Diventare una dea - capitolo 2

scritto il 2026-10-21 tempo di lettura 7 min

di
genere
feticismo
cura
A

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Il ricordo di quella prima esperienza, quella prima volta in cui realizzavo la mia fantasia, è rimasto marchiato a fuoco nella mia testa per giorni. Mi era piaciuto, mi aveva fatto sentire bella, desiderata, divina. Ne volevo ancora.
I miei genitori sarebbero tornati la sera stessa, quindi non potevo più citare su casa mia. Avevo scritto a Paolo il pomeriggio prima, con un tono che non ammetteva discussioni.
«Domani pomeriggio. Casa tua. Mandami l’indirizzo. Se tua moglie c’è, trova una scusa e mandala via. Se non puoi, dimmelo subito e cancelliamo.»
La risposta era arrivata dopo venti minuti.
«Mia moglie è via fino a sera per lavoro. Casa libera. Ti aspetto alle 15:30. Ti mando l’indirizzo.»
Aveva aggiunto un «prego» alla fine, come se stesse chiedendo un favore. Quella piccola parola mi aveva fatto sorridere.
Il giorno dopo mi sono preparata con più cura del solito. Doccia lunga, crema idratante sui piedi per renderli più morbidi, unghie rosso scuro perfette. Capelli neri sciolti e mossi. Camicetta nera abbottonata solo a metà, abbastanza da far vedere il solco delle tette ma niente di più. Jeans stretti che potevo sfilare in due secondi.
Sono arrivata in ritardo di sette minuti. Di proposito.
Il palazzo era residenziale, tranquillo, quartiere carino, di quelli con i parchi giochi non ancora invasi di scritte e le aiuole curate. Ho suonato. La voce di Paolo al citofono era un po’ tesa.
«Piano terzo. Destra.»
Quando ha aperto la porta indossava di nuovo una camicia bianca e i pantaloni di velluto. Capelli grigi sistemati, occhiali. Sembrava un professore educato che stava per ricevere una studentessa. Solo che la studentessa era lì per farlo inginocchiare.
«Entra», ha detto.
Sono entrata. L’appartamento era ordinato, luminoso, con fotografie incorniciate sul mobile dell’ingresso. Una di quelle foto mostrava lui e una donna bionda di forse quarantacinque anni, sorridenti, in vacanza. Lei aveva i capelli raccolti e un sorriso gentile.
Ho fissato quella foto per qualche secondo.
«Tua moglie?»
Paolo ha abbassato lo sguardo.
«Sì.»
Ho sorriso.
«Bene. Toglimi scarpe e calzini. Subito.»
Ha obbedito in silenzio. Quando si è inginocchiato nell’ingresso, gli ho messo un piede nudo sotto il mento e gliel’ho sollevato.
«Alza gli occhi.»
Mi ha guardata. C’era già quella mescolanza di vergogna e eccitazione che mi piaceva tanto.
«Oggi siamo a casa tua», ho detto piano. «In mezzo alle cose di tua moglie. E tu stai in ginocchio davanti a una ragazzina che potrebbe essere tua figlia. Ti piace?»
Ha esitato.
«Sì, dea.»
«Dillo meglio.»
«Mi piace essere in ginocchio davanti a te mentre mia moglie non c’è. Mi piace che tu sia così giovane.»
Ho sentito un brivido scendere dritto tra le gambe.
«Alzati. Portami nel soggiorno.»
Mi ha fatto accomodare sul divano grigio. Sul tavolino basso c’erano altre foto: loro due al mare, loro due a una cena, una foto più vecchia in cui lei era più giovane. Ho preso quella del mare e l’ho appoggiata sul bracciolo, di fronte a me.
«In ginocchio. Tra le mie gambe.»
Paolo si è inginocchiato. Mi sono sfilata i jeans con un gesto lento e li ho lasciati cadere a terra. Sono rimasta solo con la camicia aperta. Le tette pesanti, libere. Lui le ha guardate, ma non ha mosso una mano.
«Lecca.»
Ha iniziato. Lingua calda, paziente, sulle piante, tra le dita, sui talloni. Ogni tanto alzava gli occhi verso la foto di sua moglie e poi di nuovo verso di me. Quella cosa mi eccitava in un modo sporco e preciso.
