Diventare una dea

scritto il 2026-10-21 tempo di lettura 12 min

di
genere
feticismo
cura
A

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Ho appena spento le diciotto candeline e ancora non mi sembra vero.
Mi chiamo Sara. Sono di altezza media, né troppo alta né troppo bassa. Capelli neri, lunghi, mossi, che mi scendono fino a metà schiena e che odio pettinare. Viso carino, sì, ma niente di speciale: occhi scuri, naso piccolo, labbra piene ma non esagerate. In mezzo a tutte le ragazze della mia età sparisco. L’unica cosa che risalta davvero sono le tette. Belle, pesanti, sode, con i capezzoli scuri che si induriscono appena fa un po’ di freddo. Gli uomini le guardano sempre. Le ragazze pure, a volte con invidia. A me invece non interessano quasi per niente. Le uso come esca, ecco tutto. Un modo per attirare l’attenzione e poi spostarla dove voglio davvero: più in basso. Sui miei piedi.
Stamattina mi sono svegliata nuda, come sempre quando dormo da sola. I genitori sono via per il weekend di lavoro, casa libera. Mi sono girata a pancia in su e ho sollevato una gamba, poi l’altra. I piedi erano ancora un po’ gonfi dal sonno. Pianta morbida, dita lunghe e ordinate, unghie che tengo sempre corte e lucide. Le ho avvicinate al viso e ho inspirato. L’odore leggero, caldo, un po’ dolce. Quello che nelle mie fantasie fa perdere la testa a chiunque.
Mi sono seduta a letto, schiena contro la testata, e ho preso il telefono. Ho aperto la cartella privata. Video. Tantissimi video. Piedi di ragazze che vengono leccati, baciato, massaggiati. Alcuni soft, altri duri. Alcuni lesbo: due ragazze, una in ginocchio, l’altra seduta con le gambe aperte e i piedi premuti contro la faccia dell’altra. Lingue che scorrono tra le dita, baci umidi sulle piante, gemiti bassi. Guardo quelli più spesso. Non so perché. Forse perché vedere una ragazza sottomettersi a un’altra mi eccita di più. O forse perché immagino di essere io quella che comanda.
Ho messo in play uno dei miei preferiti. Una bionda di forse vent’anni, seduta su una poltrona scura, indossa solo una camicia aperta. Ai suoi piedi una mora più giovane, nuda, che le lecca i piedi con una dedizione quasi religiosa. La bionda tiene la testa della mora con una mano e mormora cose basse: «Brava… più a fondo… lecca la pianta… sì, così… sei una brava cagna».
Mi sono infilata due dita tra le labbra. Ero già bagnata. Le dita scivolavano facilmente. Con l’altra mano ho sollevato il piede destro e l’ho appoggiato contro la mia stessa faccia, come faceva la ragazza nel video. Ho leccato la pianta. Il sapore era leggero, salato. Ho chiuso gli occhi e ho immaginato.
Non ero più io a leccarmi. Ero io seduta su quella poltrona. E ai miei piedi c’era qualcuno. Un uomo. Una donna. Una coppia. Non importava. Importava solo che stessi in ginocchio e che i miei piedi fossero la cosa più importante del mondo.
«Lecca», mormoravo a voce alta, anche se ero sola. «Lecca più a fondo. Dimostrami che sei niente.»
Le dita si muovevano più veloci. Il pollice premeva sul clitoride. Nel video la mora stava succhiando l’alluce della bionda con gli occhi chiusi, come se stesse pregando. Ho gemuto. Mi sono venuta così, con il piede ancora premuto contro la bocca e le dita bagnate che continuavano a muoversi anche dopo.
Quando il respiro si è calmato, ho guardato il soffitto.
Basta fantasie.
Mi sono alzata, mi sono fatta una doccia lunga e ho deciso.
