La clinica - capito 3

scritto il 2026-10-19 tempo di lettura 10 min

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dominazione
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B−

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Giulia aveva trentun anni e nessuno la notava.
Era magra, quasi troppo. Il petto piatto spariva sotto maglioni larghi, spesso un po’ infeltriti, di quei colori indefiniti tra il grigio e il beige. Le camicette le abbottonava sempre fino all’ultimo bottone, anche d’estate. I capelli biondi, fini e senza volume, le arrivavano appena al collo e li teneva spesso raccolti con una molletta economica. Portava occhiali con la montatura sottile, scura, che le rendevano gli occhi ancora più piccoli. Quando parlava, la voce era bassa, quasi un sussurro, e ogni frase sembrava una domanda. «Forse… non so… se ti va…».
Lavorava come segretaria in uno studio di commercialisti. Arrivava per prima, se ne andava per ultima, non partecipava mai alle chiacchiere vicino alla macchinetta del caffè. I colleghi la salutavano per educazione e poi la dimenticavano. A casa, con Luca, era gentile, ordinata, silenziosa. A letto si lasciava fare, ma senza mai chiedere niente, senza mai gemere troppo forte, senza mai guardarlo negli occhi mentre lui veniva. Dopo si alzava, andava in bagno, si lavava e tornava a letto con il pigiama abbottonato.
Luca la guardava da settimane con occhi diversi.
Dopo le serate con Serena, dopo averla vista inginocchiarsi al solo alzarsi di un dito, dopo averle sparato la sborra in gola e aver sentito il «grazie» calmo e sincero, qualcosa dentro di lui si era rotto. O si era aperto. Non riusciva più a guardare Giulia senza pensare a quanto sarebbe stata diversa se solo… se solo qualcuno le avesse tolto quel guscio.
Una sera, mentre lei stava piegando i panni in salotto con un maglione grigio che le arrivava a metà coscia, Luca disse:
«Ho parlato con un medico. Di quelli bravi. Dice che hai i sintomi di un forte blocco ansioso. Ti ha consigliato una clinica privata. Un ritiro di un mese. Solo riposo, terapie leggere, niente di invasivo.»
Giulia alzò gli occhi di dietro gli occhiali. Le mani smisero di piegare.
«Un mese? Ma il lavoro…»
«Ho già parlato col tuo capo. È d’accordo. Ti tengono il posto. Anzi, dice che ti farà bene. Sei sempre stanca, sempre tesa.»
Lei abbassò lo sguardo. Le dita giocherellavano con il bordo del maglione.
«Non so… mi sembra esagerato. Magari basta qualche seduta dallo psicologo…»
«È già tutto organizzato», tagliò corto Luca. La voce era ferma, più ferma del solito. «Partiamo dopodomani. Ti accompagno io.»
Giulia aprì bocca per protestare, ma lui le posò una mano sulla spalla. Non era una carezza. Era un peso.
«Fidati. È per te.»
Lei annuì. Come faceva sempre. Piccola, mite, già rassegnata.

Luca non le disse la verità.
Aveva chiamato la Dott.ssa Varela due giorni dopo la seconda serata con Serena. Aveva pagato la retta intera in anticipo, aveva firmato i documenti, aveva mentito sulla «consapevolezza informata» della paziente. La clinica non faceva troppe domande, purché i soldi arrivassero e il soggetto fosse consegnato.
La sera prima della partenza preparò una borsa. Dentro mise solo vestiti comodi, gli occhiali di ricambio, il caricatore del telefono. Niente mutandine sexy, niente reggiseni. Giulia non ne aveva quasi. Poi schiacciò due compresse di un tranquillante leggero nel succo d’arancia della colazione.
Giulia bevve senza sospettare. Dopo venti minuti gli occhi le si fecero pesanti, la voce ancora più fioca.
«Mi sento strana…»
«È normale. È l’emozione. Vieni, saliamo in macchina.»
La caricò sul sedile del passeggero come si fa con una bambola. Lei appoggiò la testa contro il vetro e chiuse gli occhi. Luca guidò per quasi tre ore in silenzio. Ogni tanto le lanciava un’occhiata. Il maglione beige, i capelli fini sparsi sulla fronte, la bocca socchiusa. Sembrava ancora più piccola e insignificante del solito.
Quando arrivarono al cancello della villa, la Dott.ssa Varela era già fuori. Altezza, capelli grigi, occhi immobili.
«Signor Luca. La paziente è sedata?»
«Sì. Leggermente.»
«Perfetto. La prendiamo noi da qui. Lei può andare. La richiameremo tra trenta giorni.»
Due uomini in camice bianco uscirono. Sollevarono Giulia con delicatezza e la adagiarono su una barella. Lei aprì gli occhi per un attimo, confuse, e mormorò:
«Luca… dove…?»
Poi le palpebre si chiusero di nuovo. La barella scomparve oltre il cancello. Luca restò fermo qualche secondo con le mani sul volante. Il cuore gli batteva forte. Non di senso di colpa. Di eccitazione.
Avviò la macchina e tornò indietro.

