La clinica - capitolo 2

scritto il 2026-10-19 tempo di lettura 12 min

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I primi giorni a casa furono una prova continua.
Marco non le chiese dettagli sulla clinica. Non ne aveva bisogno. Bastava guardarla. Serena si muoveva in modo diverso. Più lenta. Più consapevole del proprio corpo. Quando si sedeva, teneva le cosce leggermente aperte. Quando si chinava a raccogliere qualcosa, lo faceva in modo che il vestito si sollevasse abbastanza da mostrare che sotto non portava mutandine. Gli occhi avevano ancora quello sguardo velato, come se una parte di lei restasse sempre in ascolto di una voce che solo lei sentiva.
La prima sera, dopo cena, erano sul divano. La televisione accesa su un canale qualsiasi. Marco la guardò di lato. Poi alzò un dito. Solo uno. Un gesto piccolo, quasi elegante.
Serena non esitò. Si alzò, si mise in ginocchio tra le sue gambe, gli aprì i pantaloni e tirò fuori il cazzo già mezzo duro. Lo prese in bocca con la stessa naturalezza con cui avrebbe preso un bicchiere d’acqua. Lo succhiò lento all’inizio, poi più a fondo, lasciando che le sfiorasse la gola. Quando Marco le tenne i capelli e spinse, lei non oppose resistenza. Solo un piccolo suono soffocato e gli occhi che si alzavano verso di lui, lucidi e disponibili.
Venne in gola. Lei inghiottì tutto, si leccò le labbra e restò in ginocchio finché lui non le fece segno di alzarsi.
«Grazie», disse. La voce era calma. Come se avesse appena finito un compito ordinario.
Marco la guardò a lungo.
«Domani», disse, «proviamo qualcos’altro.»

Il secondo giorno fu anale.
Marco l’aveva preparata. Aveva comprato un lubrificante denso, un plug di silicone di media misura, e aveva deciso che non avrebbe chiesto permesso. Lei non ne aveva più bisogno.
La trovò in cucina mentre preparava il caffè, indossando solo una maglietta larga che le arrivava a metà coscia. Alzò il dito. Serena posò la caffettiera, si voltò e si piegò in avanti sul tavolo, sollevandosi la maglietta fino a scoprire il culo nudo. Le labbra della figa erano già lucide. Il buco del culo era chiuso, ma non contratto. Come se sapesse cosa stava per arrivare.
Marco le mise del lubrificante sulle dita e cominciò a lavorarla. Un dito. Poi due. Lei respirava calma, spingendo indietro contro le dita, aprendo il culo con una facilità che lo sorprese. Quando inserì il plug, lei gemette basso e disse solo:
«Più a fondo.»
Lo tenne dentro per un’ora intera mentre facevano colazione, mentre lei lavava i piatti, mentre lui leggeva le mail. Ogni tanto le dava un leggero schiaffo sul culo e il plug si muoveva. Serena non protestava. Anzi: ogni tanto si stringeva intorno all’oggetto e chiudeva gli occhi, come se ascoltasse qualcosa dentro di sé.
A metà mattina Marco la chiamò in camera. Le tolse il plug. Il buco restò leggermente aperto, rosato, lucido. Lui si mise dietro di lei, le tenne i fianchi e spinse il cazzo dentro con un solo colpo lungo. Serena gridò. Non di dolore. Di piacere puro, grezzo. Il culo la strinse come una morsa calda e setosa. Marco scopò forte, senza tenerezza, dicendole cose sporche.
«Che culo da puttana. Te l’hanno aperto bene, eh? Guarda come lo prendi. Guarda come ti allarghi.»
Lei rispondeva solo con gemiti e con parole spezzate: «Sì… usami… riempilo… sborrami nel culo…»
Quando venne dentro di lei, restò conficcato fino all’ultimo spasmo. Poi si ritirò e guardò lo sperma bianco colare dal buco ancora aperto. Serena restò piegata, le mani sul materasso, il respiro corto. Poi, senza che lui glielo chiedesse, si voltò, si mise in ginocchio e gli pulì il cazzo con la lingua, leccando via la sborra e il lubrificante fino a lasciarlo lucido.
«Grazie», sussurrò di nuovo.
Marco le accarezzò i capelli. Nella testa di Serena, chiara e costante, la voce della clinica ripeteva: Il culo è fatto per essere usato. Ogni sborrata ti completa.