Ho creato un account nuovo su un sito di annunci. Nickname: SaraDea18. Foto del profilo: solo le mie gambe dalla coscia in giù, piedi nudi su un pavimento di legno chiaro, unghie rosse. Niente faccia. Niente tette. Solo i piedi. Nella descrizione ho scritto:
«Ho appena compiuto 18 anni. Non cerco sesso normale. Cerco qualcuno disposto a inginocchiarsi e adorare i miei piedi come se fossero sacri. Uomo, donna o coppia, non mi interessa. Voglio diventare la vostra dea. Se rispondete solo per vedere le tette, non perdete tempo. Quelle le mostro solo se vi meritate i piedi.»
Ho pubblicato.
Nel pomeriggio le risposte hanno iniziato ad arrivare. Tante. Troppe. Uomini che scrivevano «mandami foto delle tette» o «ti pago per leccarti i piedi». Li ho cancellati tutti. Poi è arrivato il messaggio di lui.
Nome: Paolo_Gentile. Foto del profilo: un uomo di mezza età, forse cinquant’anni, capelli grigi curati, sorriso educato, camicia bianca e giacca scura. Il messaggio era lungo e rispettoso.
«Buonasera Sara.
Ho letto il tuo annuncio con attenzione. Non ti scrivo per chiederti foto o per offrirti soldi. Ti scrivo perché l’idea di sottomettermi a una ragazza così giovane, così sicura di sé, mi affascina profondamente. Sono un uomo educato, riservato, abituato a rispettare. Se mi concedessi l’onore di incontrarti, mi presenterei come mi hai descritto: in ginocchio, senza pretendere nulla oltre a ciò che tu vorrai concedermi. I tuoi piedi. Solo quelli.
Se questa proposta ti interessa, sono a tua completa disposizione.
Con rispetto,
Paolo»
Ho riletto il messaggio tre volte. Il cuore mi batteva forte. Non per lui in sé. Per l’idea. Un uomo adulto, gentile, educato, disposto a inginocchiarsi davanti a una ragazzina di diciotto anni e a chiamarla dea.
Ho risposto.
«Va bene, Paolo.
Domani pomeriggio alle 16. Ti mando l’indirizzo un’ora prima.
Regole:
– Arrivi in orario.
– Ti togli scarpe e calzini nell’ingresso.
– Ti metti in ginocchio e non alzi gli occhi finché non te lo dico.
– Non parli se non ti faccio domande.
– I tuoi soldi, i tuoi regali, le tue mani sulle mie tette non mi interessano. Solo i piedi.
Se fai una sola cosa che non mi piace, ti caccio e sparisci. Capito?»
La risposta è arrivata in cinque minuti.
«Capito, Sara.
Sarò puntuale.
Grazie.»
Ho chiuso il laptop e ho sorriso.
Il giorno dopo ho passato la mattina a prepararmi. Doccia lunga. Crema leggera sui piedi. Unghie ridipinte di rosso scuro. Capelli sciolti, mossi. Niente trucco pesante. Solo un filo di mascara.
Ho indossato una camicia bianca di cotone, abbottonata solo a metà, abbastanza da far vedere il solco delle tette ma non i capezzoli. Niente reggiseno. Niente mutandine. Solo la camicia che mi arrivava a metà coscia e i piedi nudi.
Alle 15:55 il campanello ha suonato.
Ho contato fino a dieci. Poi ho aperto.
Paolo era più alto di quanto immaginassi. Capelli grigi, occhiali sottili, camicia bianca impeccabile e pantaloni di velluto grigio scuro. Aveva un’aria gentile, quasi timida. Mi ha guardato negli occhi per un secondo, poi ha abbassato lo sguardo sulle mie gambe e sui piedi.
«Entra», ho detto. La voce mi è uscita ferma.
Lui è entrato. Ha chiuso la porta.
«Scarpe e calzini.»
Si è chinato senza dire una parola. Ha sfilato le scarpe di pelle scura e i calzini neri. I suoi piedi erano grandi, curati, un po’ pallidi. Li ha lasciati vicino alla porta.
«In ginocchio.»
Si è inginocchiato lì, nell’ingresso. Testa china. Mani appoggiate sulle cosce.
Ho camminato intorno a lui. I miei piedi nudi facevano un leggero rumore sul legno. Mi sono fermata di fronte.
«Alza gli occhi.»
