18 Settembre 2026, ore 2:40
di
EvaDiNotte
genere
confessioni
Giacomo dorme nella stanza accanto. Io sono qui, seduta davanti al PC.
Devo dirlo a qualcuno, devo scriverlo. Altrimenti impazzisco.
È iniziato quasi come un gioco:
Paolo mi stava dietro da mesi. Messaggi, telefonate, «Voglio solo uscire con te, solo una cena, noi due, Giacomo non lo saprà mai». Un po’ per curiosità, un po’ per noia, alla fine ho accettato.
«In fondo è solo una cena», mi dicevo, mentre indossavo il perizoma nero e il vestito corto…
Ho detto a Giacomo che andavo al compleanno di una collega. Una scusa semplice, la più banale. Lui ha sorriso e mi ha detto: «Divertiti».
Per un attimo ho pensato di fermarmi.
Invece l’ho baciato e sono uscita.
Paolo mi ha portata in un ristorantino sul lungomare. Posto intimo, candele, pesce, buon vino.
Era galante, parlava tanto, rideva. Sembrava tutto più normale di quanto avessi immaginato.
«Sei bellissima stasera», mi ha detto.
Ho abbassato gli occhi sul bicchiere.
«Grazie.» Avrei voluto aggiungere qualcosa. Invece ho bevuto.
Abbiamo parlato del lavoro, di persone che conoscevamo entrambi, di cose senza importanza. Paolo riusciva a farmi ridere. Ogni tanto mi guardava in quel modo che ormai conoscevo bene, e io facevo finta di non accorgermene.
C’era sempre qualcosa, nei suoi modi, che mi metteva a disagio. Come se, sotto quella gentilezza, fosse convinto di avermi già conquistata. E forse aveva ragione, era bravo a farmi sentire importante. Sapeva quando ascoltare e quando dire qualcosa che mi facesse sorridere. E forse era proprio questo che mi confondeva.
A un certo punto mi sono chiesta cosa stesse facendo Giacomo. Forse era già a casa, forse stava guardando la televisione, forse stava leggendo.
Mi è venuto un nodo allo stomaco.
«Tutto bene?» mi ha chiesto Paolo.
«Sì.»
La bugia mi è uscita dalla bocca così facilmente che quasi mi sono spaventata. Ho guardato il telefono. Nessun messaggio. Per qualche secondo ho pensato di scrivere a Giacomo. Anche solo un «Come va?». Non l’ho fatto.
Ho appoggiato il telefono sul tavolo, a faccia in giù. Paolo se n’è accorto.
«Problemi?» Sembrava preoccupato.
«No. Nessun problema.»
Mi ha sorriso. «Allora rilassati.»
E ha ordinato un’altra bottiglia di vino.
Continuavo a pensare che avrei potuto alzarmi, prendere la borsa e tornare a casa.
Non l’ho fatto.
Quando siamo usciti dal ristorante, Paolo mi ha preso per mano e mi ha detto, quasi casualmente, di aver prenotato un albergo lì vicino. Poi, mentre camminavamo verso la macchina, mi ha messo una mano sul culo. Decisa. Possessiva.
L’ho lasciato fare.
In macchina la sua mano è finita tra le mie cosce e non l’ha più tolta. Mi accarezzava con calma, come se ne avesse tutto il diritto. Io ansimavo e allo stesso tempo mi chiedevo cosa diavolo stessi facendo. Quando siamo arrivati ero completamente bagnata.
Saliti in camera non ha perso tempo.
Ha chiuso la porta con il piede e mi ha spinta contro il muro. Mi ha sfilato il vestito con un gesto secco, lasciandomi solo con le mutandine. Le sue labbra si sono chiuse sul mio seno destro, la lingua ha girato lenta intorno al capezzolo, poi ha cominciato a succhiare con più forza, i denti che pizzicavano appena. Con l’altra mano mi stringeva il seno sinistro.
Ho pensato a Giacomo a casa da solo… poi il mio corpo ha risposto subito, più di quanto volessi.
Era chiaro che avevo voglia di scopare almeno quanto lui, forse più di lui.
Ho preso Paolo per i capelli e l’ho baciato con passione.
Lui mi ha spinta fino al letto. Mi ha fatto sdraiare e mi ha aperto le gambe. La sua bocca è scesa subito tra le cosce. Mi ha sfilato il perizoma e ha cominciato a leccarmi. Lentamente all’inizio, poi più deciso, concentrato sul clitoride. Due dita sono entrate dentro di me mentre continuava a leccare e succhiare.
Sono venuta la prima volta così, con la sua bocca sulla figa, un orgasmo breve ma intenso, che mi ha fatto chiudere gli occhi e gridare di piacere.