Il terzo e il quarto giorno furono più sporchi.
Marco voleva vedere fin dove arrivava la disponibilità. La sera del terzo giorno la portò in bagno. La fece inginocchiare nella vasca. Alzò il dito. Lei aprì la bocca. Lui le pisciò in gola.
Serena non si tirò indietro. Bevve. Ingoiò. Lasciò che le colasse dal mento sui seni. Quando finì, leccò le labbra e alzò gli occhi.
«Ancora?» chiese. La voce era roca, ma non disgustata. Solo pronta.
Marco scosse la testa, stupito e arrapato allo stesso tempo. La fece alzare, la spinse contro il muro della doccia e la scopò in piedi, prima in figa, poi di nuovo nel culo, mentre l’acqua calda gli scorreva sulla schiena. Vennero entrambi. Lei due volte. La seconda mentre lui le teneva il collo con una mano e le diceva all’orecchio: «Sei una troia. Una troia di merda. E ti piace.»
Serena annuì, gli occhi rivolti all’indietro, la bocca aperta.
«Sì. Mi piace. Usami.»
La notte successiva andò oltre. Marco le legò i polsi dietro la schiena con una cravatta. Le mise una benda sugli occhi. Poi la fece stare a quattro zampe sul letto e cominciò a usarla a turno: bocca, figa, culo, di nuovo bocca. Ogni volta che cambiava buco le diceva cosa stava facendo, in modo grezzo e preciso. «Ora ti metto il cazzo in gola. Ora ti riempio la figa. Ora ti apro il culo di nuovo.» Serena non parlava quasi. Solo gemiti, saliva che colava, e ogni tanto un «grazie» fioco quando lui le veniva dentro o in faccia.
A un certo punto, mentre era ancora bendata e legata, Marco le mise due dita in figa e il pollice nel culo contemporaneamente, la masturbò con forza fino a farla squirtare sul lenzuolo. Lei tremò tutta, pianse un po’ di piacere, e quando la benda le fu tolta aveva gli occhi assenti, felici, completamente vuoti di resistenza.
«Puoi farmi venire ancora?» chiese. «Oppure… puoi chiamare qualcuno. Se vuoi.»
Marco restò in silenzio per un lungo momento. Poi scosse la testa.
«Non ancora. Ma presto.»

Il quinto giorno Marco chiamò Luca.
Luca era il suo amico più caro da oltre quindici anni. Si erano conosciuti all’università, avevano condiviso appartamenti, delusioni, successi. Luca era sposato con Giulia da otto anni. Avevano una vita apparentemente tranquilla. Ma Marco sapeva che Luca, a volte, guardava le altre donne con un certo appetito. E sapeva anche che Giulia era… riservata. Molto riservata.
Si trovarono in un bar discreto, lontano dal centro. Marco ordinò due birre. Parlarono di lavoro, di calcio, di cose normali. Poi Marco abbassò la voce.
«Devo dirti una cosa. Su Serena.»
Luca alzò un sopracciglio. «Problemi?»
«Il contrario.» Marco bevve un sorso. «L’ho mandata in una clinica. Un mese. Per sbloccarla a letto. Hanno usato… metodi intensivi. Farmaci, suggestione, addestramento. È tornata… diversa.»
Luca lo fissò. «Diversa come?»
Marco gli raccontò. Non tutto. Ma abbastanza. I cenni. La disponibilità totale. Il modo in cui apriva la bocca, le gambe, il culo senza esitazione. Il fatto che bevesse la piscia se glielo chiedeva. Il fatto che dicesse «grazie» dopo essere stata usata.
Luca restò in silenzio a lungo. Poi chiese, a voce bassa:
«E… funziona davvero? Basta un gesto?»
«Basta.»
Un altro silenzio. Poi Luca sorrise, un sorriso lento, un po’ sporco.
«E se… la provassimo in due?»
Marco lo guardò. Non c’era sorpresa nei suoi occhi. Solo una conferma.
«Pensavo proprio a te.»
Si misero d’accordo per la sera successiva. Luca avrebbe detto a Giulia di dover lavorare fino a tardi. Marco avrebbe preparato Serena.