Lui ha alzato lo sguardo. Prima ha visto i miei piedi, poi le gambe nude fino all’orlo della camicia, poi il solco delle tette, poi il mio viso.
«Come mi chiami?»
«Sara», ha risposto. La voce era calma, educata.
Ho sollevato un sopracciglio.
«Riprova.»
Ha esitato un secondo.
«Dea.»
Ho sorriso.
«Meglio. Adesso ascolta, Paolo. Questa è la mia prima volta. Non ho mai fatto niente di simile nella realtà. Solo fantasie e video. Quindi starai attento. Non ti muoverai se non te lo dico. Non toccherai niente oltre ai miei piedi. E se in qualsiasi momento mi deludi, la porta è lì. Capito?»
«Sì, dea.»
Ho sollevato il piede destro e l’ho appoggiato delicatamente sulla sua coscia, appena sopra il ginocchio. La pianta calda contro il velluto.
«Lecca.»
Paolo si è chinato. La lingua è uscita e ha toccato la pianta del mio piede.
Il contatto è stato elettrico.
Ho chiuso gli occhi per un istante. Non era come nei video. Era reale. Caldo. Umido. Un po’ tremante.
«Più lento», ho mormorato. «Dalla punta delle dita fino al tallone. Come se stessi pregando.»
Lui ha obbedito. La lingua ha percorso la pianta, poi è scivolata tra le dita, poi di nuovo giù. Ogni movimento era rispettoso, quasi timido.
Ho spostato il peso e gli ho premuto il piede contro la bocca.
«Apri.»
Ha aperto. Ho infilato le dita dentro, una dopo l’altra.
«Succhia.»
Il suono umido ha riempito l’ingresso. Sentivo già il calore tra le cosce. Non mi sono toccata. Non ancora.
«Guarda in su mentre lo fai.»
Paolo ha alzato gli occhi. C’era qualcosa di quasi religioso nel suo sguardo. Un uomo adulto, gentile, educato, con la bocca piena delle dita di una ragazza di diciotto anni.
Ho sorriso.
«Bravo. Continua così.»
Ho lasciato che mi leccasse per un lungo momento. Poi ho ritirato il piede e gli ho offerto l’altro.
«Stesso trattamento. Non fare preferenze.»
Lui ha obbedito senza esitare. La lingua calda, paziente, dedicata. Ogni tanto i suoi denti sfioravano leggermente la pelle e io gemevo piano.
Dopo un po’ mi sono seduta sul gradino dell’ingresso, gambe aperte, camicia che scivolava sulle cosce.
«Vieni più vicino.»
Paolo si è trascinato in ginocchio fino a trovarmi tra le gambe.
«Adesso lecca le piante. Entrambe. Alterna. E mentre lo fai, dimmi perché sei qui.»
Ha iniziato a leccare. Tra una passata e l’altra ha parlato, voce bassa, umida.
«Sono qui perché… l’idea di sottomettermi a una ragazza così giovane mi eccita. Perché i tuoi piedi sono belli. Perché voglio essere niente per te.»
«Di più.»
«Perché voglio che tu mi usi. Che tu mi comandi. Che tu mi faccia leccare finché non mi fai male alle ginocchia e io continui comunque.»
Ho sentito un brivido scendere dritto tra le gambe.
Ho allungato una mano e gli ho preso i capelli grigi. Non con violenza. Solo per tenere ferma la testa.
«Apri la bocca.»
Ho infilato entrambe le piante contro la sua faccia. Lui ha iniziato a leccare con più urgenza. La lingua scorreva da una pianta all’altra, tra le dita, sui talloni. Il respiro gli era diventato pesante.
Io ero bagnata. Le cosce si toccavano e facevano un suono umido.
«Guardami», ho ordinato.
Ha alzato gli occhi.
«Ti piacciono le mie tette?»
Ha esitato.
«Sì, dea.»
«Lo so. Tutti le guardano. Ma tu non le toccherai. Mai. Le puoi guardare quanto vuoi mentre mi lecchi i piedi. Ma le mani restano sulle tue cosce. Capito?»
«Sì, dea.»
Ho sorriso e ho allentato la presa sui suoi capelli.