In clinica il protocollo partì subito.
Giulia fu spogliata mentre era ancora semi-cosciente. Il corpo magro emerse sotto i vestiti larghi: seni piccoli, quasi adolescenti, costole visibili, un culetto stretto e sodo, cosce sottili, monte di Venere quasi senza pelo. La Dott.ssa Varela la osservò a lungo.
«Soggetto ideale», annotò. «Bassa autostima, forte inibizione, corpo poco valorizzato. Risponderà bene alla suggestione e al sovraccarico sensoriale.»
La prima dose del farmaco le fu somministrata per via endovenosa. Poi le cuffie. La voce maschile, calma, profonda, iniziò il suo lavoro mentre Giulia fluttuava tra sonno e veglia.
«Il tuo corpo è un peso inutile così com’è. I maglioni lo nascondono perché hai paura. La paura si toglie. La vergogna si toglie. Diventerai visibile. Diventerai utile. Diventerai disponibile.»
Nei giorni successivi la svegliarono pian piano. Le tolsero gli occhiali e le misero lenti a contatto. Le tagliarono i capelli un po’ più corti, più disordinati. Le tolsero ogni indumento e non glieli restituirono. Camminava nuda per i corridoi bianchi, le braccia conserte sul petto piatto, le spalle curve, cercando ancora di sparire. Ma la voce nelle cuffie e il farmaco le impedivano di chiudersi del tutto.
Le sessioni di esposizione furono brutali nella loro lentezza. Uomini entravano e la guardavano in silenzio per minuti interi. Lei arrossiva fino al collo, cercava di coprirsi. Le veniva detto di abbassare le braccia. Di aprire le gambe. Di ripetere a voce alta:
«Ho il petto piccolo. Ho il culo stretto. La figa è piccola e stretta. Sono fatta per essere usata lo stesso.»
All’inizio piangeva. Poi la voce diventava più ferma. Poi, verso la fine della seconda settimana, cominciò a dirlo senza lacrime. Solo con le guance rosse e gli occhi un po’ assenti.
L’anale fu introdotto presto. Il corpo magro rendeva tutto più stretto, più intenso. La prima volta che un cazzo le entrò nel culo, Giulia gridò. Non di piacere. Di sorpresa e di dolore. Ma la Dott.ssa Varela le teneva la testa e le sussurrava:
«Respira. Apriti. Questo buco servirà. Ogni buco servirà.»
Alla terza settimana accettava il plug per intere giornate. Alla quarta settimana chiedeva di essere scopata lì mentre le veniva riempita anche la bocca. La sborra le colava dal mento e dalle cosce e lei non si puliva più da sola. Aspettava l’ordine.
Quando la Dott.ssa Varela le tolse il collare l’ultimo giorno, Giulia era irriconoscibile. Il corpo era ancora magro, i seni ancora piccoli, ma teneva la schiena dritta. Gli occhi, senza occhiali, avevano lo stesso velo di Serena. La bocca restava leggermente aperta, come in attesa.
«Sei pronta», disse la Varela. «Torno a casa e aspetti solo il cenno.»
Giulia annuì.
«Sì.»