«Guardala mentre mi lecchi», ho ordinato. «Guardala e continua.»
Ha obbedito. La lingua non si è fermata. Io mi sono infilata due dita tra le labbra e ho iniziato a masturbarmi lentamente, gli occhi fissi su di lui e sulla foto.
«Sai cosa mi eccita di più?» ho mormorato. «Che sei sposato. Che hai una moglie. E che lo stesso sei qui, in ginocchio, a leccare i piedi di una ragazza di diciotto anni. Una che potrebbe essere tua figlia.»
Paolo ha gemuto contro la pianta del mio piede.
«Posso… posso toccarmi, dea?»
Ho sorriso.
«Sì. Ma solo con una mano. E senza venire finché non te lo dico.»
Ha sbottonato i pantaloni con mano tremante e ha tirato fuori il cazzo. Era già duro. Ha iniziato a masturbarsi lentamente mentre continuava a leccarmi i piedi. Io guardavo tutto: la sua mano che saliva e scendeva, la lingua che lavorava, la foto di sua moglie sul bracciolo.
Il tempo è scivolato via. A un certo punto, mentre gli tenevo il piede premuto contro la bocca, la sua mano libera si è alzata e ha sfiorato la mia caviglia, poi è salita lungo il polpaccio, lentamente, come se non potesse farne a meno.
Mi sono irrigidita.
«Togli la mano.»
Ha esitato un secondo di troppo.
«Adesso.»
Ha ritirato la mano.
Mi sono alzata in piedi. Lui è rimasto in ginocchio, il cazzo ancora in mano, gli occhi confusi.
«Non ti avevo dato il permesso di toccarmi le gambe», ho detto con calma. «Solo i piedi. Solo quelli.»
«Scusa, dea. Non… non volevo.»
«Lo so. Ma l’hai fatto.»
Ho camminato fino a lui e gli ho messo un piede contro il petto, spingendolo leggermente all’indietro.
«Se vuoi venire, lo fai sui miei piedi. E dopo lecchi tutto. Tutto. Fino all’ultima goccia. Altrimenti mi rimetto i pantaloni, me ne vado e ti lascio così, duro, e non ti tocchi fino a quando non ti richiamo io. Scegli.»
Paolo mi ha guardata. Poi ha abbassato gli occhi sui miei piedi. Poi di nuovo su di me. Il conflitto era scritto chiaro sulla sua faccia. L’eccitazione, la vergogna, il disgusto di sé, il desiderio.
Ha respirato forte.
«Non… non ce la faccio», ha detto alla fine, a voce bassa. «Non riesco a leccarlo. Scusa.»
Ho sentito una punta di delusione. Ci speravo. Volevo vederlo ancora più in basso, con la lingua che raccoglieva il suo stesso sperma dai miei piedi. Volevo vedere fino a che punto era disposto ad annullarsi.
Ho annuito lentamente.
«Va bene. Allora no.»
Mi sono rimessa i jeans. Lui è rimasto in ginocchio, il cazzo ancora duro, l’espressione sconfitta.
«Rimetttiti a posto», ho detto. «E alzati.»
Ha obbedito in silenzio. Quando era di nuovo vestito, l’ho guardato dall’alto.
«Oggi mi hai deluso. Hai toccato dove non dovevi e poi non hai avuto il coraggio di pagare il prezzo. La prossima volta, se ci sarà, sarà diverso.»
Ha abbassato lo sguardo.
«Capisco.»
Sono andata verso la porta. Prima di uscire mi sono voltata.
«Guarda quella foto di tua moglie quando chiudo la porta. E pensa a cosa stavi facendo mentre lei non c’era.»
Sono uscita senza aspettare risposta.
Per strada il pomeriggio era ancora chiaro. Camminavo con i piedi un po’ umidi dentro le scarpe e il cuore che batteva più forte del solito. Non era andata esattamente come avevo sperato. Paolo aveva resistito all’ultima umiliazione. Ma proprio per questo ora volevo di più.
Volevo qualcuno che non si fermasse.
Qualcuno che leccasse anche quello.
O, meglio ancora, una coppia. Due persone che si annullassero insieme davanti a me. O magari una donna.
Mentre salivo sull’autobus per tornare a casa, ho preso il telefono e ho riaperto l’annuncio.
Questa volta avrei cercato qualcosa di diverso
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