«Continua. Più a fondo. Voglio sentire la lingua ovunque.»
Paolo ha obbedito. Ha leccato, ha succhiato, ha baciato. Ogni tanto i suoi gemiti si mescolavano ai miei.
Dopo un tempo che mi è sembrato eterno, ho ritirato i piedi e li ho appoggiati sulle sue spalle.
«Basta per ora.»
Lui era arrossato, respirava forte, gli occhi lucidi.
Mi sono alzata. La camicia era tutta sbottonata ormai, le tette libere, pesanti. Lui le ha guardate, ma non ha mosso una mano.
«Seguimi. In ginocchio.»
Ha camminato sulle ginocchia dietro di me fino al soggiorno. Lì mi sono seduta sul divano, gambe incrociate, un piede penzoloni.
«Vieni qui. Tra le mie gambe.»
Si è trascinato.
Ho sollevato il piede destro e glielo ho premuto contro l’inguine, sopra i pantaloni di velluto. Sentivo che era duro.
«Non ti tocchi», ho detto. «Non ti sfreghi. Solo i piedi.»
Lui ha annuito, respiro corto.
Ho iniziato a massaggiargli il cazzo con la pianta del piede, lenta, deliberata. Su e giù. La pressione leggera, poi più forte. Lui ha gemuto.
«Silenzio. Non gemere se non te lo permetto.»
Ha chiuso la bocca. Gli occhi erano pieni di una devozione che mi ha fatto quasi venire lì per lì.
Ho continuato a muovere il piede. Ogni tanto gli infilavo le dita tra le labbra e lui le succhiava come se fossero caramelle.
Dopo un po’ mi sono accorta che stavo ansimando. Le cosce erano aperte. Il clitoride pulsava.
«Lecca di nuovo», ho ordinato, ritirando il piede dall’inguine e premendoglielo contro la bocca.
Paolo ha leccato come se la vita gli dipendesse da quello. Lingua calda, umida, disperata. Tra le dita, sulla pianta, sul tallone.
Io mi sono infilata due dita in figa e ho iniziato a masturbarmi guardandolo.
«Guarda», ho detto. «Guarda cosa mi fai.»
Lui ha alzato gli occhi e ha visto le mie dita bagnate che entravano e uscivano. Ha gemuto contro i miei piedi.
«Non ti tocchi», ho ripetuto. «Se ti tocchi, ti caccio.»
Ha annuito, disperato.
Ho continuato a masturbarmi. Il piede premuto contro la sua faccia. La lingua che non si fermava.
«Dimmi chi sono.»
«La mia dea», ha risposto, voce strozzata.
«Di più.»
«La mia padrona. La mia regina. La ragazzina a cui mi sto sottomettendo.»
Quella frase mi ha fatta venire.
Ho gemuto forte, le dita che si muovevano veloci, il piede premuto contro la bocca di Paolo mentre lui leccava come un dannato. L’orgasmo è arrivato a ondate, lungo, intenso, diverso da tutti quelli che mi ero data da sola.
Quando ho finito, ho ritirato il piede e l’ho appoggiato sulla sua spalla. Respiravo ancora forte.
Paolo era ancora in ginocchio, il cazzo evidentemente duro nei pantaloni, gli occhi lucidi, la faccia lucida di saliva.
Ho sorriso.
«Bravo. Sei stato bravo.»
Lui ha abbassato lo sguardo, quasi timido.
«Grazie, dea.»
Mi sono alzata, mi sono sistemata la camicia e ho guardato l’orologio.
«Puoi alzarti. Metti scarpe e calzini. Vai.»
Lui ha esitato.
«Posso… tornare?»
Ho inclinato la testa.
«Se te lo meriti. Ti farò sapere.»
Paolo si è alzato, si è rimesso scarpe e calzini in silenzio, e alla porta si è voltato.
«Grazie, Sara. È stato… più di quanto avessi immaginato.»
Ho annuito.
«Ciao, Paolo.»
Quando la porta si è chiusa, mi sono seduta a terra, schiena contro il muro, e ho guardato i miei piedi ancora umidi.
La prima volta era andata.
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