Nel frattempo, fuori, qualcuno aveva notato.
L’ispettore Davide Ferrara aveva quarantadue anni, i nervi consumati da troppi turni e un divorzio che lo aveva lasciato con un figlio adolescente visto a weekend alternati. Fumava troppo, dormiva poco, e aveva l’abitudine di non lasciar correre le cose che non tornavano.
La segnalazione era arrivata dalla madre di Giulia dopo diciassette giorni. Messaggi vaghi, nessuna videochiamata, cellulare quasi sempre spento. Il marito sosteneva che fosse in una clinica privata per un forte stato ansioso. Il datore di lavoro confermava l’assenza autorizzata, ma non sapeva il nome della struttura.
Ferrara aprì un fascicolo. Non era ancora una sparizione, solo una verifica. Ma qualcosa gli puzzava.
Controllò i movimenti bancari di Luca. Trovò un bonifico corposo, quasi ventimila euro, verso una società con sede in un paese europeo minore. La società risultava intestataria di una villa isolata in collina, ufficialmente adibita a «centro di benessere e ristrutturazione psicofisica». Nessuna recensione pubblica. Nessun sito trasparente. Solo un indirizzo di posta elettronica e un numero che non rispondeva mai.
Ferrara segnò tutto a matita. Poi andò a parlare con il capo di Giulia, con due colleghe, con la portinaia del palazzo. Tutti dicevano la stessa cosa: «Una ragazza tranquilla, quasi invisibile. Non dava mai problemi.»
Una sera, parcheggiato a distanza, vide Luca uscire da un ristorante in compagnia di un altro uomo e di una donna dai capelli scuri. La donna camminava un passo indietro. A un certo punto l’uomo dai capelli scuri alzò un dito. Lei si fermò all’istante, come se avesse ricevuto un ordine silenzioso.
Ferrara scattò due foto con il telefono. Non sapeva ancora cosa stesse guardando. Sapeva solo che non gli piaceva.
Nei giorni successivi approfondì. Trovò tre precedenti: donne sposate, tra i ventotto e i trentacinque anni, che erano «scomparse» per esattamente trenta giorni in cliniche private poco tracciabili e erano tornate… diverse. Una aveva lasciato il lavoro entro due mesi. Un’altra aveva chiesto il divorzio. La terza non rispondeva più alle chiamate della famiglia.
Nessuna denuncia formale. Solo silenzi e cambi di comportamento.
Ferrara accese una sigaretta nel buio della macchina e guardò le note.
«Clinica del Risveglio», mormorò. Il nome non compariva da nessuna parte in modo ufficiale, ma un ex paziente anonimo su un forum ormai chiuso l’aveva usato una volta sola.
Decise che avrebbe continuato a scavare.

Il trentesimo giorno Luca era fuori dal cancello.
Quando Giulia uscì, indossava un vestito semplice, chiaro, che le segnava la magrezza. I capelli biondi erano un po’ più spettinati. Non portava occhiali. Camminava dritta. Quando lo vide, non corse ad abbracciarlo. Si fermò a un metro e aspettò.
Luca alzò un dito.
Giulia si inginocchiò sull’erba, gli aprì i pantaloni e lo prese in bocca senza una parola. Lo succhiò con una tecnica che non aveva mai avuto, fino a fargli venire la sborra in gola. Ingoiò, si leccò le labbra e alzò gli occhi.
«Grazie», disse. La voce era ancora bassa, ma non più mite. Solo calma. Disponibile.
Luca la fece salire in macchina. Mentre guidava, una mano le scivolò tra le cosce. La trovò già bagnata, la figa piccola e stretta che si apriva alle dita senza resistenza.
«Come ti senti?» chiese.
Giulia guardò fuori dal finestrino. Il paesaggio scorreva.
«Sento la voce», rispose semplicemente. «Mi dice che ora sono utile. Che posso essere vista. Che basta un cenno.»
Luca strinse il volante. Il cazzo gli si era indurito di nuovo.
A casa la scopò sul pavimento dell’ingresso, ancora vestita, il vestito sollevato fino alla vita. Le entrò prima in figa, poi nel culo. Lei prendeva tutto in silenzio, solo con piccoli gemiti, e quando lui le venne dentro per la seconda volta disse di nuovo «grazie».
Quella notte, mentre Giulia dormiva nuda e aperta accanto a lui, Luca mandò un messaggio a Marco:
È tornata. Funziona. Anzi: funziona troppo bene.
Quando vuoi, le proviamo insieme.
Tutte e due.
Marco rispose dopo pochi minuti:
Domani sera. A casa mia.
Serena è già pronta.
Luca spense il telefono. Guardò la moglie magra, i seni piccoli, il culetto che sporgeva appena. Tra poche ore l’avrebbe condivisa. E dopo, forse, anche Serena e Giulia insieme.

A due chilometri di distanza, nell’ufficio quasi deserto della questura, l’ispettore Ferrara stava aggiornando il fascicolo. Aveva aggiunto le foto scattate fuori dal ristorante, i movimenti bancari, i tre precedenti. Sulla prima pagina, a matita, aveva scritto:
Clinica del Risveglio – verifica approfondita.
Possibile attività non autorizzata su donne in stato di vulnerabilità.
Accese un’altra sigaretta, guardò l’ora e decise che il giorno dopo avrebbe chiesto un’autorizzazione per un controllo più stretto sui flussi di denaro.
Non sapeva ancora quanto la situazione fosse già andata oltre.
Ma stava per scoprirlo
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