Adesso era il mio turno: mi sono inginocchiata davanti a lui. Gli ho aperto i pantaloni e ho tirato fuori il suo cazzo. Era già duro, caldo. L’ho preso in mano e l’ho leccato dalla base alla cappella, lentamente, assaporandolo. Poi l’ho preso in bocca, facendo scendere le labbra il più possibile, lui mi teneva i capelli, sospirava. Ho aumentato il ritmo, succhiando più forte.
Volevo farlo venire così, mi sembrava abbastanza…
Per lui non era sufficiente. Mi ha sollevata, mi ha girata verso il letto e mi ha fatto piegare in avanti. Ha strofinato la cappella sulla mia figa, a lungo, poi è entrato con una spinta lunga e profonda.
Ho sentito ogni centimetro.
Ha iniziato a scoparmi con colpi regolari, le mani strette sui miei fianchi, tirandomi contro di sé a ogni affondo.
A un certo punto ha messo una mano tra i miei capelli e mi ha tirato leggermente la testa all’indietro.
Le spinte sono diventate più forti, più profonde. Il suono della pelle che sbatteva contro la pelle riempiva la stanza.
Ho goduto di nuovo, questa volta più a lungo. Lui ha continuato a pompare fino a venire con un grugnito. Ho sentito i suoi getti caldi mentre si svuotava dentro di me.
Per qualche secondo siamo rimasti così, immobili, ansimanti. Poi mi ha dato una leggera pacca sul culo ed è andato in bagno a pulirsi.
Lo osservavo mentre si rivestiva: per lui era stata una serata normalissima: cena, vino, albergo, scopata. Aveva avuto esattamente quello che voleva. Una serata con una puttana di lusso.
Eppure…
Forse anche io avevo avuto esattamente quello che volevo.
Gli ho lasciato gli slip come ricordo. Non so perché. Ho indossato il vestito senza pulirmi. Non so perché.
L’ho seguito in macchina.
Ora sono a casa. Sono sporca, ho il corpo che trema e il sapore di Paolo in bocca.
Giacomo dorme, ogni tanto lo sento muoversi nel letto. Continuo a pensare alla cena. Alla camera. A quello che ho fatto.
E alla cosa che mi fa più paura di tutte.
Domani, quando si sveglierà, lo bacerò e gli dirò «ti amo».
Come tutti i giorni.
Eva
Devo dirlo a qualcuno, devo scriverlo. Altrimenti impazzisco.
È iniziato quasi come un gioco:
Paolo mi stava dietro da mesi. Messaggi, telefonate, «Voglio solo uscire con te, solo una cena, noi due, Giacomo non lo saprà mai». Un po’ per curiosità, un po’ per noia, alla fine ho accettato.
«In fondo è solo una cena», mi dicevo, mentre indossavo il perizoma nero e il vestito corto…
Ho detto a Giacomo che andavo al compleanno di una collega. Una scusa semplice, la più banale. Lui ha sorriso e mi ha detto: «Divertiti».
Per un attimo ho pensato di fermarmi.
Invece l’ho baciato e sono uscita.
Paolo mi ha portata in un ristorantino sul lungomare. Posto intimo, candele, pesce, buon vino.
Era galante, parlava tanto, rideva. Sembrava tutto più normale di quanto avessi immaginato.
«Sei bellissima stasera», mi ha detto.
Ho abbassato gli occhi sul bicchiere.
«Grazie.» Avrei voluto aggiungere qualcosa. Invece ho bevuto.
Abbiamo parlato del lavoro, di persone che conoscevamo entrambi, di cose senza importanza. Paolo riusciva a farmi ridere. Ogni tanto mi guardava in quel modo che ormai conoscevo bene, e io facevo finta di non accorgermene.
C’era sempre qualcosa, nei suoi modi, che mi metteva a disagio. Come se, sotto quella gentilezza, fosse convinto di avermi già conquistata. E forse aveva ragione, era bravo a farmi sentire importante. Sapeva quando ascoltare e quando dire qualcosa che mi facesse sorridere. E forse era proprio questo che mi confondeva.
A un certo punto mi sono chiesta cosa stesse facendo Giacomo. Forse era già a casa, forse stava guardando la televisione, forse stava leggendo.
Mi è venuto un nodo allo stomaco.
«Tutto bene?» mi ha chiesto Paolo.
«Sì.»
La bugia mi è uscita dalla bocca così facilmente che quasi mi sono spaventata. Ho guardato il telefono. Nessun messaggio. Per qualche secondo ho pensato di scrivere a Giacomo. Anche solo un «Come va?». Non l’ho fatto.
