che sono una puttana…»
«Di più.»
«Che mi sto facendo riempire fica e culo da una ragazzina mentre le lecco i piedi… e che mi piace da impazzire…»
Ho sorriso e ho alzato l’intensità di entrambi i vibratori. Il ronzio è diventato più forte. Vanessa ha gemuto contro i miei piedi, la schiena inarcata.
«Non venire», ho ordinato. «Non ti azzardare a venire finché non te lo permetto.»
«Sì… dea… cerco… cerco di resistere…»
L’ho tenuta così a lungo. Ogni tanto le ritiravo i piedi e glieli rimettevo in bocca, ogni tanto le ordinavo di baciare le piante, ogni tanto le facevo ripetere quanto fosse bassa, quanto le piacesse essere usata solo come contenitore e come lingua. A un certo punto mi sono accorta che stavo esagerando. I vibratori erano davvero grossi, e li avevo lasciati al massimo per troppo tempo. Ma lei non chiedeva di fermarsi. Anzi, spingeva il viso contro i miei piedi con più forza, come se volesse sparire lì dentro.
«Ti piace essere aperta così? Ti piace sentire quanto sei piena mentre mi servi?»
«Sì… cazzo sì… dea… per favore… non fermarti…»
Quella frase mi ha fatta venire quasi. Mi sono masturbata più velocemente, gli occhi fissi sulla sua faccia arrossata, sulla lingua che non si fermava, sui due vibratori che le uscivano appena dai buchi.
«Vieni», ho ordinato alla fine. «Vieni adesso, con tutto dentro, leccandomi i piedi.»
Vanessa ha obbedito. Il corpo le si è irrigidito, ha emesso un gemito lungo e rotto contro le mie piante, e ha orgasmo tremante, gli occhi chiusi, la bocca aperta. L’ho tenuta così finché non è calata. Poi ho spento i vibratori e glieli ho fatti togliere lentamente. Era tremante, bagnata, gli occhi lucidi, la saliva che le colava dal mento.
«Brava», ho detto. La voce mi era uscita un po’ roca. «Sei stata una brava cagna.»
Mentre si rimesse a posto, le ho accarezzato i capelli castani con una certa tenerezza.
«La prossima volta vedremo se sei capace di fare ancora di più.»
Quando se n’è andata, ho preso il telefono. C’era un altro messaggio di Paolo, ancora in attesa.
Questa volta non l’ho lasciato in sospeso.
«Forse ti vorrò rivedere. Ma non da solo.»
Ho spento lo schermo e ho guardato i miei piedi ancora umidi di saliva.
Stavo iniziando a capire quanto a fondo potevo spingere.
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