La sera dopo, Serena era in casa. Indossava solo una camicia di seta aperta davanti, niente sotto. Marco le aveva detto che avrebbe avuto compagnia. Non aveva specificato chi. Non ne aveva bisogno. Lei aveva solo annuito e chiesto:
«Devo prepararmi in qualche modo particolare?»
«No. Solo stare disponibile.»
Quando il campanello suonò, Serena era già in ginocchio nel soggiorno, le mani sui cosci, la schiena dritta, la bocca leggermente aperta. Marco aprì la porta. Luca entrò. Si fermò. Guardò Serena. Poi guardò Marco.
«Cazzo», mormorò.
Marco alzò un dito. Serena si alzò, camminò verso di loro e si fermò a mezzo metro. Aspettò.
«Lei sa già cosa fare», disse Marco. «Basta il cenno. O le parole.»
Luca deglutì. Poi alzò un dito a sua volta.
Serena si inginocchiò di fronte a lui, gli aprì i pantaloni e tirò fuori il cazzo. Era già duro. Lo prese in bocca con la stessa naturalezza di sempre. Luca gemette e le posò una mano sulla testa.
«Gesù…»
Marco si mise dietro di lei, si chinò e le spinse due dita in figa. Era zuppa. La scopò lentamente con le dita mentre lei succhiava l’amico. Poi le tolse le dita, se le portò alla bocca di lei e gliele fece leccare.
«Vedi?» disse a Luca. «Completamente aperta.»
Passarono alla camera da letto. Serena fu messa a quattro zampe sul materasso. Marco le entrò nel culo. Luca le riempì la bocca. La usarono in sincronia, uno davanti e uno dietro, cambiando posizione ogni tanto. A un certo punto la fecero sdraiare sulla schiena, le alzarono le gambe e la scoparono a turno nella figa, lasciando che lo sborro dell’uno venisse spinto dentro dall’altro. Serena veniva continuamente. Tremava. Parlava a raffiche:
«Sì… usatemi… riempitemi… entrambi… il culo… la bocca… dovunque…»
Luca le sparò la prima sborrata in faccia. Serena la tenne sugli occhi e sulla lingua per qualche secondo, poi la leccò via e disse «grazie». Marco le venne nel culo subito dopo. Lei restò a gambe aperte, facendo vedere i due buchi che gocciolavano, e chiese:
«Ancora? Posso prendervi di nuovo?»
La seconda volta fu più lenta, più sporca. La misero a cavalcioni su Luca, con il cazzo di lui in figa, e Marco le entrò di nuovo nel culo. Doppia penetrazione. Serena gridò, pianse, rise, venne così forte da quasi svenire. Quando entrambi le vennero dentro quasi insieme, lei collassò in avanti sul petto di Luca, ansimante, piena, felice.
Restarono così per un po’. Poi Serena, ancora con lo sperma che le colava, si alzò, si mise in ginocchio tra i due e li pulì a turno con la bocca, leccando via ogni traccia dai cazzi molli fino a farli tornare puliti.
«Grazie», disse di nuovo. Guardò prima Marco, poi Luca. «Quando volete… basta il cenno.»
Luca si passò una mano sul viso. Era ancora senza fiato.
«Cazzo, Marco. È… incredibile.»
Marco accarezzò i capelli di Serena, che era tornata a sedersi sui talloni, in attesa.
«Lo so.»
Luca restò in silenzio per un lungo momento. Poi disse, quasi tra sé:
«Giulia… Giulia non è così. Anzi. È bloccata. Come lo era Serena prima. A volte penso che…»
Si interruppe. Guardò Serena, ancora nuda, ancora gocciolante, ancora perfettamente calma.
«Quella clinica», disse alla fine. «Funziona davvero così bene?»
Marco annuì.
«Funziona. E quando escono… non tornano più indietro. Non vogliono.»
Luca fissò il vuoto per qualche secondo. Poi sussurrò:
«Forse… forse dovrei parlarne con Giulia. O forse… portarcela senza troppe spiegazioni.»
Marco non rispose. Si limitò a sorridere di lato. Serena, intanto, aveva posato la testa sulla coscia di Marco e chiudeva gli occhi, come un animale addomesticato che aspetta la prossima istruzione.
Nella sua testa, chiara e costante, la voce della clinica continuava a ripetere:
Disponibile.
Disponibile.
Disponibile.
E per la prima volta, mentre ascoltava i due uomini parlare di un’altra donna da mandare nello stesso posto, Serena sentì una piccola fiammata di eccitazione in più. Non gelosia. Qualcosa di più scuro. La prospettiva di non essere l’unica. La prospettiva di avere compagnia.
Ma non disse niente. Aspettò solo il prossimo cenno.

Nei giorni successivi Marco e Luca si videro altre due volte. Ogni volta Serena fu usata senza pietà: in gola, in figa, nel culo, a volte legata, a volte lasciata libera di muoversi e chiedere. Una sera le fecero bere di nuovo la piscia di entrambi, una dopo l’altra, mentre stava in ginocchio nella vasca. Un’altra sera la coprirono di sborra da testa a piedi e le ordinarono di non pulirsi fino al mattino dopo. Lei obbedì. Dormì così, appiccicosa, e al risveglio chiese solo se potevano rifarlo.
Luca, ogni volta che se ne andava, restava un po’ più silenzioso. Una sera, mentre si rivestiva, disse a Marco:
«Ho fatto una ricerca. La clinica esiste davvero. Hanno liste d’attesa. Ma se uno paga…»
Marco lo guardò.
«Ci stai pensando sul serio.»
«Sì. Giulia… merita di essere troia come Serena. O almeno… di provarci.»
Serena, che era ancora nuda sul letto, con le cosce aperte e lo sborro che le colava, alzò appena lo sguardo. Non disse niente. Ma gli occhi brillarono per un istante.
Marco notò. E sorrise.
«Quando vorrai», disse a Luca, «ti passo il contatto. E se vuoi… possiamo anche provarle insieme, dopo. Le due.»
Luca deglutì. Poi annuì, lento.
«Ci penso. Ma ci penso sul serio.»
Uscì. Marco chiuse la porta. Si voltò verso Serena. Alzò un dito.
Lei scese dal letto, si mise in ginocchio e aprì la bocca.
Fuori, nella notte, Luca camminava verso la macchina con il cuore che batteva troppo forte. E nella testa, per la prima volta, cominciava a immaginare Giulia con lo stesso sguardo vuoto e disponibile di Serena. Con le stesse parole. Con lo stesso «grazie» dopo essere stata usata.
E l’idea, invece di spaventarlo, lo eccitava.
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