Ho appoggiato il telefono sul tavolo, a faccia in giù. Paolo se n’è accorto.
«Problemi?» Sembrava preoccupato.
«No. Nessun problema.»
Mi ha sorriso. «Allora rilassati.»
E ha ordinato un’altra bottiglia di vino.
Continuavo a pensare che avrei potuto alzarmi, prendere la borsa e tornare a casa.
Non l’ho fatto.
Quando siamo usciti dal ristorante, Paolo mi ha preso per mano e mi ha detto, quasi casualmente, di aver prenotato un albergo lì vicino. Poi, mentre camminavamo verso la macchina, mi ha messo una mano sul culo. Decisa. Possessiva.
L’ho lasciato fare.
In macchina la sua mano è finita tra le mie cosce e non l’ha più tolta. Mi accarezzava con calma, come se ne avesse tutto il diritto. Io ansimavo e allo stesso tempo mi chiedevo cosa diavolo stessi facendo. Quando siamo arrivati ero completamente bagnata.
Saliti in camera non ha perso tempo.
Ha chiuso la porta con il piede e mi ha spinta contro il muro. Mi ha sfilato il vestito con un gesto secco, lasciandomi solo con le mutandine. Le sue labbra si sono chiuse sul mio seno destro, la lingua ha girato lenta intorno al capezzolo, poi ha cominciato a succhiare con più forza, i denti che pizzicavano appena. Con l’altra mano mi stringeva il seno sinistro.
Ho pensato a Giacomo a casa da solo… poi il mio corpo ha risposto subito, più di quanto volessi.
Era chiaro che avevo voglia di scopare almeno quanto lui, forse più di lui.
Ho preso Paolo per i capelli e l’ho baciato con passione.
Lui mi ha spinta fino al letto. Mi ha fatto sdraiare e mi ha aperto le gambe. La sua bocca è scesa subito tra le cosce. Mi ha sfilato il perizoma e ha cominciato a leccarmi. Lentamente all’inizio, poi più deciso, concentrato sul clitoride. Due dita sono entrate dentro di me mentre continuava a leccare e succhiare.
Sono venuta la prima volta così, con la sua bocca sulla figa, un orgasmo breve ma intenso, che mi ha fatto chiudere gli occhi e gridare di piacere.
Adesso era il mio turno: mi sono inginocchiata davanti a lui. Gli ho aperto i pantaloni e ho tirato fuori il suo cazzo. Era già duro, caldo. L’ho preso in mano e l’ho leccato dalla base alla cappella, lentamente, assaporandolo. Poi l’ho preso in bocca, facendo scendere le labbra il più possibile, lui mi teneva i capelli, sospirava. Ho aumentato il ritmo, succhiando più forte.
Volevo farlo venire così, mi sembrava abbastanza…
Per lui non era sufficiente. Mi ha sollevata, mi ha girata verso il letto e mi ha fatto piegare in avanti. Ha strofinato la cappella sulla mia figa, a lungo, poi è entrato con una spinta lunga e profonda.
Ho sentito ogni centimetro.
Ha iniziato a scoparmi con colpi regolari, le mani strette sui miei fianchi, tirandomi contro di sé a ogni affondo.
A un certo punto ha messo una mano tra i miei capelli e mi ha tirato leggermente la testa all’indietro.
Le spinte sono diventate più forti, più profonde. Il suono della pelle che sbatteva contro la pelle riempiva la stanza.
Ho goduto di nuovo, questa volta più a lungo. Lui ha continuato a pompare fino a venire con un grugnito. Ho sentito i suoi getti caldi mentre si svuotava dentro di me.
Per qualche secondo siamo rimasti così, immobili, ansimanti. Poi mi ha dato una leggera pacca sul culo ed è andato in bagno a pulirsi.
Lo osservavo mentre si rivestiva: per lui era stata una serata normalissima: cena, vino, albergo, scopata. Aveva avuto esattamente quello che voleva. Una serata con una puttana di lusso.
Eppure…
Forse anche io avevo avuto esattamente quello che volevo.
Gli ho lasciato gli slip come ricordo. Non so perché. Ho indossato il vestito senza pulirmi. Non so perché.
L’ho seguito in macchina.
Ora sono a casa. Sono sporca, ho il corpo che trema e il sapore di Paolo in bocca.
Giacomo dorme, ogni tanto lo sento muoversi nel letto. Continuo a pensare alla cena. Alla camera. A quello che ho fatto.
E alla cosa che mi fa più paura di tutte.
Domani, quando si sveglierà, lo bacerò e gli dirò «ti amo».
Come tutti i giorni.
Eva
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